Chef Rubio si racconta: l’impegno sociale, i viaggi e il ricordo di...

Chef Rubio si racconta: l’impegno sociale, i viaggi e il ricordo di quel giro in Vespa

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In un secondo e mezzo ho saputo che dopo un’ora avrei intervistato Gabriele Rubini, dai più conosciuto come Chef Rubio.
Non sono più nell’età per attaccare poster alle pareti ma in quella nella quale se un uomo sa cucinare, ti parla di sociale, si occupa del sociale e gioca a rugby, allora, è tutto molto interessante.
E si può dire che Gabriele Rubini abbia tutte queste carte in regola. E così, tra un’interferenza telefonica e l’altra, si è parlato di un po’ di tutto.
Di lui e di Napoli, di televisione e di tutto ciò che fa quando non sta tra i fornelli!
Le domande, inizialmente erano quelle che in modo molto spontaneo potevano nascere guardando una puntata di “Unti e Bisunti“, la serie, ormai arrivata alla terza stagione, trasmessa sul canale Dmax.
Ed infatti la cosa più spontanea che potessi chiedergli era come mai toccasse ogni sorta di cibo con le mani, abbandonando le posate. Mera questione scenica o reale bisogno? Me lo chiedevo perchè, fin dalla prima puntata, mi aveva ricordato Totò in “Miseria e Nobiltà”.
Risposta sincera e schietta: ” Secondo te? Io non mi guardo mica! Non so se scenicamente renda meglio! So solo che io ho la necessità di toccare le cose, quindi le mani rispondono alla mia esigenza di non avere intermediari.
Come dargli torto. Però mi sono ricordata che è stata proprio Napoli a ospitare Unti e Bisunti nella sua primissima serie. Il piatto trattato fu “il soffritto”. Gli ho chiesto come mai questa scelta e mi ha spiegato che ogni piatto visto nella puntata lui lo aveva personalmente scelto ed assaggiato perché non ha senso parlare di cose che non si conoscono. Aggiunge, che “forse solo i taralli mancavano!” Ma non ha perso tempo a rimediare dopo!
Ma Napoli non è stata solo cibo, infatti appena gli chiedo quale bella sensazione, o bel ricordo, gli è rimasto della città partenopea, risponde sicuro: “Il giro in Lambretta per le strade che portano dalla Pignasecca alla zona del carcere“.
Penso che ha capito tutto di Napoli se ha apprezzato proprio quella Napoli!
E me lo conferma subito dopo, quando mi racconta che “è una città impossibile da analizzare nella sua complessità. Dal suo essere signora al suo essere “zozza” – La affianca a Palermo e Genova – Hanno tutte e tre una marcia in più.
Comunque “Unti e Bisunti” non è il solo progetto dietro una telecamera che lo vede coinvolto.
Ha partecipato alla realizzazione di una webserie per Actionaid Italia. In Kenya ha girato “Se fossi nato in…” E così gli chiedo, se fosse nato a Napoli, quale piatto avrebbe fatto nascere in lui la passione per la cucina.
Non si sbilancia. Non mente. Schietto e sincero, non inventa una frase a effetto ma la sola risposta giusta: “Dipende dal tipo di retaggio popolare nel quale mi sarei trovato. Sicuramente mi avrebbe affascinato la vostra “merenda” o la pasta cresciuta affiancata a qualcosa di fritto, senza dubbio.
Ma per Rubio, anche se non si vola in un altro continente, il sociale c’è. Infatti sua è l’idea delle ricette nella Lis.
Con entusiasmo spiega che “l’idea è arrivata perchè nei vari incontri c’erano persone sorde o mute ed io avevo la propensione ad avvicinarmi a loro. Stanno cercando di inserirsi, attraverso anche il lento riconoscimento della loro lingua, motivo per il quale sono stati ghettizzati a lungo.
Inclusione è la parole chiave. D’altronde il cibo è da sempre sinonimo di convivialità!
Ma direi che sono sazia di cucina e televisione.
Cambiamo argomento! Sport, calcio. La domanda è banale, ammetto: un piatto da associare alla squadra di Sarri e di Garcia. Ma lui dribbla bene tra le parole e mi risponde che  se pensa all’allenatore della squadra napoletana gli viene in mente l’immagine di “Sarri che beve il caffè con la moka. Questa immagine rende più umana la situazione dato che il calcio è business – Come per Garcia, continua. – E’ un grandissimo allenatore ed ha portato spirito di gruppo, lo si vede dalle uscite insieme alla squadra. Se per Sarri c’era la moka, per l’allenatore della capitale c’è un fritto misto alla romana.
Ha fatto goal.
Ma la partita non è finita, ora bisogna fare meta.
Il fratello, Giulio Rubini, ha fondato il primo club italiano di Rugby a 7, il Roma 7’s Hills. Ce lo racconta con passione: “E’ un progetto  nato dal basso, fondato da giocatori per i giocatori con l’ambizione di aggiornare lo scenario del rugby italiano, decisamente rimasto un  po’ indietro rispetto agli altri Paesi“. Ci tiene a sottolineare che “In questo caso la differenza fondamentale è che i ragazzi partono dall’amore per lo sport e non dai soldi. I ragazzi si mettono in gioco con valori quali quelli della passione e della meritocrazia. E’ un progetto indipendente che però può essere di supporto anche al lavoro della  Federazione Rugby“.
E aggiunge “Un esempio da seguire potrebbe essere quello della Germania dove anche gli organi ufficiali hanno investito e ora esiste una squadra a 7 fortissima. In Italia i numeri sono cresciuti ma non hanno portato qualità nel Rugby – E spiega – Non basta l’impegno dei singoli professionisti, ci vuole uno sforzo comune e la collaborazione di tutto l’apparato rugbistico“.
Il tema sta molto a cuore a Chef Rubio. E la stessa passione la ritiene necessaria anche per un’altra questione che sembra essere distante dal Rugby mentre invece è quanto mai vicina. Il filo rosso che le collega è il rispetto delle regole, l’onestà. Si tratta del suo impegno per “Acad”: Associazione Contro gli Abusi in Divisa. Prendo come spunto i recenti scontri di Bologna e sono interessata a comprendere, secondo lui, a che punto siamo nella lotta a tali soprusi.
C’è molta criticità nelle sue parole. “In Italia oltre a non esistere l’obbligo d’identificazione manca proprio un codice deontologico, ci sono solo delle linee guida di comportamento da tenere e la cosa è gravissima. Dovremmo guardare all’Europa in questo senso –  Tutta l’essenza del suo modo di vedere la situazione si racchiude in questa frase – Generalizzare non serve, perchè ci sono delle persone che vogliono fare il loro lavoro in modo pulito e si dissociano dagli atti che vengono compiuti dalle mele marce di quel sistema. Molti vengono risucchiati da un sistema malvagio. Un sistema che non si può scagliare contro dei manifestanti, che se scendono in piazza è solo perchè quella è l’unica forma di potere che hanno. Il problema deve essere risolto ascoltando le richieste delle associazioni che nascono intorno a questo tema.
Un fiume in piena di parole. E di giuste rivendicazioni. E se gli chiedo come reagisce, per chiudere con leggerezza, di fronte a comportamenti in cucina che molto spesso sono ritenuti sbagliati (parmigiano sul pesce, aglio nella matriciana) mi risponde semplicemente: “Non mi interessa. La sola cosa che conta, spiega, è il perché stai facendo quella determinata cosa. L’ignoranza delle persone che mettono in atto gesti solo per sentito dire, è questo, il vero problema. Bisognerebbe informarsi, leggere, comprendere di più.
Dopo una risposta del genere non so più cosa altro chiedergli, se non un saluto per il giornale. E ci tiene a farlo. Dopotutto, ricorda sono stato uno dei primissimi sostenitori di soldato innamorato“.
E “soldato innamorato” ricambia. Con affetto ed un grande in bocca al lupo.Chiara Arcone© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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