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L'amara verità

Avete visto il titolo e avete pensato: “Fammi vedere questo fesso dove vuole arrivare”. E allora ve lo spiego. Milano è più bella di Napoli e i milanesi sono meglio dei napoletani. E’ così e non può essere altrimenti. Me ne accorgo ogni volta che vado nel capoluogo lombardo. Ci sono ritornato per fare una bella intervista che qui su SoldatoInnamorato vi mostreremo tra qualche giorno. Certo, nella città meneghina non ci sta il Vesuvio e il lungomare (per giunta liberato), fa freddo già ora che noi andiamo ancora a mare e d’inverno ci si puzza del santissimo freddo. Per non parlare della nebbia eh! 

Ecco, spazzati via tutti i cliché, ora possiamo ragionare. Ah, non ho parlato di pizza, sfogliatelle, caffè e mozzarelle perché qualche fesso che importa o qualche “emigrato” lo si trova. 

A Milano sono civili. Te ne accorgi dalle scale mobili in metropolitana: chi vuole andare con le proprie gambe cammina a sinistra, chi si sfasterea si ferma a destra. Ora pensate a tutte le (rare) metropolitane perse a Napoli perché da capre ci si mette tutti fermi sia a destra che a sinistra.

Ah, a Milano le metropolitane passano come la leggenda di Mussolini sui treni in orario.

Puoi arrivare da un punto all’altro della città senza mai abbandonare la Milano tube. Sui marciapiedi difficilmente becchi qualcuno che si ferma come un coglione al centro impedendo agli altri di passare o due persone che si piantano a chiacchierare nel bel mezzo. Si chiamano MARCIA A PIEDI, quindi camminano. Se devono guardare una vetrina ci si fermano davanti lasciando passare chi deve proseguire la propria passeggiata. 

A Milano difficilmente si trovano quei puzzati di fame che incontriamo sulle nostre tangenziali che per non comprare una lampadina (che costa dai 3 ai 30 euro) marciano con gli abbaglianti appicciati. A Milano il rosso è rosso, il verde è verde. Chi viene da destra ha la precedenza. 

A Milano il Comune aiuta il cittadino in tutto: dalla scuola, agli asili nido, alla sanità. Se vai in ospedale dicendo che hai dolore ai reni non ti liquidano – senza fare nessun accertamento – dicendo che è un’infezione e ti prescrivono medicinali, a tentativo. Se a Milano hai i calcoli renali – come ho dovuto scoprire io attraverso esami privati perché all’ospedale San Paolo di Napoli al pronto soccorso teneno che fa e quindi al massimo ti palpeggiano la parte – ti fanno le ecografie e cercano di capire che tieni. Gratis. 

A Milano sanno vendersi pure quello che non tengono. La nostra via dei Mille è assai meglio della gettonatissima via Montenapoleone. Ma Milano è “la capitale della moda”, nonostante a Napoli ci sono tra i migliori stilisti del mondo: chiedere a Isaia, Kiton o a Marinella. 

Noi invece ci siamo assuefatti al cliché che loro devono avere l’organizzazione e noi poiché pensiamo di essere bravi, intelligenti, simpatici (e soprattutto furbi), dobbiamo campare con quello che il Padreterno ci ha dato. Uno stereotipo alimentato da film di merda come Benvenuti al Sud o Benvenuti al Nord con il sempre pessimo Alessandro Siani che personalmente mi fa artisticamente schifo proprio per quella maschera del napoletano co ‘o core bbuono. Che poi vi do una notizia: se viaggiate un poco troverete città che sono naturalmente altrettanto belle come Napoli. Faccio solo qualche esempio:  Lisbona, Rio de Janeiro e Istanbul. E popoli meravigliosi ovunque, basta saper cercare.

Insomma in virtù della bellezza noi dobbiamo sopportare l’inciviltà, la maleducazione, la disorganizzazione. E in fondo lo consideriamo il giusto prezzo per godere delle bellezze di Napoli. Magari beandoci delle storie di Bellavista che alla Rinascente “si praticano solo prezzi fissi” e che i vari Cazzaniga sono una maniata di imbecilli. I furbi siamo noi. 

Per anni mi sono beato pure io della bellezza della mia città. Considero valore (per dirla con il napoletano rinnegante Erri De Luca) fare come oggi che al 4 ottobre posso ancora farmi i bagni a mare. Anche questa è vivibilità, lo penso e continuo a pensarlo. Come penso pure che Napoli sia meglio di Roma in tutto e per tutto avendo abitato nella capitale per diversi anni. 

Ma proprio perché “la base” l’abbiamo, noi che ci crediamo così furbi, non sarebbe invece intelligente costruire tutto il resto? Basterebbe semplicemente avere rispetto degli altri ed educazione. Quella stessa educazione che i napo-milanesi sanno avere quando si trasferiscono al Nord: il napoletano – per usare un altro abituale cliché – che quando va a Milano non butta la carta a terra. Non la butta perché a Milano hanno creato un valore che è quello della civiltà, del rispetto, dell’educazione. Tutti valori che noi invece abbiamo buttato nel cesso perché si deve guidare con il faro scassato e restare fermi a sinistra sulle scale mobili. 

Forse se invece di perdere tempo sui social a bearci delle nostre bellezze, provassimo a renderle fruibili e magari crearne di altre, saremmo veramente un grande popolo. Una città bella, vivibile e, per giunta, senza nebbia. Perché non è vero – come è comodo credere – che la colpa è solo dei politici, della politica, dei mariuoli in Parlamento. Vuole farcelo credere pure il sindaco a cui piacciono i corni giganti su via Caracciolo e le lettere strappalacrime che valgono medaglie d’oro di banalità. La colpa è nostra che in fondo abbiamo una città abitata per gran parte da stupidi, incivili, miserabili e ignoranti. Che per giunta pensano pure di essere furbi. 

Milano è meglio di Napoli. E gli abitanti di Milano sono meglio di quelli di Partenope. Fatevene una ragione. Altrimenti proviamo a cambiare.

Valentino Di Giacomo

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Imprevisto estivo, via Caracciolo, 1995 - -® Gianfranco Irlanda
Foto di Gianfranco Irlanda

Sembra un motivetto semplice, uno di quelli che si canta dalle ultime file dell’autobus quando vai in gita con la parrocchia, un coro folkloristico, ma per me è sempre stato un punto di partenza quando mi sono trovato a riflettere su cosa volesse realmente dire essere Napoletano. Da ragazzo a volte mi sembrava quasi una condanna:
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!

Ma sì, dimentichiamoci tutto, cancelliamo i problemi senza risolverli, facciamo finta che non esistano almeno finché non ci coinvolgono direttamente. Tanto abbiamo il sole, tanto abbiamo il mare!

Così progettavo la mia vita per andarmene all’estero, borse di studio, piccoli lavori, appena avevo soldi da parte me ne andavo per quanto più tempo possibile, a Lisbona principalmente. Perché troppo lontano dal mare proprio non ci so stare.
Quando però mi sono trovato a dover scegliere dove fermarmi, dove decidere di passare la mia vita e magari mettere su famiglia mi sono trovato ad escludere città come Madrid e Berlino per il motivo di cui sopra: non hanno il mare. Sono tornato qui e qui è nata la mia famiglia.

Ho iniziato a prendermi per il culo da solo: ma allora è vero che Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare? Erano gli anni della grande emergenza rifiuti, poco dopo la faida di Scampia, Napoli era le peggiore che avessi mai visto eppure ero qua, mi ero trovato un lavoro e avevo preso casa in una città in condizioni a dir poco vergognose. Cercavo di impegnarmi allora, fra mille attività, movimenti, proposte per la città, eravamo (e siamo) in tanti con voglia di fare tanto per questa città.

Napoli è migliorata, è cresciuta tantissimo, è sempre più bella, sia per merito di chi la gestisce sia dei cittadini che hanno in un modo o nell’altro sviluppato in senso positivo l’orgoglio identitario. Oggi le sue bellezze sono apprezzate da tutti, sono gestite e valorizzate come meritano e i turisti la premiano costantemente.

Ma contemporaneamente c’è una parte di Napoli che rimane ferma, immobile su stessa, anzi, a volte sembra proprio voler peggiorare.

In questi giorni il Telegraph incoronava Napoli come città più bella d’Italia, in questi giorni sono stati sparati 25 colpi di Kalashnikov contro un commissariato, ieri sono sono state uccide due persone e ferite tre in una sparatoria. Può essere la stessa città, si può vivere in un simile paradosso?

Ed ecco che, tanto per cambiare, Napoli si spacca in due. Da una parte chi difende la città bellissima e piena di turisti. Chi non smette di dire che Napoli è meravigliosa, di elencare i servizi per i cittadini. Di tessere le lodi di musei, monumenti, di esaltarne la storia. Sempre pronto a ribattere che la criminalità c’è ovunque, Mica si spara solo a Napoli? Le classifiche sulla qualità della vita non tengono conto del sole e del mare! Chi parla solo dei mali di Napoli lo fa per interesse personale, non vuole il bene della città. Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Dire che Napoli sia come altre città Europee è incredibilmente falso, dire che si spara un po’ ovunque come a Napoli mi sembra a dir poco forzato. A Napoli il quotidiano non si vive male, ma neanche particolarmente bene. Non è normale che chi si muove dalla periferia non abbia un orario dei mezzi pubblici o spesso addirittura i mezzi stessi, non è normale che chi spinge un passeggino debba fare slalom fra buche, marciapiedi dissestati e inciviltà e menefreghismo di chi parcheggia ovunque… e si potrebbe continuare per ore.

Dall’altro lato c’è chi dice che a Napoli non è cambiato nulla, che tutto quanto è stato fatto sono solo operazioni di facciata, che la nostra città è totalmente invivibile e che i turisti che vengono poi scappano per non tornare più. Parlano di una Napoli da terzo mondo e che il sole, il mare, Higuain e quant’altro sono solo una scusa.  Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Napoli si sta valorizzando come non mai, forse solo durante il G7 del ’94 è stata tirata così a lucido, la stampa internazionale la sta spingendo al massimo e si sta dando una dimensione moderna e internazionale al turismo. Alcuni servizi sono migliorati e nella maggior parte dei cittadini sta nascendo la consapevolezza di essere responsabili del destino della propria città.

Chi ha ragione allora? Tutti!

Tutti perché la ragione si dà agli sciocchi, e a Napoli un po’ lo siamo tutti.
Complice la campagna elettorale, oggi stiamo tutti a puntare il dito fra di noi più per lo sfizio di avere ragione che per il bene della città, più per una partigianeria estrema che per costruire qualcosa.

Ogni giorno porto mio figlio a scuola, facciamo una breve passeggiata in un quartiere tutto sommato tranquillo, pochi passi però che ti fanno notare come la noncuranza e l’abbandono stiano rovinando questa città.
Dalla finestra della sua classe si vede il mare, una piccola spiaggia che ospita le barchette durante l’inverno. Si vede Nisida, si vede Miseno, si vede Capri. Ogni mattina io e lui non rinunciamo a un’affacciata di finestra e a quel piccolo momento di serenità per incominciare la giornata.

Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Forse, o forse è giusto che quel panorama, quell’angolo di paradiso, quella meraviglia sia in una scuola. Perché dopo quell’attimo di serenità ripenso alle parole di Peppino impastato:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

E i fondo è quello che vorrei che impari mio figlio, e gli altri bambini di quella scuola, vorrei che capissero che estetica ed etica viaggiano di pari passo, vorrei che educandoli al bello possano rendere Napoli migliore.

Perché a Napoli se vogliamo il buono dobbiamo necessariamente agire sul bello e ricominciare da lì. Bello e buono, bello è buono.

E allora una volta e per tutte… Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Diciamo che non basta, ma che sicuramente è un buon inizio.

Paolo Sindaco Russo

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Forza Napoli, squadra e città nel 2016

Senza Pino. E’ iniziato con uno dei maggiori lutti della storia di questa città il 2015 dei napoletani. Eppure, a distanza ormai di un anno, si può dire con certezza che in realtà Pino Daniele non è mai andato via. Certo, ci è mancato e ci mancherà che il nostro “Lazzaro felice” non potrà più regalarci nuove canzoni, nuovi album e nuovi concerti, ma ci siamo tutti accorti che Pino era già un pezzo di questa città e che continuerà ad esserlo. Chi prima aveva per sottofondo della propria vita le sue canzoni continuerà a riempirsi l’anima con le sue melodie. Il 6 Gennaio scorso la struggente Napul’è cantata da tutto il San Paolo in un brivido di emozione che ha fatto passare persino in secondo piano la sconfitta casalinga contro l’odiata Juventus. A Settembre una via del centro gli è stata dedicata tra immancabili polemiche di muri sporchi. Poco prima qui su soldatoinnamorato, insieme a NapoliEvviva, abbiamo organizzato un flash mob per Pino quando i fan si sono affacciati alla finestra facendo risuonare per le strade le sue melodie: sono giunti video da ogni parte del mondo, da Londra a Mosca, da New York a Caivano. Più di tutto il 2015 resterà l’anno senza Pino.

Il 2015 della città è stato invece un anno di recrudescenza di camorra. Soliti omicidi, solite storie, ma con una novità. A perdere la vita per mano della malavita è stato anche Genny, ragazzino di 17 anni della Sanità. Resta un omicidio che alimenta interrogativi e quando a cadere a terra è un ragazzino di quella età non è possibile perdere tempo a pensare se Genny avesse commesso qualche atto per attirare su di sé le attenzioni della camorra. A 17 anni uno Stato che fissa nella sua Costituzione determinati principi e valori non può consentire che la malavita strappi dal mondo un ragazzo di quella età che viveva a pochi passi dalla casa natia di Totò. E invece, attraverso la parlamentare Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, si è persino parlato di genetica criminale dei napoletani.  Intanto la camorra per rendersi più inafferrabile assolda sempre di più ragazzini come Genny condannati dal semplice fatto di vivere in quartieri dove è più semplice entrare in contatto con certi ambienti.

Di questo 2015, ricordando sempre altre parole della parlamentare “sociologa”, ricorderemo anche il termine “impresentabile“. Tra questi è stato inserito anche il nuovo governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Sia a Napoli che in Regione il sindaco De Magistriis e lo “sceriffo di Salerno” hanno problemi con la Legge Severino, quella che ha già estromesso dall’attività parlamentare Silvio Berlusconi. Restando alla politica è stato anche l’anno del “mi candido” di Antonio Bassolino: l’ex sindaco e governatore si appresta a correre alle primarie del Pd per giocarsi la corsa alla poltrona di Palazzo San Giacomo. Nel 2016 capiremo se il Partito Democratico gli consentirà di farlo.

E restando sempre in tema con la politica il 2015 è stato anche l’anno della querelle tra De Magistriis e De Laurentiis per la questione stadio. Ma in realtà questa diatriba dura da anni e, purtroppo, crediamo che continuerà anche nel prossimo anno. Parlando di stadio è stato anche l’anno dove il tifo del San Paolo ha confermato di essere in una penosa involuzione. Se già non si tifava più come un tempo, con il folklore praticamente scomparso perché gli ultrà non lo accettano, alla prima di campionato contro la Sampdoria c’è stato anche un accoltellamento. Poi i cori contro De Laurentiis, le voci su Higuain puttaniere, l’empolizzazione che si stava materializzando per mano del nuovo tecnico Maurizio Sarri. Qui ci siamo detti sin dal primo giorno sarristi. E abbiamo tenuto duro anche quando i risultati non arrivavano contro Sassuolo, Empoli e Sampdoria. Oggi tutti sono innamorati di Sarri, quasi nessuno più critica De Laurentiis, Higuain non è più svogliato e incallito puttaniere. Sono spariti pure i rafaeliti, volatilizzati, visto che pure a Madrid il corpulento tecnico non se la passa bene. Finché i risultati terranno resterà così, ma siamo certi che gli sputa-rabbia e sputa-sentenze sono in agguato e ritorneranno ai primi passi falsi che speriamo non arriveranno.

Questo 2015 che si chiude è stato per noi quello della nascita di questo sito web, soldatoinnamorato. Lo abbiamo creato per passione, al momento non accettiamo – come potete constatare – nessun genere di pubblicità. Un sito creato per parlare della nostra città, con orgoglio, però senza quella insopportabile vena autocelebrativa che insiste immotivatamente da altre parti. Chi è orgoglioso è anche coraggioso: e coraggio oggi a Napoli vuol dire anche guardarsi allo specchio e ammettere i propri errori, senza nascondere sotto il tappeto i tanti problemi che pure ci stanno. Certo, la stampa e le tv ci dipingono spesso peggio di come siamo e di come è realmente la città. Dai Giletti, agli Abete come ben ha scritto Luca Delgado. Però non è con il vittimismo che si andrà avanti nel prossimo anno e in quelli a venire. Né è pensabile andare avanti con quelli di “Come era bello il Meridione prima dell’Unità d’Italia“, scaricando così responsabilità anche nostre esclusivamente su altri. Insomma questo è un sito di innamorati di Napoli, ma senza fondamentalismi inservibili, senza quella “superiorità razziale” che oggi abbonda in maniera impressionante sui social. Come se bastasse nascere a Napoli per essere e sentirsi migliori di altri. Semmai essere napoletani, proprio in virtù di questo amore irriducibile che ancora dura attraverso l’identità e l’orgoglio in tanti cittadini, implica una responsabilità maggiore: un cercare di essere migliori non solo per se stessi, ma proprio per rispetto di questo folle amore. In fondo, girando un po’ per il mondo e per l’Italia, la più grande ricchezza di questa città resta ed è proprio la sua identità che invece da altre parti scompare sotto le spinte lente e inesorabili della globalizzazione che qui attecchisce meno che altrove.

In questi mesi soldatoinnamorato è diventato un sito seguito. Niente di eccezionale perché è trascorso poco tempo dalla sua creazione, ma fa piacere che personaggi come Nino D’Angelo ci seguano. Così come Tony Tammaro, Radio Crc e Radio Marte, i maggiori quotidiani, sportivi e non, ci citano per le nostre iniziative. Oppure che un direttore e giornalista che ha fatto la storia, come Enrico Mentana, ci conceda in esclusiva delle interviste. Fa piacere poi essere diventati un punto di riferimento e una cassa di risonanza per la tanta buona musica che viene creata e prodotta in città attraverso i The Collettivo, i Gnut, Daniele Sepe, Capone e i Bungt e Bangt, Epo e tanti tanti altri.

Anche il prossimo anno cercheremo di rispettare la fiducia dei nostri lettori, evitando titoli sensazionalistici per notizie inesistenti (come purtroppo accade sempre più spesso da altre parti) e restando fedeli ad una linea editoriale libera e scevra da catalogazioni. Continueremo ad esprimere le nostre opinioni, spesso differenti anche all’interno della nostra stessa redazione, ma pubblicheremo tutto, senza censure di sorta. Perché leggere opinioni differenti, anche divergenti, è la vera ricchezza dell’informazione.

E a questa città che amiamo, a voi che ci leggete, a Pino che resta nei nostri cuori dedichiamo questo sole magnifico di fine dicembre. Un sole che speriamo riesca ad illuminare sempre di più le ricchezze uniche e veraci che ancora vivono in questa terra nostra così piena di contraddizioni, di vita sfacciata, di emozioni continue. Buon anno soldati! Forza Napoli Sempre, città e squadra! Tanti auguri guagliù.

vDG

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Di recente mi è capitato un antipatico inconveniente, un incidente stradale, di cui tacerò le dinamiche ma non che mi sono trovato ad esserne, purtroppo, vittima. La conseguenza immediata è stata una corsa al pronto soccorso di uno degli ospedali napoletani, dove con il braccio sinistro penzoloni sono stato all’inizio un po’ sballottato per capire cosa avessi, ma che poi ho vissuto con una certa pazienza (da buon paziente…) ma con il solito spirito di osservazione e attenzione alle dinamiche che mi circondano.

Non farò il nome dell’ospedale, visto che quello che vi è capitato ricorda molto quello che succede le altre strutture ospedaliere del capoluogo (di cui ho avuto molta esperienza in passato, in quasi tutte, da parente di degenti e mai da degente) e più che altro racconterò le mie impressioni.
La prima impressione che ho avuto è che sono stato fortunato. Fortunato a trovarmi in una struttura in cui avevano appena preparato un letto (l’ultimo) per… qualcun altro, solo che quest’altro è stato spostato in altro reparto e quindi il letto me lo sono trovato bello e pronto; fortunato a non dover dipendere troppo dagli infermieri (se non immediatamente dopo l’operazione, tra l’altro effettuata in una struttura diversa, visto che a un certo punto sono scappato, ma non anticipiamo troppo), visto che almeno sulle gambe riuscivo a stare senza grossi problemi, ed essendo che in tale struttura la voglia di lavorare degli stessi era proporzionalmente simile ai tassi di crescita del PIL italiano negli ultimi anni; fortunatissimo, ancora, a trovarmi in una stanza con altri pazienti che avevano arti danneggiati in maniera complementare, e così ci potevamo aiutare a vicenda per alcune cose basilari, non ultima l’apertura delle confezioni di cibo che veniva servito con proterva abbondanza senza alcun ritegno né attenzione di sorta.

A proposito del vitto, la domanda mi sorgeva, come si suol dire, spontanea: ma ci vuole tanto a chiedere se è intenzione del degente usufruire del cibo fornito dall’ospedale? Ogni paziente viene regolarmente fornito di un primo, un secondo e un contorno (sulla natura dei quali mi prodigherò in seguito…), più un frutto, e le solite improponibili posatine in plastica. Molto di quello che veniva distribuito, probabilmente intorno al 65-70%, non veniva nemmeno aperto e finiva nel sacco – dell’indifferenziata, cibo, alluminio, plastica, tutto assieme – così come era stato confezionato. Ho notato che i degenti che condividevano con me la stanza della prima struttura non mangiavano i contorni neppure se costretti (no verdure, no ortaggi… non mi sorprende che avessero problematiche di salute che andavano ben al di là delle fratture per cui erano ricoverati), e almeno uno di loro faceva sempre venire il cibo da fuori (quindi pagandosi il vitto due volte, visto che quello che fornisce l’ospedale lo paghiamo noi con le nostre tasse…)

Ritorniamo per un attimo alla mutua assistenza che ci davamo per alcuni compiti primari, tipo per l’appunto l’aprire le confezioni di alluminio. Posso capire la standardizzazione, ma almeno un’idea che parecchi di quelli ricoverati in ortopedia possano avere una mano o un braccio inutilizzabile non ha mai sfiorato quelli che devono pianificare la qualità della vita (ivi compreso il desinare…) dei degenti? Lasciamo perdere che nella seconda struttura in cui poi sono finito, dopo quattro giorni di “limbo”, il vitto era così protervamente confezionato in contenitori di plastica sigillati che diventava praticamente impossibile aprirli anche avendo entrambe le mani funzionanti…

La cosa che ho trovato divertente è stata che il cibo alla fine non era nemmeno tanto male, anzi, direi fin troppo appetitoso per una dieta ospedaliera. Va be’ che si era in ortopedia, quindi ci dovevamo rimettere in forze, ricostruire ossa e legamenti, ma sembrava persino eccessivo che le verdure fossero sempre condite con burro, e i primi spesso affogati nella besciamella… cosa che contrastava vistosamente con il menù magro del venerdì che comprendeva bastoncini di pesce da discount non fritti ma riscaldati in microoonde (ehm…)
Nella seconda struttura ho potuto invece “apprezzare” una cucina ben più rispondente agli stereotipi dell’ospedaliero, insapore, minimal, quasi.. inesistente: era ad esempio il caso della lattuga di accompagnamento alle fettine di formaggio, quasi da haute cuisine nella sua presenza solo lillipuzianamente scenica in un vassoio di plastica bianca dominato da fettine di emmentahl quasi squagliate dal calore del primo che inevitabilmente veniva piazzato sotto al secondo per la consegna.

Alla fine sono scappato. Ebbene sì, non mi sono calato con le lenzuola (quali, visto che spesso mancavano e non le cambiavano?), ma ho deciso per la dimissione spontanea contro il parere medico, e mi sono rivolto appunto in una struttura diversa, sempre pubblica ma fuori da questa sorta di lupanare della ASL NA1, rinunciando quindi a un corridoio in cui non si capiva bene perché ci fosse un solo bagno funzionante per tutti gli uomini (ricoverati e non…), alle pareti dello stesso, e degli altri ambienti, che orgogliose mostravano cadaveri di zanzara a mo’ di trofei di caccia, e a un’incertezza di fondo derivante dall’agitazione degli anestesisti che rendeva quanto meno vaga la data possibile di un intervento.

A quanto mi hanno raccontato non è che la situazione in altre parti d’Italia sia molto diversa, ma a Napoli si ha sempre la sensazione che qualcuno, in alto loco ma non solo, sia fermamente convinto che la popolazione residente sia, nell’area della città metropolitana, inferiore al milione di abitanti (quando è la seconda concentrazione in Italia con più di 3,5 milioni di anime strette e accatastate una sull’altra) e pianifichi le cose di conseguenza, anche se immagino le spese reali sostenute invece siano ben più onerose.

Gianfranco Irlanda

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Il controllo delle piazze di spaccio

“Ma dai, è solo una canna, non fa male a nessuno”. Si dice così. Ma non va esattamente in questo modo, perché quella che “è solo una canna” sta scatenando con ogni probabilità l’ennesima faida tra sistemi della camorra e sta lasciando a terra morti ammazzati e vittime innocenti. Secondo le ipotesi degli inquirenti anche le violenze accadute in Curva A l’altra domenica – tra il primo e il secondo tempo di Napoli Sampdoria – sono frutto del controllo dello spaccio di hashish e marijuana.

 

Ponticelli, Soccavo, Sanità, Forcella sono i punti cardinali degli smottamenti che stanno avvenendo all’interno dei clan per gestire lo spaccio di erba e dei mattoncini dello sballo. L’ultimo tragico episodio ha visto uccidere, probabilmente a causa di un proiettile vagante (ma le cause sono ancora tutte da verificare), un ragazzo di  17 anni, Genny. E servono a poco la commozione diffusa, i moniti della politica, le prediche del mondo ecclesiale o ricordare che in quelle stesse strade ci è cresciuto Totò. Gli inquirenti sono a lavoro per stabilire le cause di questa recrudescenza di morte che da qualche mese avviene in città e, se venisse confermato il movente del controllo dello spaccio di droghe “leggere”, ne sarebbe responsabile non solo chi vende, ma anche chi acquista.

Hashish e marijuana rappresentano per i sistemi criminali un giro milionario di euro, ma anche una prova di forza tra i vari sistemi criminali. “Chest’ è zona mia” è una frase che in certi quartieri vale per tutto: dal controllo dei parcheggiatori abusivi, al vecchio contrabbando di sigarette, alla droga. Un retaggio anche simbolico, non solo economico che stabilisce chi comanda e dove.

Ecco, senza falsi e facili moralismi, forse è il caso di riflettere per chi fa uso abituale di droghe “leggere”. Non è “solo una canna”, magari sarà così per gli effetti che queste sostanze provocano alla salute, probabilmente meno gravi di cocaina, eroina e persino delle sigarette, ma gli effetti che hashish e marijuana provocano alla città sono devastanti. Quando andate in un vicoletto stretto, inerpicandovi per i quartieri storici o i “casermoni” di Soccavo e Fuorigrotta e i “palazzoni” di Scampia per acquistare il vostro sballo, fate male alla vostra città.

Da qui si riparte l’eterna discussione se legalizzare queste sostanze per toglierne il controllo ai sistemi criminali. Potrebbe essere una soluzione. Ma cercare anche di limitare prima noi stessi, per amore della città, l’uso di queste sostanze sarebbe un atto responsabile. Non è “solo una canna”. In città e persino allo stadio i sistemi criminali non la pensano così. Soldi, controllo del territorio e dimostrazioni di potenza creano un mix che sta uccidendo tantissime persone. Chi ha ucciso Genny moralmente potrebbe essere anche il ragazzino un po’ fricchettone che per “farsi bello” arrotola del fumo o dell’erba in una cartina.

Valentino Di Giacomo

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#ilCaffèMiRendeTifoso

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Foto di Fabio Alemagna

Ieri su facebook ha suscitato parecchio interesse questa foto, e il relativo commento, di Fabio Alemagna. Ci piace riportarlo perchè troviamo interessante sia l’approccio di Fabio che la discussione che ne è scaturita che potete seguire qui.

“Vivendo nel Rione Sanità da qualche mese ormai ho fatto l’abitudine a dover dribblare scooter malandati che permeano ogni spazio libero come molecole di un gas. Due è il numero minimo di persone a bordo, tre è la media, in 4 ci vanno le famiglie.

Voi avete l’utilitaria, loro pure.

La Sanità è un quartiere-stato, con le sue leggi, la sua cultura dominante, le sue bellezze architettoniche. Se Napoli avesse un cuore credo che si troverebbe proprio qui, alla Sanità, ed i motorini sarebbero i globuli rossi che ne riempiono gli atri. Un cuore arteriosclerotico, ma pur sempre un cuore pulsante e, romanticamente parlando, casa di emozioni.

Nella Sanità si conoscono un po’ tutti ed a tutti viene affibbiato un nomignolo. Il mio è “il campanilista”, me l’ha dato il salumiere sotto casa quando gli ho chiesto perché importasse lenticchie dall’Argentina quando potrebbe comprare quelle italiane. Però erano buone, e senza imballaggi perché sfuse.

La Sanità puzza. Ogni genere di puzza. E ti puzzano pure i peli della barba quando rientri a casa in orario di punta, passato indenne ed in apnea tra le strade invase dai fumi dell’olio bruciato dei motorini che ronzano ovunque. L’orario di punta è al tramonto, una mezz’ora prima che faccia buio, quando comincia lo struscio ed adolescenti, rigorosamente in coppie o triplette divise per sesso, cominciano le loro danze su due ruote.

La Sanità è bella. Ogni genere di bellezza. Dal palazzo settecentesco dall’architettura mozzafiato al giardino pensile che non ti aspetti; Dal viottolo coi panni stesi a quello che costeggia la collina e ti dona un meraviglioso panorama, oltre che frutta fresca e libera.

La Sanità è multietnica. Qui convivono pacificamente indiani, bengalesi, cingalesi, senegalesi, russi, ucraini, peruviani, moldavi, albanesi, milanesi e pure i napoletani.

La Sanità è gentile. Qui non ho visto un solo senzatetto e se ti capita di aver fame e trovare i negozi chiusi ti fanno aspettare due minuti e ritornano da te con un fardello fatto di pasta al ragù, pane ed acqua. E già che ci sono ti accompagnano pure a casa. Non sto scherzando, a Vincent è successo davvero. Vincent è olandese, a proposito.

La Sanità è violenta. I botti che si sentono, a volte non sono dei fuochi d’artificio che vengono accessi più volte la settimana. Il mattino dopo cammini per strada, vedi qualche vetrina rotta e capisci.

Questo non è un elogio del rione Sanità, né è una critica, questo è il rione Sanità e basta. Sono tante le cose che potrei ancora scrivere e non ho scritto, ma tutto quello che volevo fare era pubblicare questa foto e metterci un po’ di testo vicino che facesse capire come la vivo io. Mi fa incazzare, ma pure la capisco.

“Qui manca tutto, non ci serve niente” (ZeroCalcare)”

Fabio Alemagna

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Foto di Daniel Pádua

Mi alzo come tutte le mattine vado in cucina, mia moglie prepara il caffè ed io ancora assonato mi accomodo a tavola, lei “Pietro vai a svegliare le piccole
Kecca! Fede! su è tardi,dovete andare a scuola.
Ad alzarsi per prima è sempre Fede, io inizio ad andare in cucina e lei come una piccola zombie mi segue e si sdraia sul divano, Cinzia va a prenderla per portarla a tavola ma si accorge che Fede ha la faccia gonfia.

Cazzo! A cinque anni con un ascesso in bocca, mia moglie esclama “Mo che si fa?” Voi direte “Semplice chiamiamo il dentista” che poi è la cosa che abbiamo pensato subito anche noi, ma ho volutamente trascurato un dettaglio in questo racconto, Federica è una bambina Autistica.

Che si fa allora? Chiamiamo il nostro dentista che come supponevamo dice che non può visitarla. Motivo? La bimba non collabora, la conosce bene, quando viene con noi al suo studio lo mette al soqquadro.
Il dottore ci consiglia di metterci in contatto con il Secondo Policlinico per prenotare una vista, Cinzia chiama e ci rispondono che c’è una lista d’attesa per le prenotazioni di due mesi e mezzo, noi delusi e sconfortati non sappiamo cosa fare. Dopo qualche tentennamento riproviamo a telefonare, ma mia moglie questa volta con voce più decisa e autoritaria gli dice “la bimba è autistica” la signora all’altro capo del telefono “Signora se è così venite martedì alle 8:00”.

Martedì ore 8:00 siamo nel parcheggio del nosocomio e rivolgendoci all’accettazione ci viene consigliato di non fare ancora l’impegnativa per la visita ma di recarci direttamente al terzo piano dove c’è il dottore che la deve visitare, Fede è in un mix di paura e impazienza, d’altronde è abituata a medici e ospedali.

Arrivati al terzo piano in una stanza dove non si capiva chi fossero i medici, chi gli infermieri e chi gli amministrativi ci viene detto in un clima poco accogliente che gli dispiaceva ma la bimba poteva essere curata ma solo dopo una lista d’attesa di DUE ANNI E MEZZO!

A quel punto la vista si annebbia non ci ho visto più e da buon napoletano seccato da tutta questa situazione mi incazzo “Voglio parlare con il primario!” il mio urlo rimbomba nel corridoio, un infermiere mi ascolta e senza scomporsi mi indica la stanza del primario “La oì! Ultima porta a sinistra

Avanti, mi dica?” mi rivolgo a lui con massimo rispetto e gli faccio una semplice domanda “Professò ma è mai possibile una cosa simile?

Lui “Si accomodi” mi spiega che le sue sono le uniche sale operatorie attive a Napoli e forse in tutto il sud Italia, visto che arrivano pazienti dalla Calabria e Sicilia.Aggiunge che il reparto al Cardarelli è chiuso, al Santobono pure, mandando i bambini da loro, mi ribadisce che ci sono casi molto più gravi di mia figlia ma lui non può nulla, la lista è telematica e quando a provato a modificarla è stato denunciato.

Sono uscito dalla stanza con un senso di impotenza enorme, non potevo prendermela con il primario ne con la struttura, situazione sembra creata ad hoc per non avere nemmeno un riferimento con cui prendersela.

Rimane la rabbia, quel senso di impotenza amplificato dal fatto che stiamo parlando di una figlia e quell’ascesso che alla fine si è possibile curare solo dopo mille peripezie…

To be continued

Pietro De Filippis

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