L’importanza di chiamarsi Gennaro

L’importanza di chiamarsi Gennaro

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Ci sono cose che carattarezzano il nostro modo di essere, di apparire, di presentarci e mostrare una parte di noi sulle quali noi non abbiamo assulutamente il controllo: l’altezza, il numero di piede, il colore degli occhi (al netto di grottesche modificazioni).

Oltre all’aspetto fisico, una cosa che ci qualifica come persone, la nostra origine e persino il destino del nostro carattere (pensate alla scelta di Troisi diviso tra Massimiliano e Ugo): è il nostro nome.

Chiamarsi come me, chiamarsi Gennaro, rappresenta una responsabilità enorme: il nostro nome significa per il 95% delle persone Napoletano.

Ogni volta che qualcuno mi fa le domande tipiche di uno scambio di banali convenevoli del tipo “come ti chiami?” “di dove sei?” “che fai nella vita? questi convenevoli, se come me vivete fuori Napoli si riducono alla prima domanda.

Chiamarsi Gennaro a Napoli è, infatti, una cosa, fuori Napoli è tutt’altra cosa.

Se ti chiami Gennaro e stai a Napoli porti il nome del Santo Patrono, sei insieme agli altri bambini un simbolo onomastico della città. Non c’è scampo non sei più un bambino, sei IL BAMBINO NAPOLETANO, non sei più un uomo napoletano sei IL CLASSICO NAPOLETANO.

Al fascino di questa ovvietà non hanno resistito neanche i migliori intellettuali contemporanei Da Eduardo (“Gennareniello”) a Tony Tammaro (Gennaro Esposito di “La Villeggiatura) da Pasolini delle “Lettere Luterane” a Paolo Sindaco Russo, che apostrofa ogni sconosciuto e sconosciuta come Gennaro o Gennara.

Nonostante tale importanza il mio nome ha un’altra controindicazione, è ‘nu nomm’ a viecchio. E’ un nome antiquato, il quale, per essere reso giovanile o meno “marcato”, viene accompagnato da un corollario atroce di diminutivi e vezzeggiativi: Gennarino, Genny, Rino, Gènna (nordico), ‘Ennaro ed altre aminità.

E qui veniamo al Gennaro fuori Napoli, e per spiegarvelo vi racconto tre episodi di tre luoghi, Nord Italia, Nord Europa, Sud Europa.

Quando mi sono trasferito in Romagna ormai 12 anni fa, una delle domande che mi venivano poste più frequentemente era, “Te ti chiami?” “Gennaro” Come?” “Gennaro, è un nome un po’ esotico” “Ah si Gennaro, ma gli amici o a casa come ti chiamano?”

In quel momento avrei preferito che mi chiedessero di ballere nudo nella piazza principale delle città, piuttosto che rivelare il fatto che a casa mia io ero per tutti Genny.

Nonostante ora questo diminutivo sia quasi del tutto sdoganato dal povero diciassettenne della Sanità, al personaggio di Gomorra fino al delicatissimo Carogna, io mi vergognavo tremendamente. Perchè?

Era fine degli anni novanta mi recai nella Svizzera tedesca a fare quello che primo o poi ogni napoletano fa, andare a trovare un parente emigrato. Io all’epoca non ero del tutto consapevole della “singolarità” del mio nome mi presentavo “mi chiamo Gennaro, ma puoi chiamarmi Genny”. Penso che i cugini Svizzeri di mia mamma si stiano ancora pisciando addosso, Genny per loro era ed è tutt’ora diminutivo di Jennifer.

Crescendo determinati traumi si superano, e si fa pace col proprio nome. In fondo è il nome di un Santo e che Santo, il più importante di Napoli. Cazz, pensavo, al mio onomastico non si va manco a scuola. E poi esiste in tutti i paesi cattolici, basta tradurlo. Cinque anni fa mi trovavo da solo e stanco morto su una delle tante stradine appese della cattolicissima Toledo. Avevo dormito molto poco e le mie amiche e “Ciceronesse” madrilene mi avevano immancabilmente appeso. Per mia fortuna la lingua di Rafa Benitez e Pepe Reina è la seconda lingua straniera (dopo l’italiano) che padroneggio meglio. Mi aggiravo per la cittadina cercando qualcuno che mi desse consigli, dritte e suggerimenti sulle bellezze della vecchia capitale Spagnola. In un bar incontrai due signori di mezza età, due amici Manuel e Laura, giornalisti. Ci mettiamo a chiacchierare del più e del meno (“ti piace la Spagna?” “Ti fermi molto?” ” Perchè in Italia avete leader politici così pietosi?”). Come spesso capita tra sconosciuti che però escono subito a parienti chiedersi subito il nome a volte sembra superfluo, fino a quando Manuel, il quale come ogni buon spagnolo mi aveva invitato a bere con loro, mi chiede con il tipico intercalare di un felice omosessuale spagnolo della sua età “E tu come ti chiami tesoro?” (che aveva un tono più affettuoso e bonario che civettuolo) “Io Gennaro, in spagnolo si dice Genaro vero? “Si. Però come può un ragazzo così carino avere un nome così orrendo?”

Applauso, Mauel, ti voglio bene.

 

Gennaro Prezioso.

 

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