Figli del terremoto?

Figli del terremoto?

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I 90 secondi del terremoto del 1980

Dal nostro inviato a Mosca:

Ogni 23 novembre, apro su YouTube un filmato. Una registrazione saltata di una radio locale di Avellino, che alle 19.34.52 per 90 secondi incide un boato. Non di quelli da stadio, non una bomba, ma qualcosa di sovrannaturale, anche se è il movimento delle placche, il terremoto è ben spiegabile dalle scienze naturali. Sono nato a distanza di tre anni e mezzo da quel giorno, ma i racconti dell’Ottanta li ho sentiti tante volte. Un avvenimento che non devastò soltanto l’Irpinia e la Basilicata, ma intere parti della Campania. I paesi dell’epicentro furono rasi al suolo, e ancora oggi non del tutto ricostruiti (d’altronde, i discendenti del sisma di Avezzano e del maremoto dello Stretto ancora attendono un alloggio definitivo, a distanza di un secolo…); i morti furono dovunque, non solo in Irpinia, 53 vittime alla Stadera a Napoli, mia madre ancora oggi racconta di come, dopo la messa serale, il campanile della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo cadde sulla canonica, uccidendo sei persone. E lo stillicidio è infinito: nove ragazzi muoiono ad Angri perché gli crolla addosso la facciata della chiesa della Madonna del Carmine, e tanti perdono la casa, con sfollati dovunque, anche dove l’epicentro dista decine e decine di chilometri. Mio nonno spesso raccontava di come persero l’appartamento dove abitava con la famiglia, che però l’ingegnere comunale sosteneva fosse “agibile”: la prova antisismica, per questo luminare della protezione civile, consisté nel saltare nel salotto di casa.

Perché siamo figli del terremoto? Lo siamo e perché ogni volta che la nostra terra trema i nostri cari rivivono quei momenti, e perché il sisma ha segnato l’ennesima, e, credo, decisiva tappa nella distruzione della nostra terra. Ricordo le scosse del 1990, di come ci misero in fila per due a scuola e ci fecero uscire dalla classe; e i vari piccoli sussulti di questi anni, fino al terremoto del Matese di quasi due anni fa, ero tornato per le feste ed eravamo all’ultimo piano con i parenti, e quella paura negli occhi, quella luce, che si era accesa tra chi aveva vissuto l’Ottanta, mi è restata impressa più del divano che si sposta (e anche qua, il Matese è lontanuccio).

Siamo figli del terremoto perché il sisma è stata l’occasione per saccheggiare completamente il territorio: abusivismo a go-go, speculazioni infinite, clientele, assegnazioni di posti. Interi quartieri evacuati e interi rioni costruiti e diventati luoghi di esclusione; in più nel piccolo c’è stato anche il bradisismo nel 1984 nella zona flegrea, con lo spostamento degli abitanti del Rione Terra. E l’Irpinia ha inaugurato la gestione emergenziale, nonostante i ritardi nei soccorsi (quanti si sarebbero potuti salvare? Nessuno ne parla, oggi, ma all’epoca persino Pertini si indignò): la Campania è diventata dopo l’Ottanta la terra dei commissariamenti e delle emergenze, e la logica è sempre quella di garantire spartizioni e potere.

Cosa è cambiato in Italia nella gestione del post-terremoto? Temo poco o nulla, anche per averlo visto in presa diretta da volontario in Abruzzo nel 2009. E le immagini delle new town con i loro balconi cadenti testimoniano come si continui a costruire in spregio alle norme, semplicemente nel nome di un arricchimento bestiale.

Quei 90 secondi, forse, dopo 35 anni, ancora ci fanno tremare, anche se non li abbiamo vissuti. Quando a San Giuliano in Molise crollò la scuola, il parroco rispose così a chi gli chiedeva dove fosse Dio: “Non è il Signore a fare i calcoli del cemento”. Ecco, siamo ancora a questo. E le domande di Pertini, di Moravia, e di tanti altri risuonano nel vuoto, nell’eco di quei momenti, tra le macerie di quei giorni.

Giovanni Savino

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