Il calcio che vorrei

Il calcio che vorrei

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Stadio San Paolo

Un amico mi ha taggato in una di quelle catene che si fanno sui social network, tipo l’ice bucket challange o quelli dove devi indicare i dieci libri preferiti. Di solito rispondo in modo demenziale, o ignoro semplicemente la richiesta. Stavolta però non l’ho fatto per due semplici motivi: primo perchè si parla di calcio e secondo perchè il gioco che riguarda Lokomotiv Flegrea.

Sono un tifoso del Napoli, forse qualcosa in più, un religioso, ma recentemente seguo con passione, e nei limiti delle mie possibilità sostengo, la squadra del mio quartiere: la Lokomotiv Flegrea. Al di là dell’appartenenza geografica amo la Lokomotiv per ciò che fa e per ciò che vuole rappresentare: una squadra indipendente, fortemente radicata sul territorio e che si propone come esperienza di calcio popolare e libero dalle dinamiche economiche che stanno rovinando anche le categorie minori del calcio.

Il gioco lanciato dalla Lokomotiv chiede a che viene taggato di descrivere “il calcio che vorrei” in un selfie con un cartello su cui viene scritta una frase che sintetizza il proprio pensiero accompagnata da una serie di hashtag, fra cui #ilcalciochevorrei. Queste frasi e questi selfie accompagneranno la squadra dell’area Flegrea fino al 13 settembre, quando festeggerà il suo primo compleanno.

Vi confesso che pensare al “Calcio che vorrei” non è facile, la prima cosa che mi è venuta in mente parlando di calcio è ovviamente Maradona, e credo che vederlo ai Vertici FIFA sia uno dei primi passi verso un calcio che sia più sport e meno business così l’ho scritto sul cartello del mio slefie, ma ripensando a fondo a come vorrei che fosse il calcio ho capito che una frase era ben poco e mi sono messo al pc a scrivere.

Era il Marzo dell’88 la prima volta che ho messo piede al San Paolo, o meglio in Curva A. Sarà che ero un bambino che realizzava il suo sogno ma forse quel momento rappresenta un il calcio che vorrei. Ero sulla gradinata, perchè i sediolini allo stadio erano una cosa da film americano, da partita di baseball dove non si tifa, cantammo per 90 minuti cori minacciosi, cori divertitenti, incitavamo i giocatori a uno a uno. In campo c’era una squadra che aveva provato per anni a fare qualcosa di importante, e solo l’anno prima era riuscita a portare a casa lo scudetto, il tricolare arrivava per la prima volta a sud di Roma. Il Napoli che vantava il più forte giocatore di tutti i tempi quella sera perse contro un modesto Torino, non bastarono due punizioni goal di Maradona, i granata si imposero per 3 a 2.

Ecco, il calcio che vorrei forse è proprio questo, uno sport da poter guardare anche da grande con l’ingenuità e la passione di un bambino, perchè sai che chiunque può vincere la partita, perchè sai che chiunque può vincere lo scudetto.

Il calcio che vorrei è quello che dove il giocatore più forte del mondo può decidere di rischiare tutto e andare in una squadra con la bacheca quasi vuota e capovolgere la storia di questo sport. Il calcio che vorrei puzza di fumogeni e ha il sapore dei borghetti, perchè lo vivi dalla gradinata e non lo vedi in tv. Il calcio che vorrei non è un talk show ma sono le battute al bar. Il calcio che vorrei è quello degli eroi di periferia come Hubner, è quello che di Caio che da bidone si rivela re per una notte contro la Lazio, il calcio che vorrei è l’epopea di Maradona contro l’Inghilterra, di Diop contro la Francia, dell’ingenuità di Mwepu che salvò la vita ai propri compagni di squadra.

Il calcio che vorrei è storia, è geografia umana ma soprattutto è poesia.

Non so se la Lokomotiv e le altre squadre di calcio popolare riusciranno a far rivivere tutto questo, riusciranno lentamente a cambiare il sistema calcio, ma quello che è sicuro è che ci stanno provando e per questo vanno sostenute, poi magari se  Maradona diventasse presidente della FIFA tutto sarebbe possibile…

Paolo Sindaco Russo

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