Napoletano lingua resistente?

Napoletano lingua resistente?

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C’è una pubblicità che negli ultimi mesi ha richiamato la mia attenzione. Si vedono hotel, storie, e criaturi in proporzioni variabili, e la cosa si conclude con uno di questi criaturi che scopre quale cosa lo appassionerà, o meglio, loro del sito dicono che in quel momento sanno che il criaturo ha scelto. Come lo sanno? Che cazzo, ne so!

Vi posso dire del mio.

Napoli, scuola media inferiore Silio Italico, la bidella Lepre appena finito di preparare il suo solito sfilatino ripieno di pasta e fagioli tiepida. Proprio mentre sta per dare il suo primo morso, passano di corsa due ragazzini che si fiondano verso la palestra, infrangendo le rigide regole dell’Istituto. La bidella fa giusto in tempo a raccogliere un tubettiello di pasta caduto sul tavolo e rivolge ai ragazzi un bonario e carezzevole richiamo: ” Arò sfa…imm iat’!?” I ragazzi candidamente “Siamo andati a prendere una cosa giù, il mio orologio, me lo so’ scordato” “Se, comme no, s’è scurdato ‘o Leloggio”.

Quella pronuncia così strana di orologio ha scatenato in me il gusto per le lingue, oltre che per la cucina macrobiotica della bidella.

Nel corso degli anni ho sempre fatto caso ai “fatti linguistici” strani, o semplicemente ignoti per me fino a quel momento. Tra le varie cose mi hanno sempre incuriosito c’erano alcune pronunce, per la precisione nessi consonantici, del napoletano antico, che le persone di una certa età usano ancora e che resistono in determinati usi.

Il nesso consonantico latino PL che in italiano diventa PI, mentre in napoletano CHI.

La parola piazza in latino classico si indicava con il termine Platea, che con una regolarità scientifica, (eh si,la linguistica è una scienza) si trasforma in Piazza in italiano e in napoletano Chiazza.

Un altro nesso latino che declina in modo del tutto particolare è FL, di Flumen, il quale si trasforma in italiano Fiume, e che napoletano diventa CIummo. Ora, chi di noi, napoletani moderni, va prendere ‘na apetivo miez a chiazza, oppure fa una passeggiata a Firenze sul lungo ciumme? Praticamente nessuno.

L’ unica volta che ho sentito usare la parola ciummo con cognizione di causa è quando da bambino quando mi sbagliarono la piega ai pantaloni facendomeli modello zompafuosso, mia nonna mi disse “Ma che he attraversà,’o ciumm ‘a merd?”

Tralasciando l’esatta collocazione di tale corso d’acqua, la causa principale di questa mutazione è la progressiva italianizzazione della lingua napoletana. Lungi da me fare discorsi sulla purezza della lingua, poiché in quanto fenomeno mobile, mutevole e magmatico (tipo ‘o ciumm a mmerd) è in continua evoluzione. Resta però un rammarico, la lingua della canzone classica, del teatro di Eduardo, o più prosaicamente dei nostri parenti canuti, si sta appiattendo su una lingua che per legge sta soppiantando il nostro splendido idioma. Le cause sono da imputare alla mancanza di una standardizzazione univoca del napoletano e dell’impossibilità di insegnarlo come lingua ufficiale nel scuole statali. Nonostante ciò, per nostra fortuna il napoletano resiste, è tra i dialetti italiani con maggiore diffusione in tutti gli strati sociali, e gode ancora oggi di una considerevole tradizione teatrale, musicale e letteraria in lingua. Anche le strutture lessicali come i nessi derivati dal latino tengono, perché se è vero che non diciamo più chiazza, ma quando un allenatore si lamenta troppo diciamo che un chiagniazzaro (da PLangor), oppure quando facciamo una serata alcolica pesante la mattina abbiamo un ciatillo (FLatus) a peste.

Il napoletano dunque, nonostante tutto è ancora lì a combattere, resiste. Del resto ‘o napulitano se fa sicco ma…

Gennaro Prezioso.

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