Terroni, coltelli e canzuncelle

Terroni, coltelli e canzuncelle

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Emigranti in attesa della nave al molo dell'Immacolatella, inizio XX secolo

Dal nostro inviato a Mosca:

Si è sempre meridionali di qualcuno, si diceva nel celebre “Così parlò Bellavista”, una delle fonti d’ispirazione del nostro sito. Ma fa sempre un certo effetto, regala sempre una profonda amarezza, vedere come anche tra chi dovrebbe percepire, dovrebbe aver vissuto certe sensazioni sulla propria pelle, esistono pregiudizi, semplificazioni, in una sola parola cazzate legate alla paura. Perché il razzismo quotidiano è fatto di paure e insicurezze, non è (solo) questione d’ignoranza o di miti della razza e della nazione: è il terrore del diverso, la fobia di trovarsi sommerso e di non capire che cosa accade.

Raiz, voce storica degli Almamegretta, già in passato aveva suscitato non poche polemiche per il suo sostegno alla politica israeliana verso i palestinesi. Il cantante ne faceva una questione di ebrei contro arabi (perché si è convertito), però forse ignorando che ci sono tanti israeliani che sono contro quel tipo di politica: a uno, lo storico Zeev Sternhell, per la sua opposizione alla guerra, hanno quasi fatto saltare in aria la casa, e gli autori sono stati estremisti di destra israeliani. Però Raiz forse nun ‘o sape, non l’avrà visto, tra un tour e l’altro, o troppo infervorato dalle polemiche social. Ma non è su queste posizioni che oggi vorrei concentrarmi, bensì sull’ultima intervista della voce di “Figli d’Annibale” e “Sud”: e così ho scoperto che si può scrivere un intero album, Wop, sull’emigrazione italiana in America e dicere po’ cose tipo ca’ tene paura e s’acchiappà una coltellata sotto ‘a casa soja. “I’ songo italian, nuje simmo tutti ammiscati, tu che ce vuo’ fa? Simmo ‘e pate ‘e tanti figli, forse è chesta ‘a verità… So’ francese, i so’ spagnolo, songo pure ‘mericano, faje cchiù ampress a chiamarme napulitano”, cantava in Wop, e però forse si è dimenticato, ‘o Raiz, che gli accoltellatori erano i nostri bisnonni e gli irlandesi, per gli americani Wasp; forse da tempo non ha visto “Sacco e Vanzetti”, dove i due poveri lavoratori sono condannati non solo per essere anarchici ma per essere degli emigrati italiani. Poi è chiaro, è stato frainteso, come spesso accade e possiamo leggere qua la sua parziale smentita, ma poi è la logica a essere pericolosa, perché si mette su un piano inclinato, dove ogni opinione è lecita, anche quella di essere “fermi” contro l’emigrazione: la posizione di affondare i barconi pure è molto ferma, a dire il vero. Resta poi da capire dove questo “ragionamento ventennale” sia contenuto in pezzi come Black Athena, ma qui si entra in altre faccende…

Anche perché gli stereotipi spesso sono alla base del razzismo quotidiano (traduco questo quotidiano dal russo bytovoj, che racchiude quel che è il fenomeno odierno): ad esempio, qualche giorno fa, commentando un post di una collega di Pietroburgo in vacanza in Sicilia, mi imbatto in una sua conoscente (sempre russa, ma che abita a Pisa), che ci addita come “pigri terroni”. Quando ho fatto notare alla tizia in questione, sociologa, studentessa modello, democratica e progressista, come in quel contesto “terroni” non avesse nulla di diverso dalle offese utilizzate contro ebrei, ucraini e caucasici in russo… che vi credete, si è scusata? Ma quanne maje! Lei stava “pazziando” e siamo noi a essere permalosi!

Sono il primo ad essere contro il politically correct, ma ci sono dei limiti; lo sdoganamento di pregiudizi e stereotipi è pericoloso, perché fra chi è “frainteso”, chi stava pazziando e chi lo dice seriamente, diventa una notte dove le vacche sono tutte bigie, per ricordare un vecchio adagio di Hegel. E quanne se fa scur, nun sempe se riesce a capì cu chi a staje avenn.

“I’ songo l’ommo niro ca vene ‘a dint’ ‘a jungla songo ‘o figlio ‘e Lumumba
si nun me saje piglia’ songo ‘na bomba e si nun saje ca e’ ‘a casa mia ca
e’ accuminciata a storia rinfriscate ‘a memoria.” Appunto: arrifriscammece ‘a memoria.

Giovanni Savino

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