Essere maestra a Napoli – Ovvero l’arte dell’arrangiarsi

Essere maestra a Napoli – Ovvero l’arte dell’arrangiarsi

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Sta per suonare la campanella nelle scuole di tutta Italia.
Ma qui da noi, a Napoli, anche la campanella ha un suono speciale, perché essere insegnante a Napoli non è come essere insegnanti a Milano
, Roma o Firenze. Né a maggior ragione a Belluno o in Val d’Aosta.
Essere insegnante a Napoli è un esercizio perenne dell’arte di arrangiarsi.
In particolare, alle scuole elementari o alla scuola materna, per fare la maestra bisogna essere “plastici”, sapersi adattare alla molteplicità di problematiche che si incontrano, dalla carenza delle strutture e del materiale didattico all’utenza che, per dirla con un eufemismo, molto spesso è folkloristica.
Fare la maestra a Napoli significa fare lezione in modalità jazz, improvvisando sulle richieste a volte assurde degli alunni che in fatto di fantasia non hanno niente a che vedere coi loro coetanei settentrionali.
Sei una persona rigida, schematica, inflessibile, che va nel pallone appena le cose non vanno come avevi programmato?
Non puoi fare la maestra a Napoli.


Perché se è vero che un insegnante apre la porta e un buon insegnante ti dà la mano e ti tira dentro, a Napoli abbiamo bisogno di ottimi insegnati, che sono quelli che non solo aprono la porta, ti danno la mano e se serve ti danno anche una vottata per buttarti dentro!
La maestra napoletana non è solo un’ insegnante, ma deve essere anche un’interprete: deve tradurre costantemente dal napoletano all’italiano, frasi, temi, lezioni di storia e geografia. Deve interpretare frasi incomprensibili, capire per esempio che “la spannocchia di mavis” è il granturco, che il “carnivalismo” significa mangiare carne umana.


La maestra napoletana deve essere anche un’ assistente sociale, perchè nei colloqui con le famiglie se ne sentono di tutti i colori. “Maestra quello il bambino sta un poco nervoso per mezzo che il papà da un mese sta a Pocioriale” “Purtate pacienza, quello il papà è andato a lavorare ‘a Spagna” (chissà a fare cosa…) “Maestra quella la bambina sta un poco sbandata perché la sorella di 15 anni mo’ la farà diventare zia” E se fra le frasi sulla famiglia c’è anche “Mia mamma e mia nonna ricevono i clienti” non puoi far cadere la cosa nel vuoto.


La maestra napoletana deve essere un mimo, perché quando ti arriva in classe un bambino cinese di 6 anni che fino a ieri si trovava in un paesino sperduto del Fujian puoi provare a farti capire solo a gesti.
La maestra napoletana deve essere generosa, non può essere tirchia, troppo spesso capita di trovarsi davanti a famiglie in cui anche pagare 3 euro per una gita è un problema che si trasforma in un “La prossima volta ci vai”, che per un bambino di 6 anni è difficile da capire. Così come deve mettere mano alla tasca per comprare addobbi, palloncini, materiale didattico ogni qual volta serva, senza polemizzare contro lo Stato assente, perché la polemica farebbe solo male ai propri alunni.


La maestra napoletana deve essere imperturbabile, saper fare buon viso a cattivo gioco e quando arrivano gli insulti e le minacce di strascino deve riuscire a farsele scivolare addosso. Tanto poi dopo due giorni verranno a parlare a scuola come se non fosse mai successo niente.
La maestra napoletana deve essere un’attrice, capace di mantenere il controllo facciale e non ridere davanti alle assurdità che sente ogni giorno nei racconti dei bambini. E se ti dicono che lo zio “l’hanno portato in collegio”, quando invece l’hanno arrestato, devi fingere di crederci e aggiungere che tanto farà il bravo e tra un po’ tornerà a casa.
Con la “Buona scuola” molti insegnanti dal sud Italia dopo anni di precariato hanno dovuto fare la valige e andare a prendersi il tanto sudato “posto di ruolo” lontani da Napoli, da Roma in su.
Sono sicura che si troveranno ad affrontare quelli che per i colleghi settentrionali saranno dei problemi insormontabili e che invece a loro faranno sorridere.
Come dire: “Ma chist’ ‘overo fanno?”

Sofia Alfieri

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