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razzismo

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Il caso

Gentile ministro,

è lodevole il suo annuncio di voler imporre «tolleranza zero» per la violenza negli stadi. Un problema, quello della sicurezza e della inciviltà nel corso delle manifestazioni sportive, che si trascina da anni e che troppe volte è stato affrontato solo a colpi di slogan e misure inefficaci. «Metterci la faccia» – come lei ama dire – dopo tanti fallimenti passati non sarà certamente un’impresa semplice, eppure ciò che non si comprende è da quale prospettiva lei si appresta ad affrontare questo tema. In questi giorni ha, ad esempio, equiparato i cori insultanti nei confronti delle madri dei calciatori agli ululati razzisti. Una similitudine forzata che già prevede anche giuridicamente due differenti imputazioni. Per l’offesa alle madri si tratta di diffamazione e, se mi consente la boutade, neppure sempre dal momento che tra i calciatori, come pure tra i giornalisti o persino tra i ministri, non tutti possono giurare di avere genitrici pudiche. Quanto agli ululati razzisti si tratta di discriminazione: si offende una persona per il suo essere. È una discriminazione ontologica che mortifica un nero solo perché nero: condizione immodificabile. Tra l’altro, come lei ben sa, l’umanità non ha mai messo in pericolo la propria stessa esistenza a causa di semplici insulti. Mentre le pagine più buie della storia si sono avute con leggi razziali, pulizie etniche, apartheid. Come può quindi mettere sullo stesso piano due fenomeni così distanti tra loro e con conseguenze così differenti?

Tra le sue dichiarazioni c’è poi una colpevole lacuna che omette quanto sta accadendo recentemente nel nostro Paese. L’assalto ai napoletani all’esterno di San Siro nel giorno di Santo Stefano è solo l’ultimo episodio che vede i partenopei attaccati per il solo fatto di essere napoletani. Un attacco perpetrato da ben tre tifoserie, una persino estera. Anche qui, come vede, è un problema che attiene all’essere in quanto essere. Evidentemente non è bastata neppure la morte del giovane napoletano Ciro Esposito, ucciso con un colpo di pistola da un ultrà neofascista della Roma appena quattro anni fa. Di finali di Coppa Italia se ne sono giocate a decine all’Olimpico di Roma negli ultimi anni, eppure di assalti di tifoserie non coinvolte neppure nella gara (si giocava Napoli-Fiorentina), ne è avvenuto soltanto uno.

Episodi di truce violenza che seguono i cori beceri che si ascoltano in quasi tutti gli stadi italiani ogni domenica. Non le sembra un valido esempio di come dalle parole è breve poi il passo per andare all’azione? Anche sui cori contro i napoletani, da anni ascoltiamo il refrain del «Vesuvio lavali col fuoco», un coro insopportabile per l’augurarsi la distruzione di un popolo per mano di un’eruzione, ma ancor peggio per quel «lavali» che ancora una volta pone i napoletani come «sporchi, colerosi e terremotati». Canzoncina che lei ben conosce e per la quale più volte ha cercato di scusarsi per averla proferita lei stesso in pubblico. Perché è vero che spesso il tifo da stadio fa emergere il peggio di noi stessi. Parlo anche per me che, non occupandomi professionalmente di sport, da tifoso malato, sono solito vedere le partite del mio Napoli nella mia curva B invece che in tribuna stampa. Anche lei frequenta lo stadio, immagino il suo disagio, nel sentire certe bestialità quando va a vedere una partita. Capita anche a me. Ad esempio al San Paolo, tifoseria molto spesso corretta, provo insofferenza quando prima dell’inizio della gara gli ultras intonano cori contro gli odiati «sbirri» o di solidarietà per i «diffidati». In quel momento mi guardo intorno, vedo i volti degli ormai pochi bimbi che i genitori portano allo stadio e provo vergogna. Lei parla spesso dei suoi figli, oggi, in coscienza, avrebbe piacere di portarli in uno stadio dove si discrimina un nero solo perché nero o un napoletano solo perché napoletano? Ha piacere che i suoi figli ascoltino offese a quelle onorate divise che ogni giorno, tra mille rischi, garantiscono la nostra sicurezza?

Lei ha probabilmente ragione che le partite non vanno sospese in caso di cori discriminatori. Ciò, come dimostrato anche da inchieste delle commissioni parlamentari, mette nelle mani degli ultrà l’arma di poter ricattare i club spaventati da multe e dalle stesse chiusure di curve e interi stadi. Eppure, queste decisioni che puniscono tutti indistintamente, sono necessarie finché non si punisce singolarmente chi si macchia di questi reati. Oggi le famiglie non frequentano più gli stadi anche perché gli impianti sono ormai diventati dei check-point: si viene schedati, perquisiti, con l’impossibilità persino di portare all’interno una bottiglia d’acqua o un ombrello in caso di pioggia. Sono stati installati tornelli e telecamere. Le famiglie hanno pagato un prezzo alto e sacrificato la propria passione, purtroppo è di tutta evidenza che questo prezzo è stato pagato avendo ben poco in cambio. Il sospetto è che le norme e gli strumenti per stroncare il tifo violento ci siano già tutti. Fino ad oggi è invece forse mancata la volontà di farlo e certe dichiarazioni – come le sue – che relativizzano determinati temi certamente non aiutano. Le auguro buon lavoro nell’interesse di tutti noi tifosi e anche, «da ministro e da papà», le auguro che questo clima non porti un giorno persino suo figlio a cantare quei beceri cori di cui lei stesso si è reso protagonista in passato. Sbagliamo tutti, ma dovremmo tutti lavorare per non far ripetere anche alle future generazioni i nostri stessi errori. Confido in una sua risposta e soprattutto che prima che sia troppo tardi prenda una posizione chiara sul clima d’odio nei confronti dei napoletani. Le è dovuto da ministro, ma anche da leader politico che ha deciso di togliere l’indicazione Nord dal simbolo del proprio partito. 

Saluti da Napoli.

Valentino Di Giacomo

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Noleggiare un’auto è un metodo sempre più diffuso di viaggiare, non solo per i turisti ma anche per chi viaggia per lavoro. Un giovane Avvocato, Arturo Cola, ha usufruito dei servizi di un autonoleggio a Roma e al momento della firma ha scoperto, suo malgrado, quella che ha tutta l’aria di essere una discriminazione piuttosto arbitraria ai danni di Puglia, Campania e provincia di Messina.

Europcar si premura di avvertire turisti e viaggiatori in genere che in queste zone l’incidenza dei furti è particolarmente elevata e che pertanto in queste province “non trovano applicazione le esclusioni di responsabilità eventualmente sottoscritte”, insomma se ti rubano la macchina a Bari, Messina, Napoli, Brindisi o Caserta… problemi tuoi, io te l’ho detto!

A parte la pessima qualità di un servizio non disponibile al 100% che penalizza i clienti, che ci auguriamo siano sempre meno, qualora questa situazione non cambi, si presentano due questioni piuttosto importanti:

1) Possibile che un’azienda internazionale, che offre servizi ovunque, non riesca ad assorbire i rischi delle zone più pericolose con il margine delle zone meno rischiose? Ha senso questa scelta di un servizio che discrimina due delle aree turistiche più visitate d’Italia?

2) Senza ricorrere a facili campanilismi, sappiamo che la Campania è la regione dove si sono rubate più auto nel 2015 (dati del Viminale), ma al secondo posto c’è il Lazio, non la Puglia, e soprattutto, sempre attenendoci alla stessa fonte, in Puglia e Campania c’è più possibilità di recuperare l’auto: 36% e 45% rispettivamente. Parlando di città infine, nella classifica dei furti d’auto dello scorso anno, dopo Napoli figurano Roma (seconda per un centinaio, nel capoluogo campano infatti si sono rubate 17290 auto e nella capitale 17194) e Milano, perché deve figurare Messina?

Senza voler tirare in ballo il razzismo, chiediamo ad Europcar a quali fonti e quali statistiche si appiglia per questa scelta, e soprattutto se non è il caso di cambiare politica. Altrimenti per molti sarà sicuramente più conveniente rivolgersi ad altri, cosa che probabilmente inizieremo a fare già da subito.

Paolo Sindaco Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Non ci ho mai tenuto particolarmente all’abbigliamento, ho fatto della sciatteria il mio look basato su tshirt, pantaloni con i tasconi o jeans, felpe con il cappuccio e al massimo qualche maglione. Praticamente mi vesto come quando avevo 14 anni e anche quando avevo un appuntamento non modificavo il mio stile. Le scelte venivano basate su fattori semplice come non puzza e porta fortuna. Ovviamente chi usciva con me non doveva essere una persona per cui l’abbigliamento contasse qualcosa, altrimenti al primo approccio mi avrebbe già scaricato una bomboletta di spray al peperoncino in faccia, per cui potevo per me contava stare rilassato e a mio agio.

Nella scelta dei vestiti però ho sempre avuto un limite: porto 48 di piede e praticamente non posso sceglierle. Entro in un negozio vedo cosa hanno della mia taglia e lo compro, la scelta è limitatissima e non capisco perchè spesso trovo solo i modelli più tamarri.

Venne il giorno in cui come scarpe da ginnastica ne trovai un paio rosso. Capirete che ai miei piedi sembrava quei suppostoni che usavano i bagnini di baywatch, ma erano molto comode così decisi di non far caso al colore, e prenderle lo stesso.

Succede così che a un appuntamento ottenuto dopo giorni di appostamenti fatti per creare incontri casuali riesco ad uscire con una ragazza che seguivo da tempo. Scelsi con cura la tshirt più simpatica e la felpa meno puzzolente ma ovviamente sulle scarpe non avevo scelta… Ovviamente lei fissò i miei piedi per tutta la serata.

Qualsiasi cosa io dicessi lei mi guardava i piedi, i suoi occhi azzurro napoli non si spostavano di un millimetro dalle scialuppe rosse in cui camminavo. Provai a scherzare, a parlare di attualità di calcio, di cinema. di letteratura, di musica… di tutto. Rispondeva a monosillabi e e mi guardava le scarpe.
A quel punto quasi a freddo dissi “Porto 48” “Cosa?” “Di piede, porto 48, non posso scegliere le scarpe” Lei si sciolse, si trovò a suo agio e mi raccontò di quanto non guardasse per nulla l’abbigliamento, ma le scarpe si, ed era rimasta disgustata dalle mie. Fu il modo di rompere il ghiaccio più assurdo che mi sia capitato, ma in qualche modo funzionò, in modo un po’ goffo e meno brillante di altre volte riuscì comunque a rendere la serata un successo.

Oggi Sarri non aveva scelta, non per le scarpe ma per sostituire Hysaj e Allan, e bisogna dire che tutti noi guardavamo con un certo terrore quella fascia coperta da Maggio e David Lopez. Invece in modo meno brillante di altre volte, a tratti difendendosi in modo goffo e meno ordinato del solito il Napoli ha portato a casa il risultato desiderato. Il Napoli di certo non ha una rosa ampia, e in molti casi non c’è scelta, ma stasera ha dimostrato che si trova il modo, anche insolito, di trasformare le possibili debolezze in forza i risultati possono esserci lo stesso.

Cattivi: Gabbiadini ha avuto mezz’ora che non ha sfruttato, certo il momento non era dei più semplici, ma non è riuscito a tenere alta squadra e non ha sfruttato i pochi palloni che ha ricevuto, comunque ha giocato troppo poco per essere un cattivo. Sarebbe ingiusto anche mettere Maggio, certo ha un’età e soprattutto non è un terzino puro, ma con mestiere e cattiveria oggi il suo sporco lavoro lo ha fatto. Cattivo di stasera? Non vi offendete se dico Higuain ma per i suoi standard oggi, nonostante il goal, è stato sottotono. Merita solo la sufficienza e non il solito bel voto, e questa pure è una notizia.

Buoni: in una partita molto fisica uno come David Lopez è di casa e oggi ha fatto sentire il suo peso in mezzo al campo, lo abbiamo anche visto arrivare al tiro, non dico che non abbia fatto rimpiangere Allan, ma il suo lo ha fatto. Callejon un goal e un assist e la solita qualità e quantità, è un giocatore che troverebbe spazio in qualsiasi rosa in europa e oggi è stato decisivo, anche se la palma di migliore in campo spetta a Koulibaly. Sontuoso e onnipresente non si è lasciato neanche intimidire dal pubblico, oggi fra le sue tante qualità possiamo aggiungere la personalità, se come giocatore non l’ha mai nascosta oggi l’ha dimostrata alla grande anche come uomo.

Paolo Sindaco Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Napoli vince la settima partita di fila, Higuain timbra il cartellino e Callejon è tornato a essere bomber.

Questa la sintesi estrema della partita ma la nota principale di questa partita al di là del risultato è stata una scelta coraggiosa dell’arbitro Irrati. Il direttore di gara infatti non farà parlare di sé per un rigore non dato o un’espulsione ingiusta, ma bensì per aver zittito l’intero stadio che intonava cori razzisti.

In questi giorni si è parlato molto di razzismo e violenza verbale, e per quanto io personalmente sia contrario alle curve chiuse e a fermare il gioco, credo di più in altro tipo di sanzioni,  Irrati ha fatto quello che ogni direttore di gara dovrebbe fare ogni domenica, punire come previsto i comportamenti razzisti di ogni tipo.

Tornando al calcio giocato il Napoli parte fortissimo, nel primo minuto il pallone arriva già tre volte nell’area di rigore laziale. Higuain prima si divora una buona occasione e poi segna un goal non da lui: uni facile sul preciso assist di Callejon.

Poco dopo è Insigne che lancia Callejon sul filo del fuorigioco, l’ala spagnola supera con un delizioso pallonetto Marchetti.

Il Napoli pensa a difendere, crea qualche altra occasione ma Lazio, in formazione rimaneggiata, non riesce mai a essere realmente pericolosa.
Il secondo tempo il Napoli pensa a difendersi, Sarri fa rifiatare Insigne e Higuain e congela il risultato. Sul finale la Lazio ha qualche occasione ma non arriva mai a impensierire realmente Reina e compagni.

Laziali zittiti non solo dall’arbitro anche dal pubblico Napoletano, e anche all’olimpico riecheggia il coro “un giorno all’improvviso” cantato dai tifosi azzurri… quelli giusti!

Paolo Sindaco Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Dopo una settimana di fuoco incrociato sull’ambiente, l’allenatore e lo spogliatoio per l’unico, preciso e calcolato scopo di destabilizzare l’ambiente, il Napoli risponde con una vittoria fuori casa dopo una partita che rischiava di scivolarci fra le dita e allunga provvisoriamente a +5 sulla Juventus e +6 sull’Inter che pareggia col Carpi (tiè tiè Mancì). La squadra è apparsa unita e affiatata come sempre; qualche carenza, semmai, si è vista dal punto di vista dell’attenzione, con la Samp capace di riaprire due volte il match.

LA PARTITA – Alzi la mano chi ha visto la partita dell’andata passargli davanti agli occhi dopo il gol di Correa. Il Napoli infatti ha cominciato benissimo, con Higuaìn che segna il suo 21esimo gol in 21 partite (quanto può essere disumano un giocatore che fa sembrare normale fare un gol a partita nel campionato italiano?) e Insigne che pareggia poco dopo su rigore; dalla mezzora però gli azzurri si abbassano e concedono molto campo, con una serie di svarioni difensivi (Ghoulam in particolare in grande affanno) che alla fine della frazione portano al gol di Correa.

Nel secondo tempo gli azzurri rientrano in campo determinati e sfiorano il gol più volte con Higuaìn; l’espulsione di Cassani (fallo inutile su Insigne a metà campo) seguito dall’immediato 3-1 di Hamsik (stupenda serpentina in area saltando due uomini e calciando in caduta sul palo lontano) sembra chiudere la partita, finchè Eder non segna ancora sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Da lì in poi è gestione, con il Napoli che segna il 4-2 con un grande strappo del subentrato Mertens e cerca in tutti i modi di mandare al gol il Pipita per l’ennesima doppietta, che stavolta non arriva.

CORI BECERI – Inutile dirlo, i tifosi doriani dimostrano grande stile accusando come che e attaccando i consueti cori beceri. Ci limitiamo a sottolineare che gli unici che hanno lavato qualcosa oggi sono stati i piccioni, presenti in abbondanza anche sul terreno di gioco, forse per portare fortuna alla metà sbagliata di Genova per la stagione in corso coi loro noti sistemi.

Per il resto, è evidente che lo spogliatoio si è compattato ancora di più intorno a Sarri. Il Napoli ha sprecato molto e preso due gol evitabili (il primo in particolare), ma a differenza della prima volta sta dimostrando di poter gestire la pressione del primo posto. Stasera la Juventus gioca contro la Roma, sperando nell’effetto Spalletti…

Roberto Palmieri

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Parlasse a titolo personale

di gennaro
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Da Giletti, ad Abete, da Selvaggia Lucarelli ai Filippo Facci. Ci lamentiamo spesso del pessimo trattamento mediatico che alcuni personaggi del giornalismo e del mondo dello spettacolo riservano a Napoli, ma talvolta non ci accorgiamo che anche noi napoletani eccediamo, con impeti di un fottutissimo orgoglio, in un razzismo verso gli altri talebano e sgradevolissimo.

E’ il caso, ad esempio, di un comico partenopeo: Angelo Di Gennaro. Il cabarettista, celebre in città per uno spot con Nino D’Angelo per una nota azienda di elettrodomestici, da qualche settimana ha cominciato a riempire la propria pagina Facebook di video il più delle volte volgari e pieni di parolacce, ma nell’ultima sua performance si è distinto in un’evoluzione certamente razzista. Non meriterebbe tanta considerazione, ma è solo per invitare alla riflessione i tanti che spesso sul web gridano al razzismo contro i napoletani e citare questo caso da esempio di un sentimento che pur esiste in città.

In questo video c’è Napoli al centro del mondo, mentre il resto del globo, nel monologo del comico, diventa “sfriddo“. Termine del nostro meraviglioso dialetto per indicare gli avanzi. Se un comico di un’altra città avesse composto un proclama di questo tipo chissà quali strali di polemiche si sarebbero aizzati in quella fantomatica “massa critica” che sono diventati i social network.

La nostra città è meravigliosa. Ma siamo diventati così integralisti, fondamentalisti, talebani (chest’è ‘a parola) da non poter riconoscere che Roma sia una città magnifica o che Venezia sia piena di un lirismo poetico nei suoi scorci, o ancora che Firenze sia una città ricca di bellezze? Citiamo alcune città italiane perché Di Gennaro si rivolge probabilmente ai cittadini italiani. Perché il mondo è pieno di belle città. Per gusto personale, ad esempio, il “pasticciere” che cita Di Gennaro nel suo video, il Padreterno a Rio de Janeiro ha fatto il suo capolavoro assoluto.

E se pure Di Gennaro non si riferisse alla bellezza estetica e naturale delle città, ma alla sua cultura, sarebbe comunque in errore. Napoli è stata ed è un importante motore culturale, ma di certo non è la culla della civiltà. Non è il centro del mondo. Napoli sarà pure “‘O paese de ‘o sole”, ma non è il Sole con i pianeti che girano intorno. Che cos’è questo “napolicentrismo“? Che teoria è?

Questo sentimento di superiorità dove poggia? Su cosa? Su quali basi viene dimostrato? E lo dice uno che ama alla follia la propria città. Ma so pure che la cultura napoletana è ricca proprio perché pochi popoli come il nostro hanno saputo mischiare e perfezionare tante bellezze provenienti da altri popoli e altre culture. Penso ad esempio al caffè, nato in Arabia, coltivato diffusamente in Sud America e che, secondo un nostro gusto, è diventato poesia proprio a Napoli.

Non c’è astio verso Di Gennaro, né impotenti intenti di censura. Ma gli rivolgo una preghiera: quando gli va di lanciare questi messaggi di un livello così basso, lo faccia a nome proprio. Non si arroghi il diritto di farlo a nome dei napoletani. Nessuno pare lo abbia nominato rappresentante della nostra città in libere elezioni o in altre forme. Io e tanti altri non siamo e non ci sentiamo napoletani come lo intende Di Gennaro. Non abbiamo odio verso gli altri e non disprezziamo la cultura altrui, altrimenti ci metteremmo sullo stesso piano di chi ci dice che il Vesuvio debba lavarci col fuoco, che abbiamo il colera o che siamo mariuoli e camorristi. E a poco vale considerare, come fa il comico nel video, un uomo di colore “fratello“. La fratellanza si esprime per certo in altri modi. E se tutto quel monologo fosse stato uno scherzo, comunque non faceva ridere ed era di infimo gusto. Per dirla con le parole del comico, che ha fatto certamente di meglio in carriera, questa sua performance la metterei certamente nello “sfriddo”.

P.S. Se Angelo Di Gennaro volesse replicare il nostro sito web è a sua disposizione.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Foto di Gianfranco Irlanda

Blackbird singing in the dead of night, take these broken wings and learn to fly”. E’ il primo dicembre del 1955, ci troviamo a Montgomery in Alabama, Rosa è una sarta quarantenne che, dopo una giornata di lavoro, sta aspettando il bus che dovrà riportarla a casa. Stanca, con ”le ali spezzate e gli occhi incavati”, vede arrivare quello strano autobus arancione che la condurrà fino a casa, da suo marito, dai suoi figli. Finalmente il “2857” arriva; freni che stridono, porte che si aprono, gente in ritardo che scende, uomini e donne che si affrettano alla fine di un giorno qualunque.

La signora Parks sale, si guarda attorno e si accorge che c’è un posto libero. Però non si siede subito.
Abituati ai pulmànn napoletani la incitereste a fare presto, a sbrigarsi, ad occupare il posto, quantomeno con una borsa. Purtroppo però non siamo a Napoli ma a Montgomery, e qui, nel 1955, sugli autobus vi sono ancora 3 settori: quello riservato esclusivamente ai bianchi (i primi 10 posti in avanti), il settore in cui venivano confinati i viaggiatori di colore (gli ultimi 10 posti in fondo) e in mezzo sedici posti, una sorta di limbo o di purgatorio, in cui potevano sedersi entrambi, con una controindicazione però, se un “nero” occupava uno di questi sedili, non appena saliva un bianco, in mancanza di altri disponibili, doveva obbligatoriamente cedergli il posto.
Rosa, non trovandone altri liberi, occupa proprio uno di questi posti del settore “comune”. A dire il vero per un attimo indugia, ma poi la stanchezza, le scarpe che le fanno male, il forte dolore alle gambe le danno il coraggio di sedersi.

Dopo tre fermate però sale un passeggero. Con la stessa stanchezza dopo una giornata di lavoro, con la stessa voglia di tornare a casa dalla moglie e dai figli. Ma lui è bianco e lei è nera. Rosa capisce. L’autista la guarda, le chiede di alzarsi e spostarsi in fondo all’automezzo per cedere il posto all’uomo salito dopo di lei. Ma la donna decide che è arrivato il momento di “imparare a volare”, di “imparare a vedere”, e così, mantenendo un atteggiamento pacato e dignitoso, umile ma fermo, rifiuta di muoversi e di lasciare il suo posto.
Rosa Louise McCauley Parks si sente finalmente un black bird, un uccellino nero che “per tutta la vita non aspettava che questo momento per spiccare il volo, per essere libero”.

La donna, come dirà in seguito Martin Luther King, “rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future”.
Il conducente ferma così il veicolo e chiama due poliziotti per risolvere la questione: Rosa Parks viene arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligano i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune.
Quella notte parte la protesta, la rivolta contro la vergogna, poi il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, finché non viene rimossa la legge che legalizza la segregazione.
Ma la scintilla che quella piccola donna aveva acceso in quella sera di dicembre diventerà un fuoco che porterà, attraverso un difficile percorso, verso l’integrazione.
La fase più critica si avrà verso la fine degli anni ’60, tra Pantere nere, segregazionisti, Malcolm X, scontri, incendi, attentati, rivolte.
E’ allora che Paul McCartney scrive un piccolo gioiello di musica e parole, inserito nel famoso “White Album”: Blackbird.

Canzone nata appunto, in seguito alle tensioni razziali esplose in America nella primavera del 1968, per sostenere il Movimento per i diritti civili americano, di cui Rosa Parks era divenuta il simbolo, l’icona, la madre.
La “blackbird”, il piccolo uccello nero, delicato e fragile, ferito dalla vita, alla fine si alza in volo, ma il mondo in cui si sta lanciando è tutt’altro che rassicurante, c’è la luce, ma è una luce ancora nera, la strada da fare non è finita, il percorso è soltanto all’inizio. Ma l’uccello finalmente trova il coraggio di aprire e far aprire gli occhi, la voglia di essere libero, la forza di volare:
“ You were only waiting for this moment to arise”

Blackbird-1968

“Blackbird singing in the dead of night
take these broken wings and learn to fly All your life
You were only waiting for this moment to arise Blackbird singing in the dead of night
Take these sunken eyes and learn to see All your life
You were only waiting for this moment to be free Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night
Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night
Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly All your life
You were only waiting for this moment to arise You were only waiting for this moment to arise You were only waiting for this moment to arise

“Uccello nero che canti nel cuore della notte prendi queste ali spezzate e impara a volare Per tutta la vita
Non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo Uccello nero che canti nel cuore della notte Prendi questi occhi incavati e impara a vedere Per tutta la vita
Non hai aspettato che questo momento per essere libero Vola uccello nero, vola uccello nero,
Nella luce della buia notte nera
Vola uccello nero, vola uccello nero,
Nella luce della buia notte nera
uccello nero che canti nel cuore della notte Prendi queste ali spezzate e impara a volare Per tutta la vita
Non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo Non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo Non hai aspettato che questo momento per spiccare il volo”

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FATE PRESTO“. I giorni successivi al terribile sisma che colpì la Campania 35 anni fa, il giornale della città lanciò questa disperata richiesta di aiuti per le popolazioni colpite. Si fece talmente in fretta che, se lo si va a cercare, qualche terremotato in qualche container magari lo si trova ancora. Per non parlare della solerzia degli interventi strutturali a case, uffici, ospedali. Nell’era pre-tangentopoli arrivarono soldi a pioggia verso la nostra regione: tra aiuti, finanziamenti, Cassa del Mezzogiorno è probabilmente impossibile quantificare la cifra esatta che negli anni è giunta (O SAREBBE DOVUTA GIUNGERE) per la ricostruzione.

Ieri a Verona, come ormai in tanta parte del nord Italia, si cantavano i soliti cori contro i napoletani. Cori che portano voci di eco lontane. Si può dire che la Lega Nord, pur se fondata qualche anno dopo, sia nata proprio dalle macerie del terremoto del 1980. Insieme alla leggenda del Sud piagnone e assistenzialista che dura da oltre 150 anni. Il terremoto dell’80 diede una spinta decisiva per la nascita di un’ideologia che vedeva il “terrone” mangiapane a tradimento sulle spalle del nord “operoso”. E poco importa se in quell’aggettivo “operoso” ci siano state le braccia, le mani, la fatica e l’umiliazione dei più che venivano proprio dal Sud per offrire la propria stessa esistenza nelle fabbriche settentrionali. “NON SI FITTA A MERIDIONALI“: nel dopoguerra già esistevano questi rudi cartelli esposti all’ingresso dei palazzi del “civile” settentrione.

Quante ruberie, magna magna, tangenti, frodi, truffe sono state commesse. Peccato che a commetterle siano state le classi dirigenti del nord e del sud: perché quando si tratta di mangiare l’Italia sa essere unita nei secoli dei secoli. Per dirla con Totò: “Giacché si parla di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”.

Tutto ciò è avvenuto a danno della popolazione che realmente ha sofferto il dramma di quel sisma: c’è chi ha perso parenti, chi la casa, chi si è visto sconvolgere la vita. Com’erano solerti, del resto, le “operosissime industrie settentrionali quando dovevano venire a prendere sussidi qui in Campania per aprire delle fabbriche: prendevano i soldi e scappavano.

La storia la scrivono i vincitori: mai frase più vera. Com’è facile far passare il napoletano per scroccone assistenzialista! Come se davvero il semplice cittadino campano fosse riuscito ad arricchirsi sulle spalle del nord. E non che ad apparecchiarsi a tavola siano stati i “soliti noti”.

Con un moto di dignità da quel tragico giorno del 1980 nacque però anche tutta una Nouvelle Vague napoletana che spopolò per l’intero decennio in tutti i campi. Il Napoli di Maradona, il cinema di Troisi, Martone e De Crescenzo, la tv di Arbore, la musica di Pino Daniele e il folkloristico caschetto di Nino D’Angelo. Da quella tragedia se ne uscì nel solo modo che il napoletano conosce meglio: la CULTURA.

La Napoli di oggi si arrovella invece su un altro terremoto: quello del Pd con l’auto-candidatura di Antonio Bassolino. E probabilmente pochi napoletani si interessano ormai di queste vicende. C’è disincanto e una depressione endemica come il colera che ormai la politica, per aver troppo deluso negli anni, viene vissuta come incapace di offrire risposte efficaci alle esigenze reali della città.

E, se Il Mattino domani titolasse “FATE PRESTO”, sarebbe un invito ai calciatori del Napoli di vincere lo scudetto. Il napoletano di oggi il riscatto non riesce a vederlo da nessuna parte, come se solo il calcio ci fosse rimasto: circo senza pane. La fretta non c’è per una raccolta di rifiuti assennata e moderna, non c’è per la mancanza di infrastrutture, non c’è per i disagi sociali che ancora oggi causa la criminalità organizzata. Oggi i napoletani il “FATE PRESTO”, con un coro che dice “DEVI VINCERE” lo sa cantare solo allo stadio. E questa rassegnazione, questo amaro disincanto, questo abbrutimento di linguaggio sono le nuove faglie sismiche che si spalancano dalle viscere della nostra terra e dalla nostra anima. Come se non ci fosse un domani. E, per contraddizione, come in tutte le cose di questa città: eppure Napoli c’è. E resiste. A tutto e a tutti.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Scena tratta dalla vita reale di Giulietta

Oramai è una verità assodata, non più solo relegata a un semplice ma meraviglioso striscione. Vignette, battute, sfottò, articoli e libri ci ricordano inequivocabilmente che, al di là dei testi Shakespeariani, Giulietta è una grandissima zoccola, e Romeo tiene più corna di un cato di maruzze (secchio di lumache per chi ci legge da fuori regione).

Cerchiamo di capire però perchè al povero Romeo sia toccata questa sorte, forse anche più triste del tragico finale che gli tocca in teatro. Io una mia idea me la sono fatta e a quanto pare il buon William ha le sue responsabilità!

Potrà sembrare eretico dirlo ma se Giulietta ama concedersi a tutti, con una particolare predilezione per i Napoletani, Shakespeare ha le sue innegabili colpe. Non dovete sorprendervi, ma semplicemente guardare la realtà dei fatti: Romeo viene costretto dal poeta inglese ad usare frasi romantiche lunghissime, pensieri poco concreti e noiose elucubrazioni senza mai arrivare al sodo, e va bene che le donne amano la posia, va benissimo essere romantici, è sacrosanto cercare la parole più belle… Ma anche le donne sono fatte di carne e forse trovare un giusto equilibro fra poesia e istinto le rende ben più felici.

Ed ecco che la cultura e la musica Napoletana riesce a far ben coniugare le due cose, così mentre il buon Romeo perde tempo con gli sproloqui che gli impone l’autore, arriva, per esempio Franco Ricciardi, che dice la stessa cosa, in meno parole e rapidamente, senza perdere eleganza e poesia, passa ai fatti.

Non mi credete?

Ecco un esempio, se Romeo sotto al Balcone della sua amata si ferma a decantare questi stupendi versi

“Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l’oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell’astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala.”

Perde solo tempo! Il nostro Franco Ricciardi può usare la stessa immagine in modo più chiaro e concludere con un invito galante, come fa nella canzone Luna (Album – Fuoco 1995)

Stanott’ a luna nun’é asciuta, ma pecchè?
S’è mis’ scuorno ca nun é chiù bella ‘e te!
E si vuò tu facimm’ammore senza luna ‘a riva ‘e mare

Insomma, Giulietta da donna moderna ed emancipata apprezza le belle parole, ma a un certo punto anche lei va alla ricerca di piaceri più carnali,  che evidentemente noi Napoletani sappiamo regalarle più e meglio dei suoi compaesani!

Paolo Sindaco Russo

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“Ti amo terrone, ti amo terrone, ti amo”. Ve lo ricordate quel coro di Mandorlini? Beh di certo in pochi lo avranno dimenticato. Per questo ieri ne abbiamo scritto. E’ il simbolo di questo Paese dove in uno stadio si canta la Marsigliese per ricordare le vittime degli attentati di Parigi, poi un minuto dopo in quello stesso stadio si consente a quegli stessi tifosi di inneggiare il solito coretto “Vesuvio lavali col fuoco“. E la colpa è di chi, pur avendo responsabilità per il ruolo che ricopre, anche mediaticamente, soffia sul fuoco invece che cercare di educare i tifosi ai valori dello sport.

Per carità nello sport conta pure vincere, oggi noi napoletani ci saremmo inquietati non poco se gli azzurri non fossero riusciti a scardinare la difesa veronese. Però, prima di tutto, ci sono dei criteri di civiltà che non possono essere dimenticati. I napoletani vanno in tutti gli stadi del nord a beccarsi questo genere di razzismo. Ormai è diventata una moda. E’ vero pure che ingigantire questo fenomeno è sbagliato: pure io allo stadio canto Roma o Milano in fiamme, poi ho tra i miei amici sia romani che milanesi e mai mi sognerei di augurargli il male. Ma il razzismo verso i napoletani dura da troppi anni e non si può derubricare a semplice “coro da stadio”. Resiste in troppe città italiane questo pregiudizio nei confronti dei meridionali, altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il motivo per cui in Italia esista ancora un partito denominato Lega Nord che basa la sua politica proprio con l’odio verso chi viene dal sud.

Tutto questo sentimento insopportabile alimenta (anche in me, non lo nascondo) un sentimento di anti-italianità da parte dei napoletani. E pensare che l’Unità d’Italia è avvenuta oltre 150 anni fa. E sorvoliamo sulle modalità di questa annessione perché altrimenti non la finiremmo più.

Se però questo razzismo continua è anche grazie ai vertici del nostro sport che mostrano una totale incapacità nel punire certi comportamenti. Oggi a Sky, dopo che Condò ha fatto notare i soliti cori contro i napoletani, Ilaria D’Amico non ha potuto dire o biascicare nulla di più intelligente di “Vabbé succede anche a Napoli in particolare più volte“. Il tutto per strizzare l’occhio, in nome del Dio Denaro, a quella parte di pubblico (E SONO TANTI) che proprio non sopporta i napoletani.

Qui a Napoli, anche attraverso il nostro sito con diversi articoli, non lodiamo i comportamenti beceri dei nostri ultrà quando commettono gesti incivili o intonano cori disdicevoli. Però questo lavoro va fatto ovunque, altrimenti la vinceranno sempre questi buzzurri che con lo sport non hanno nulla a che fare. I media, gli addetti ai lavori, la politica. Certo, se poi un allenatore del Verona, che lavora in una città ad alto tasso di razzismo, soffia sul fuoco anziché cercare di educare la propria tifoseria, allora la battaglia è proprio persa. “Ti amo terrone”, “Lavali col fuoco”, “Napoli colera”. Per quanto tempo ancora vogliamo andare avanti in questo modo? Fatecelo sapere. Lo capiremo quando anche stavolta, l’ennesima, non arriverà nessuna sanzione realmente incisiva verso chi canta queste schifezze insopportabili.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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