“Ricordiamoci di essere napoletani”. La lezione di Pino e la violenza in...

Terra mia

“Ricordiamoci di essere napoletani”. La lezione di Pino e la violenza in città

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Pino e Massimo

Napul’è è per tutti una canzone. Ma quando la forza descrittiva di un testo è così potente è forse più opportuno catalogare certi capolavori musicali nell’arte figurativa, è un quadro. Ecco, quando Pino Daniele nell’ormai 1977 scrisse il suo capolavoro, non creò una semplice canzone, ma un dipinto con una melodia in sottofondo. E’ questa una delle ragioni per le quali la Napul’è di Terra mia resterà immortale.

Il pittore prima di intraprendere un’opera deve decidere dove sedersi e cosa guardare per immortalare delle immagini, oppure può farsi trasportare dalla fantasia. Passa tutto da quella decisione anche il quadro di Pino. Pinuccio non si siede sul lungomare a guardare il Vesuvio, la cartolina, il Castel dell’Ovo. E’ probabilmente a casa sua, con le voci dei vicoli che salgono, i suoni, gli odori, i colori. E non sono suoni di tarantelle, odori di sfogliatella e i colori del mare in un giornata di sole.

A pensarci bene Pino in realtà non racconta Napoli, ma più precisamente chi è il napoletano. Si, ci sono nel testo le contraddizioni della città, ma c’è ancor di più la contraddizione esistenziale che vive dentro ogni partenopeo. Le due anime, della città e di chi ci abita, viaggiano insieme. Ed è composta da un’esteriorità e da un’interiorità. Che è assai di più del più banale “essere” e “apparire”. Perché in fondo un napoletano vuole essere come appare, appare come vuole essere.

L’esteriorità della città è l’allegria di una giornata di sole, il lungomare con l’orizzonte squarciato dalle isole e il Vesuvio a dominare l’ingannevole placidità che regala l’immagine da cartolina. E poi c’è il “ventre di Napoli” che nei suoi vicoli racconta altre voci, altri odori, occhi disperati e assorti, donne che stanche portano buste della spesa per strade che salgono. E’ l’anima di Napoli quella più impenetrabile e di più difficile comprensione, soprattutto per chi non vuol capire. E così, allo stesso modo, c’è l’esteriorità del napoletano allegro a tutti i costi, simpatico, pronto alla battuta pure se ha in testa i guai suoi. Dentro, nel ventre dei napoletani, c’è questo affresco in chiaro-scuro, che io m’immagino dipinto con una matita per ritratti, una leopardiana nostalgia per tutto quanto è perso e per tutto quanto doveva succedere e non è successo. Perché i napoletani sanno avere nostalgia anche dell’irrealtà. In Napul’è non ci sono i contrasti e le contraddizioni della città, ma più del suo popolo.

Pino dirige lì il suo sguardo in una Napoli che non è sua, è nostra, in un’esperienza comune. E’ nella sua stanza in un pomeriggio dove il sole è amaro perché ne passa poco tra i palazzi del centro. E sente voci, immagina cosa accadute oltre le pareti, è in una sua solitudine creativa come tutti gli artisti. Ma ce lo dice sin dal primo rigo, a Napoli la solitudine, in effetti, non esiste per nessuno. “‘A voce de ‘e ccriature ca saglie chianu chianu“, “Na camminata, dint’ ‘e viche mmiez’ a ll’ate“. Non c’è “Alleria” in Napul’è, però c’è questa condivisione comune, tutta napoletana, di ogni sentimento. Anche in quei pomeriggi dove non si è in vena di tarantelle o di passeggiate al lungomare, quella “appecundria” di un tempo che passa senza grandi emozioni. Un giorno come tanti. Ore come tante. Senza sussulti, come nessun sussulto ha la melodia della canzone.

Ecco perché Napul’è racconta chi è il napoletano assai più di cosa sia Napoli. Essere napoletani è forse più di tutto un sentimento. Un sentimento di condivisione, la consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca e sullo stesso mare, di comprendere anche solo attraverso un suono o uno sguardo cosa accade nella vita dell’altro. Essere napoletani significa forse provare un’empatia che non è solo individuale, ma collettiva. Anche a distanza.

Oggi Napoli è infestata di camorra non peggio di ieri. Quando Pino scrisse questo testo immortale c’erano i “muschilli” così ben descritti negli articoli di Giancarlo Siani. Oggi ci sono i Genny della Sanità. Ragazzi che cadono a terra per mano di una violenza che non ammette innocenza. La mattina, quando leggo i giornali, vorrei ci fosse scritto un monito a caratteri cubitali “RICORDATEVI DI ESSERE NAPOLETANI“. Perché senza consapevolezza di ciò che si è e di cosa si fa, pure Napoli, perso il suo racconto, volerà proprio come una carta sporca. E nisciuno se ne ‘mporta.

P.S. In ricordo di Pino e del suo concerto a Piazza del Plebiscito abbiamo organizzato un flash mob il prossimo 18 Settembre, QUI tutte le info. E’ anche un modo per ricordarci di essere napoletani.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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