Tags Posts tagged with "tifo"

tifo

0 927
Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Era il primo novembre del 2015, si giocava Napoli – Roma. Il Napoli di Benitez aveva balbettato ad inizio campionato, ecco arrivare i giallorossi per recuperare il cammino. Gli azzurri giocano un primo tempo da accademia, passano in vantaggio con un gol di Higuain in mezza rovesciata al volo. Saranno le prove generali per quel suo ultimo gol in maglia azzurra contro il Frosinone. Ma noi allora non lo sapevamo.

Il Napoli soffre, ma il Pipita gioca una partita di sacrificio per aiutare i compagni a rintuzzare gli attacchi romanisti. A guardare c’è il solito San Paolo degli ultimi anni: un pubblico diventato nel tempo, per varie ragioni, più silente ed esigente rispetto a tutta la sua storia. Con le curve che cantano cori un po’ autorefenziali, un po’ “incantabili” che non riescono a trascinare l’intero stadio alla “guerra sportiva”. Io quel primo novembre sono in tribuna con il mio amico Luigi. Le curve negli ultimi anni le evito sempre di più perché mi fa un po’ rabbia e un po’ tristezza assistere a quello che sono diventate: un gruppetto di 100/200 persone che canta i propri motivetti un po’ sciocchi e tutto il resto che guarda la partita tra urla, imprecazioni, i soliti “esperti” di tattica che suggeriscono sostituzioni, disposizioni tattiche ecc.

Sotto la nostra tribuna ci sono i soliti ragazzini delle scuole che il Napoli invita tutte le domeniche ad assistere alla partita. Higuain prende la palla e i bambini iniziano ad incitarlo: “HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN”. Non so se quella sia stata la prima volta di quel coro, ma dovrebbe essere proprio quel Napoli – Roma ad aver dato inizio a quella cantilena che sarebbe durata ancora per quasi 2 anni. Il Napoli tiene l’1-0, soffre, il pubblico lo capisce. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN. Riprendono a cantare i bambini e poi comincia la tribuna, prima il lato inferiore, poi la Nisida e la Posillipo, poi i Distinti. A poco più di 10 minuti dalla fine della partita, Gonzalo prende la palla e serve con il contagiri un pallone per l’inserimento di Callejon che segna il 2-0. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN, stavolta è quasi tutto lo stadio a cantare per lui. Credo sia la prima volta che un coro nasca dalla tribuna e poi si propaga allo stadio intero. Un coro di bambini, un coro bambinesco, ma efficace. E soprattutto un coro utile perché Gonzalo sente finalmente di essere un idolo di questa città. Basti pensare che se Lavezzi ha avuto quel “BLASFEMO” coro “Olè olè olè olè Pocho Pocho” sul motivetto che cantavamo per Diego, Edinson Cavani l’extraterrestre al San Paolo non ha mai avuto un proprio coro.

E’ la nuova politica del tifo “organizzato” (sarebbe meglio definirlo disorganizzato) di non cantare più cori per i calciatori, perché esiste “Solo la maglia”. Una convinzione che ora, dopo la partenza del vigliacco, si rafforzerà ancora di più. E invece no! Non deve essere così!

Lo sappiamo tutti che la maggior parte dei calciatori sono “mercenari”. Eppure resto convinto che questi vadano incitati anche singolarmente. Loro sfruttano la nostra maglia per accrescere il proprio prestigio? Ecco, noi sfruttiamo loro per farli rendere al massimo con la nostra maglia. E’ un discorso di convenienze, come quei vecchi matrimoni di un tempo. Un calciatore che riceve un coro è stimolato mille volte di più e rende assai di più. Basta tornare indietro a quando “l’odiato” Palummella faceva cantare sul motivo di Ricky Martin “Gol gol gol, alè alè alè, Scwoch Scwoch Scwoch alè alè alè”. E ricordiamo tutti cosa abbia fatto Stefan in maglia azzurra, oppure Roberto Stellone alè ooo, Roberto Stellone alè ooo.

E poi c’è anche un altro motivo per cui bisogna incitare i singoli calciatori. Per i bambini che trasformano i ragazzi in maglia azzurra in propri eroi e hanno una voglia matta di manifestare quel loro amore. Proprio come accadde quel primo novembre del 2015.

E così mi torna alla mente il bimbo che ero, quando in un cortile da solo con il pallone creavo azioni e nella mia mente inscenavo una telecronaca con i miei eroi: “Alemao imposta, la gira a destra per Crippa, di nuovo al centro per Maradona. Maradona, Maradona, dribbling, la mette al centro, Carecaaaaaaaaaa gooooooool”. Erano i miei Batman, i miei Superman, i miei Spiderman. Ecco, non credo che tutti debbano avere un coro. Ma un ragazzo che da 10 anni veste la nostra maglia, il nostro capitano ormai mezzo napoletano e mezzo slovacco, un coro lo meriterebbe. Un po’ per lui, un po’ per noi e tantissimo per quei bimbi che vedono Marek come un idolo assoluto. E soprattutto un po’ per quel bimbo che ci vive dentro e che ci fa ancora impazzire il cuore quando vediamo un pallone rotolare su un campo verde e una maglia azzurra come il cielo che corre insieme a tutte le nostre emozioni.

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DISOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 609
Un momento dei violenti scontri tra inglesi e russi a Marsiglia

L’UEFA ha deciso di ammonire la Russia, paventando l’esclusione della selezione nazionale dai Campionati europei in corso. Ora, tutti abbiamo avuto modo di vedere l’indecente invasione del settore inglese durante il match di Marsiglia, ma gli scontri nella città francese hanno coinvolto i sostenitori dei leoni d’Anglia, che non sono certamente noti per tenerezza: come mai la federazione europea non ha rivolto lo stesso monito ai teppisti d’Oltremanica? La risposta è semplice: per l’UEFA conta ciò che avviene all’interno dello stadio, il “prima” e il “dopo” sono materia di competenza delle autorità locali.

Qui sorge però una domanda: per arrivare in Francia, questo gruppo di rissosi e molto fascisti tifosi russi hanno bisogno del visto, che viene rilasciato dalle ambasciate e dai consolati dei paesi aderenti all’Unione europea. Come mai nessuno controlla? Non è certo la Federcalcio russa a fornire passaporti e visti. Ed è abbastanza sconcertante vedere chi accusa i russi (ripetiamo, teppisti, ultranazionalisti, razzisti quanto si vuole) e non guarda cosa accade tra i sostenitori di altre selezioni: è l’esempio dei civilissimi tedeschi e dei gentilissimi ucraini, presisi pacificamente a sediate tra le viuzze di Lilla. Però non è avvenuto nello stadio, quindi niente, e anche le simpatie molto razziste di questi altri hooligans non sembrano toccare l’UEFA.

Due sono le cose: o la violenza non è accettabile, o lo diventa. Una spranga data in testa dentro o fuori lo stadio non è che cambia di peso specifico.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1242
Foto Flikr di Jarrett Campbell

Birra in mano, concentrazione alle stelle guardando lo schermo che trasmette la partita, pronti ad ammirare ogni giocata, eventualmente a scomettere live, un occhio alla bolletta e l’altro al totoamici, e magari in alcuni casi anche a fare il tifo per la nazionale (a Napoli non è una cosa così scontata).

Che sia in un pub, in un bar o a casa di amici, durante gli Europei o i Mondiali, tante donne si scoprono tifose, o anche semplici appassionate e, pur non capendo un benemerito di cazzo di quello che vedono, commentano e insultano adeguandosi a quanto accade intorno a loro.

Puntualmente durante la partita una di queste tifose biennali ti pone la fatidica domanda: “Ma come funziona il fuorigioco?”
La reazione media è una bestemmia fra i denti, perchè sai che ci vorrà almeno un tempo a farglielo capire, ma poi la cortesia prevale e inizi a spiegarglielo.
Le spieghi cercando di essere quanto più chiaro possibile che è fuorigioco quando un giocatore si trova, al momento del passaggio oltre la linea dei difensori avversari, ossia non ha davanti a sé almeno due giocatori.
Se hai modo, ti aiuti con bicchieri e noccioline, cercando di illustrarlo al meglio. A quel punto quando ha capito la base, entri nel dettaglio, inizi a spiegare cos’è un fuorigioco di rientro, quando è ininfluente, perchè alcuni giocatori si disinteressano della palla etc. etc.

Sperando di essere ulteriormente esaustivo le inizi a spiegare che alcune squadre lo usano come tattica difensiva, per questo adesso le difese sono in linea e non c’è più il libero, e di conseguenza i portieri devono essere più bravi con i piedi e spesso sono dei veri e propri registi bassi. A tar proposito i più preparati partono con auna brillante digressione sulle scuole di portieri e su come in Italia non si punti molto sulla formazione specifica degli estremi difensori.

Quando vedi che lei sembra molto pronta e ha capito più o meno tutto puoi passare alla sovrapossizione del terzino e degli inserimenti delle mezzeali tesi proprio ad eludere il fuorigioco. Puoi portare anche esempi citando goal più o meno famosi, sicuramente lei ricorderà i movimenti senza palla di Bucchi o gli inserimenti di Rincon (ma solo dopo l’arrivo di Boskov).

Dopo aver perso almeno mezz’ora di vita lei ci mostrerà un sorriso di circostanza e tornerà a vedere la partita, magari a parlottare con qualche amica. Tu torni finalmente con gli occhi alla tv senza distrazioni a goderti il matchalla grande senza renderti conto ca si sul nu strunz!

Non è difficile capire che mediamente a una donna il fuorigioco interessa quanto a un uomo interessano le tecniche di applicazione dello smalto, e probabilmente, quando lo chiede, è solo un timido approccio per attaccare bottone... E purtroppo non lo dico io mi è stato appena rivelato da un’amica e tante amcihe in comune hanno confermato. Il fuorigioco è una scusa, come “Hai da accendere?“, e scoprendelo ho ripensato al tempo perso a cercare esempi chiari fra i goal di Aglietti, alle spiegazioni dettagliate date in stato di ebrezza, alla ricerca di lucidità davanti a una bolletta persa proprio per quel fuorigioco negato che dovevo spiegare… Per scoprire che era tutto inutile.

Quindi a questo punto, quando vi chiederanno “Come funziona il fuorigioco?” avete due vie:
1) Rispondere sommariamente e poi passare all’attacco con i migliori colpi da piacione del nostro repertorio
2) Rispondere “è difficile” e tornare a goderci la partita… le femmine possono attendere.

Adesso cercate di godervi l’europeo… e non solo dal punto di vista sportivo!

Paolo Sindaco Russo

0 896
Quando il San Paolo è una bolgia

In principio era il calcio, un gioco seguito con tanta passione. Tifosi che la domenica alle 15:00 si accalcavano sulle gradinate qualche ora prima della partita, settore ospiti che vedeva migliaia di tifosi, cori, bandiere, striscioni, tamburi e trombe.

Al di là di alcuni casi di scontri, incidenti e violenza il calcio era una vera festa, anche se oggi si cerca solo di ricordare i casi sgradevoli. Anche il campo era contagiato da questa euforia  e l’esultanza del giocatore era il modo per unirsi alla gioia dei propri tifosi. Corsa sotto la curva, giri di campo, togliersi la maglia per sventolarla e tante altre esultanze figlie della fantasia dei calciatori.

Poi lentamente fra campionato spezzatino, leggi e regolamenti deliranti per l’accesso allo stadio e divieti inutili si è riusciti a trasformare buona parte degli amanti del calcio da tifosi a spettatori. Sempre più persone preferiscono il divano allo stadio, si è arrivati al paradosso da considerare tifoso anche chi non è mai andato allo stadio.

Recentemente si è iniziato anche a polemizzare sul fatto che i giocatori del Napoli festeggino dopo la partita e Severgnini è arrivato addirittura a stigmatizzare i fischi agli avversari. Si potrebbe ridere se non ci fosse da piangere.

Ieri un giocatore del Parma, Badaye, è stato espulso per aver esultato indossando un passamontagna giallo blu. Non è il rpimo caso, Cavani è stato ammonito per aver mimato il gesto della mitrgliatrice e non si contano i giocatori ammoniti per aver esultato troppo, per essere andati solo la curva, magari settore ospiti, e per essersi tolti la maglia. Ma perchè?

D’accordo ammonire provocazioni, gesti violenti, fascisti o razzisti, ma finchè si tratta di condividere la gioia con i tifosi, dove è il problema? Perchè il calcio deve essere sterile, asettico ed edulcorato per il pubblico a casa e non deve avere il trasporto, la gioia e la passione di chi il calcio lo vive sugli spalti.

Il calcio deve divertire, deve riempire gli stadi di gente festante, le macchine e gli autobus, di persone che attraversano l’Italia per sostenere i propri idoli. Il calcio deve riempire strade e campetti di bambini e ragazzi con la voglia di divertirsi, non i divani e le tasche degli imprenditori.

Paolo Sindaco Russo

0 2484

Radiografia degli ultras

Non serve praticamente a nulla la partita di stasera tra Napoli e Legia Varsavia. Eppure, nonostante tutto, la scorsa notte si sono registrati scontri tra napoletani e polacchi. Le cronache raccontano di 16 arresti, 14 feriti tra cui 9 agenti delle Forze dell’Ordine.

Ormai le partite sono il pretesto per fare a mazzate. Non è una novità, non è una notizia. Non si può chiamarli tifosi, non perché non lo siano. E’ che sono prima teppisti, disadattati, incivili. Lo stadio e gli eventi sportivi sono solo il pretesto.

Questi soggetti non sono la maggioranza della tifoseria, anzi, sono pochi e isolati. Fanno solo più rumore. A Napoli poi è fortissimo l’intreccio tra il mondo ultras e la delinquenza di ogni tipo, anche di stampo camorristico. Alla prima in casa stagionale contro la Sampdoria in Curva A ci fu pure un accoltellamento. Ero lì allo stadio: circa 5000 persone restarono a guardare quello che combinavano una maniata di deficienti.

Non appartengono al mondo del calcio questi personaggi, sono laterali. Gli stadi e quello che c’è intorno sono soltanto il pretesto, il palcoscenico designato per fare un po’ di macello. Ragazzini dai 14-15 anni in su che giocano a sentirsi uomini in questo modo, visto che per il resto dei giorni sono il nessuno generalizzato. Gente invisibile che esiste solo in queste occasioni: quando siti e giornali riportano le loro gesta e si fa la corsa a pubblicare foto e video di questi scontri. E’ possibile incontrarli pure al centro storico quando camminano la sera in gruppi di 15-20 persone solo per spaventare i passanti con canti e spintoni. Vivono e cacciano in branco, da soli sarebbero nessuno. Magari qualcuno di questi guagliuncielli va pure bene a scuola, ma in gruppo si trasforma e fa il tipo con la capa spostata che si porta assai.

La camorra al San Paolo ci sta da sempre. Questi episodi non sono afferibili però alla malavita organizzata. Sono solo dei delinquenti organizzati che giocano a fare i guappi bardandosi di sciarpe e bandiere. Se chiedete ad uno di questi chi era Zurlini, Panzanato o Mistone non sanno nemmeno chi siano, perché non sono tifosi.

Non è così soltanto a Napoli, anzi la nostra città, per una volta, non è neppure l’epicentro di questo genere di fenomeno. In tutta Italia e in Europa è cominciato questo gioco di “fare gli hooligans”, gli ultras di “mentalità” da diversi anni. Quasi ogni tifoseria ha i suoi imbecilli delinquenti. Spesso si danno appuntamento su internet e si incontrano nelle stazioni di servizio, nelle stazioni ferroviarie, anche in qualche posto sperduto e si prendono a mazzate. Ci sono codici che vietano le armi eppure le ferite di coltello non sono rare in questi scontri. Si gioca con i gemellaggi, quelli del Legia ad esempio sono gemellati con i tifosi della Juve. Si fanno gemellaggi non per senso sportivo, ma per procurarsi altri nemici con cui scontrarsi.

Sono estranei al mondo del calcio. Ma il mondo del calcio nulla fa per modificare lo stato delle cose. I club difficilmente ne parlano. Sono affari che riguardano lo Stato. E nulla si fa nemmeno sotto il profilo dell’educazione allo sport, della civiltà, del vivere contrapposti ma rispettandosi. La Lega Calcio o la Figc se ne fregano. Meno se ne parla meglio è.

Per tanti anni il San Paolo è stato un luogo di colori, di folklore, di sfottò. Allo stadio ci si poteva andare con i bambini che al massimo sarebbero ritornati a casa ripetendo qualche parolaccia. Oggi il folklore non deve esistere, non si possono nemmeno cantare cori per i singoli calciatori perché sono “mercenari”. I cori per Higuain partono dalle tribune perché in curva si violerebbero i codici di questi quaqquaraqquà.

Vedere questi personaggi mi ha allontanato dallo stadio. Io che per il Napoli ci campo e che la curva era casa mia. Non si può ignorarli. Perché, come me, chissà quanti ce ne sono che allo stadio ormai ci vanno malvolentieri proprio per non incrociare questi personaggi e subire i loro assurdi diktat. Per non parlare di quella bruttissima sensazione che ti prende quando ripensi alla bellezza di quello stesso stadio appena 15 anni fa, quando il Napoli era in B e con i gol di Schwoch volava in A in un San Paolo colorato e sempre pronto a sostenere la maglia e i calciatori nella buona e nella cattiva sorte. E oggi che il Napoli ottiene tra i migliori risultati della sua storia dobbiamo andare in uno stadio che è solo gremito, ma che spesso non è capace di fare il tifo. E per di più non sa divertire e non si diverte.

Ci sono tante forme di guerra nel calcio di oggi, gli scontri tra napoletani e polacchi per una partita che non vale niente, raccontano solo una parte della brutta aria che si respira nei nostri stadi.

vDG

@valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore, della fonte e del LINK, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1010
Striscione del battaglione Azov, composto di volontari d'estrema destra, durante Dnipro-Napoli

Dal nostro inviato a Mosca:

Lunedì mattina, momento già critico per chi scrive (la combo lunedì e mattina poi è micidiale), e tra le pagine Facebook di alcuni amici russi una notizia assurda ma non troppo, per chi ha un po’ di dimestichezza con le tifoserie dell’Europa orientale: dopo l’aggressione a quattro tifosi inglesi (colpevoli di essere neri) del Chelsea all’Olimpico di Kiev durante il match con la Dinamo, il direttore dello stadio ha proposto di istituire un settore riservato ai tifosi di colore. Sì, avete capito bene: a 21 anni dalla fine definitiva dell’apartheid in Sudafrica, e a 60 dal boicottaggio dei bus a Montgomery negli USA, la divisione per colore della pelle sembra tornare in Ucraina. Ma gli ultras della Dinamo Kiev non sono soli in questa odiosa caccia al nero: a Pietroburgo le frange più radicali della tifoseria dello Zenit non vuole giocatori “africani” in squadra, e nel 2011 dagli spalti dello stadio Petrov volarono banane all’indirizzo di Roberto Carlos, allora giocatore dell’Andzhi. Un anno dopo, un gruppo di ultras della città russa uscì con un comunicato dove si affermava come non sarebbero mai stati accettati giocatori gay o di colore tra le fila dello Zenit. In Russia, paese dove si celebra ogni 9 maggio la vittoria sovietica sul regime nazista, gruppi con svastiche e celtiche sono presenti praticamente in ogni tifoseria, e le aggressioni razziste contro immigrati dell’Asia Centrale e “diversi” di ogni tipo sono spesso e volentieri commesse dai cosiddetti futbolnye fanaty.

In Polonia, altro paese che ha subito distruzioni immani durante la Seconda guerra mondiale, nel centro di Varsavia non è raro trovare celtiche, sigle del Ku Klux Klan e altri graffiti razzisti a firma dei supporter del Legia Varsavia, che si sono introdotti anche recentemente nel nostro amato San Paolo. Altri fenomeni di xenofobia sono presenti in quasi tutte le curve dell’Est europa, e l’odio verso i “neri” spesso si intreccia alle storiche ostilità interetniche di tutti contro tutti: russi contro polacchi, ucraini contro russi e polacchi, ceceni contro slavi, ungheresi contro romeni e slovacchi, bulgari contro turchi, albanesi contro serbi…

Il razzismo odierno è sempre la paura dell’altro, il terrore di perdere qualcosa. E il gioco più bello del mondo si trasforma in un’occasione per regolare conti irrazionali e ingiustificati. Le tribune per i tifosi di colore, però, potrebbero essere anche rivendicate da alcuni gruppi italiani, sempre pronti a invocare il Vesuvio e a bollare noi napoletani in ogni modo. Pensateci, e abbiatene paura.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1558
Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Chi ci legge e mi legge da tempo sa che su soldatoinnamorato, quando tutti andavano contro De Laurentiis in città e allo stadio, qui il presidente del Napoli è stato sempre difeso, sin da quelle scene pessime della prima partita in casa contro la Sampdoria. Una difesa che non è prevenuta, per ragioni di simpatia personale o per qualsiasi genere di convenienza: semplicemente perché il Napoli della gestione De Laurentiis è tra i migliori di sempre. I risultati parlano chiaro: sei qualificazioni europee consecutive (mai accaduto), due Coppa Italia e una Supercoppa italiana, una semifinale di Uefa dopo 25 anni dall’ultima volta. Insomma, lo dico senza offesa, solo tifosi puerili e inconsapevoli della propria dimensione possono criticare De Laurentiis: persone che non hanno ancora compreso che tifano per il Napoli e non per una squadra strisciata che DEVE ambire a vincere tutti gli anni. Che poi ci sarebbe da fare pure un discorso ben più ampio di educazione allo sport, far comprendere che la regola basilare del calcio è che uno vince e gli altri ci possono provare. Allo stadio si è persino inneggiato con beceri cori sull’incendio della barca del presidente, insomma, detto senza nascondermi: per quanto mi riguarda una parte di Napoli e dei napoletani dovrebbero solo vergognarsi per questo odio cieco che non ha ragione di esistere. Gente che non merita questo Napoli e che io non avverto nemmeno come napoletani, li definirei piuttosto, come faccio con chi vive in città e tifa juve, “napolesi”. Perché il Napoletano che conosco io ha un altro cuore e un altro modo di ragionare. Il Napoletano sa che nella vita e nello sport è più bello vincere da “ciucci”, come la nostra mascotte che ci rappresenta, che da cavalli o da zebre.

Oggi però, dopo questo periodo di risultati positivi, mi si dà l’occasione di poter criticare De Laurentiis. Perché oggi? Perché oggi è possibile farlo senza unirsi a quei cori di certa gente e di certa stampa che ha palesemente fatto un gioco al massacro su De Laurentiis e per conseguenza sul Napoli.

I risultati, come detto, premiano De Laurentiis, ma ci sono troppi punti che non riescono a far fare al club quel passo decisivo per essere considerato “grande”. In primis – come ci faceva notare Marco Bellinazzo in un’intervista che ci ha rilasciato – è drammaticamente strano che un club che fattura centinaia di milioni di euro abbia un Consiglio d’amministrazione nel quale figurano praticamente solo i familiari del presidente. Manca un general manager, con la dovuta esperienza, che possa dare un’organizzazione strutturale alla società azzurra. Non è un caso che le squadre giovanili peregrinino per tutta la Campania alla ricerca di campi sui quali allenarsi: il progetto della “scugnizzeria” – come la definì tempo fa lo stesso De Laurentiis – non è mai decollato. Si parla di un terreno a Torre Annunziata dove il presidente ha deciso di investire, ma finché non vedremo le ruspe è impossibile credergli. E’ impossibile credergli perché il San Paolo, pur così com’è, sta aspettando ancora quel famoso tabellone che il presidente aveva promesso di installare a sue spese ormai troppi anni fa. E per non parlare di tutta la querelle con De Magistris, dove detto anche qui senza nascondersi, ci sembra che per entrambi possa rispolverarsi l’antico adagio napoletano delle “due maruzze”… Un sindaco che non riesce nemmeno a far votare al proprio consiglio comunale una delibera per dare la concessione temporanea del San Paolo e che ha incassato, in questa vicenda, una serie di figure pessime di cui questa del mancato voto è solo l’ultima goccia. Manca chiarezza da parte di entrambi, dal presidente del Napoli e dal primo cittadino: quanti soldi ci vogliono per ristrutturare il San Paolo? Ce lo fate sapere? Perché non è sufficiente dire – come ha detto il sindaco – che “non bastano venti milioni”. Quanti ne servono? Lo dica il sindaco pubblicamente e così pure la cittadinanza ne sarà informata.

In tutto questo bailamme il club Napoli detiene la proprietà soltanto dei cartellini dei calciatori e del marchio sportivo: i campi di Castelvolturno non sono di proprietà della società, non c’è una sede, non c’è uno stadio, non c’è nulla che possa configurare una struttura. Non basta tenere i conti in ordine e i bilanci a posto per programmare un futuro solido, serve tanto altro.

E, parlando di calcio, non servirà questa rosa per poter ambire a lottare fino alla fine per alti traguardi. E’ evidente che a centrocampo il Napoli non abbia un degno sostituto né di Hamsik e soprattutto di Allan. Così come, finché Strinic non sarà preso in considerazione da Sarri, forse servirà un nuovo terzino del pari livello di Ghoulam per mettere le cose a posto. Con i ritmi forsennati ai quali il Napoli ci ha abituato è impensabile che questi calciatori possano giocare al massimo per un’intera stagione. In sintesi: non crogiolarsi sugli allori, ma intervenire a Gennaio per sistemare qualche falla della rosa è doveroso.

Oggi si può criticare De Laurentiis perché non ci uniamo a nessun coro, né a quelli contro Insigne, oggi diventato idolo assoluto, né a quelle frecciatine a Sarri che secondo alcuni non sapeva fare la formazione o i cambi. Oggi sono saliti tutti sul carro del vincitore. E’ la prassi. E speriamo solo che se ne aggiungano altri perché significherà che il Napoli sarà vincente pure in futuro. Ma, al di là dei risultati, il napoletano impari a criticare invece che odiare, a sostenere fino al novantesimo i ragazzi che indossano la nostra maglia. Per parlare e fischiare c’è sempre tempo dopo. E poi impariamo tutti a goderci quanto stiamo vivendo: ma lo state vedendo lo spettacolo che stanno dando i nostri ragazzi? Ecco, queste gioie conserviamole, non sarà sempre così purtroppo. E sarà nei momenti difficili che bisognerà essere davvero tifosi. Oggi sono bravi tutti, come ieri erano tutti abili a criticare. Non c’è niente da fare, per quanto mi riguarda c’è una parte di pubblico napoletano che ho già definito “di merda”. Come mi ha scritto Floriana Barretta oggi: “La parola pappone oggi è scomparsa dal vocabolario”. Non è “pappone” De Laurentiis, ma ha tanti difetti. Però una cosa è la critica ed un’altra l’odio. Lo si comprenda in fretta: non per me, non per altro, ma per il bene della mia, della nostra squadra del cuore.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 1012
Foto di Paolo Russo

Erano gli ultimi anni di Maradona, noi non lo sapevamo, ma con il senno di poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un delitto non andarlo a vedere.

Io e mio fratello andavamo allo stadio, ci portava Zio Luciano o Zio Antonio e qualche mia madre. Andavamo in curva a, perchè era tranquilla, non come la curva B. “Facit’ assettà a signor'” “Signò nun ve preoccupat’ e criatur’ vè guardamm nuje” quell’attenzione dei vicini sconosciuti, che si preoccupavano dei figli altrui mi faceva sempre pensare alle parole di Nino D’Angelo, “E‘ ‘na casa chistu stadio Parimm na famiglia Sultant dinta ‘cca” le trovavo incredibilmente vere, non mi ritrovavo però su una cosa: quella sensazione io l’avevo in Curva A, perchè Nino la dedicava alla Curva B.

In Curva A mi sono sempre sentito un po’ a casa, guardavo con ammirazione i Blue Lions (pronuncia rigorosamente bluliò) e speravo un giorno di andare anche io là in mezzo. Negli anni ’90 subii il fascino mitologico della Curva B e l’idea di andare miez’o burdell’  mi allettava parecchio, così decisi di andare agli antipodi e seguire il Napoli dalle parti dello scaletto di Busiello & co.

Sono poi ritornato in A, un po’ per sentimento un po’ perchè ‘o burdell’ si era spostato a destra della tribuna.
Non ho mai fatto parte di nessun gruppo eppure a dispetto di tutto quello che si dice quando ci vado ho ancora quel piacevole senso di appartenenza che provavo da bambino.
Perchè si è vero che succedono fatti non piacevoli, si è vero che la mentalità ultrà mette vincoli che non condivido (non fare cori sui giocatori, tanto per dirne una), ma la Curva A, e gli ultrà in generale,  sono gli unici coerenti fra i tifosi del Napoli.

Inutile sottolineare gli aspetti negativi e gli eccessi di un mondo di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, ma nonostante io non abbia nessun legame con gli ultrà se non quello di essermi ritrovato a cantare al loro fianco più volte mi sento di affermare che il mondo ultrà può essere una salvezza per il Napoli e forse  per il nostro calcio.

Che vi piaccia o no gli ultrà sono quelli che nonostante il risultato vanno allo stadio, senza badare a cosa c’è in palio, al blasone degli avversari o al momento del Napoli, il tifo degli ultrà è ancora quel sano tifo carnale fatto di appartenenza. Quando il Napoli va in svantaggio gli unici cori di supporto che si sentono vengono proprio da lì e la cosa dovrebbe essere più evidente proprio dalla tribuna, dove siedono i giornalisti. Può sembrare una cosa da poco da poco ma non lo è, gli ultrà sono ancora fra i pochi che mettono il calcio davanti allo spettacolo, che mettono lo stadio prima della paytv, sono gli unici a essere rimasti tifosi e non essere trasformati in spettatori pronti a lamentarsi se lo spettacolo non piace.

Forse la cosa che sconvolge di più e che porta alla demonizzazione di un intero movimento e alla cosiddetta repressione è proprio questo: c’è ancora qualcuno capace di guardare al pallone nella sua semplicità, c’è ancora qualcuno che crede che il tifo e l’appartenenza contino il fondo più del risultato.

Ovvio che non stiamo parlando di santi, inutile ribadire le colpe e quanto di sbagliato sia accaduto e potrà ancora accadere, ma la demonizzazione mediatica e la repressione politica è stata solo l’ennesimo contributo a rovinare il nostro amato calcio, così come la caccia al colpevole dopo i fatti di Roma ha solo contribuito a rompere gli equilibri in Curva A.

Non mi renderò popolare per quello che ho scritto ma è bene che la Curva A continui a farsi sentire sempre e comunque, è bene che nello stadio ci sia un coro incessante ed è bene che chi decide di andare A sappia che lo fa per andare a cantare e sostenere, per andare a far parte di quella strana famiglia che negli anni è radicalmente cambiata senza però mai perdere la sua identità.

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 223

In principio era la difesa a tre. “Tutte le grandi squadre europee giocano a quattro, solo noi giochiamo a tre, guardate la Juve che quando va in Europa ne prende solo scoppole anche dalle squadrette scandinave”. Poi venne il centrocampo a due. “è troppo leggero, non abbiamo i giocatori, la difesa resta sempre scoperta”. Finchè il sesto giorno Sarri creò il rombo e fece due punti in tre partite, il Maledetto tentò sei milioni di allenatori da cameretta facendogli credere di essere dei Guardiola senza i giusti agganci e fu la fine del tifo così come lo conosciamo.

Mi ha sempre dato fastidio quando nelle trasmissioni sportive e nei forum si parlava solo di “cattiveria”, “grinta”, “cuore”, “sudare la maglia” e cose del genere anziché di tecnica e tattica, che poi insieme alla fisicità sono i tre elementi del GIOCO calcio (perchè al di là della sua mistica è pur sempre un gioco, con delle regole, dei valori in campo e delle strategie, che per il tifoso saranno meno importanti dell’attaccamento alla maglia ma a differenza di quest’ultimo servono a vincere le partite). Ma in questi giorni ho nostalgia di quando era così. Perchè sentire gente che non ha idea di chi sia Johann Cruijff, conosce Arrigo Sacchi solo perchè faceva l’opinionista di Premium e pensa che Rinus Michels sia un medicinale olandese per il naso chiuso parlare di moduli e sistemi di gioco a cazzo di cane, con l’unico risultato di innervosire la piazza e sfiduciare l’allenatore, mi fa solo rabbia.

Veniamo subito al dunque, alla nuova perla di questi giorni. Dopo i pipponi su Insigne inadatto a fare il trequartista, miracolosamente svaniti quando sono uscite le statistiche sui tentativi di conclusione, ora il Napoli deve giocare con 4-3-3 perchè eh, avete visto, quando sono entrati Mertens e Callejon stavamo per fare gol, e poi abbiamo tanti esterni. Mi sta bene, ma forse vi è sfuggito un particolare: avete notato che quando sono entrati lo spagnolo e il belga l’Empoli era alle corde dal punto di vista fisico? Come potevano continuare a giocare come nel primo tempo con un Pucciarelli sfinito dopo aver corso per tre nella prima ora di gioco e un Livaja (subentrato a Maccarone) inesistente, quando loro due avrebbero dovuto iniziare il pressing in fase passiva? È vero, anche il Napoli era stanco (pure troppo, Valdifiori coi crampi al ’55 è imbarazzante e lo stesso Allan, pur mettendoci tanto spirito di sacrificio, ha iniziato poco dopo a camminare per il campo), ma si sa che con l’abbassarsi dei ritmi la qualità viene fuori, e non credo ci siano dubbi su quale fosse la squadra di maggiore qualità.

Vi potrebbe anche essere sfuggita una dichiarazione di Sarri nel ritiro di Dimaro: “Col 4-3-3 perdiamo venti metri di baricentro”. Già, che ci crediate o no, non siete gli unici ad aver pensato che forse con tre esterni forti in rosa si sarebbe potuto ipotizzare un tridente. Il 4-3-3 è stato il primo modulo provato da Sarri in ritiro a Dimaro, ma è stato archiviato dopo una settimana di lavoro perchè non si riusciva a coprire bene il campo. Senza entrare nei dettagli, il tridente è un modulo faticoso, che quando la squadra si abbassa isola la prima punta (e ormai è chiaro che Higuaìn non ama giocare isolato, né ha il fisico per farlo), richiede un lavoro difensivo enorme agli esterni (non eravate voi che vi lamentavate di quando era Benitez a chiederlo?) e di solito imposta il recupero palla con un pressing organizzato ma che tende a svuotare il campo (potrebbe non essere una buona idea impostare un gegenpressing alla tedesca visto che, se gli avversari riescono a uscirne, tutto quello che devono fare è superare un imbarazzante Albiol per andare in porta). In pratica, dopo un mese di 4-3-3 probabilmente si inizierebbe a invocare il 5-3-2 o il 4-2-4 o l’8-1-1, contestare il presidente perchè non abbiamo il centrale rapido, l’incursore a centrocampo o il terzino col capello intonato alla maglia da trasferta e alla fine Sarri non si mangerebbe il panettone e tutti noi ci mangeremmo il fegato.

Per cortesia, facciamola finita una buona volta con questa cosa tutta italiana per cui tutti ci capiscono di più degli addetti ai lavori. Se capite di moduli e sistemi di gioco più di Sarri, a Coverciano è possibile ottenere il patentino da allenatore e dimostrare il proprio valore a partire dalle categorie inferiori, come ha fatto lui, fino ad arrivare un giorno in Serie A, il campionato coi tecnici più preparati del mondo. Altrimenti, va bene discutere, va bene proporre, ma il Napoli ha bisogno di tifo e fiducia e non di tuttologi da bar.

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1831

Diamo un nome alle cose

L’ho vista dalla curva A Napoli – Sampdoria. Nel primo tempo mi sono goduto un Albiol pressoché perfetto, i due gol di Higuain li ho visti in lontananza segnati sotto la curva B. Nel secondo tempo Albiol, sotto l’altra curva, ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva fatto nella prima frazione, un po’ come tutto il Napoli. Eder ha imitato Higuain e segnato i suoi due gol sotto la B.

Ma non voglio soffermarmi solo sulla partita. C’è stato un calo fisico da parte di quasi tutti i giocatori azzurri. Se Sarri avesse avuto sette o otto cambi li avrebbe consumati tutti. La tanto sbandierata preparazione “lavoro e sudore” porterà pure benefici nel prossimo futuro, per adesso gli azzurri si sono fatti rimontare due volte su due. Se con il Sassuolo, come analizzammo dopo la prima giornata, il calo fisico e mentale ci portò a perdere, contro la Samp ne è venuto fuori un pareggio forse ancor più pesante di una sconfitta. Un pareggio che comunque è frutto di errori individuali, non di disposizione tattica. E questo mi lascia personalmente fiducioso per il futuro.

Ma, come dicevo, non vorrei parlare solo della partita: ognuno vede il calcio a modo proprio. Tutti per un giorno hanno torto o ragione. Vorrei approfondire invece del rapporto che si sta consumando tra il pubblico del San Paolo, le frecciate che leggiamo ogni giorno sui social network e il presidente Aurelio De Laurentiis. 

E’ esecrabile quanto sta avvenendo in città. Ieri in curva A, tafferugli a parte (e su questi sta indagando la Polizia), si è manifestato da subito un clima ostile nei confronti del presidente. “Abbiamo un sogno nel cuore, vincere il tricolore” si cantava al San Paolo sin dai primi minuti. I ragazzi erano in campo, ma i primi minuti sono trascorsi tutti per intonare prima i cori per i “diffidati” e poi per il presidente.

Pian piano però il Napoli macinava gioco e sono arrivati i due gol del Pipita. Sembrava tutto rientrato. Al rigore di Eder che accorciava le distanze si è alzato forte il coro dalla A: “Forza ragazzi“. Al secondo gol della Samp che pareggiava i conti nessuno ha più resistito, come se non si vedesse l’ora di trovare un capro espiatorio di quanto stava accadendo. E l’accusato era sempre lui: “De Laurentiis pezzo di merda“. I ragazzi in campo erano nuovamente scomparsi per chi era sugli spalti. Non bisognava più incoraggiare i nostri giocatori, ormai il colpevole era stato trovato, anzi quel gol di Eder era servito semplicemente per accomunarsi in quel coro quasi catartico che in tanti volevano cantare. Negli ultimissimi minuti il Napoli tentava gli ultimi assalti, due calci d’angolo si battevano proprio sotto la A che incitava nuovamente gli azzurri che invece arrancavano stanchi in mezzo al campo.

Gli ultrà non sono indispettiti con la squadra, né con Sarri (oggi in prima pagina la Gazzetta titolava di un “Sarri contestato”, poco di vero). Quando Hamsik e altri sono venuti sotto la curva a fine partita per salutare il pubblico sono stati applauditi. Il bersaglio era ed è chiaro: Aurelio De Laurentiis. Non è una novità, ma forse quest’anno, complice una campagna acquisti non proprio scoppiettante, è un pensiero che fa breccia non più soltanto tra la Napoli degli spalti, ma anche in città e sui social network si fa sempre più spazio questo trend di malcontento e di accusa.

Non mi va di prendere le difese di De Laurentiis, pur riconoscendo al nostro presidente di aver riportato il Napoli dove merita. Ma c’è bisogno di un argine altrimenti le cose prenderanno sempre di più una brutta piega. “O scudetto o nulla” sembra dire questo pubblico napoletano. Senza però ricordare che di scudetti il Napoli ne ha vinti solo due, mentre entriamo nel novantesimo anno dalla nascita del club, solo quando c’era Lui. Il presidente difetta certamente in comunicazione, “Noi vogliamo vincere” lo ha detto proprio lui più per accontentare il pubblico. Non doveva. Non se era ed è consapevole che il suo club, la nostra città e la nostra storia non sono quelle di chi “deve vincere” come il coro che si canta allo stadio.

Avrà difetti, tanti, troppi Aurelio De Laurentiis, ma anche tanti tantissimi meriti. Oggi il Napoli è considerato stabilmente una “grande” del nostro campionato, gli azzurri oltre ad essere gli unici negli ultimi anni ad aver sottratto trofei alla Juventus, sono quelli che appena lo scorso anno hanno giocato (dopo 26 anni) una semifinale di Uefa. Troppo poco? Non lo so, non credo.

Ma la Napoli civile, anche quella che non condivide le scelte societarie del presidente, dovrebbe solidarizzare con De Laurentiis. E’ una questione di civiltà e di riconoscere una credibilità al presidente che comunque, al di là delle chiacchiere, questi si è conquistato con dei risultati.

E se dietro i cori allo stadio ci fossero macchinazioni ben più profonde? Se quel sentimento di avversità nei confronti di De Laurentiis fosse mosso per vili interessi. Ieri, come vi abbiamo riferito, in curva A sono avvenuti dei tafferugli: la tesi più probabile è che degli ultrà del Rione Sanità fossero ai ferri corti con i Mastiffs. Era un’azione premeditata quella di entrare nel San Paolo tra il primo e il secondo tempo ed aggredire quelli che già erano sugli spalti. L’altra tesi è che coloro che hanno posto in essere l’aggressione volessero che i gruppi ultrà disertassero lo stadio. Vogliamo dare credibilità a chi ancora compie questi gesti di violenza? E se De Laurentiis non scende a patti con queste persone compie un atto coraggioso o vile?

Solo per questo gesto di civiltà e di buon senso Aurelio De Laurentiis merita riconoscenza da parte della città, almeno da quella Napoli che si considera civile. Ci sta la critica, si può non essere d’accordo con le scelte societarie, ma quello che sta avvenendo è un accanimento bello e buono. Un accanimento che ha poche ragioni di esistere visti i risultati conseguiti dal Napoli “aureliano” negli ultimi anni.

Napoli vuole vincere? Sappia vincere prima fuori dal campo di calcio. “Il Dela figlio di put.. l’ha cantato il distinto, la curva e la tribuna insieme. Tutti hanno cantato anche non comprendendo bene il perché” – scrive Peppe Sorrentino nell’articolo che abbiamo pubblicato oggi. Ecco, non comprendendo bene il perché. E quando non ci si chiede i motivi per cui si compiono delle azioni non è mai un bene. Si ponga un freno agli istinti, prima che sia davvero troppo tardi. Bisogna scindere la legittima critica dall’accanimento. E se non lo si vuol fare per ragioni di logica, lo si faccia per amore della squadra. E’ De Laurentiis il presidente del Napoli. E’ un fatto di cui bisogna prendere atto. Rendere la vita impossibile a lui significa renderla difficile ai ragazzi che scendono in campo indossando la NOSTRA maglia. E in questo c’è tutto quel tipico autolesionismo tutto partenopeo. Un giorno lo scrittore Erri De Luca, in un carteggio privato, mi scrisse che Napoli i nemici li ha avuti sempre di più in casa che fuori. Lui si riferiva alla camorra. Non vorrei farlo io. E, soprattutto, non vorrei esserne mai complice. Vabbè, ma adesso bisogna parlare delle ultime ore di calciomercato. Meglio tacere. 

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it