Mosca, operazione San Gennaro

Mosca, operazione San Gennaro

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Dal nostro inviato a Mosca

 

Ci siamo: sabato 19 settembre terremo la prima giornata dedicata a Napoli in quel di Mosca, in occasione della festa di San Gennaro, nel parco Bauman, uno dei più belli e centrali della capitale russa, con il patrocinio morale del comune di Napoli. Ci saranno lezioni sulla storia, la cultura, la letteratura e l’antropologia di Partenope e del Mezzogiorno, un intermezzo musicale e poi Operazione San Gennaro da guardare tutti assieme in russo: un piccolo contributo per far conoscere la nostra terra, per provare a comunicare quel che sento, sentiamo dentro.

Mia nonna è nata e cresciuta a Mergellina, in una famiglia grande anche per gli standard dell’epoca: sette sorelle e due fratelli. Quando raccontava della sua giovinezza, le brillavano gli occhi al ricordo del lungomare prima della guerra, dei bagni a mare di nascosto, del padre, direttore delle Poste centrali e suonatore di banjo. Il mio bisnonno Serafino ogni volta che riceveva lo stipendio andava assieme a un amico, “ ‘o Cavaliere”, a Sorrento a mangiare, per festeggiare l’evento, con l’automobile della Confraternita della Madonna di Piedigrotta. O mio padre, bambino, che portava i “cicinielli” per farli friggere con le pizze.

Questi ricordi tramandati, questa sorta di Lessico famigliare in riva al golfo, è per scrivere di cosa significhi Napoli per me, e, azzardo, per ogni abitante di quella terra. Non si esagera a definire Partenope unica nel proprio genere, senza voler per forza scivolare nell’oleografia e negli stereotipi: il “paradiso abitato da diavoli” di cui scriveva Goethe (definizione ripresa in maniera critica da un illustre partenopeo, Benedetto Croce) riserva sorprese di volta in volta anche ai suoi abitanti e estimatori.

Quando penso a Napoli alle volte mi sorprende come una città in fondo nemmeno tanto grande, sia stata in grado di essere al centro dell’attenzione, nel bene e nel male: la musica classica napoletana, cantata in tutto il mondo a inizio Novecento; prima ancora gli innumerevoli paesaggi immortalati dalle abili mani di Brjullov, Ajvazovskij e Ščedrin tra Amalfi, Capri e il Vesuvio; l’immancabile pizza e i maccheroni stesi al sole per asciugare; le voci degli emigranti che partivano per “terre assaje luntane” dal Molo dell’Immacolatella per approdare a Ellis Island o a Buenos Aires. Certo, c’è anche altro: una malavita prepotente che a più riprese ha soffocato la città; la ormai passata emergenza rifiuti; la disoccupazione, ma Napoli non potrà mai essere ignorata, troppo forte e carica di simboli è la sua immagine. E solo la stupidità e la pavidità di certa politica può vedere nel DNA napoletano la camorra, girando da tempo immemore la faccia: d’altronde, ‘o deputato e ‘o cammurrista dint’o vico non sono un’immagine poi tanto rara.

Ancora oggi, la città continua ad essere un centro culturale e di meraviglie, in perenne movimento, dove annoiarsi è molto difficile, tra musiche, colori, sapori e odori, ed a simboleggiare questa vivacità è quel mare, così presente nelle canzoni e nell’animo dei napoletani, e alle volte anche così difficile da affrontare, perché, come spiegava Pino Daniele, “chi tene ‘o mare, o ‘ssaje, porta ‘na croce”. Forse Napoli è troppo grande per essere spiegata in qualche riga: forse, amici, è ora di visitarla e viverla.

Giovanni Savino

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