“Appocundria” inserita nella Treccani, ma riusciamo a definirla?

“Appocundria” inserita nella Treccani, ma riusciamo a definirla?

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Appocundria” è una parola napoletana che indica una sorta di malinconia profonda, venata da nostalgia e apatica impotenza. Un misto di noia, mal d’amore, mal di vivere, insoddisfazione immotivata, solitudine
…NOOO. Ma quando mai. Non va bene. E’
una definizione parziale, inesatta, non rende il concetto. Riproviamo!


Il termine napoletano “appocundria”, corrisponde grosso modo all’italiano ipocondria, la comune derivazione dal greco ὑποχόνδρια (ὑπο= sotto e χόνδριος=costola) indica un dolore addominale, noto già in epoca antica. Solo più tardi si comprese che invece la causa di questo malessere era collegata ad aspetti psicologici dell’individuo quali nevrosi o patofobia, che nel caso dell’appocundria possono trasformarsi in depressione, malinconia, scoramento, sconforto…


..Ma quante strunzate! Etimologia, patologia, ipocondria, scemarìa.. Ma quale depressione? Chiamatemi subito un redattore napoletano!
Dicesi “appocundria”, “appucundria”,”pucondria”, “apocundria” un sentimento di dolce apatia che ha il sapore dell’indolenza e dell’impotenza, molto simile alla refrattarietà. Una fatalistica accettazione del proprio destino, venata da una noia esistenziale e colorata di uno scetticsmo distaccato e malinconico. Una sorta di piacevole e dolente rimpianto per le cose non vissute o non viste, ma anche vissute e viste, oramai sbiadite...
Sì, va meglio, ma è troppo pesante, non si capisce subito. Troppi giri di parole…
L’ enciclopedia Treccani ha recentemente aggiunto un nuovo termine tra le sue voci, omaggiando appunto “Appocundria” di Pino Daniele. Io credo che all’Istituto sia andata più o meno così e che abbiano cercato per giorni di trovare una definizione precisa, completa, univoca, rincorrendo inutilmente una corrispondenza con una parola italiana, un’affinità con un concetto esistente, un sinonimo, una similitudine. Come poter “definire” qualcosa di così indefinito? Alla fine, spossati e frustati, si sono arresi. Come per la “saudade” portoghese e la” sehnsucht” tedesca, parole prive di una corrispondenza esatta in altre lingue, i poveri curatori si sono resi conto che l’appucundria è un concetto a parte, un sentimento unico e diverso, esclusivamente partenopeo, anzi intimamente connesso alla condizione della napoletanità.


Difficile, se non impossibile, che l’appocundria colpisca un romano, figuriamoci un milanese. Quindi inutile ricorrere alla lingua italiana. La definizione giusta già esisteva, dal 1980, puntuale, chiara, poetica. Bastava prendere “Nero a metà”, il terzo album del grande cantautore napoletano, mettere il disco (magari il vinile), selezionare la traccia numero”6″ del lato “A” trascrivere e riportare:
“Appocundria me scoppia ogne minuto ‘mpietto pecché passanno forte haje sconcecato ‘o lietto appocundria ‘e chi è sazio e dice ca è diuno, appocundria ‘e nisciuno…
Appocundria ‘e nisciuno.”
( ndr con la musica si capisce ancora meglio )
Scusate le inesattezze e l’arronzamento, ma il caldo e ferragosto me fann’ venì appocundria!

Abacuc Pisacane

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