“Facimmote, adunqua, caro fratiello assapere che lo primo jorno de sto mese de decembro Machinti figliao e appe uno bello figlio masculo ca Dio nce lo garde e gli dea bita a tiempo e ai begli anni”

Questa che leggete non è, come tanti posso pensare, una lettera di un signore napoletano di altri tempi. E’ bensì l’inizio dei uno dei testi scritti in napoletano più controversi e curiosi della storia della nostra lingua: -“L’ Epistola napoletana” di Giovanni Boccaccio. Si, l’autore di una delle “Tre Corone” (così vengono chiamate nel lessico specialistico le opere madre dell’italiano: Divina Commedia, Il Canzoniere e il Decameron) il Decamerone, fu uno dei primi a rendere omaggio alla lingua di Napoli, cimentandosi con essa. Decise di scrivere questa che molti studiosi definiscono (sminuendone volutamente il valore) una “Bonaria facezia”. Un gioco linguistico e nulla più, dimenticandosi che Boccaccio era un umanista del trecento, e che come tale, riteneva tutte le lingue diverse dal latino classico o ecclesiastico dei dialetti volgari, e che tra questi ce n’erano alcuni “onesti” compreso il proprio, il toscano.

A parte le polemiche, questa lettera testimonia quanto già sviluppata e diffusa fosse la nostra lingua, quanto non fosse diversa all’epoca dalla nostra attuale (nonostante secoli di scientifico sterminio linguistico di massa, ma ne riparleremo) e che seppe, se non ispirare, quantomeno incuriosire un intellettuale che fu poi padre della lingua straniera nella quale vi scrivo.

Il napoletano da allora è finito “in bocca” e nella penna di decine di intellettuali. La lingua napoletana, nostante non sia mai stato una lingua ufficiale (fermiamo subito le polemiche: lo fu si, durante il Regno di Napoli, ma lo fu solo formalmante, ci fu anche qualche tipo di “normalizzazione” ufficiale e insegnamento scolastico, ma fu spazzato via dall’italiano post-unitario per il sommo bene della Patria) è stato fonte d’ispirazione e strumento estetico per moltissimi poeti intellettuali e cantanti di ogni epoca.

Ne ricorderemo due in particolare: Fabrizio De Andrè, e Lucio Dalla.

Il primo, genovese di nascita, ebbe con Napoli un rapporto d’amore intensissimo, lo stesso che unisce la sua squadra del cuore, il Genoa, alla nostra. Da giovane De Andrè ebbe anche una storia d’amore con una giovane napoletana, dalla quale stava per avere un figlio come ci racconta magistralmente Ababuc Pisacane. Napoli fu per Faber patria di elezione. In napoletano scrisse e cantò (con discreta pronucia) uno dei suoi più grandi capolavori e forse l’unico testo di denuncia contro le mafie di armi e di Stato:

Don Raffaè, nella quale, in maniera lungimirante canta:

“Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità
mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffaè.”

Noi napoletani siamo grati a lui e sempre lo immagiamo lì ad ogni Genoa- Napoli che canta con i cori dal “terzo anello del Marassi”.

Altro cantante e poeta (e difficile fare una differenza, questo vale anche per Faber) che amò Napoli in modo viscerale fu Lucio Dalla. Il cantautore emiliano, legato moltissimo a sua Bologna, fu, consentitecelo, un soldatoinnamorato come noi. Trascorse lunghi periodi di al Sud, tra la Sicilia e la Penisola Sorrentina, nei quali si ispirò per un gran numero dei suoi successi. Celebre e struggente è la sua “Caruso” nel quale con la sua voce meravigliosa cantava ” Te voglio bene assai, ma tanto tanto bene assai, è ‘na catena ormai che scioglie ‘o sanghe dint’e vvene..” Anche noi Lucio ti vogliamo bene, tu che eri tanto innamorato di Napoli da dire in un intervista a Sky, a proposito della nostra città e dei nostri artisti : “La bellezza di Totò è la bellezza di Napoli. Napoli sembra una città, ma è una nazione […] Io non posso fare a meno, almeno due o tre volte al giorno di sognare di essere a Napoli. Sono dodici anni che studio tre ore alla settimana il napoletano, perché se ci fosse una puntura da fare intramuscolo, con dentro il napoletano, tutto il napoletano, che costasse 200.000 euro io me la farei, per poter parlare e ragionare come ragionano loro da millenni”, e in un’altra occasione, con Roberto Saviano disse : “Quando mi parlano di bellezza mi viene in mente, come prima immagine, Napoli”

Che spelinde parole d’amore per la nostra città e per la nostra cultura, non vi pare?

Anche Dalla amava il calcio, il suo Bologna. Due anni fa in onore di queste parole la società felsinea prima di Bologna- Napoli trasmise dagli altoparlanti del Dall’Ara le note di “Caruso”. Tutti ci aspettavamo applausi, e invece mi toccò cantare a squarcia gola “Caruso” metre la Curva Bulgarelli fischiava e urlava insulti irripetibli degni di certo “tifo” di una certa “mentalità ultras. La cosa fu così indegna, così pietosa, che il soldatoinnamorato ad honorem Gianni Morandi da presidente onorario del club minacciò le proprie dimissioni. Per la cronaca fu insultato poi anche lui.

Io, per fortuna o no, non sono un napoletano infastidito da certi vermi, provo pena per loro e la loro ignoranza, quando assisto a certe cose penso alle parole di Giovanni, Fabrizio e Lucio, napoletani come noi e rido di loro.

Gennaro Prezioso.

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