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L'Italia dei social

Chi pretende la vittoria da De Laurentiis è ignorante. Parleremo di calcio, ma in realtà parleremo assai di più della società in cui viviamo. Un mondo dove ormai i social network ci forniscono forti percezioni su cosa sia diventata l’Italia che si appresta ad entrare negli anni ’20 del secolo. Perché, dal calcio, è possibile scattare una fotografia del nostro tessuto sociale pressoché vicina alla realtà. Lo spunto per scriverne me lo hanno dato alcuni commenti sulla nostra pagina Facebook quando cerchiamo di dire la nostra su quale sia l’effettiva realtà del Calcio Napoli. Realtà non compresa, non accettata, non riconosciuta da troppi. 

“Noi vogliamo vincere” e “De Laurentiis è un pappone”. Sono i commenti più in voga. Chi difende il presidente o, almeno, come facciamo noi, l’operato della Ssc Napoli in vasti settori, diventa di conseguenza un “Pappa boys”. Generalmente questi avventori sulla nostra pagina Facebook passano poi ad una metaforica rappresentazione esistenziale applicata al calcio. “Se ti accontenti nella vita non arrivi da nessuna parte”.  Lo scriviamo con le maiuscole per rafforzare l’assurdo concetto: “SE TI ACCONTENTI NELLA VITA NON ARRIVI DA NESSUNA PARTE”. Ovviamente ignorando che della nostra vita siamo (non sempre, in molti aspetti quasi mai) padroni direttamente noi stessi. Il Calcio Napoli ha invece un proprietario che gestisce privatamente una società sportiva. E quindi che tu possa accontentarti o meno dei risultati conseguiti non fa alcuna differenza. 

Persone che ragionano così sono elettori, votano, possono stabilire chi governa il Paese. Votano pure quelli che ripetutamente commentano commettendo veri e propri orrori ortografici. Quante volte vi capita di leggere sui social commenti con “a preso”, “a fatto”, “a detto”? Dove il concetto dell’H muta è compreso decisamente in maniera fuorviante. L’H muta applicata, oltre che al parlato, finanche allo scritto. Eppure votano, decidono, influenzano, fanno massa critica. E sono pure convinti di avere ragione. Non mollano un post finché non sono loro ad avere l’ultima parola. Ecco perché dal calcio ci sembra di poter leggere una perfetta sintesi di ciò che è diventata l’Italia di oggi.

Un’Italia dove chi ha più conoscenze, grazie ai social, può essere insultato e messo alla berlina da uno che non sa neppure scrivere in italiano. Un’Italia dove la sorte dei nostri bambini, se devono o non devono vaccinarsi, è stabilita dalle “maggioranze”, non dagli esperti. Dove se cade un ponte i social si riempiono di 60 milioni di ingegneri come prima accadeva solo ai Mondiali quando si era tutti allenatori di calcio. Un’Italia – dicono bene Salvini e Di Maio – dove le prossime sfide elettorali si decideranno tra élite e populisti. Dove ovviamente chi fa parte di un’élite va visto con disprezzo e malfidenza. “Noi siamo il popolo, facciamo quello che dice il popolo”. Un popolo che però è diventato nel frattempo sempre più ignorante come certificano tutte le statistiche che ci piazzano tra i più ignoranti d’Europa. Ma, ciò che è più grave, un popolo dove chi ha conseguito un titolo di studio, capacità, conoscenze è messo esattamente alla pari con chi non ne ha. Non solo, ma dove l’ignorante non guarda più – come accadeva un tempo – alla persona più colta come un modello da raggiungere, ma come un saccente che dice cose che non sono gradite, quindi da eliminare, offendere, ingiuriare.

Chi scrive non ha una laurea ad Harvard o chissà quali conoscenze di astrofisica. Non si considera neppure facente parte di un’élite, anzi. Per esempio, in segno di rispetto parlo in napoletano con chi non parla italiano, si tratta di umanità perché non tutti hanno avuto le stesse possibilità, soprattutto chi è cresciuto in altre generazioni. Discorso oggi, con l’obbligatorietà della scuola, che non avrebbe più neppure molto senso. In generale tendo però a fidarmi di coloro che ne sanno di più. Anche fidarsi di chi ne sa di più è però diventato complesso ai tempi del web e dei social. Non è difficile infatti trovare su internet, ma pure sui quotidiani, due teorie opposte, su un qualsiasi tema. Troveremo sempre l’esperto che dice che i vaccini fanno male e quello che dice che invece rappresentano una soluzione. Viviamo nell’epoca della multi-verità. E quindi, anche quando si parla di dati scientifici, ad esempio i bilanci economici della Ssc Napoli, troveremo l’economista che spiega quanto faccia schifo la gestione De Laurentiis e quello che invece loda il presidente. Si torna quindi al punto di partenza, con l’avventore social che diffonde la tesi che più gli piace. Un cortocircuito che va bene per la questione migranti come per il ponte crollato a Genova. Come un oroscopo dove ognuno può leggersi quello che più gli è favorevole. 

Eppure, anche se non siamo economisti, qui su SoldatoInnamorato, vorremmo comunque fare una nostra narrazione sull’operato di De Laurentiis al Napoli. Per carità non infallibile. Non ci basiamo su bilanci, su ammortamenti o equilibri finanziari. Ci basiamo sulla storia. Una storia – questa almeno non modificabile – che ci racconta che in 92 anni di storia il Napoli ha vinto appena 2 scudetti e una Coppa Uefa. Ha fatto tutto in poco tempo, in coincidenza quando a Napoli giocava il più grande campione di sport mai esistito. Sarà un caso? Non diciamo – si noti bene – che il Napoli non debba lottare per vincere, ma che la vittoria non si possa pretendere per molteplici motivi. La storia, come detto, ma pure perché l’imprenditore De Laurentiis non ha oggettivamente le capacità economiche delle multinazionali con cui concorre. La Fiat che compra Cristiano Ronaldo, multinazionali cinesi o americane. Un modo forse ci sarebbe pure: provare a stare al passo con chi spende 100 volte di più rischiando di fallire. E’ successo. E ricordiamo tutti come è stata considerata l’esperienza di Corrado Ferlaino dai napoletani. In che modo ha lasciato il Napoli. Perché pretendere allora? Perché “Devi vincere”?

E poi apprezziamo questo Napoli pure per un fattore sentimentale. Oggi possiamo apprezzare di poter giocare in competizioni come la Champions League che prima guardavamo solo ammirando le altre squadre mentre noi eravamo a lottare per non retrocedere oppure in serie minori. Vorremmo vincere? Certo. Ma quello che abbiamo ci piace, mal che vada ce lo facciamo piacere proprio perché non abbiamo diretta influenza sull’operato del Calcio Napoli. Una società privata. Non è neppure un’entità statale dove se non mi piace un partito o un politico come gestisce una società pubblica posso influenzare con il mio voto delle scelte.  Sembrerebbe l’Abc, ma sembra di dire dei concetti lunari quando lo facciamo.

L’altra mattina, al bar, un signore esasperato mi dice: “Io sono tifoso del Napoli, quindi voglio vincere”. Gli rispondo che “Io sono uomo e vorrei passare una notte d’amore con Belen Rodriguez. Lui mi dice che è possibile. Io me lo auguro. Eppure non penso succederà. “O” i miei dubbi possa succedere… 

Valentino Di Giacomo

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Difendi la città...

Pochi mesi fa il signor sindaco Luigi de Magistris, detto Masaniello, pubblicizzò l’iniziativa (meritoria) di un numero verde a cui telefonare per segnalare in città la presenza dei parcheggiatori abusivi. Poi, dopo un’inchiesta del giornale della città, Il Mattino, su iniziativa di una firma di assoluto prestigio quale Pietro Treccagnoli, si scoprì che dopo appena una settimana il numero non funzionava. Ci si potevano passare ore al telefono, ma nessuno rispondeva. Con buona pace dei parcheggiatori abusivi che continuano a invadere piazze, larghi e strade.

E’ di ieri invece la conferenza stampa del signor Masaniello a Palazzo San Giacomo dove è stato presentato lo sportello “Difendi la città”. Chi ravvisasse sul web, sulla carta stampata o in tv delle diffamazioni nei confronti della città di Napoli e dei napoletani può segnalarlo ad uno sportello comunale creato per l’occasione. Quanto tempo durerà questa iacovella non lo sappiamo, speriamo qualche giorno in più rispetto al meraviglioso numero verde contro i parcheggiatori.

Sarebbe stata una comprensibile iniziativa se fosse stata opera di associazioni, movimenti, club. Meno piacevole è vedere un sindaco che pur di solleticare gli istinti di un certo pensiero dominante che si respira in città voglia farsi propaganda in un modo che dal punto di vista comunicativo è certamente efficace, ma che nella sostanza poco toglie agli scassi di una città che continua a far subire ai propri cittadini un trasporto pubblico indecente, condizioni del traffico e dello smog a livelli impazziti, macchie di degrado e tutta quella serie di inciviltà (dal parcheggio in terza fila, all’andare sul motorino senza casco) che i vigili urbani continuano ad ignorare. E sono questi i motivi per cui chi ci osserva da fuori pensa che Napoli sia un mondo a parte dove vigono leggi che esistono soltanto in questa città. Perché in altre città italiane ed europee (basta avere viaggiato un poco) non accade ciò che succede a Napoli. Ma noi ormai il “Succede solo a Napoli” lo abbiamo preso per vanto, uguale uguale a come si prendono i fischi per applausi.

L’iniziativa in sé voluta da de Magistris non toglie e non mette nulla almeno nella sostanza. Però lo sportello “Difendi la città” rende perfettamente l’idea del voler perseverare nel considerare Napoli una città obbligatoriamente diversa dalle altre. La città di cui noi napoletani siamo schiavi, perché non siamo altro che schiavi, io pure. Schiavi di una bellezza che non ci consente di abbandonarla, schiavi di una lingua, schiavi di una socialità che esiste raramente altrove. E noi, pur di godere le gioie della città che pulsa nelle nostre vene come sangue, ci siamo abituati all’idea della città straordinaria dove per godere di queste bellezze siamo obbligati ad un prezzo da pagare. Eppure non è vero. Anche a Napoli se ci si concentrasse davvero sulle cose serie alcuni fenomeni non ci sarebbero. Basterebbe un sindaco realmente “sceriffo” che intimasse ai propri vigili urbani di far rispettare le regole più basilari del vivere civile. Perché Napoli non sarà mai la Svizzera, ma proprio come dimostra il tanto celebrato “Lungomare Liberato”, è possibile intervenire per portare un pizzico di decoro in una città che ne ha disperatamente bisogno. De Magistris lo sa e lo ha dimostrato in alcune occasioni.

Non è l’iniziativa “Difendi la città” in sé che spaventa, ma il retropensiero che anima una proposta del genere. Un’idea di napoletano simile ai negri d’America degli anni ’50. Ma sono anni che i napoletani sono accolti ovunque senza imbarazzi o pregiudizi. Quanti di voi hanno lavorato fuori da Napoli ed hanno accusato del razzismo nei propri confronti? Io ho lavorato per anni fuori e non ho mai avuto alcun tipo di problema, anzi ne ho avuti di più studiando a Salerno dove, a causa di un certo provincialismo, i napoletani passano tutti per mariuoli e imbroglioni. Ma poi, come in tutte le cose, basta conoscersi perché ognuno è uno, unico. E nessuno ha rappresentanza di un popolo: né i buoni e nemmeno i malamente.

Dietro questa iniziativa c’è un provincialismo e un’autoghettizzazione che non solo sono stupidi, ma pure lesivi. Ma voi pensate davvero che al Nord non hanno altro da fare che mettersi a pensare a noi napoletani? Dico, a parte qualche sindaco in cerca di visibilità o politici, giornalisti e soubrettine alla disperata ricerca di facile pubblicità. Eppure Napoli è una città multiculturale, aperta, emancipata. Altro che cittadina di provincia. A furia di pensarla così siamo diventati come quei paesanotti, tipo alcuni puteolani ad esempio (e lo dico con rispetto parlando) che sono convinti che tutto si è fatto e tutto si è inventato nella propria città, che nulla esista al di fuori dei pochi chilometri quadrati del proprio territorio. Come quei paesi dove hanno imparato a cucinare divinamente il cinghiale e sono orgogliosi di viverci solo per quello. Ecco, credo che Napoli abbia qualcosa in più di una pizza, di una cartolina, di una sfogliatella per essere orgogliosi solo di quello. Napoli è una città europea e una volta, neppure tanto tempo fa, a qualche offesa al massimo si rispondeva con un pernacchio. Oppure si ignorava. Perché a furia di dare importanza ai Salvini, ai sindaci di Cantù e alle Selvagge Lucarelli di turno non ci rendiamo conto che sembriamo proprio quei paesanotti rinchiusi in sé stessi, in un provincialismo che è mentale più che territoriale.

Era una regola anche sul campo di calcio, da bambini: ci si poteva offendere al primo “mammeta” pronunciato. Poi dopo, con il perdurare nella permalosità, si dava solo soddisfazione a chi voleva offendere. E io resto sempre più convinto che la scuola migliore è quella fatta in strada. E’ un’educazione che permette di avere a che fare con tutti, a prendere in giro e, soprattutto, a sapersi prendere in giro da soli. Dare patente di serietà a certe offese, persino istituendo uno sportello comunale, equivale ad essere proprio come quei bambini che, offendendosi, quasi ci godono a sentirsi dire “Mammeta”. Come se non potessero farne a meno. Ma siamo davvero tutti così? Io credo ci siano tanti altri pensieri in città diversi da quelli proposti dal signor sindaco, detto Masaniello, Luigi de Magistris. Chissà se lui a calcetto in strada ci ha mai giocato e se la sa la storia di “Mammeta”.

P.S: Che poi personalmente io il coro scopiazzato “Difendi la città” lo schifo e lo odio. Ma è un gusto mio. 

Valentino Di Giacomo

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Diciamoci la verità, tutte le nostre vite sono state in qualche modo segnate dai cartoni animati. Se le attuali generazioni di bambini guardano Peppa e imparano a saltare nelle pozzanghere di fango, se le generazioni precedenti hanno imparato a giocare a carte con Yu-Gi-Ho e a tornare in vita raccogliendo le sfere del drago con Goku, cosa ha imparato la mia generazione dai robot e dagli altri cartoni con cui siamo cresciuti?

Troppo facile la battuta sui ragazzi dei centri sociali che guardavano Sampei e per questo erano vestiti male, un po’ puzzolenti e avevano come amica una “canna piena di magia“.

Troppo scontata la battuta sui politici che guardavano Lupin e Occhi di Gatto e per questo sono tutti ladri.

Si potrebbe parlare del concetto di famiglia proposto da Heidi e Remy, ma dopo quello che ha detto Adinolfi su Kung Fu Panda potrei essere preso fin troppo seriamente per cui meglio soprassedere.

Dunque, concentriamoci sui veri protagonisti degli anni ’80: i robot. Mazinga, Voltron, Goldrake, Vultus, Daltanius etc. etc. la lista è lunghissima e Salvini, classe ’73, sicuramente ha avuto modo di conoscerli, considerando anche la sua passione per la tv che lo ha portato a partecipare come concorrente a Doppio Slalom nell’85, e ancora oggi a passare più tempo nei salotti televisivi che nelle sedi istituzionali.

Bene, non ci resta che partire con questa delirante analisi priva di ogni fondamento scientifico che dimostrerà in modo ineluttabile che il pensiero di Salvini nasce principalmente dai Robot degli anni ’80.

ruspa_vultusIniziamo a parlare di quello che è un po’ il cavallo di battaglia del Leader Leghista: la Ruspa.
Vultus V (leggi Vultus 5) era un robot che fra i suoi 5 componenti aveva proprio una ruspa: Panzer. Certo, nel cartone veniva definito Veicolo Terrestre e la sua pala si chiamava “Braccio al biridio solare“, ma non possiamo a priori escludere che il piccolo Matteo non fantasticasse già i primi sgomberi a bordo del veicolo che componeva il corpo di Vultus.

Passiamo poi all’ideologidaltaniusa basata sugli slogan illuminanti, dall’ognuno a casa sua, a padania libera etc. Bene, la “Via da questa terra mia!” non è uno slogan leghista, ma una frase della sigla di Daltanious che dopo rincara la dose con un “Togli le zampe o ce le lascerai” che sembra richiamare un altro punto fermo di Salvini: la legittima difesa e la possibilità di possedere armi a tale scopo. Fra i personaggi del cartone c’è anche il piccolo Jiro, un ragazzino che ama andare in giro a cavallo del suo Maiale. Non posso fare a meno di pensare a lui come un Borghezio qualsiasi che cavalca sui terreni destinati a una moschea.

Arriva infine una questione molto ma molto cara al nostro collezionista di felpe preferito: il gender.
La sessualità è chiara, ben definita il resto sono tutte chiacchiere. L’uomo fa l’uomo e la donna la donna, l’uomo lavora e la donna bada alla casa e ai figli, l’omm adda puzzà e a femmen’ addurà r’omm… insomma ci siamo capiti. Siamo sicuri che questo pensiero non nasca anch’esso dai cartoni?
Provate a canticchiare l’inizio della sigla di Gackeen Magnetico Robot.

Un bel ragazzo con la sua ragazza
profonda questa solidarieta’
La donna e’ piu’ dolce ma sa anche soffrire
L’uomo e’ piu’ forte ma sa anche morire

Ecco i ruoli ben definiti, a fanculo la “Teoria del Gender” che tanto ci terrorizza.

Diciamo che per ora possiamo fermarci qui, ma potremmo senza grandi sforzi ritrovare il concetto di “Missione di pace” (ossia cercare di fermare una guerra con un’altra guerra) in Gordian, che distruggerà chi ha voluto la guerra.

All’appello mancano ancora i principali, ma credo che per il momento siamo stati esaustivi e se anche voi come me guardavate gli stessi cartoni e le pensate in modo totalmente diverso da Salvini vorrà dire che la premessa fatta in questo articolo era vera: è tutto una cazzata.

Paolo Sindaco Russo

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Importiamo più rifiuti di quanti ne esportiamo!

La Lega Nord di Salvini spara a zero su Napoli e la Campania. L’occasione utile stavolta è un decreto del governo che ha stanziato 150 milioni per lo smaltimento delle ecoballe. Il Leghista Paolo Arrigoni, non potendo più parlare di “Padania” visto che Salvini è alla ricerca di voti al meridione, cita invece la pianura Padana per avvalorare le sue tesi… Peccato che sia proprio di oggi la notizia che i rifiuti importati dall’Italia nel 2014 hanno raggiunto 5,9 milioni di tonnellate, mentre sono 3,8 milioni di tonnellate quelli esportati. In pratica importiamo più rifiuti di quanti ne esportiamo. A dirlo è stato il rapporto ‘L’Italia del riciclo’ realizzato da Fise Unire (l’associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile (Fss). “Il paradosso – si fa presente in un approfondimento ad hoc dedicato all’import-export del report presentato oggi a Roma – è che 450 mila tonnellate di rifiuti importati, circa l’8% di quelli trasportati nel nostro Paese per essere trattati, equivalgono per volume e tipologia a rifiuti italiani spediti all’estero, con costi spesso esorbitanti“. L’import – viene spiegato – riguarda perlopiù imprese ed enti del nord Italia (ricevono il 96% della quantità in entrata); l’export interessa anche il centro-sud (da dove parte quasi il 40% dei rifiuti). Il 99% dei rifiuti importati arriva da Paesi europei; per l’export ne accolgo il 77%. Tra il 2009 e il 2014 i rifiuti importati sono cresciuti del 60%, quelli esportati del 10%.

Evidentemente per la Lega Nord la monnezza campana puzza più di quella proveniente dall’estero. E le terre del sud e della Campania possono essere al meglio utilizzate per interrare i rifiuti industriali provenienti dal nord… Magari con l’aiuto della camorra…

Ecco quanto ha dichiarato oggi Arrigoni alle agenzie di stampa, nel caso quando questi signori verranno dalle nostre parti a cercare voti, cercate di ricordarvene:

 

Ancora una volta i rifiuti campani saranno scaricati al Nord, 5,6 milioni di tonnellate di rifiuti, confezionati in 4,2 milioni di ecoballe, non saranno smaltite nel territorio che li ha prodotti ma riversati altrove. Destinazione? Anche all’estero, ma soprattutto al Nord dove ci sono i termo utilizzatori, in particolare quelli di Lombardia e Emilia Romagna, territori che dunque pagheranno a caro prezzo l’incapacità degli amministratori campani e anche –
paradossalmente – la responsabilità dimostrata negli anni di dotarsi di impianti per la gestione corretta del ciclo rifiuti”. Lo dichiara il senatore della Lega Nord, Paolo Arrigoni,
capogruppo in commissione ambiente a Palazzo Madama, commentando la scelta del governo di inserire nel Dl Giubileo “l’intervento necessario per dare esecuzione alle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea per inadempienza in materia di
Ecoballe per la quale l’Italia è obbligata a pagare una sanzione forfettaria di 20 milioni oltre a una sanzione giornaliera di 120mila euro”. “Anziché imporre alla Campania di adottare i necessari impianti di smaltimento – spiega Arrigoni – Renzi preferisce spendere 150 milioni, peraltro senza intaccare il Fondo Sviluppo e Coesione destinato al meridione come chiesto dalla Lega, per spostare i rifiuti. Saranno necessari 300mila camion per il
trasporto delle ecoballe, con un inevitabile enorme inquinamento. E’ estremamente grave, inoltre, che non sia previsto l’obbligo di controllare e trattare in loco il
contenuto delle ecoballe prima del loro trasporto con il pericolo che siano trasportati anche rifiuti pericolosi”. “Ecco servito il regalo di Natale di Renzi ai territori della pianura padana a pochi giorni della diffusione del “Rapporto sulla qualità dell’aria” dell’Agenzia europea dell’Ambiente , che ha rilevato per quest’area rispetto al resto dei paesi UE – conclude Arrigoni – un record negativo nel numero di decessi prematuri dovuti all’inquinamento”.

vDG

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Mentre Parigi era sotto attacco allo Stade de France si giocava Francia – Germania. Un match al quale ha assistito anche il presidente transalpino Hollande, prima di lasciare l’impianto a partita in corso per provvedere a presiedere un vertice sulla sicurezza. In campo le due squadre schieravano tra gli altri Varane, Evra, Pogba, Diarra, Ben Arfa, Coman, Mangala, Cissoko, Rudiger, Boateng, Khedira, Gundogan, Sané. Cosa hanno in comune tutti questi calciatori? Hanno tutti la cittadinanza dei due Paesi, ma ognuno di loro ha origini africane o di altre etnie extra-europee. Eppure sono idoli nei loro Paesi, come in Italia lo sono o aspirano a diventarlo El Sharaawi, Balotelli, Okaka e tanti altri.

Quasi come se non se accorgesse l’Europa ha tra i propri cittadini persone che derivano da ogni parte del mondo. E soprattutto sono tutti cittadini che si sentono europei al pari di chi è nato a queste latitudini. Basta fare un giro nelle scuole e in un appello di classe ai soliti Esposito, Scognamiglio o Russo si troveranno i Mohammed, Konate o Yu Ming.

Non sono e non si sentono bimbi differenti da altri. E’ frequente che questi bambini siano italiani ormai da più di due generazioni: sono italiani, ma i loro cromosomi si sono scaldati in passato al sole della Libia, del Marocco, dell’Algeria o si sono nutriti di riso e spezie a noi sconosciute.

E’ imbarazzante che dinanzi ad una tragedia certi nostri politici parlino di chiudere le frontiere, di bombardare lo “Stato Islamico” come se questo fantomatico Paese esistesse realmente. Da Gasparri a Salvini tante sono state le uscite infelici di chi dovrebbe amministrare per nostro conto la res publica. Tutte parole al vento nel tentativo di risultare originali e acchiappare qualche voto stimolando gli istinti più bassi.

Non sanno forse questi soggetti che chi si è fatto esplodere a Parigi, chi ha sparato era probabilmente francese da oltre quattro o cinque generazioni. Come cittadini francesi era Amhedi Coulibaly, colui che solo pochi mesi fa assaltò, sempre in Francia, un supermercato il giorno della strage di Charlie Hebdo.

Così come, se un giorno dovesse accadere un attentato in Italia e chiaramente ci auguriamo che ciò non avvenga mai, i responsabili saranno soggetti allevati probabilmente nelle nostre scuole e che avranno pregato nelle Moschee presenti nelle nostre città.

Non ci accorgiamo che i Rudiger, i Varane, i Khedira, gli Okaka o gli El Sharaawi sono semplicemente ragazzi più fortunati di altri che per volere del destino giocano a calcio anziché prestarsi al fondamentalismo e al fanatismo di un dio che attraverso la malvagità di certi animi non è più un Dio.

Mi colpiscono le morti, le scene raccapriccianti quando avvengono questi episodi eclatanti. Mi addolorano. Ma mi spaventa assai di più la risposta che noi offriamo a queste tragedie. Risposte di istinto, di pancia, di totale assenza di ragionamento.

Mi lasciano un vuoto triste i tanti commenti che compaiono sui social network, anche quelli che rincorrono hashtag da milioni di retweet o milioni di “mi piace“. Quello più gettonato oggi è #PrayforParis. Così come la scorsa volta vennero riempite le bacheche a furia di #JesuisCharlie. A che servono mi chiedo? Si può partecipare a queste tragedie con un hashtag?

Le immagini che vediamo alla tv e sul computer sembrano quelle dei videogiochi. Una delle tecniche di reclutamento dell’Isis con i più piccoli avviene proprio attraverso dei war-games: si gioca alla guerra per poi farla davvero. Chi ha visto l’immagine di Coulibaly che davanti al supermercato parigino spara ad un poliziotto dice che siano identiche a quelle di un videogame.

Virtuale appare il sangue, virtuale è pure la solidarietà e la compassione di chi scrive sui social. Virtuali sono poi le soluzioni proposte da alcuni nostri politici che identificano per davvero l’Islamic State su una cartina geografica come il Kamatchka del Risiko da bombardare con i carrarmatini neri. E’ tutto un gioco. Non è vero finché ciò che vediamo è trasmesso su uno schermo. Chissà se un giorno dovessero presentarsi davanti a noi, nella vita reale, immagini del genere riusciremmo a percepirle sul serio come reali e non come un film o un reportage di telegiornale.

La propaganda delle immagini cruente è il primo obiettivo delle organizzazioni terroristiche. Instillano paura, incertezze nella nostra vita quotidiana. E, forse, ci fanno apparire la nostra vita vissuta guardando gli schermi più elettrizzante ed anche più sicura di quanto lo sia prendere un autobus, un caffè al bar o assistere ad un concerto in un teatro.

Eppure il nostro impegno quotidiano, alla faccia di qualche politico chiacchierone, dovrebbe essere di non rinunciare alle nostre emozioni reali. Non a quelle suscitate da un commento su Facebook o da un hashtag su Twitter. Emozioni reali, sentimenti reali. Non questa fredda propaganda della solidarietà inservibile proprio come certe soluzioni proposte da alcuni nostri parlamentari.

Valentino Di Giacomo

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Come una poesia di Neruda

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Il Napoli e tutta la città salgono sulla giostra di GonzaloLandia e battono per 1-0 l’Udinese consolidando il terzo posto in classifica. Un tempo le domeniche pomeriggio i napoletani le passavano all’Edenlandia, oggi la nuova attrazione si chiama Gonzalo Higuain.

Il gol decisivo del Pipita arriva soltanto al 53′ minuto del match, ma per tutta la partita Gonzalo ha dimostrato di essere attualmente il miglior centravanti del globo terracqueo. Il gol è una prodezza di una bravura inenarrabile. Sembra tutto facile a vedere Higuain, ma solo chi ha giochicchiato un po’ a pallone può comprendere la difficoltà delle giocate di questo ragazzone argentino nato per caso nella Gallia Transalpina.

Dovremmo parlare anche dell’evidenza che il Napoli per l’ennesima volta conclude una partita senza subire reti, in pieno controllo. Le folate friulane non hanno mai seriamente impensierito i cuori partenopei. Come se vi fosse la certezza, una sorta di fede che questa partita mai si potesse perdere o impattare. E che se pure l’Udinese per qualche strana combinazione del destino potesse segnarci un gol, noi avevamo lì davanti Sua Santità El Pipita. Perché se il Papa è argentino, lo è pure Sua Eminenza Higuain: Vescovo di Napoli ad honorem che toglie alle squadre del nord e dona agli “indecorosi” napoletani (alla faccia di s… bronzo di Giletti e Salvini che sempre devono salutarci le loro brave sorelline).

Del resto la giornata della città di Partenope era iniziata con un sole estivo, gli oltre 20 gradi e una domenica che ha permesso gite e bagni al mare. Non poteva che concludersi con un raggio di Gonzalo che illumina Napoli e la fa sognare.

“Indecorosamente” il Napoli tiene salda la sua posizione ai vertici della classifica. Se alla Roma regalano i rigori e l’Inter vince con miseri sforzi, Napoli vince e convince con il suo gioco e il suo fenomeno con il numero 9. Ha una bella squadra tra le mani il nostro Sarri, ma Higuain è n’ata cosa! Gonzalo è una poesia di Neruda quando sei innamorato!

vDG

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Con il solito fare baldanzoso Matteo Renzi, tifoso della Fiorentina, ha parlato stamane anche di calcio in un’intervista rilasciata alla radio Rtl: “Salutate la capolista – ha detto il premier – fino a domenica non mi occupo di campionato perché siamo da due settimane in testa, poi siamo anche fortunati perché c’è la sosta, quindi è stato meraviglioso e ce la stiamo godendo tutta“. I viola di Paulo Sousa domenica affronteranno il Napoli di Sarri al San Paolo. “Spero che tra Napoli e Fiorentina vada finire in maniera diversa dalla media degli ultimi anni. Spero che si cambi il verso nel risultato al San Paolo, anche se a volte abbiamo anche vinto. Detto questo, che sia una bella partita perché sono due squadre che quest’anno, secondo me, se la possono anche giocare con la situazione che c’è nel campionato. In bocca al lupo a entrambe e in particolar modo ad una. E comunque l’hashtag sul calcio è: ‘salutate la capolista’“.

Oggi, nel giorno in cui il Senato chiude praticamente i battenti e si pone fine al cosiddetto bicameralismo perfetto, Renzi sceglie di parlare anche di calcio. Un Senato che oggi si regge anche grazie all’apporto dei voti di parlamentari legati ad un certo Denis Verdini. Perché lo ricordiamo? Perché avremmo una piccola proposta. Quando si disputò Milan – Napoli, Berlusconi guardò la partita insieme al tifoso milanista Matteo Salvini e tutti sappiamo come sia andato a finire il match. Allora, caro Renzi, anche Verdini è toscano e probabilmente tifoso anch’egli della squadra viola… Matteo, ma un bell’invito a pranzo al tuo amico Denis lo potresti pure fare domenica pomeriggio… Non si sa mai…

vDG

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Il mondo dei media si alimenta di mode e tormentoni. Ci sono ciclicamente notizie che suscitano scalpore, interesse, indignazione, passione e tutto l’armamentario di emozioni che gli esseri umani sanno provare. Dura una settimana, poi, come ogni tormentone che si rispetti, viene lasciato all’oblio per l’abuso stancante e demagogico che se ne fa. E’ il caso del funerale del boss Casamonica, di qualche scandalo politico, di “mafia capitale”. Di un omicidio efferato, ad esempio, se ne può parlare per mesi e persino anni: la madre che uccide il proprio bambino o uomini che ammazzano i vicini di casa. Oggi il tormentone (spiace doverlo chiamare così, ma è nelle cose) della stampa nazionale, ma anche europea, è il caso del piccolo  Aylan: il bimbo di tre anni annegato su una spiaggia turca e la cui immagine (CHE PERSONALMENTE PREFERISCO NON PUBBLICARE) ha fatto il giro del mondo.

E’ bastata una sola immagine a risvegliare i media europei sul dramma dei migranti. Ma non soltanto i media comuni, anche i social network, dove ogni utente su Twitter o su Facebook commenta la notizia secondo le emozioni che questa storia ha suscitato.

Di donne, uomini e bambini ne muoiono a migliaia sulle coste europee. Persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla mancanza di libertà. Che specie di coraggio deve provare una persona per rischiare la vita pur di provare a migliorarla è un sentimento che non so neppure immaginare. Pe mmare nun ce stanno taverne. Una volta partiti si è al cospetto di un fato che muove onde, agita vento e può rovesciare ogni speranza. Partono lo stesso incuranti del pericolo, fuggono da una vita che forse vita non è.

Ecco, dopo l’immagine diffusa da tutti i media del piccolo Aylan, tutti possiamo finalmente compenetrare qualche sorta di sentimento. Non può essere empatia, ma almeno tentativo di comprendere forse si. Allora una semplice foto apre l’orizzonte degli sguardi, cosa c’è dietro quella linea che separa mare e cielo, continente e continente, persona e persona?

Di Aylan ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno ancora. Ci fanno tenerezza finché restano lì in quei Paesi di guerra e fame oppure alla deriva in mezzo al mare. Ma quando arrivano qui da noi riparte la solita guerra tra poveri. Uomo contro uomo. In Italia, terra di migranti, c’è persino un partito politico che cavalca questo odio per ottenere consensi. Basta andare a leggere qualche commento su Facebook dei giorni scorsi, ognuno di noi avrà un amico che in uno status abbia scritto: “Basta con questi migranti, stiano a casa loro, non ne possiamo più” e tutta quella serie di cliché che riguardano gli immigrati che ci tolgono il lavoro, che sporcano, che puzzano, che magari sono pure terroristi.

E’ bastata una semplice foto: un bimbo di tre anni morto su una spiaggia. La morte, il dolore hanno fatto sempre notizia e continueranno a farla. Certo, un quotidiano non può parlare ogni giorno di chi in Africa non ha cibo, di chi muore in una guerra lontana, di una donna dell’Asia uccisa per aver trasgredito a qualche rigida usanza religiosa. Troppi sono i guasti del mondo per dare conto di tutti. Eppure quello della migrazione è un fenomeno che ci riguarda tutti i giorni. L’Italia è come un gancio appeso nel Mediterraneo al quale si aggrappano i disperati che sono sotto.

Tra una settimana tutto sarà dimenticato, il dolore, la morte, il piccolo Aylan scappato con i genitori da quella polveriera a cielo aperto che è diventata la Siria. Ognuno di noi tornerà ai propri pensieri, a De Laurentiis “pappone“, a Higuain che è un campione, alla canzone che ci ha fatto innamorare, al mare, agli scherzi, alla vita. Quella che scorre per noi con i suoi tempi, i suoi agii, i suoi dolori minori. Ed è forse giusto così.

Mi chiedo solo se serve tutta questa commozione generale. Se può servire per cambiare qualcosa, oppure resterà la solita ipocrisia che ci fa lavare la coscienza per un attimo. Una catarsi di sensi momentanea. Ma, come ci insegna la storia, resterà, più probabilmente, un’immagine di passaggio. Un tormentone. Una foto che basta non guardare. Basterà qualche giorno e torneremo ad un’altra notizia: altre emozioni, altre sensazioni. E neppure quelle ci riguarderanno fino in fondo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Le dicerie ai tempi del web

Esistono credenze popolari dure a morire. Frasi che si sedimentano nel sentire comune e che, con l’uso quotidiano, diventano vere pure se la loro veridicità non è così sicura. “Vox populi, vox Dei” – recitava un antico proverbio. Una maldicenza sul conto di qualcuno, indifferentemente se fosse vera o falsa, assurgeva a certezza conclamata e incontrovertibile. Nell’era dei mass-media questo trend si è acuito ancor di più: Tv, quotidiani e radio hanno fatto la propria parte abbondantemente per consolidare nell’opinione pubblica tantissime bugie spacciandole per verità. Ai tempi poi della comunicazione 2.0 la bugia ha le gambe ancor più lunghe e corre a velocità supersoniche. Basta girare un po’ sui social, da Twitter a Facebook, per trovarci link di siti internet  che, in barba a qualsivoglia deontologia o etica, spacciano notizie false per vere: il più delle volte sono le classiche storie che la gente vuole leggere. Il politico che ruba, il bollo auto o l’assicurazione che non vanno pagate in base a qualche cavillo inventato, l’Europa che mette un’astrusa legge o una tassa antipatica (l’Ue lo fa spesso, ma non sempre quello che circola in rete corrisponde al vero). Per non parlare poi del calcio dove non si contano i siti che parlano esclusivamente di calciomercato per spacciare al lettore il grande acquisto che si sogna da anni. Basta ricordarsi di quando Baggio, Ronaldo o Ronaldinho, come abbiamo testimoniato, erano in procinto di vestire l’azzurro. O quelle notizie di sceicchi pronti a rilevare il Napoli da De Laurentiis e che avrebbero già contatto Messi per portarlo al San Paolo. Quante ne avete lette di queste storie? Ora magari siete disposti a darci ragione sul fatto che soldatoinnamorato.it non tratti, o lo fa col contagocce, notizie di calciomercato, ma quante volte avete aperto quei link di siti astrusi che vi raccontavano dell’offerta “shock” del Napoli per questo o quel calciatore? Perché in rete siamo noi lettori, decidendo di aprire o non aprire un link o un sito web, a decidere il tipo di informazione che preferiamo.

Per parlare di politica, ad esempio, scommettiamo che tra qualche tempo tanta gente avrà dimenticato che Salvini solo pochi anni fa cantava “Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani”? O che al sud non abbiamo voglia di lavorare o che i meridionali vanno al nord a rubare lavoro ai settentrionali? Eppure, si dice che la rete abbia una memoria infinita perché non cancella nulla. Sta tutto, però, nell’utilizzo che facciamo di questa memoria collettiva. Una memoria digitale che, soprattutto in Italia, è usata a piacimento dai grandi gruppi di informazione o dai partiti politici (anche quelli più recenti e insospettabili, vedi il Movimento 5 Stelle) per selezionare ciò che più serve in quel momento per propri fini economici, politici o di opinione. Siamo in ritardo, legislativamente, per porre un freno alla proliferazione di certe notizie inventate. Intanto però abbiamo fatto una lista di credenze popolari che ormai sono assurte a verità incancellabili. Cose false spacciate per vere, verosimili spacciate per vere. Talmente di uso comune che su tante di queste storie ci si è lanciata l’industria dei neomelodici creando canzoni proprio su questi argomenti. Se ne avete in mente altre aggiungetele con i vostri commenti. Ecco le 10 credenze popolari napoletane e non che abbiamo scelto:

1) Quando c’era la Lira si stava meglio. È l’euro di Prodi che ci ha rovinato a noi.

2)Quando c’era Mussolini si potevano tenere le porte di casa aperte. I treni arrivavano in orario

3)I cinesi prima o poi si prenderanno tutta Napoli, l’Italia, il mondo.

4)Gli immigrati vengono qua per prendersi il nostro lavoro.

5)Pertini tirava la cocaina.

6)Il figlio di Achille Lauro era fesso.

7)I politici sono tutti ladri e hanno tutti l’auto blu.

8)Ci sarebbe tanto lavoro ma i giovani non vogliono farlo.

9)È stato inventato a Napoli (qualsiasi cosa). Eduardo pure il pernacchio voleva fosse nato qua.

10)Come sempre per noi la Dieci è solo Maradona. Unica verità incontrovertibile.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Foto di Paolo Russo

Se non fosse una delle espressioni più abiette dell’animo umano mi verrebbe da dire che il razzismo è la moda del momento.
Dall’intramontabile “aiutiamoli a casa loro” al più estremo “affondiamo i barconi” parlando dei profughi, al diffuso proposito di dar fuoco (o abbattere con le ruspe) tutti i campi quando si parla di Rom, le bacheche di facebook si colorano di frasi fatte e slogan che, qualche volta in modo velato, altre in modo esplicito, sono espressione del peggior (neo) fascismo, del più becero razzismo o semplicemente della più bassa ignoranza.

In questi giorni si è parlato molto di quanto successo a Treviso prima, e poi anche in altre città d’Italia, dove un intero quartiere si è ribellato contro l’assegnazione degli alloggi in una palazzina a 101 profughi. La reazione è stata oltremodo violenta, gruppi di estrema destra con l’appoggio di parte degli abitanti hanno distrutto gli alloggi e le suppellettili (a loro va il mio sentito ringraziamento per aver bruciato i soldi delle mie tasse), i cittadini hanno poi bloccato gli autobus e si è arrivati allo scontro e alla fine gli alloggi non sono stati più assegnati in quanto inagibili.

Fra i tanti servizi in tv e online che ho visto, un’intervista mi ha colpito particolarmente: una donna pugliese che spiegava che non era razzismo, ma che l’arrivo dei migranti avrebbe fatto svalutare le case che loro avevano comprato con tanta fatica. Forse la signora non sa, o finge di non sapere, che mezzo secolo fa lei avrebbe rappresentato lo stesso identico problema. “NON SI AFFITTA A MERIDIONALI” era un cartello molto frequente nelle grandi città del nord, il motivo del non voler assegnare le case ai meridionali? Sporcano, portano malattie, rubano, ci portano via il lavoro, fanno rumore e ci rovinano e svalutano le case.

Dopo mezzo secolo noi meridionali, soprattutto quelli che abitano al nord, abbiamo avuto la fortuna di passare da vittime a carnefici del razzismo, abbiamo avuto la triste fortuna di vedere qualcuno più disperato di noi cercare il nord più facilmente raggiungibile per avere una possibilità di vita migliore e ci sentiamo in diritto di sentirci migliori, di sentirci superiori, di sentire la paura di perdere quello che abbiamo conquistato in anni di integrazione (e anche di questo ci sarebbe da discutere non poco).

Nel titolo ho citato Salvini per un motivo molto semplice, è ovvio che questo spostamento dell’asticella dell’odio non sia opera sua, ma lui ha saputo captarla e sfruttarla a fini politici: il bacino di voti dei meridionali è ovviamente enorme e coinvolgerli si è rivelata una mossa strategicamente valida.

Poco importa che nel 2009 il leader della lega a Pontida cantasse “Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”, una goliardata. E possiamo metterci anche una pietra sopra a dichiarazioni come “L’euro al Sud non se lo meritano. La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere” e soprattutto quel “Dire Prima il nord è razzista? Ma per piasé, i razzisti sono coloro che da decenni campano come parassiti sulle spalle altrui” non dovrebbe dare fastidio a noi meridionali, in fondo abbiamo la memoria corta e basta sostituirlo con “Dire prima gli Italiani è rassista?” e siamo tutti d’accordo, vittime e carnefici”

Conosco tutte le opinioni contrarie e tutti gli slogan che di solito seguono a questi discorsi: ma le case agli immigrati le danno gratis, noi meridionali andavamo al nord per lavorare etc. etc. Non voglio perdere tempo su discorsi triti e ritriti, penso solo che sia tanto triste quanto controproducente anteporre i discorsi economici a quelli umani, sono nato, cresciuto, vissuto ed educato a Napoli siamo un popolo d’amore e tale voglio rimanere.

Qualche giorno fa a Roma un gioielliere in via Prati è stato ucciso a seguito di una rapina, il presunto colpevole è un Napoletano, fra i commenti sul web ho trovato questo, che ovviamente non è l’unico del genere “Lo avevo detto in tempi non sospetti, vuoi vedere che sarà uno dell’est europa o un terrone? Io speravo in un extra e non in un Italiano.Siamo proprio sicuri che le cose siano cambiate?

Paolo “Sindaco” Russo

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