Il giorno in cui nacque la Lega Nord sulle spalle dei terremotati

Il giorno in cui nacque la Lega Nord sulle spalle dei terremotati

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FATE PRESTO“. I giorni successivi al terribile sisma che colpì la Campania 35 anni fa, il giornale della città lanciò questa disperata richiesta di aiuti per le popolazioni colpite. Si fece talmente in fretta che, se lo si va a cercare, qualche terremotato in qualche container magari lo si trova ancora. Per non parlare della solerzia degli interventi strutturali a case, uffici, ospedali. Nell’era pre-tangentopoli arrivarono soldi a pioggia verso la nostra regione: tra aiuti, finanziamenti, Cassa del Mezzogiorno è probabilmente impossibile quantificare la cifra esatta che negli anni è giunta (O SAREBBE DOVUTA GIUNGERE) per la ricostruzione.

Ieri a Verona, come ormai in tanta parte del nord Italia, si cantavano i soliti cori contro i napoletani. Cori che portano voci di eco lontane. Si può dire che la Lega Nord, pur se fondata qualche anno dopo, sia nata proprio dalle macerie del terremoto del 1980. Insieme alla leggenda del Sud piagnone e assistenzialista che dura da oltre 150 anni. Il terremoto dell’80 diede una spinta decisiva per la nascita di un’ideologia che vedeva il “terrone” mangiapane a tradimento sulle spalle del nord “operoso”. E poco importa se in quell’aggettivo “operoso” ci siano state le braccia, le mani, la fatica e l’umiliazione dei più che venivano proprio dal Sud per offrire la propria stessa esistenza nelle fabbriche settentrionali. “NON SI FITTA A MERIDIONALI“: nel dopoguerra già esistevano questi rudi cartelli esposti all’ingresso dei palazzi del “civile” settentrione.

Quante ruberie, magna magna, tangenti, frodi, truffe sono state commesse. Peccato che a commetterle siano state le classi dirigenti del nord e del sud: perché quando si tratta di mangiare l’Italia sa essere unita nei secoli dei secoli. Per dirla con Totò: “Giacché si parla di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”.

Tutto ciò è avvenuto a danno della popolazione che realmente ha sofferto il dramma di quel sisma: c’è chi ha perso parenti, chi la casa, chi si è visto sconvolgere la vita. Com’erano solerti, del resto, le “operosissime industrie settentrionali quando dovevano venire a prendere sussidi qui in Campania per aprire delle fabbriche: prendevano i soldi e scappavano.

La storia la scrivono i vincitori: mai frase più vera. Com’è facile far passare il napoletano per scroccone assistenzialista! Come se davvero il semplice cittadino campano fosse riuscito ad arricchirsi sulle spalle del nord. E non che ad apparecchiarsi a tavola siano stati i “soliti noti”.

Con un moto di dignità da quel tragico giorno del 1980 nacque però anche tutta una Nouvelle Vague napoletana che spopolò per l’intero decennio in tutti i campi. Il Napoli di Maradona, il cinema di Troisi, Martone e De Crescenzo, la tv di Arbore, la musica di Pino Daniele e il folkloristico caschetto di Nino D’Angelo. Da quella tragedia se ne uscì nel solo modo che il napoletano conosce meglio: la CULTURA.

La Napoli di oggi si arrovella invece su un altro terremoto: quello del Pd con l’auto-candidatura di Antonio Bassolino. E probabilmente pochi napoletani si interessano ormai di queste vicende. C’è disincanto e una depressione endemica come il colera che ormai la politica, per aver troppo deluso negli anni, viene vissuta come incapace di offrire risposte efficaci alle esigenze reali della città.

E, se Il Mattino domani titolasse “FATE PRESTO”, sarebbe un invito ai calciatori del Napoli di vincere lo scudetto. Il napoletano di oggi il riscatto non riesce a vederlo da nessuna parte, come se solo il calcio ci fosse rimasto: circo senza pane. La fretta non c’è per una raccolta di rifiuti assennata e moderna, non c’è per la mancanza di infrastrutture, non c’è per i disagi sociali che ancora oggi causa la criminalità organizzata. Oggi i napoletani il “FATE PRESTO”, con un coro che dice “DEVI VINCERE” lo sa cantare solo allo stadio. E questa rassegnazione, questo amaro disincanto, questo abbrutimento di linguaggio sono le nuove faglie sismiche che si spalancano dalle viscere della nostra terra e dalla nostra anima. Come se non ci fosse un domani. E, per contraddizione, come in tutte le cose di questa città: eppure Napoli c’è. E resiste. A tutto e a tutti.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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