Tirare un rigore non è coraggio, è avere voglia di emozionarsi

Gonzalo torna bambino

Tirare un rigore non è coraggio, è avere voglia di emozionarsi

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Bambini di Napoli che giocano a pallone (Via Cisterna dell'Olio)

Ero magrissimo e assai più basso rispetto ai bambini della mia età. Però avevo le spalle larghe. I rigori li volevo calciare. Anzi, chiedevo di essere il quinto rigorista. Quando la tensione saliva e l’errore poteva essere ancor più fatale. Finché una volta nemmeno ci si arrivò al quinto rigore e allora imparai a farmi designare come quarto. Perché io il rigore lo volevo proprio calciare.

Fondamentalmente prima della gioia di segnare il rigore, c’è l’emozione di tirarlo. E che la giochi a fare una partita di pallone se rinunci ad un’emozione?

No, non sono un ex calciatore. La mia “carriera” si è fermata a 18 anni sui campacci sterrati della prima categoria. E assai prima delle divise “ufficiali” indossate con gli “esordienti”, “giovanissimi” e “allievi” sono stato un giocatore di strada. Si, quei campi sull’asfalto con le porte fatte con le pietre, le cartelle o persino con i sacchi della munnezza. Quando si faceva la conta per formare le squadre e l’azione non si interrompeva per qualche fallo, ma per le macchine che dovevano passare.

Credo che certi meccanismi dello sport siano sempre gli stessi: dalla strada ai campionati professionistici. A quante liti abbiamo assistito sui campi della Serie A di giocatori che si accapigliavano su chi dovesse tirare un rigore o una punizione? Non se ne contano di questi episodi. Ricordo tra gli ultimi quello di un Napoli-Inter e la scenetta tra Insigne e Pandev. Lorenzino prende il pallone e Pandev glielo scippa. Dinamiche e sguardi visti tante volte sui campetti improvvisati dai bambini.

Il rigore lo si tira con la testa, assai più che con i piedi.

Oltre alla tecnica serve un’energia interiore che ti faccia sentire più forte del portiere che te lo vuole parare. E’ un gioco di sguardi, di prossemica, di gesti. Se entri nella trappola dello sguardo del portiere sei fottuto già prima di calciare quel maledetto rigore. Se guardi negli occhi il portiere devi sentirti forte, nessuna cosa che lui possa fare deve intimidirti. Altrimenti è meglio non guardarlo proprio il portiere, bisogna concentrarsi sulla palla e sulla potenza da dare al pallone.

Il rigore lo si segna ancor prima di averlo calciato.

C’è un attimo, una frazione impercettibile di quando stai per fare TAC sul pallone, non lo hai ancora tirato, il tuo piede è ancora distante qualche centimetro dal pallone e tu sai già se va in rete. Un giocatore vive per questi attimi. E’ tutto in quella pausa, in quei magici centesimi di secondo che sembrano un’eternità, è per questo che si gioca. Per far battere il cuore.

E non importa se si gioca al San Paolo, al Maracanà oppure in vico Scassacocchio. Il calcio è bello ovunque e, per certi aspetti, ha le stesse dinamiche e le stesse regole.

Un giorno tornai triste a casa perché avevo fatto perdere la mia squadra sbagliando un rigore. Stavo male, ero deluso da me stesso. Eppure, anche se piccolo, stavo imparando a mettere nel conto la sconfitta, l’errore. Ero arrabbiato, ma allo stesso tempo cominciavo a capire. Sarei stato più felice se quel rigore non lo avessi calciato? Probabilmente no. Cosa giochi a fare se non vivi un’emozione? Calciare un rigore non è coraggio, è avere voglia di emozionarsi.

E allora, Gonzalo bello, non pensare a nessuno. Alle critiche, agli sfottò, alle cattiverie messe in mezzo per farti andar via da Napoli a buon mercato (COME ABBIAMO GIA’ SCRITTO). Per essere campioni forse non bisogna mai smettere di essere bambini. Bisogna cercare l’emozione. E’ dall’emozione, è da quelle sensazioni che si prende la forza per guardare quel maledetto portiere negli occhi e raccontargli soltanto con lo sguardo l’esultanza che farai dopo il gol. Perché il rigore lo si segna prima di calciarlo.

Te lo ricordi Gonzalo? TAC, GOL.

Valentino Di Giacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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