L’inutile vittimismo dei napoletani, ennesima pulcinellata su Mentana

La polemica esagerata

L’inutile vittimismo dei napoletani, ennesima pulcinellata su Mentana

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E insomma la Napoli di oggi fa notizia sempre più spesso per l’ira che scatena sui social, per le liti tv e i “pulcinella”. Napoli si offende e fa la vittima per i Giletti, le Lucarelli e i Mentana (sebbene – lo ammetto – mi faccia quasi ribrezzo accostare quest’ultimo, maestro di giornalismo, agli altri due). Questo siamo diventati? Ha fatto rabbia anche a me la rappresentazione che Giletti, con un pessimo lavoro giornalistico, ha dato di Napoli qualche settimana fa parlando di monnezza alla stazione di Piazza Garibaldi. Tanto più che vivendo a Roma da anni per parte della settimana ritengo che la capitale, pur senza luoghi comuni frutto di un’identità che va sempre più perdendo, è assai meno vivibile e organizzata di Partenope.

È il frutto pure di un’informazione che gioca a rincorrersi come un cane che si morde la coda. Se nell’era dei quotidiani e delle tv esisteva già questo meccanismo, con il web e assai di più con i social, il sistema di martellamento delle notizie – vere o false, utili o inutili che siano – si è ingigantito a dismisura. Ed è così che chi fa il mio mestiere di giornalista ormai si perde tra i social a ricercare notizie che spesso però fanno perdere il contatto con la realtà. Per carità, ho vissuto pure io in redazioni-carrozzone dove il mondo che si raccontava era solo quello delle agenzie di stampa e un cronista poteva scrivere pur senza mai mettere il naso fuori dal giornale. Pure per il caffè bastava chiamare al bar di sotto e farselo portare a domicilio, così da evitare contatti con il “banale” mondo reale.
Ed è così che un “pulcinella” detto in tv in un programma sportivo diventa il primo pensiero da manifestare sui social o in un bar per tanti napoletani. Nei commenti più “potabili” si parla di  profanazione di un simbolo e offese per una città intera.Tutto questo dicendo semplicemente un “pulcinella”.
Ecchissene se in tante zone della Campania si continua ad avvelenare il terreno e persino le falde acquifere con i rifiuti tossici o che a Roma, a Palazzo Chigi, una “cabina di regia” eterodiretta affronterà l’eterna questione sul futuro di Bagnoli. Noi per l’Italia 2.0 siamo qui, ai piedi di un Vesuvio che non ci ha ancora lavati col fuoco, a parlare dei pulcinella e a ballare la tarantella in mezzo alla monnezza perché il Napoli è primo in classifica. E in parte è colpa nostra.
Esiste realmente il razzismo verso i napoletani, lo vivo soprattutto quando mi dicono “Non sembri di Napoli”. Eppure un tempo questo era un popolo assai più leggero, più auto-ironico. Se ci avessero dato del “pulcinella”, avremmo risposto con un pfui delle labbra ed un sorriso dicendo “E voi avete solo la nebbia” aggiungendo un sorriso ulteriore. Ridicola l’affermazione, spaesante la risposta. Come quando Giulietta divenne zoccola.
E invece in questo vittimismo c’è tutta l’inadeguatezza attuale di chi ci rappresenta. Ha detto bene Mentana nell’intervista che ci ha rilasciato in esclusiva ieri – “meritereste di più“. Perché poi in fondo la nostra maggior risorsa – l’identità – diventa pure un fardello. Solo un napoletano parlando fuori dalla propria città ha l’obbligo di rappresentarla. Questo avviene meno da altre parti, anzi è quasi ovunque è un sentimento sconosciuto. Sentiamo di dover parlare in rappresentanza di un’intera città. E anche gli altri ci vivono spesso così. Perché la nostra identità di popolo trasborda, dilaga e spesso travolge per primi noi stessi. Eppure siamo pur sempre nella città dove il nostro più grande artista contemporaneo ha ricevuto due funerali: uno a Roma e uno a Napoli.  E nessuno se ne chiede il motivo?
Perché non parlate della vittoria del Napoli invece di parlare solo dell’Inter, Napoli merita rispetto” – ha detto Auriemma l’altra sera a Tiki Taka. È come se fossimo sempre alla ricerca di una legittimità, del riconoscimento della nostra stessa esistenza da parte degli altri. Devono parlare di noi e devono parlarne pure bene. Solo noi, in quanto napoletani, siamo legittimati ad ignorarci e ignorare i nostri veri problemi oppure a parlar male dei guai che pure ci sono in città. E non sto riproponendo l’odiato stereotipo che ci dipingono addosso di “avete camorra e monnezza e pensate al pallone” o, in tempi andati, “il colera e il terremoto“. Dico solo che un “pulcinella” dovrebbe causare meno reazioni di ben altri problemi e offese che subisce la nostra città e il nostro popolo.
Lo ammetto, guardo poco la tv, i talk poi li evito quasi tutti. E perdonatemi se sono orgoglioso a prescindere della mia città e della mia cultura pure se altri resistono nel riconoscerla. Ci sono abituato e non me ne dolgo. E perdonatemi pure se non posso far a meno di notare che mentre noi ci guardiamo l’ombelico pensando a Pulcinella, nel resto d’Italia le nostre polemiche appaiono stucchevoli e arretrate. Mi spiace, ma la mia identità si impone con leggerezza col mio essere napoletano ogni giorno, che è un modo differente di intendere e sentire la vita. E chi se ne fotte – scusate il francesismo – se in un programma sportivo non dedicano tempo alla mia squadra. Non reclamerei mai una roba del genere. Per un napoletano il prezzo di essere ridicoli e quindi sfottuti è l’onta più grande da evitare. Per un napoletano è un’offesa maggiore una risata di scherno che un pacchero dato con forza. Mi spiace, ma per me mai aggettivo fu più consono di quello usato da Mentana. Pulcinella. E non venitemi a dire che per voi una “pulcinellata” sia un complimento per quanto alla nostra maschera immortale e ricca di storia possiamo essere legati. E mentre abbiamo divagato questi 5 minuti leggendo queste righe, nel silenzio di tanti, Bagnoli resta un mare pieno di fantasmi. Pullecenella va ‘n carrozza e tutte ‘o vedono e ‘o sentono – avrebbero commentato così dei vecchi saggi. I simboli servono. Ma per rappresentare qualcosa che ci vive dentro. Altrimenti restano fantocci. E pure ridicoli.
Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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