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tradizione

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Eravamo bambini, io e mio fratello andavamo allo stadio vestiti sempre allo stesso modo, mutande calzini, pantalone, maglietta e scarpe sempre le stesse, portavano bene e lo sapevamo. Una mattina di novembre Emanuele era disperato, mia mamma non ci poteva passare, una tragedia per una mutanda? Vuò verè che Maradona e Careca non segnano perchè tu non hai la mutanda portafortuna?

Andammo allo stadio vestiti come ci stavamo andando da inizio campionato, tranne che per quel piccolo dettaglio, la mutanda di mio fratello che mia madre aveva deciso di lavare, nella più totale incoscienza, proprio di domenica mattina.

Napoli Sampdoria 1 a 1, era l’89/90 tutte le altre partite in casa il Napoli le vinse, tutte le altre partite in casa la mutanda stava addosso a mio fratello, dove era giusto che stava. Certo anche Maradona e gli altri hanno dei meriti, non voglio qui negarli, ma non possiamo neanche negare l’influenza dei nostri piccoli riti, di quei gesti che noi tifosi DOBBIAMO fare per garantire che il Napoli vada bene.

Purtroppo la società moderna e il consumismo hanno portato all’impoverimento culturale, alla crisi dei valori e alla morte delle tradizioni. Hanno spinto la società verso il freddo materialismo, verso un razionalismo estremo che ha finito per influenzare negativamente anche noi tifosi che professiamo la fede azzurra.

Ogni volta che rifiuto un invito perchè devo vedere la partita in trasferta seduto sempre allo stesso posto, ogni volta che faccio una telefonata a qualcuno perchè so che porta bene, ogni volta che mangio o bevo qualcosa perchè so che porta bene al Napoli, c’è qualcuno che mi piglia per pazzo, ma non sa che c’è una parte di tifo che si assume le sue responsabilità e tiene fede a quei riti apotropaici, o se preferiti scaramantici, che influiscono sul risultato più delle giocate del singolo, più delle scelte del mister, più dei cambi, più degli errori arbitrali, più di tutto!
Ogni tifoso scaramantico vi confermerà che il rigore sbagliato da Insigne contro i turchi è colpa di Gennaro che non si è seduto sul divano solito, che la sconfitta con l’Atalanta è colpa di Mario che proprio quel giorno doveva portare la nuova ragazza che non aveva mai visto un partita con il nostro gruppo. Marenne sbagliate, borghetti comprati non al solito posto, indumenti nuovi, persone non previste, posizioni sulle sedie… sono tutte cose che modificano e decidono l’andamento del match, e credo che ognuno di voi abbia centinaia di esempi che

L’anno della quinta coppa Italia io e i miei amici Marco e Angelo, prima di Napoli Atalanta comprammo un panino su una bancarella, faceva schifo, la salsiccia era cruda e il pane congelato, la ragione ci diceva di non comprare più quella schifezza…. Ma come credete che siamo arrivati in finale se non rischiando l’ulcera comprando sempre quel panino?

Perchè vi dico questo? perchè quest’anno per lavoro sono sempre in giro e non riesco ad avere uno schema scaramantico preciso, non posso avere un posto fisso dove vedere la partita, non posso vederla con le stesse persone e a volte non posso neanche vederla da solo, restano pochi riti secondari che hanno scarso effetto.
Purtroppo quando le cose vanno uno smette di crederci, smette di seguire quei riti e così la fede in noi stessi vacilla, ed è per questo che vi scrivo.

Amici scaramantici, fedeli Napoletani, prima lo capiamo e meglio è: è colpa nostra!
Riprendiamo con solerzia tutti nostri riti e gesti, facciamo la massimo attenzione, abbiamo cura di tutto prima e dopo la partita, non possiamo più sbagliare. La mia teoria è che il Napoli vince quando la maggior parte di tifosi scaramantici e scettici segue tutti i riti propiziatori, anche durante la partita, se questo non accade la partita è segnata. Inutile giocarla.

Allora va bene mettere in discussione l’allenatore, ok criticare la squadra, giusto attaccare la società… ma sempre dopo aver fatto un attento esame di coscienza ed essere sicuri di aver dato il massimo con curnicielli e affini, per questo dico

Scaramantici di tutta Napoli unitevi! Solo noi possiamo far tornare grande il Napoli!

Paolo Sindaco Russo

 

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La moda un po' violenta dei social

Intalliarsi e guardare questo spettacolo... Foto di Giovanni Savino

Mi ha emozionato l’articolo di Paolo sull’usanza tutta partenopea del “consuolo”. Per chi non l’avesse letto ne consiglio la lettura perché ogni tanto è bello leggere qualcosa che racconti di gesti di pace, fuori dal tambureggiamento dei social di liti, lamentele, brutte notizie. Fa bene tanto più in un momento come questo quando una parte del Paese soffre il dramma del sisma che ha sfracellato case, paesi e tolto la vita a centinaia di persone.

E’ bello essere partenopei ricordando il nostro cuore. Quei piccoli gesti, quelle piccole attenzioni che tramandiamo da generazioni: penso al “consuolo”, ma pure al fare visita in casa d’altri con zucchero e caffè.

Eppure, nel racconto mediatico, soprattutto in quello dei social, mi piace meno questa pretesa superiorità del “cuore napoletano”. Come se in altre parti d’Italia fossero una razza di asentimentali. Fa bene ricordarlo proprio ora che è fine Agosto e la maggior parte di noi, i più fortunati, sono appena rientrati dalle vacanze. Le vacanze sono spesso anche un’occasione per conoscere persone di altre parti d’Italia. Un tempo lo si faceva con il militare. E, conoscendo persone di altre città, si scopre che in fondo in fondo un cuore ce l’abbiamo tutti. Eppure, a leggere alcune cose sui social, pare che debba passare sempre il concetto che solo il “Napoletano tene ‘o core bbuon”. Siti web che quasi parlano di superiorità razziale perché i Borbone inventarono il bidet oppure la prima ferrovia, o ancora la raccolta differenziata. E’ bello tutto questo, ma purtroppo ha un prezzo. Il prezzo è che, senza rendercene conto, in questa nostra manifestazione delle nostre identità, forse senza neppure accorgercene, vogliamo manifestare una pretesa superiorità.

Io penso che invece il napoletano è assai più ricco quando è umile. Quanto è bella la Napoli delle signore che portano a fatica le buste della spesa, quanto è bella la Napoli delle facce sulla metropolitana dopo una giornata di fatica, quanto sono belle le rughe delle vecchiarelle sedute al verano fuori ai vasci. E’ bella Napoli quando è semplice, non quando pretende di essere superiore agli altri.

Quelli di cui parlo non sono sentimenti così lontani dal nostro vivere quotidiano. Sull’identità e sull’orgoglio c’è tanta gente che sale sul carro di Napoli per guadagnarci. Vogliamo ricordare l’ultima campagna elettorale quando ai festeggiamenti del nostro sindaco si cantava persino assurdamente “Bella ciao” sventolando la bandiera del Regno delle due Sicilie? O vogliamo parlare di tutti quei siti web che decantano le bellezze di Napoli? Per carità, tanti lo fanno in buona fede, ma tanti altri ci guadagnano. Ci guadagnano anche tanto.

Ecco perché qui su Soldatoinnamorato, a volte, prima di scrivere qualcosa di bello sulla nostra città un po’ ci pensiamo su. Non perché sia sbagliato, ma perché, soprattutto sui social, c’è un clima avvelenato. Napoli è bella quando dialoga con altre culture, non quando ricorda “e tiempe belle ‘e na vota” o peggio quando si sente superiore a tutti gli altri. Questo è un errore che spesso ho commesso pure io e ho compreso che non porta benefici, ma ci allontana dagli altri.

Si può essere orgogliosi, ma senza sentirsi superiori. Proprio come quando, in silenzio, in occasione di un lutto, arriva una vicina sconosciuta con una pentola di brodo. Napoli è bella per ciò che dice, ma è assai più bella quando sono gli altri a parlare di lei. A parlare di noi.

Valentino Di Giacomo

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Lo dico spesso e lo scrivo ogni volta che se ne presenta occasione, il cibo è un atto d’amore. Preparlo, sceglierne gli ingredienti, cucinarlo, condividerlo, servirlo e anche, ma forse soprattutto, mangiarlo è un atto d’amore. Amore per la propria terra, per la propria cultura e per la propria storia, amore per il mondo e per le altre culture, amore per chi lo ha lavorato ma soprattutto amore fra chi lo offre e chi lo mangia.

Sarà un mio limite ma non riesco a vedere questo amore negli Oreo messi ovunque, nei video di 30 secondi con ricette a base di nutella o sottilette, nelle foto di panini alti quanto mia figlia con dentro ogni ben di Dio destinati più ad essere fotografati che ad essere mangiati.

Non c’è nulla di male nel foodporn, anzi io stesso sono un amante degli eccessi, in ogni cosa non solo nel cibo, ma gli eccessi sono belli proprio per la loro eccezionalità. Come dire, non condanno Man Vs. Food, anzi trovo molto simpatico Adam Richman e divertente il suo programma ma quello per me non vuol dire parlare di cibo. L’idea dell’uomo Contro il cibo proprio non riesco a farmela piacere, credo nell’uomo per il cibo, nell’uomo con il cibo o semplicemente credo negli uomini e nel cibo.

Rimanendo in tema tv preferisco di gran lunga Andrew Zimmern che gira il mondo alla ricerca di quelli che lui definisce orrori da gustare, genera curiosità, racconta storie ed esplora nuove possibilità di cibo, spesso partendo da quelli che sono considerati.

Quello che in Italia fanno Chef Rubio e Don Pasta: partire dal cibo come storia, come cultura, come scelta dal valore sociale e politico, come amanuensi medioevali (ma molto più fichi) tengono in vita culture oramai relagate a piccole comunità, cui vanno aggiunti volti meno noti come Giuseppe Rivello e associazioni come Slow Food che fanno della difesa della località e della alimentazione tradizionale la loro bandiera.

Sulle nostre pagine abbiamo sempre affrontato il cibo, nel nostro piccolo, cercando di non perdere mai di vista ciò che è realmente: abbiamo raccontato storie come quella dei fagioli della regina, abbiamo cercato di guardare al nostro passato, parlando della cucina al tempo della carestia, abbiamo parlato di alimentazione e di ricette povere, ed è così che ci piace continuare, ed è per questo che abbiamo deciso, nel nostro piccolo di sostenere Leguminosa.

Nutella, Oreo, Kinder e Duplo difficilmente li vedrete come ingredienti sulla nostra pagina, difficilmente ci vedrete sbavare davanti impasti preconfezionati, ripieni di merendine sciolte, farciti di snack e biscotti frullati. Al #foodporn preferiamo il #foodlove e amare il cibo significa conoscerlo, scoprirlo ogni giorno e rispettarlo.

Così vi invitiamo a fare un gioco, usiamo l’hashtag #foodlove, raccontiamo storie di lotta agli sprechi, di tradizione, di scoperta. Dopo questa abbuffata di pornografia alimentare riprendiamo ad amare… sicuramente farà bene a tutti.

Paolo Sindaco Russo

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Panino pronto

Biosgna ammetterlo, bene o male a furia di vedere trasmissioni come Man Vs Food la cucina americana ci ha incuriosito. In particolare da appassionato di Barbecue ho sempre trovato affascinante il Pulled Pork, o maiale sfilacciato. Un grosso pezzo come spalla o coppa, aromatizzato e fatto cuocere (di solito in affumicatore) per varie ore finché la carne non si sfilaccia, rimanendo sempre tenere e umida, e viene usato per i panini.
Il Maestro di BBQ Salvatore Porzio, in un’intervista sulle nostre pagine, lo paragonò alla carne del ragù, che, dove varie ore di cottura si disfa in straccetti. Da lì mi viene l’ispirazione: Si può Napoletanizzare il Pulled Pork?
Parte il confronto con gli amici amanti della griglia, oltre al già citato Salvatore, l’esperto di Carni Alfonsino e gli amici Vincenzo e Paolo abbiamo iniziato a discutere su quale fosse il modo migliore per ottenere dell’ottima carne cuocendola un po’ come se fosse il ragù ma per un risultato leggermente diverso: porco sfilacciato per dei panini.

Si, non parliamo di marenne ma di panini, perchè la marenna è una necessità resa piacevole dalla preparazione, il panino è uno sfizio da mangiare a casa quando potresti non ricorrere a una marenna.

La carne scelta e fornitami dal mio macellaio di fiducia è una spalla (per gli amanti del bbq un Boston Butt senza coppa), la scelte delle spezie è bene o male quella di un ragù, la preparazione è quella riportata in gallery.

L’idea finale? L’avevo bella chiara in mente: carne sfilacciata, provola alla piastra e panino soffice bagnato leggermente con il ragù.

Il risultato non posso dirvelo, sarei di parte! Ma vi assicuro che lo rifarò e vi consiglio (se avete quelle 7 8 ore di tempo) di provarlo, magari con qualche variante!

Paolo Sindaco Russo

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Bancone di Tony, le salsicce sono un capolavoro

Sui social network non si parla d’altro, è la notizia che ha sconvolto il mondo anche se in parte era già nota: l’abuso di carne può favorire il cancro, mentre l’abuso di carni lavorate (Processed Meet stando all’articolo dell’IARC che potete trovare qui).

Non sono un medico, non sono un veterinario e non sono un nutrizionista. Sono un semplice cittadino che ha avuto la conferma che è bene limitarsi a due porzioni di carne rossa la settimana, ma dopo aver letto l’articolo mi sono nati degli interrogativi che ho proposto ad alcuni amici esperti, in modo diverso, del settore.

1)  Nell’articolo si parla di carne rossa come muscolo di mammifero: le interiora sono incluse? Il soffritto, la cientopelle possiamo mangiarle?

2) La salsiccia a punta di coltello, non subisce sostanzialmente nessuno dei processi che la porterebbe ad essere considerata un pericolo di livello 1, eppure nell’articolo si parla di pericolo sausages, fa riferimento alla fetenzia da supermercato o anche alla nostra amata salsiccia?

Purtroppo su certe cose non c’è chiarezza ed è per questo che in questi giorni cercheremo di sentire esperti per capire quale siano gli effettivi pericoli, basandoci soprattutto sulla nostra tradizione.

Paolo Sindaco Russo

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La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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E' sempre andata così

Il Sassuolo, dopo il Napoli, ha battuto anche il Bologna al Dall’Ara ed ora è in vetta alla Serie A. Sei punti, punteggio pieno. Anche contro i rossoblu il giustiziere è stato il napoletano Antonio Floro Flores che per fortuna non segna soltanto contro di noi…

Ma il Sassuolo potrebbe anche vincere il campionato. Magari sulla carta non è proprio tra le squadre maggiormente favorite, ma per un’ormai consolidata consuetudine potrebbe accadere.

Si tratta del celebre Trofeo Tim che si disputa ogni anno nel mese di Agosto. Quest’anno il Sassuolo è arrivato secondo alle spalle del Milan e precedendo l’Inter. Dal 2009 la squadra che arriva seconda nel Trofeo Tim vince puntualmente il campionato. E’ una verità quasi tautologica.

E’ accaduto negli anni all’Inter di Mourinho, al Milan di Allegri e, da quattro anni alla Juventus. Quest’anno è stato il Sassuolo ad arrivare secondo. Attualmente la squadra di Di Francesco è in testa alla classifica. Ci resterà? Non è vero ma ci credo…

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Foto di Paolo Russo

Essere genitori è sicuramente la cosa più bella che possa capitare nella vita, c’è poco da fare da quando nasce il primo figlio la tua vita inizia ad avere un prima e un dopo, cambiano le prospettive, cambiano gli impegni, cambia tutto, non esiste più l’io esiste solo il noi.
Essere genitori è un impegno e una responsabilità che non conosce pause, ed esserlo a Napoli ti porta ad avere mille pensieri in più. Chiunque abbia dei figli qui si trova spesso a chiedersi se sia il posto migliore dove farli crescere.
Lo faccio anche io, spesso, e così mi trovo spesso a pensare a quanto di buono mi abbia insegnato questa città, di quale sia stata la fortuna di essere nato e cresciuto a Napoli, e soprattutto in una famiglia napoletana, perché per quanto complesso sia viverci mi piace pensare che sia una fortuna nascere nell’ultimo ostinato baluardo di SUD rimasto in Europa.

Ci sono cose che noi genitori Napoletani, di nascita o d’adozione, abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, ma volendo anche nipoti, abbiamo la responsabilità di far crescere la nuova Napoli. Così ho provato a elencare 10 caratteristiche di quella napoletanità sana, schietta, genuina e troppo facilmente abbandonata da insegnare ai nostri figli affinchè ovunque li porterà la vita abbiano quel qualcosa in più che solo la nostra città può dare.

  1. Formule di cortesia: il napoletano ne è pieno, alcune sono bellissime. È importante conservarle tutte. È meraviglioso rispondere “Come se avessi accettato” a chi ti offre del cibo, perché dimostra che si sa che chi offre lo fa con gioia e non si vuole offendere chi fa un dono. L’educazione non è formalità, e usare le formule giuste aiuta a chiarire le cose e a creare serenità.
  2. Solidarietà: il concetto di “condominio solidale” che si sta diffondendo il tutta Europa in realtà a Napoli esiste da sempre. Porta aperte sul pianerottolo, vicini disposti a tenersi i bambini in caso di emergenza, il bror’ ‘e consuolo sempre pronto a scaldare la famiglia in caso di lutto… Noi napoletani la solidarietà l’abbiamo nel sangue, ogni mamma si sente un po’ mamma non solo dei suoi figli e sa che “Addo’ magnano duje ponno magna’ pure tre” e così via, la capacità d’accoglienza è un bene da custodire preziosamente, magari lasciando al bar un caffè sospeso.
  3. Disobbligarsi: sembrerebbe in netto contrasto con la solidarietà di cui sopra ma in realtà è un concetto molto nobile. A Napoli chi dona lo fa senza interesse, perché sa quanto può essere un aiuto, ma chi riceve conosce bene il valore di quello gli è stato donato e non dimentica il bene ricevuto per essere pronto a restituirlo non solo in caso di necessità. Il “disobbligarsi” crea una rete di persone legate dalla fiducia che rende la vita migliore. “Non ti dico grazie perché chi ringrazia esce d’obbligo” una delle formule di cortesia da non dimenticare.
  4. Conoscere le storie di Napoli: portiamo i bambini a Piazza del Plebiscito e vedere se a occhi chiusi riescono a passare fra i due cavalli, raccontiamogli perché il Castello dell’Ovo si chiama così. Dai coccodrilli alle sirene ce n’è per tutti i gusti e per divertire (o spaventare tutti i bambini). Raccontiamogli le storie della nostra famiglia, facciamoli sentire parte di qualcosa di bello, questo non significa boicottare tutto il resto e non fargli conoscere le favole più famose (che in alcuni casi come Cenerentola potremmo ricondurre a Giambattista Basile), ma solo introdurli in quel piccolo magico mondo che è Napoli.
  5. Insegnare le tradizioni: Inutile cercare di non far festeggiare Halloween ai nostri piccoli, ma possiamo fargli trovare il torrone dei morti, località e globalità possono convivere. Possiamo usare il Mammone come spauracchio e se non trovano qualcosa allora possiamo dare la colpa al Munaciello. Impastiamo insieme a loro la pizza, prepariamo il casatiello e la pastiera a Pasqua. Tenere vive le tradizioni significa tenere viva la cultura Napoletana, non è questione di essere provinciali ma di guardare il resto del mondo con i nostri occhi e non con quelli di tutti gli altri.
  6. Parlare agli anziani: la cultura popolare risiede nell’oralità e ogni persona di una certa età è sostanzialmente una biblioteca ambulante. Ci sono storie, leggende, canzoni e filastrocche che nessuno ha mai scritto o registrato. Avere qualcuno che ce le racconta è un privilegio, se i nostri bambini lo capiranno, oltre a regalare un momento di gioia a un anziano, conosceranno un mondo “vecchio” che per loro sarà un meraviglioso mondo nuovo.
  7. Distinguere il Napoletano dall’italiano ma parlare entrambi: ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove non si parlava in dialetto, o si parlava italiano o si parlava napoletano, ho avuto la fortuna di poterli distinguere. I bambini devono avere gli strumenti per conoscere i nostri meravigliosi secoli di cultura, devono poter ridere già da piccoli con Totò, Pappagone per poter crescere con De Filippo, Troisi etc. se a questo aggiungiamo che i bambini bilingue imparano più in fretta tutto… avremo nuove generazioni di piccoli geni!
  8. Non rifiutare mai il cibo: per fortuna chi come me è nato lontano dalla guerra non ha mai conosciuto la vera fame, ma i nostri nonni e i nostri genitori si. Per questo ci hanno insegnato il rispetto per il cibo, ci hanno insegnato a “mangiare tutto” e soprattutto ci hanno insegnato che offrire il cibo è un atto d’amore e che accettare è un gesto di rispetto prima che di educazione. I nostri figli hanno la fortuna come noi di vivere in una società dove mangiare (almeno per la nostra parte di mondo) non è un problema, questo non deve farci dimenticare di insegnargli quanto sia importante e quanto possa essere veicolo d’amore oltre che di vita.
  9. L’arte dell’arrangiarsi: viene spesso intesa come una bonaria giustificazione a piccoli crimini ma l’arte di arrangiarsi è tutt’altro. L’arte di arrangiarsi è quella di inventarsi un lavoro dal nulla, è quella di fare di necessità virtù e cercare una soluzione immediata al problema, senza perdere tempo ad analizzarne le eventuali cause. L’arte dell’arrangiarsi è prendere di petto la vita, purtroppo i primi a fraintendere siamo stati proprio noi Napoletani, e direi che il momento di ridare il giusto significato a quest’espressione, più vicina a Miseria e Nobiltà che a Gomorra.
  10. Maradona: come sempre nei nostri decaloghi il 10 è Maradona, perché dobbiamo far conoscere ai nostri figli le persone che hanno fatto grande Napoli, Maradona nel bene e nel male, da Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele, da Giambattista Basile a Luciano De Crescenzo, da Masaniello a chi fra i nostri figli farà qualcosa di grande per la nostra città.

Paolo “Sindaco” Russo

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Noi non ci stiamo!

Stadio San Paolo

Il nuovo stadio San Paolo, secondo il progetto che la SSC Napoli ha fornito al Comune sarà di 41.000 posti. Sono posti a sedere, ma nonostante ciò in città abbiamo assistito quasi a una standing-ovation. “Bravo il Napoli che riduce i posti, tanto erano inutili quei seggiolini in più“. E all’improvviso mi accorgo da questo genere di commenti che questo non sia più il mio calcio, la mia Napoli, i miei napoletani.

Senza accorgersene i napoletani hanno ormai abdicato alla loro passione, ai loro costumi, alle loro tradizioni. Si sono venduti ad un imborghesimento che non gli appartiene e per di più l’hanno data vinta agli ultras. A quelli che non cantano un coro ad un giocatore, anche se ne ha bisogno o lo merita, perché “esiste solo la maglia“. Quei gruppi ultrà che sanno raffigurarsi solo con loghi violenti: maschere sul volto e coltelli fra i denti. Quegli ultras che se ne fottono altamente di cosa faccia il Napoli in campo purché loro possano cantare i loro truci e vergognosi cori contro la polizia, contro lo Stato e in nome di un Vesuvio di cui non riescono nemmeno a comprendere la potenziale forza distruttrice. È passato tanto tempo, Non ci lasceremo mai, Siamo figli del Vesuvio, Forse un giorno esploderà, Una vita insieme a te Di domenica alle 3, Non riesco a stare solo senza te, Quando un giorno morirò Da lassù ti guarderò, Quanti cori al funerale chiederò! Uno dei cori più imbecilli e cretini che ci fa comprendere quanto un pezzo di Napoli sia ormai totalmente degradato. Dov’è la fantasia, il folklore, la bellezza appassionata dei napoletani che ancora riconosciamo camminando in strada?

Perché hanno vinto loro? Perché con 41.000 posti gli effetti saranno due: o il San Paolo diventerà terra solo per loro e questi cori idioti che nulla hanno a che vedere con l’amore verso il calcio, oppure i prezzi dei biglietti saliranno così tanto alle stelle che il nuovo San Paolo sarà terra solo per ultra-borghesi facoltosi e figli di papà. C’è poi una terza strada: curve agli ultras, tribune ai riccastri. E chi, la stragrande maggioranza figlia di questa terra, non si ritrova né tra gli uni né tra gli altri andrà allo stadio sempre più contro voglia. Andare in tribuna senza nemmeno poter fumare una sigaretta perché gli altri ti guardano male e si lamentano? (Mi è successo). Oppure andare in curva e subirsi tutte quelle stronzate che ti fanno rimpiangere i “belli tiempe ‘e na vota” (chiaramente mi è capitato anche questo).

De Laurentiis vuole il suo stadio come quello della Juventus. E’ bello lo stadio della Juve, fa anche un certo effetto acustico, ma Napoli non può prendere a modello altre città e altri costumi. Napoli è Napoli e ogni volta che ha tentato di scimmiottare esperienze forestiere è finita per pagarne le spese a caro prezzo. Per restare all’architettura ne sono un esempio quello scempio di Vulcano Buono, il Centro Direzionale e le Vele di Scampia. Qui su soldatoinnamorato.it cerchiamo di raccontare ogni giorno qualche nostra tradizione. Non perché Napoli non debba cambiare, ma perché non deve neppure diventare Rovigo – tanto per mutuare una battuta di Troisi. Va bene cambiare, ma senza abbandonare i nostri tratti distintivi che rendono Napoli ancora una città davvero unica al mondo.

E un tratto distintivo della nostra città è lo stadio, gli 80.000 spettatori, la bolgia, le urla, le grida sguaiate e veraci. Che fine hanno fatto i tamburi? Che fine hanno fatto quelle melodie che si ascoltavano solo e soltanto al San Paolo? Perché i tifosi di oggi scimmiottano melodie da altre tifoserie in una indegna imitazione?

E poi ci chiediamo ancora un’altra cosa: ma se il Napoli tornerà in Champions cosa accadrà per accaparrarsi un biglietto? E quanto costerà un abbonamento per avere il vantaggio di prendere un tagliando in prevendita?

Mi spiace, ma io non esulto alla riduzione di posti. E’ una decisione figlia di un calcio che sanziona persino la gioia di quei calciatori che si tolgono la maglia dopo un gol. E’ il risultato di anni e anni di disinteresse della società verso la qualità del proprio pubblico. Perché non è solo una questione di numeri, ma di qualità del pubblico che la SSC Napoli vuole portare allo stadio. Allora cari De Magistriis e De Laurentiis, voi che siete uomini a cui spetta di mettere i puntini sulle “i” persino nel cognome, ce la date una risposta? Vogliamo lasciare fuori dal nuovo San Paolo la stragrande maggioranza dei napoletani che non si riconosce né tra i tribunisti un po’ attempati, né tra gli ultras violenti e (nel migliore dei casi) incapaci di creare un coro coinvolgente?

E’ vero, il San Paolo non è più popolato come un tempo. I 60.000 spettatori (l’attuale capienza) vengono raggiunti solo in sparute apparizioni. Ma non c’entra davvero nulla la tv o lo schifo dei cessi dello stadio e ancora i sediolini scomodi e spesso zozzi. Se lo stadio ritornasse ad essere un luogo di gioia, di bel tifo, di passione dovrebbero costruire un secondo San Paolo per farci entrare i napoletani. Il problema non è la capienza, ma il saper coinvolgere i tifosi, la stragrande maggioranza di coloro che non si riconoscono in quei gruppi ultrà inutili e auto-referenziali. E di certo il problema non si risolve con quella stronzata delle cheerleaders o con qualche canzone da discoteca pompata a palla prima della partita.

Sapete perché il nostro sito lo abbiamo chiamato SoldatoInnamorato? Perché è il coro SPONTANEO dei Napoletani (quelli con la N maiuscola) dopo una vittoria. E’ quel coro che ci fa piangere tutti insieme e che ci fa abbracciare sugli spalti persone che neppure conosciamo. Gli ultrà non vogliono che si canti ‘o surdat nnammurat, dicono sia folklore, rappresentazione di una vecchia Napoli. Certo, se sono loro a rappresentare il nuovo con quei loro cori offensivi e insopportabili allora togliamolo proprio da mezzo il San Paolo. Le partite giochiamole alla play-station, così ci facciamo da soli pure la campagna acquisti e stiamo comodi comodi sul divano di casa.

Lo stadio da 41.000 posti non è solo una brutta notizia per il Napoli e i suoi tifosi. Lo stadio da 41.000 posti è uno schifo di notizia per Napoli e per quei Napoletani che si sono schifati di dover subire certe angherie. Fino a ieri abbiamo subito con sofferente indifferenza i soprusi degli ultras, da domani quei soprusi saranno ancor più istituzionalizzati. La delibera la firmeranno il Comune e la SSC Napoli, non in nome dei nostri interessi. Non in nome dei veri Napoletani. Non in nome della maggioranza silente dei Napoletani che non urla e scassa vetrine, che fa la fila o accompagna il nipote a prendere il biglietto al botteghino. I Napoletani resteranno per sempre fuori da casa propria. Fuori dal San Paolo. E se pensate che Ciro Esposito sia stato ucciso solo per una fottuta casualità del destino o perché i tifosi della Roma sono gli unici ad essere violenti allora non avete capito nulla. O si risolve alla radice il problema di come far tornare il pallone e lo stadio a una forma di aggregazione sociale oppure perderemo tutti. E queste decisioni non fanno che proseguire un trend che vuole le famiglie fuori dallo stadio. Game over Napoli.

P.S. Se vogliamo fare qualcosa tutti insieme per risolvere il degrado del tifo del San Paolo noi siamo qui. Se si può aprire una discussione che possa dare a tutti i Napoletani diritto di cittadinanza all’interno della propria casa noi ci siamo. Fateci sapere come possiamo essere utili. 

Twitter: @valdigiacomo

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Innovazione e tradizione in un testo di Di Giacomo

Jam session con Daniele Sepe, Maurizio Capone, Gnut e Guappecartò

C’è chi guarda alla Napoli di oggi, spesso anche gli stessi napoletani, con un celato scetticismo. Come se le bellezze, i fasti di una civiltà e di un popolo potessero vivere solo in un glorioso passato. Non c’è futuro per Napoli. Tra gli imperanti racconti di una Napoli-Gomorra, di una Napoli-munnezza, di una Napoli-western.

E poi invece si scopre che nel campo dell’arte, solo per fare un esempio, il più grande rappresentante del cinema italiano nel mondo è Paolo Sorrentino (napoletano) o che il miglior attore sia Toni Servillo (campano). Solo per fermarci al cinema. Ma non voglio parlarvi delle grandezze di Napoli riconosciute da tutti e visibili ancora oggi.

C’è un fermento culturale nella nostra città che, solo perché poco pubblicizzato, non ha la visibilità che meriterebbe. Dalla scultura e la pittura (conoscete ad esempio Lello Esposito?), al teatro sperimentale e di tradizione, fino ad arrivare alla musica. Ci sono band che riescono ad innovare pur rispettando la storia del nostro panorama musicale. Potremmo citare, solo per fare qualche esempio, quei geni del The Collettivo, i Foja, un fenomeno come Daniele Sepe, l’innovatività di Maurizio Capone, Aldolà Chivalà (un vero erede degli Squallor), alla sapienza musicale bohemiene dei Guappecartò, per non parlare dei 24 Grana e di tantissimi altri che riempiono i loro concerti di persone che vogliono ascoltare della buona musica fuori dai circuiti di massa. Ragazzi, giovani o meno giovani, che da alcuni anni suonano Napoli e di Napoli non rinunciando mai al loro ideale di musica.

La settimana scorsa ai Camaldoli tutte queste band e tante altre hanno tenuto un concerto straordinario. Musica di altissima qualità e alla quale qui a soldatoinnamorato.it cercheremo di dare il massimo spazio con i nostri articoli. Da anni Napoli vive questo fermento culturale, un fermento di nicchia, lontano dalle ribalte nazionali e internazionali che pur meriterebbero. I The Collettivo, ad esempio, anche se li ascolti in un locale dove possono accedere solo trecento persone riescono sempre a darti quella sensazione di trovarti a Wembley ad ascoltare un concerto da leggenda.

E poi c’è un gruppo che non ho citato e che mi ha emozionato tantissimo e ne capirete presto il motivo. Sono gli Epo che anche l’altra sera ai Camaldoli hanno interpretato o, meglio, reinterpretato un grande classico della canzone Napoletana. Marzo di Salvatore Di Giacomo. Una versione che gli Epo propongono da alcuni anni e che non perde mai la sua intensità. E lo hanno fatto senza sfanculare la tradizione: le note ci sono tutte, il testo è godibile grazie ad una dizione del Napoletano pressoché perfetta del cantante Ciro Tuzzi, ma c’è anche tanta modernità. Un esempio di come Napoli possa coniugare tradizione e innovazione, passato e futuro, antico e moderno. Una dimostrazione di come determinate bellezze, quale è la poesia-canzone di Salvatore Di Giacomo, possa conservare anche cento anni dopo la sua creazione quella sua straordinaria armonia.

Ecco, sono di parte, avendo il sottoscritto un goccio di sangue di Don Salvatore, ma vedere ragazzi giovani che non abbandonano queste straordinarietà tutte napoletane è qualcosa di magnifico. E penso che, ancora oggi, come diceva il professor Bellavista, “Che forse Napoli è ancora l’ultima speranza che resta all’umanità“. Lo si può fare grazie a questi artisti che non abbandonano la storia e cercano una loro strada che riesca a coniugare tutte insieme le bellezze della nostra città. Pure senza più salire sui carri di Piedigrotta e senza le storture (che non rinneghiamo) del neomelodico, Napoli continua a girare il mondo con le sue note.

Twitter: @valdigiacomo

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