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valentino di giacomo

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L'impresa di Ancelotti

Vince il Napoli, vince Ancelotti. In circa due mesi, Carletto è passato dall’essere una specie di politico “trombato” che magnanimamente viene riciclato dai suoi dirigenti di partito in qualche consiglio di amministrazione – piazzandoci pure figlio e cognato, che non guasta per dare stura alle congetture – a genio assoluto della tattica e della strategia. Carletto doveva battere il Liverpool per consacrarsi pure a Napoli, come fece a suo tempo con il Milan. Del resto gli “Umori della Piazza” furono inclementi anche con Sarri agli esordi. Persino Maradona gli si afferrò contro, lo definì “un vecchio zio”. Poi sappiamo tutti come è andata a finire: “o Zì” è diventato il magnifico tormento della torçida napoletana. Senza “Il Comandante” non era possibile “il Sogno”, “il Collettivismo”. A Napoli due mesi fa era finito il Calcio e non c’erano speranze per campare. L’unica soluzione era fare come quei ragazzi laureati che se ne vanno a Londra. A cercare “Bellezza” invece che “Fatica”, ca va sans dire.

Tra l’altro il Napoli batte il Liverpool presentando in campo uno che fu mandato in Russia, come in un confino siberiano, in una sorta di spedizione punitiva. Quel Nikola Maksimovic il cui acquisto per 23 milioni di euro fu caldeggiato proprio dal “Vate del Bel Calcio”, ma senza profitto. Nikolino Il Serbo aveva il difetto di non integrarsi nei machiavellici ingranaggi del “Sarri-Ball”. Ieri sera, tomo tomo cacchio cacchio, Nikolino si è messo diligentemente su Mané senza fargli vedere palla. E anche quando sfuggiva, nel sistema ingegnoso di Super Carletto, c’era sempre qualcuno a raddoppiare. Callejon, Allan, Koulibaly a supplirsi l’uno con l’altro per creare una gabbia contro le maglie rosse. Mission accomplished. 

Tutto questo per dare l’ennesima dimostrazione di come gli “Umori della Piazza” a Napoli non trovino fondamento nel calcio. Se in politica questa città riesce ad anticipare ed essere preconizzatrice dei processi di cambiamento in atto nella società italiana, nel calcio si vive in una bolla. Perché nel calcio c’è un presidente che degli “Umori della Piazza” se ne fotte bellamente. De Laurentiis, in fondo, ha il vantaggio di gestire un’azienda privata e non deve dare conto “alla ggente”. La politica invece funziona al contrario: tanto peggio è la popolazione, tanto peggio è la classe politica. E VICEVERSA. Peggio saranno i desideri, peggio saranno le promesse. Nel calcio napoletano invece il feedback tra chi porta il vapore e chi ci si deve far portare non c’è. Vivaddio. 

E su questo aspetto sovviene un altro ragionamento: ma siamo sicuri che il San Paolo non ci serva così com’è? Un cesso, come lo ebbe a definire l’Aurelio. Ieri, in curva B, ci riflettevo. Immaginate che domani si costruisca uno stadio nuovo o si ristrutturi il San Paolo, cosa avverrebbe nelle curve? Siete sicuri che gli ultrà (ieri FANTASTICI) si metterebbero comodi in poltroncina a gustarsi la partita sgranocchiando pop corn? La tematica tanto dibattuta dei sediolini, almeno nella parte centrale delle curve, non dovrebbe neppure crearsi. In quei settori ci vorrebbero scaloni e basta, senza poltroncine. A cosa servirebbero i sediolini se poi la gente – giustamente – ci si mette coi piedi sopra? Senza contare quelle cape gloriose che, come accaduto a Torino, hanno ben pensato di scagliare un sediolino dello Juventus Stadium direttamente in campo. Fatto che deve passare sotto silenzio perché Napoli, in fondo, secondo una certa retorica e una certa narrazione, deve pur sempre essere una specie di culla della civiltà dove tutto è stato inventato e tutto si è fatto prima. Tutto prima che fosse fatto da altre parti, nel bene e nel male.  

Io sono certo che quel lontano giorno in cui verrà inaugurato un nuovo stadio a Napoli non mancherebbe la polemica sul “presidente pappone” che vuole imborghesire il tifo. Un tifo che, in verità, si è già imborghesito. Tifosi che tengono la panza piena e la mangiatoia vascia. Perché in fondo a questi tifosi del Napoli non va bene niente. Non va bene Sarri, salvo incensarlo quando se ne va. Non va bene Ancelotti che pure, quando sarà, verrà rimpianto. Non va bene De Laurentiis che da consumato “lenone” lucra sulla passione dei tifosi portando questa squadra per 10 volte consecutive in Europa a controbattere corazzate come Liverpool, Manchester City, Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Real Madrid, Chelsea. E in Italia prova, con i pochi mezzi a disposizione, a contrastare lo strapotere assoluto bianconero.

Un potere bianconero che è fatto non solo di acquisti come Ronaldo, Emre Can o Cancelo, ma soprattutto di relazioni. Come quelle relazioni mediatiche che di qui a breve configureranno Marotta come il “male assoluto”, cacciato dal club delle meraviglie che fa dell’etica in tutti i settori un proprio vanto. Ci arriveremo, ne parleremo tra non molti giorni quando finalmente si inizierà a parlare di loschi rapporti tra dirigenti, ndranghetisti e suicidi sospetti. Ci arriveremo come finalmente si è arrivati a parlare delle accuse di stupro contro Ronaldo. L’altro giorno – per dire – parlavo con un collega portoghese che mi diceva che i media lusitani non scrivevano d’altro. Mi chiedeva – ingenuamente – se in Italia avveniva lo stesso. Poverino lui che non sa. 

Oggi gli “Umori della Piazza” subiscono una nuova battuta d’arresto. Smentiti. O per dirla con Mameli: “calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Torneranno presto, al primo passo falso. Se non sarà la squadra, il problema sarà lo stadio, il prezzo del biglietto, la “scugnizzeria”.  Aspettiamo finché – per dirla sempre con l’amico Goffredo – “raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò”. 

Valentino Di Giacomo

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Anche a Napoli piove

Quando, due anni, fa Paolo Sindaco ed io decidemmo di far nascere questo sito web pensavamo di dover dare voce alla nostra passione comune per la città e quella matta e cromosomica per la squadra azzurra. Non potremmo non essere innamorati di Napoli con i nostri cognomi: un Russo (come l’indimenticato poeta Ferdinando) e un Di Giacomo (di cui mi onoro di portare una ‘ntecchia del suo sangue nelle vene). 

Pensammo di unire questo progetto in un nome: Soldato Innamorato. Quella canzone che da sempre ha unito i tifosi azzurri nei momenti più belli e degna principessa della Canzone napoletana. Perché ci faceva male vedere che allo stadio, invece di utilizzare i cori della nostra meravigliosa Tradizione, si cantavano canzoncine copiate da altri stadi e altre culture. Perché lo Sport, quello vero, è anche identità.  Anzi, il carrozzone del campionato di calcio ci ha proprio insegnato le varie identità regionalistiche su cui si basa la nostra Italia di feudi e coorti. Unire attraverso le differenze, lo sport o fa questo o non è: ci capitava anche in strada quando si giocava tutti insieme, dal figlio del professore o dell’avvocato al figlio del commerciante o dell’impiegato. 

Il problema è che, in questi anni, più nello Stadio San Paolo perdevamo identità e più, al di fuori del catino di Fuorigrotta, si è costruita una narrazione farlocca di una Napoli che non esiste. Una Napoli in cui si discute e ci si bea del pianoforte di piazza Garibaldi (che ora non c’è più), del Corno sul lungomare (che non si farà) e della solita solfa di pizza-spaghetti-mandolino-sfogliatella-mozzarella-vesuvio-pulcinella. 

Una narrazione che il sindaco De Magistris ha cavalcato. Era stato scelto come ex magistrato per ripristinare delle regole, ma su questo fronte ha fatto poco. Vale per tutti l’esempio del numero verde contro i parcheggiatori abusivi al quale prima non rispondeva nessuno e poi, nonostante fosse una bellissima idea, il progetto è stato accantonato. Sono andati avanti invece altri piani, quelli più semplici. Lo sportello per denunciare la discriminazione contro i napoletani, i riconoscimenti pleonastici a Maradona o quelli onorari alla veneta che aveva scritto la letterina banale piena di cliché sulla nostra città. Una sindrome da accerchiamento che non ha ragion d’essere. Iniziative che delimitano Napoli in uno steccato provinciale, se non macchiettistico. 

Paolo ed io non siamo cambiati in questi due anni. Ma ci siamo accorti che la narrazione del borbonismo, dello stereotipo, del cartolinesco, si è inflazionata. Assai.

Ci piacciono ancora la pizza, la sfogliatella o la mozzarella. Ma tutto questo non basta, non ci può bastare. E’ un racconto fasullo se insieme alla vivibilità gastronomica e paesaggistica del nostro meraviglioso territorio, non ci si abbina insieme dei servizi pubblici efficienti. Siamo nella città dove la funicolare in notturna non sappiamo ancora quale sia, dove l’Anm riduce le corse, dove ogni giorno per recarsi ad un appuntamento in metropolitana prendendo la Linea 2 bisogna anticiparsi di molto perché gli orari non sono affidabili e le corse piuttosto rare. 

Non è un ragionamento politico per andare contro ai De Magistris o ai De Luca di turno, sono spunti per cercare di far comprendere che questa narrazione del “Comm è bell Napule”  serve spesso per coprire le inefficienze di chi ci governa. E dai quali non si pretende il tutto e subito o traguardi irraggiungibili, ma dei cambiamenti costanti, pure se lenti. E’ bello il lungomare “liberato”, ma non può essere questo l’unico vanto di un’amministrazione e dei suoi cittadini. E’ bella la Linea 1 della Metro, ma per essere realmente efficiente ha bisogno pure di autobus e altre linee in ferro che siano realmente fruibili. Non vogliamo assolutamente “buttarla in politica”, facciamo nomi e cognomi per non restare in una vaghezza che vanificherebbe il nostro discorso. Potremmo parlare di Iervolino e Bassolino, di Renzi, Berlusconi o Grillo non cambierebbe la sostanza. L’importante è il concetto. 

Da mesi invece notiamo che a Napoli ci si adagia su quello che c’era già 2mila anni fa. ‘O sole e ‘o mare. Nessuna iniziativa viene avanzata per migliorare un po’ tutti insieme, in una città che invece diventa sempre più gretta e incivile. Perché la concezione di tutti noi, troppo spesso, è che tutto ciò che è pubblico non è nostro. Siamo capaci di arredarci case come reggie, ma poi non sappiamo rispettare gli spazi pubblici. E qui non c’entra nulla l’amministrazione, siamo noi. 

E allora, con il passar del tempo, SoldatoInnamorato è diventato un piccolo avamposto per cercare di parlare di Napoli in un modo in cui pochi altri parlano. Possiamo farlo perché non cerchiamo il click facile, non ci interessa. Per noi è un hobby e una passione, non ci guadagniamo nulla. Potremmo certamente impiegare questo tempo per fare uno dei tanti siti che venerano le bellezze di Napoli, del “si è fatto prima a Napoli” o del bidè che a Torino non c’era. Ma a che servirebbe? 

Altrettanto potremmo scrivere di com’è forte il Napoli e creare dei casi di denuncia costante su come invece De Laurentiis (che in città è considerato un “Pappone”) non mantenga gli impegni. Ma significherebbe avere gli occhi foderati di prosciutto non riconoscendo a questo imprenditore di aver fatto dei miracoli in dieci anni. Soprattutto, se rapportati i risultati attuali ai 90 anni pregressi che raccontano ben poche vittorie e praticamente solo quando c’era Lui.

Non siamo cambiati noi. E’ cambiato, molto, il sentire comune e la narrazione della nostra città. Come ad esempio la storiella del napoletano “appestato” che in Italia odiano. Ma quando? Ma dove? Forse in qualche coro indecente negli stadi, ma non è la realtà di tutti i giorni. E’ come manipolare a piacimento le notizie sui migranti che stuprano o rubano. Sono casi che esistono? Certo? Ma da qui a dire che “tutti i migranti stuprano” ce ne passa. O come “tutti i musulmani sono fondamentalisti”. 

Si creano emergenze ad arte. E noi non vogliamo ragionare nella logica delle emergenze, vogliamo ragionare di ciò che vediamo. Ora non vediamo altro che il folklore abbandonare gli stadi e riempire la città. Quando dovrebbe essere l’esatto opposto. Ciò che è serio lo si tratta come un gioco e ciò che è un gioco lo si tratta come fosse una cosa serissima. Allo stadio tutti vestiti di nero, fuori tutti vestiti d’azzurro. Perché? 

SoldatoInnamorato oggi ragiona su queste cose qui. Vogliamo essere contro-narrazione, minoranza, quelli del meno siamo meglio stiamo. Magari siamo dei visionari, ma crediamo che da cose piccole come questo spazio possano nascere altre idee e altri modi di pensare e di ripensare noi stessi. Tra identità e modernità una via bisogna trovarla. Fuori e dentro un campo di calcio. Anche a Napoli, ogni tanto, piove.

Valentino Di Giacomo

Paolo “Sindaco” Russo

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In queste ore in tv e sui quotidiani non si parla d’altro che della possibile scissione del Partito democratico. Il solito, eterno, ricorrente tafazzismo di una sinistra che negli anni è sempre stata incapace di trovare una sintesi tra la sua anima democristiana e quella vetero-comunista. Oltre a tutta la ridda di personalismi. Atteggiamenti e modi di essere che in politica abbondano in tutto l’arco parlamentare senza escludere nemmeno il nuovismo dei 5 Stelle che passa da Di Maio a Di Battista.

E a me le dichiarazioni di De Laurentiis dopo Madrid hanno dato eguale impressione. Così come il Pd si getta INUTILMENTE nello sfascio, altrettanto fa De Laurentiis con il suo Napoli. INUTILI prese di posizione. E’ il gioco, come si dice a Napoli, di “o chi perde”. Vale a dire che non si gioca per vincere, ma a perdere. Come in una partita di tressette. Non si focalizzano le energie per vincere tutti insieme ma, come succede a certi bimbi che giocano in strada, si gioca a vincere da soli. “O io o niente”. E spesso è niente. Si mette nel conto la sconfitta di tutti per far vincere sé stessi.

aurelio e sarriDi tanto in tanto l’Aurelione da Torre Annunziata non manca di lanciare invettive contro la politica. La politica lassista che non sa fare, la questione stadio, Renzi, Meloni, Lotti, Alfano e via dicendo. Ne ha attaccati parecchi di politici De Laurentiis nel corso di questi anni. Alle ultime elezioni regionali in Campania ha lanciato persino non troppo velatamente il suo endorsement per De Luca sfavorendo Caldoro. Eppure De Laurentiis ha dimostrato con quelle parole dal Bernabeu di essere tale e quale ai politicanti che di tanto in tanto gli piace attaccare.

E, quel che è peggio, è che De Laurentiis è incapace di gestire i risvolti mediatici delle sue dichiarazioni. Ha visto la mala parata e subito si è involato per gli Stati Uniti imponendo ai tesserati della sua società un silenzio stampa che eufemisticamente definirei stucchevole. Un dispetto infantile contro chi, GIUSTAMENTE, ha criticato le sue dichiarazioni.

scissione pdPerò non vorrei addentrarmi troppo sulla personalità di De Laurentiis, uomo che non conosco. L’altro giorno, ad esempio, un noto giornalista di Repubblica, Maurizio Crosetti, ha scantonato di brutto su Twitter. Ha scritto: “Non c’era bisogno del Real per conoscere lo spessore tecnico, INTELLETTUALE E UMANO di De Laurentiis”. Ecco ci può stare, così come abbiamo fatto noi anche a mò di sfottò, criticare il presidente per la sua scarsa conoscenza tecnica del gioco, ma di più no. Scantonare sul lato Intellettuale e Umano ci sembra esagerato. Ma, al tempo dei social, va così. E spesso non nascondo che io stesso finisco con il farla fuori dal vaso.

Ad ogni modo il presidente ha fatto come un D’Alema o un Bersani qualsiasi. Una sorta di minacciata scissione. Ha messo in difficoltà davanti a milioni di persone il proprio allenatore generando articoli e articoloni sulla clausola rescissoria di Sarri. Chissà se siano o meno articoli direttamente “suggeriti” dalla società per dare un ulteriore avvertimento al mister natio di Bagnoli, una roba del tipo: “stai calmino perché se vuoi andar via ci devi 7 milioni di euro”.

stazione troisiNon sappiamo come si evolverà questa vicenda. Ma è tutto nato INUTILMENTE. Per personalismi, per portare acqua al proprio mulino, per vincere da soli. Il Napoli, per carità, andrà avanti pure senza Sarri. A mettere i soldini è De Laurentiis (che siano pochi o tanti non ha importanza). Resta l’inutilità del gesto. Come quel folle che entrò a San Pietro per sfregiare la Pietà di Michelangelo. Perché chi agisce da solo, senza pensare agli altri, è un ladro di bellezza. E Sarri, con il suo gioco, di bellezza ce ne ha regalata tanta.

Ecco, Lello Arena (alias Tonino), come in Scusate il Ritardo, avrebbe detto sia alla combriccola del Pd che ad Aurelio… “Non litigate”. Ma Aurelio rompe e paga, tanto i cocci sono sempre i suoi.

Valentino Di Giacomo

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Mettiamo fine al "Mandolinismo"

La Juve ha perso, il Napoli ha vinto ed è primo in classifica e in città si respira un fortissimo entusiasmo. A leggere i social, ormai affidabili del sentiment della piazza almeno quanto fino a qualche anno fa lo erano baristi e barbieri, il campionato sembra finito dopo appena quattro giornate. E’ bello vedere questo entusiasmo ed è anche giustissimo godere dei momenti positivi quando arrivano, è anzi doveroso celebrare i momenti buoni. Qui, oggi, non vorrei mettere il cilicio a chi gode,  ma solo mettere in guardia la torcida azzurra: il campionato è lunghissimo e le sfide che ci aspettano sono ancora tante. Va bene l’entusiasmo purché non diventi un boomerang al primo passo falso. Anche i siti web e i giornali napoletani si cimentano in trionfalismi fuori luogo. Il Napoli sarà davvero una grande squadra quando si smetterà di celebrare un primo posto dopo appena quattro giornate. E’ una cazzata, oltre che sintomo di un provincialismo lontano dall’abbandonarci. Certo, fa piacere vedere che almeno la stampa si diletta sempre meno nel descrivere una città che per un primo posto temporaneo mette pastori sul presepe e suona il mandolino. Ringraziando il Padreterno, fatte salve alcune fisiologiche descrizioni di Napoli da parte di alcuni media, il mandolinismo iniza a scemare. Un mandolinismo di cui spesso si rendono artefici i napoletani per primi che rivendicano una sorta di “superiorità delle razza”. Ma questo squallido giochetto, pare, che sia in netta decadenza.

Personalmente sono d’accordissimo con Sarri, la Juve è già campione d’Italia. “Dovrebbero fare loro tantissime cazzate, ma loro non ne fanno spessissimo, la Juve si appresta a fare un campionato come il Bayern Monaco in Bundesliga o il Paris Saint Germain in Francia“. Così parò Sarri appena dopo la vittoria contro il Bologna. Ed ha ragione. Guai a pensare che la Juve sia quella vista contro l’Inter. Sono loro che DEVONO vincere e noi commetteremmo, come ambiente, un errore madornale se ci ponessimo al loro stesso livello. Noi dobbiamo solo giocare una partita per volta. Noi siamo forti, loro, almeno sulla carta, lo sono di più.

Verranno i momenti in cui Milik non la butterà dentro per tre partite di fila, verranno le batoste, le partite giochicchiate male ed è fisiologico nell’arco di un campionato. Ho solo paura che alle prime difficoltà questa euforia possa trasformarsi in depressione. Magari comparirà qualche altro post sui social su quanto Milik sia stato pagato oltre il suo reale valore.

Oggi sono scomparse tutte le critiche. Il “Pappone” non è più “Pappone”. Milik è degno di Higuain, Zielinski è il nuovo Maradona. Il “Pappone”, per chi lo ritiene tale, ritornerà di nuovo così non appena arriveranno le prime battute d’arresto. Ma Milik non è Higuain e non lo sarà. Zielinski è un grandissimo acquisto, portentoso, ma guai a investire un ragazzo poco più che ventenne di eccessive responsabilità.

In questo periodo d’oro, segnaliamo altre due notizie. Assolutamente da non trascurare. Koulibaly, quello che già era a Londra con i blues del Chelsea, ha rinnovato per altri 5 anni. Inoltre, sabato al San Paolo, quando uno sparuto gruppetto in curva ha intonato cori contro De Laurentiis, il resto dello stadio li ha fischiati. Un segnale, solo un segnale, che porta l’ambiente azzurro finalmente a remare tutti insieme. Quando si vince è sempre più semplice, ora bisognerà imparare a farlo anche quando le cose andranno storte. Oggi Cavani non esiste più, GH neppure.

Qui ho sempre difeso l’operato di De Laurentiis, pur mantenendo una posizione critica nella sua gestione del settore giovanile e dello stadio, questione su cui divide colpe proprie insieme a quelle del sindaco De Magistris. Non l’ho difeso perché mi è simpatico, nè lui aveva bisogno di “avvocati del diavolo”. Per De Laurentiis parlano i fatti. Il Napoli è progressivamente cresciuto nel corso degli anni. Quest’anno è forse la rosa più forte della sua gestione (lo abbiamo scritto prima dell’inizio del campionato), nonostante la partenza di quello lì che è andato da quelli là. Poi i conti si faranno a fine anno. L’importante è comprendere che il Napoli non DEVE vincere, la vittoria resta una magnifica possibilità. Non è un fallimento se non dovesse succedere. Lo sarebbe per quegli altri là. Prima lo comprenderemo, meglio aiuteremo l’ambiente che ruota attorno alla squadra.

Valentino Di Giacomo 

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Screenshot Gazzetta

Carissimi colleghi della Gazzetta dello Sport,

il vostro è il quotidiano sportivo più celebre d’Italia ed è veramente triste osservare che, per pur importanti ragioni commerciali, vi prestate molto spesso a trattare il Napoli e i suoi tifosi alla stregua di una squadretta provinciale. Ben conosciamo che di copie in città ne vendete pochine, così come siamo consapevoli che i rapporti tra la Rosea e il club partenopeo sono tutt’altro che idilliaci. Comprendiamo, inoltre, che può essere mortificante per una squadra milanese (Inter o Milan non fa differenza), vale a dire il vostro principale pubblico di riferimento, che una “squadretta” del sud possa far recapitare nella capitale finanziaria del Paese un’offerta per il capitano (e calciatore più rappresentativo) dell’F.C. Internazionale.

Sopportate questa intraprendenza meridionale da parte di un presidente di calcio che ha raccolto le ceneri di un club, glorioso e tormentato, come la Ssc Napoli e ha portato questa squadra stabilmente al di sopra delle compagini milanesi e finanche tra le prime quindici europee.

Per questi motivi vi comunichiamo che guardiamo con molto divertimento il vostro articolo odierno comparso sulla vostra testata online che titola “Higuain-Juve con lo sconto: il prezzo cala a 90 milioni. L’ultima beffa ai napoletani”. Ci sembra strano che proprio il giornale che, ripetiamo, è parte integrante della capitale finanziaria del Paese, possa considerare una BEFFA il recepimento da parte della Ssc Napoli di 90 milioni per un calciatore che, seppur forte, ha pur sempre 29 anni.

Siamo ancora più divertiti dell’evidenza che gli stessi scrupoli e uguale intento nel voler “fare le pulci” di una trattativa non li avete avuti per la cessione di Pogba al Manchester United. Vi informiamo, semmai non lo sapeste, che neppure la Juventus recepirà per intero i  120 milioni che pare offrire lo United. No, perché il 20% della cifra lo intascherà direttamente Pogba e il suo abilissimo procuratore Mino Raiola, guarda caso anch’egli campano. Eppure questa notizia non è stata rappresentata come una BEFFA per i tifosi juventini, anzi, tutt’altro.

Ci divertite tantissimo con i vostri titoli e in questa ostinata descrizione dei napoletani che si stracciano le vesti per la cessione di Higuain. Per carità, qualcuno ci sarà pure. Ma i napoletani ben ricorderanno anche i precedenti delle cessioni di Lavezzi e Cavani e ben sanno che, dopo una cessione illustre, il Napoli è abituato a rinforzare in egual misura la squadra. E forse questa volta toccherà rinforzarsi con il capitano dell’Inter e con la sua gentile signora che potrebbero trasferirsi alle pendici di un Vesuvio che ancora non ha “lavato” la città con il suo fuoco.

E su, non ci vuole mica molto per comprendere che vendere un calciatore di 29 anni alla cifra più alta mai realizzata nella storia del calcio italiano sia un gran colpo per la Juve, ma anche e soprattutto per il Napoli?

Ci perdonerete di questa intromissione nelle vostre liberissime iniziative editoriali. Anzi, da vostro lettore vi auguro di cuore di ritornare all’autorevolezza e ai fasti di un tempo ormai passato. Grazie per questo titolo così divertente. Qui da Napoli ringraziamo per questo minuto di gaudente ilarità.

E perdonateci nel caso dovessimo portar via da Milano anche Wanda Nara, vero core-business della nuova comunicazione sportiva nazionale.

Con divertita stima, cordiali saluti

Valentino Di Giacomo 

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Un caffè con lo story teller

Nella mia vita professionale ho avuto la fortuna di poter intervistare presidenti del Consiglio, della Repubblica, leader politici e personaggi sportivi di spicco. Ma era lavoro. C’era emozione, ma non empatia o simpatia con il personaggio intervistato.

Federico Buffa e Valentino Di Giacomo
Federico Buffa e Valentino Di Giacomo

Quando Federico Buffa mi ha detto che ci saremmo incontrati al Gambrinus per poter fare un’intervista sapevo che la professionalità la dovevo lasciare a casa. Perché ci sono momenti nella vita che vanno goduti. E chissene se ci rimette un po’ la professionalità. Quella che vi proponiamo non è un’intervista, è un dialogo fortunato con un mio mito personale. Per me IL CALCIO, lo sport vero, è quello che racconta Federico nei suoi programmi e nei suoi spettacoli. Storia, musica, letteratura si stagliano nelle leggendarie imprese che lo sport è capace di farci vivere. Proprio come quelle che lui ha raccontato al San Carlo la scorsa settimana sulle Olimpiadi del 1936 facendoci ridere e piangere.

Uno stralcio di questo dialogo è già stato pubblicato da Il Mattino, testata che amo e per cui collaboro. Ma sarebbe stato impensabile pubblicare sul sito del giornale un video così lungo e, a causa mia, a volte anche un po’ disordinato.
Quello che vedrete in questo video è un dialogo davanti ad un buon caffè. Non ha nulla di pretenzioso circa i canoni dell’intervista. Gli chiedo di Napoli e lui mi risponde di Pietro De Vico, del teatro e della musica napoletana. No, a Federico Buffa non si può fare un’intervista perché lui è TROPPO più di qualsiasi genere. E, come i grandi, senza un genere ne ha creato uno. Tutto suo, tutto speciale.
Con Buffa puoi solo accendere una camera, poi fa tutto lui. Un po’ come faceva Diego. Ecco, l’emozione provata dal cronista è la stessa di quando ho avuto la fortuna di fare qualche domanda a Lui. Lasciando andare a briglia sciolta il cuore. Emozioniamoci. Senza emozioni che si campa a fare? Buona visione. QUI IL VIDEO DELL’INTERVISTA.
Valentino Di Giacomo
P.S. Un grazie immenso a Domenico ed Adriano che mi hanno supportato e sopportato la mia ansia pre-incontro. Un abbraccio fraterno a Roberto Daidone per aver realizzato questo splendido montaggio del filmato. Vi voglio bene.

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L'odio verso Napoli

Io sono fatto così, sono fatto male. Quando le critiche verso un personaggio pubblico diventano praticamente un “linciaggio”, questo accanimento mi fa diventare simpatica la vittima. Mi è successo in politica con Berlusconi, si proprio lui, l’artefice di tutti i vostri mali. Mi accade, nella musica, con Gigi D’Alessio.

Gigi D’Alessio rappresenterà l’Italia e la sua musica alle Olimpiadi di Rio. E giù polemiche, le solite. Di Gigi ho già scritto, odio questo livore nei suoi confronti. Può non piacere, ci sta tutto, ma sono sempre più convinto che il cantante di Piazza Borsa rappresenti molto bene tanta parte di Napoli: odiando lui, come già dissi, odiate pure quella parte di Napoli che è viva, è reale, esiste e, che vi piaccia o no, vota pure alle elezioni di domenica. Che obbrobrio eh? Direte voi…

Il Fatto Quotidiano si è persino sprecato nello scrivere un articolo pieno di non-sense per fare un po’ di click sul proprio sito web. Si, proprio quello stesso Fatto Quotidiano che, con molta delusione dei propri lettori, ultimamente pubblica articoli sul web su pratiche erotiche originali, su frutti adoperati per migliorare le prestazioni sessuali o donne con le zizze da fuori per eccitare i lettori a colpi di visualizzazioni. Perché, come spesso accade, i moralisti generalmente guardano sempre alla morale degli altri, mai alla propria. Si sono sprecati un po’ ovunque articoli del genere e in tutti c’era quel retrogusto di razzismo non solo verso Gigi, ma verso tutti i napoletani.

Gigi D’Alessio è fra i cantanti che vende più album in Italia, che riempie più di tutti piazze, stadi e palazzetti dello sport. Sono gli stessi che nell’ultimo ventennio hanno votato Berlusconi, che oggi votano Renzi e, perché no, pure i 5 Stelle. Evidentemente a chi si arroga il diritto di dire cosa sia giusto o cosa sbagliato non piace la democrazia. Gente che tiene la puzzetta sotto il naso, parla di principi, di decadimento dei costumi, di valori. Ma non rispetta il valore supremo di una società costituita che è, per l’appunto, quello democratico. In democrazia, al di là di proclami di guru e paraguru, esiste veramente il principio che “uno vale uno”. Ed è un principio matematico.

A me Gigi D’Alessio non fa impazzire. Eppure gli riconosco di suonare egregiamente il pianoforte, un’estensione vocale non comune. Ellosò che c’ha la cadenza napoletana quando canta. E quella ce l’ho pure io e non la nascondo, anzi la accentuo, ancor di più quando sono fuori dalle mura delle mia città. Ellosò pure che a voi vi rappresenta solo Pino Daniele. Pure a me. Ma Pino è stato capace di rappresentare tutti: il ricco e il povero, il colto e l’ignorante, l’élite e i lazzaroni. Eppure, quello stesso Pino Daniele, proprio in virtù di questa sua grandezza, con Gigi ci ha fatto un concerto a Piazza del Plebiscito e ha cantato pure in un album di D’Alessio, in un affresco tutto sommato riuscito, in “Addò so nato ajere“.  Ecco, in questo pezzo c’è l’immancabile citazione della musa dalessiana, Annaré, e ci stanno pure due frasi, la città “Regala ancora ‘o sole a chi ne parla male scrivenno dint’ ‘e giurnale na bucia pe verità”, “Nunn è Napule ‘e na vota, pure ‘e figlie ‘e chi ha sbagliato vanno all’università”. E’ l’unione perfetta tra la Napoli di Pino Daniele e quella di Gigi. Una città che intanto ha studiato, i ragazzi vanno all’università eppure restano nell’anima degli scugnizzi di strada che magari, sul motorino, vanno a farsi un giro con le “Fotomodelle un po’ povere” raccontate da Gigi.

Ma voi, quando criticate Gigi, la conoscete veramente Napoli? Ci entrate per davvero nei quartieri più poveri? E un testo di una di quelle canzoni “neomelodiche” di D’Alessio lo avete mai ascoltato? Cosa c’è di falso di quelle rappresentazioni di una Napoli che ama, soffre, gioisce e prende il caffé? Le conoscete le “Carmè” e le “Annarè“? Ecco, non ve le perdete, conoscetele, portatele pure voi queste “Guagliuncè” sopra al motorino. Sono “‘E guaglione ‘e Napule“, la Napoli che esiste. Voi non odiate Gigi, odiate Napoli, quella vera.

E, cari detrattori, l’Italia non è Bocelli e non è la Pausini. L’Italia, repubblica democratica fondata sempre meno sul lavoro, è quella di Gigi D’Alessio, vi piaccia o no. Forza Gigi, mi spiace solo che il 21 non potrò andare al San Paolo al suo concerto. Più lo odiate, più me lo rendete simpatico. E poi vi difendete pure la serie Gomorra come opera “anti-camorra”??? Ma faciteme ‘o piacere. Napoli va nel mondo, a Rio e, giustamente, ci va pure con Gigi D’Alessio. Così come i più importanti ambasciatori nel mondo, i più alti funzionari di polizia e delle istituzioni che spesso mi capita di intervistare sono molto molto spesso napoletani.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

 

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L'eterno oggi delle trattative

Se nei migliori film di sempre il protagonista in un attimo rivive tutti i momenti salienti della propria vita – Nuovo cinema paradiso o C’era una volta in America, ad esempio – nel calciomercato si rivive ogni volta il solito, uguale, identico giorno. Una sospensione del tempo, un fermo immagine pressoché infinito. Si tratta dell’eterno oggi delle trattative con i siti web e i quotidiani che annunciano ogni mattina “Oggi l’incontro”, “Oggi si chiude”, “Oggi la decisione”. Incontri, trattative, chiusure che però non avvengono mai. Quell’oggi non accade, si ripete pure il giorno dopo. Per comprendere il meccanismo basta prendere un articolo di 10 giorni fa sulla trattativa tra il Napoli e il centrocampista messicano Herrera ed uno di oggi. Dove l’oggi è sempre il giorno decisivo. Pure se quell’oggi non arriva mai.

E’ la dura vita dei giornalisti di calciomercato. Un argomento che da anni appassiona il popolo del calcio, ancor più che la stessa partita giocata. E’ pure l’evidenza insindacabile di una mutazione genetica degli appassionati di questo sport: se prima si era tutti allenatori, oggi si è tutti direttori sportivi. Nei bar e fuori le edicole si parla sempre meno di schemi, sostituzioni, opzioni di gioco: è invece tutto un ragionamento su quali calciatori acquistare, in quale ruolo, sciorinando caratteristiche tecniche e costi. Oggi il tifoso del Napoli, e non solo, è assai più esperto di “diritti d’immagine” che di diagonali e fuorigioco.

Se prima in un pub si muovevano i boccali di birra per raccontare una fase difensiva sbagliata o un gol, oggi si è tutti con il cellulare fra le mani computando sulla calcolatrice gli sgravi di ammortamento dell’acquisto di un giocatore. Il calciomercato, come già abbiamo raccontato, è diventato un genere letterario con i suoi vocaboli e le sue frasi fatte ripetute fino allo stremo. Ma la colpa non è dei giornalisti, è degli utenti. Non è cambiato il giornalismo e, se è mutato, lo ha fatto in virtù delle scelte dei lettori.

Il calcio di oggi ha perso l’erotismo di 90° minuto quando si aspettavano le 18.10 per vedere le immagini di ciò che avevamo potuto solo immaginare ascoltando le partite alla radio. Oggi il calcio è un film porno: tutto è visibile nel minimo particolare, soprattutto ciò che non vogliamo vedere e che magari neppure ci emoziona. Il calcio giocato, senza erotismo, ha perso appeal. Ecco l’invenzione mediatica del calciomercato che appassiona di più del “vero calcio” perché quell’eterno oggi che mai accade lascia ancora spazio alle nostre immaginazioni, alla nostra fantasia.

Ci appassiona sapere oggi come si comporterà il Napoli con Koulibaly oppure interrogarci se Herrera farà al caso di Sarri. Se ci potrà essere un colpo di scena su Vrsalijko che magari possa annunciare a sorpresa: “Napoli, non mi interessa Madrid, voglio solo te”. Storie d’amore, di tradimenti, spy story ci appassionano più che al grande schermo.

E’ tutto molto vivace, ma poco concreto. Perdonateci se qui su soldatoinnamorato abbiamo deciso di non pubblicare notizie di “voci”, “sussurri”, “inciuci”. Vi diciamo che, ad oggi, De Laurentiis ha acquistato Tonelli per 7,5 milioni. Ma, nell’eterno oggi del web, questa notizia qui non fa gola. E, se volete tirare avanti con la masturbazione mentale delle “voci che circolano”, potete andare su ogni altro angolo di web. Per noi non è gol finché non l’hai messa dentro. La metafora sul sesso ve la risparmiamo. Immaginatela, c’è più godimento.

Valentino Di Giacomo

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Alla salute vostra

Non esulto per il fallimento di Rafa Benitez, prima a Madrid e adesso con il Newcastle sprofondato nella Serie B inglese con la sua guida. Però per tutti quei sociologi da strapazzo che in maniera così provinciale lo avevano eretto a mito assoluto, tanto da inaugurare una corrente politica tristemente nota come “Rafelitismo”, godo di certo. Si, godo ad ogni arrampicata sugli specchi che fanno per giustificarlo, godo ripensando a quanto scrivevano meno di un anno fa. Dopo Rafa, Napoli sarebbe dovuta ritornare più o meno al periodo mesozoico, un po’ come quando il Crozza-De Luca parla di Salerno prima del suo avvento.

Voglio tranquillizzarvi, rafaeliti belli, a Napoli l’invasione delle cavallette non c’è ancora stata e non si aggirano rane e serpenti per via Toledo. Anzi, è arrivato alla guida dei nostri ragazzi un personaggio magnifico come Maurizio Sarri, italiano, italianissimo, per giunta con natali a Bagnoli.

E’ arrivato Sarri e ci ha fatto vedere il più bel gioco in 90 anni di storia di questa squadra. Siamo arrivati secondi? Forse, vi rispondo. Con le vostre gufate, perché probabilmente domenica guferete contro il Napoli pur di andare contro a Sarri, il risultato non è ancora acquisito.

Non ho mai avuto preconcetti su Benitez. Ho adorato anche il suo gioco, soprattutto al suo primo anno a Napoli. E’ stato, non dimentichiamolo, l’allenatore più titolato che si è seduto sulla nostra panchina. Ho goduto come un matto nel vincere Coppa Italia e quella bellissima Supercoppa schiattata in faccia ai bianconeri nel caldo invernale di Doha. Ho sognato insieme a lui dopo che ho rivisto la mia squadra tornare a giocare dopo 25 anni una semifinale di Europa League. Sono stato dalla parte di Benitez, perché significava stare dalla parte del “mio” Napoli.

E invece no, ad alcuni questo non è bastato. Si è creata una corrente di pensiero, laterale al papponismo, questo rafelitismo che tanto piace alla Napoli provinciale e che guarda ai modelli esteri e stranieri perché fa molto “cool”. “Finalmente una Napoli europea” – dicevano. Dimenticando che Napoli non è una città europea, ma cosmopolita. Prende tutto da tutti e poi lo rielabora, a modo suo, trasformandolo in patrimonio della propria identità. Basti pensare al caffè nato in Arabia, coltivato oggi in Sud America, che diventa qui, a Napoli, l’eccellenza assoluta (almeno per i nostri gusti eh).

Il rafelitismo ha avuto vita facile soprattutto perché poggiava su questo ingiustificato odio verso De Laurentiis. Stare con Rafa equivaleva implicitamente stare contro il “pappone” che non gli comprava i giocatori e non costruiva le famose “strutture” evocate dallo stesso Benitez.

Ebbene, dopo solo un anno, con le stesse strutture, quasi con la stessa rosa, il Napoli è ancora ai vertici. Non ce l’ho con Benitez, a cui auguro le migliori fortune umane e professionali. Ma con chi l’ha idolatrato in maniera così stucchevole si. Non sarà un caso se un giocatore solitamente mite come Hamsik ce l’abbia con lui, non sarà un caso se si contano sulle dita di una mano i calciatori che parlano di lui con nostalgia o ammirazione. Non sarà un caso se Sarri sia voluto così bene da tutti.

L’uomo, prima ancora dell’allenatore. E nessun uomo, da solo, neppure Sarri, può cambiare la storia di una squadra. A parte Lui, Diego, chiaramente. Ma pure Maradona doveva adeguarsi, secondo una certa corrente di pensiero, al volere di Rafa. Volevano sostituire persino il mito maradoniano con quello di Benitez. E, tra l’altro, probabilmente Rafa, uno come Diego, lo avrebbe messo pure in panca. Dal 60′ minuto, chiaramente, in uno dei suoi cambi monotematici, schematici e senza fantasia.

Stappo una bottiglia, brindo alla salute vostra, rafaeliti belli. Nella mente i versi irripetibili e geniali di Ferdinando Russo: ‘o brinnese!

Valentino Di Giacomo 

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Messaggio ai delusi

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Ci sono gioie della vita che sono passate e di cui probabilmente non sono riuscito a goderne in tempo. Ho capito tardi l’adagio di un vecchio amico che mi diceva: “Oggi è nu juorn’ bbuono.  S’adda sapè godè de ‘e juorne bbuone, pecchè chilli malamente arrivano sempre”. E aveva ragione. Oggi cerco non solo di prendermi la felicità, ma di assaporarla come si fa con una parmigiana di melenzane, una pastiera, un caffè squisito. Alla felicità cerco di aggiungerci il gusto della consapevolezza della felicità: che è tutta un’altra cosa. Mi prendo il tempo non solo per godermi un bel tramonto, cerco di tenerlo a mente per qualche minuto. Pure se quel tramonto dopo pochi giorni si confonderà con tanti altri visti.

Ecco, è per me questo il rischio maggiore che corre il tifoso del Napoli. Capace come pochi di prendersi ‘e juorne malamente, ma troppo spesso incapace di godersi quelli buoni. Il Napoli di Sarri è nu juorno bbuono, è una stagione buona. Probabilmente il miglior calcio visto nella storia del Napoli, ma non chiedetemi di quello di Vinicio perché non l’ho visto. Sicuramente, per coralità, questo Napoli è più bello di quello di Maradona.

E neppure c’è da farsi ingannare dal risultato: gli azzurri sono secondi solo per una serie di combinazioni sfortunate. Riguardo a mente il film della stagione e non ricordo grandi favori arbitrali ricevuti dai nostri, laddove altri ne hanno certamente beneficiato maggiormente. E poi la sfortuna: perché possiamo parlare di mentalità, di tenuta per i 90 minuti, ma nessuno mi toglie dalla testa che i gol di Zaza e Nainggolan non siano frutto di un destino bastardo. Penso poi a quella trattenuta in area su Higuain a Marassi, contro il Genoa, quando l’arbitro non fischiò il rigore nel silenzio e quasi nel disinteresse dei media. Pure quelli sono punti che pesano nell’arco di un intero campionato.

Il Napoli questo campionato è come se lo avesse vinto, ma non lo dico per farmi fesso e contento. Non è venuta la vittoria? E io ci aggiungo sopra un pernacchio modello Eduardo. Non mi interessa la vittoria, non è una mia ossessione. Avrei chiaramente piacere se venisse, ma non la ritengo fondamentale perché mi sono goduto pienamente questo Napoli bello, esaltante, vibrante.

E invece, dopo tutta questa “Grande bellezza” di cui abbiamo tutti goduto, ci attacchiamo (sbagliando) al rimpianto di non aver vinto, non tenendo in gran conto quello che invece abbiamo ottenuto. Il Napoli battendo il Frosinone giocherà ancora una volta la Champions il prossimo anno con buone possibilità, tra l’altro, di essere persino nella seconda fascia ai sorteggi. E’ questa una squadra che ha già fatto il record storico di punti e vittorie, gli stessi punti nel girone d’andata (quando si laureò campione d’inverno) che nel girone di ritorno. Ha dovuto purtroppo subire la rimonta di una Juve che ha fatto numeri impressionanti: un po’ perché i bianconeri hanno una rosa migliore del Napoli, un po’ perché “aiutati” in particolari momenti della stagione, un po’ perché quel destino bastardo ha voluto così.

A breve i siti rimbalzeranno la solita fuffa di calciomercato: arrivi, partenze, liti e riappacificazioni. Terrà banco per almeno una decina di giorni la telenovela Sarri. Ognuno dirà la propria, spesso con rabbia, con frustrazione.

E invece no. Vi faccio un appello: GODETE! Il Napoli è arrivato secondo soltanto sei volte nella sua storia, le milanesi arrancano a distanze siderali in classifica. E’ il frutto di un lavoro di anni. Non gioire, continuando nella moda di dare addosso a De Laurentiis, sarebbe un peccato enorme.

E’ nu juorn bbuono. Non disperdetelo immolandovi all’altare della vittoria. Godetevi la giornata buona, che poi quella malamente arriva sempre. E a me, come al mio vecchio amico, piace pensare che certe felicità siano come le riserve di cibo per le formiche in inverno. Ma noi possiamo goderne facendo le cicale.

Valentino Di Giacomo

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