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ragù

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

La frittura di pesce è una di quelle classiche cose che tu credi sia facile, che ci vuole a friggere il pesce? Poi quando provi a farla ti trovi la paranzella smosciata o che magari si stacca perchè l’hai fritta troppo, gli anellini di calamaro vengono tosti perchè li friggi poco, le impanature si staccano e l’olio puzza di bruciato dopo poco.
La frittura di pesce ha bisogno di un’ottima preparazione, ritmi altissimi, rapidà di esecuzione, tocco preciso e nessuna distrazione, fa parte di quel ramo della cucina napoletana frenetica, che sembra semplice ma in realtà è estremamente complessa.

L’opposto della frittura di pesce è il ragù: lo puoi preparare con più calma, devi scegliere bene gli ingredienti e soprattutto devi prenderti tutto il tempo che ti serve, la fretta uccide il ragù, lo trasforma in quella che De Filippo definiva carne cu ‘a pummarola, soffriggere il fondo preparare le carni scegliere il momento per inserire il pomodoro e soprattutto farlo pippiare e seguirne le ore di cottura sono una procedura lenta che necessità di grande pazienza e dedizione.

Nel calcio esistono partite frittura di pesce, ritmi elevatissimi, grande intensità e concetrazione alle stelle, è partite ragù, dove l’unico errore che puoi fare è perdere la pazienza. Palermo Napoli è stata chiaramente una partita ragù. Fra primo e secondo tempo molti tifosi hanno azzuppato la loro scorza di pane nella salsa e si sono lamentati che era sciapa, troppo liquida, nun sapev e nient’ ecc. ecc. Sarri e i ragazzi invece hanno continuato a seguire la cottura e da questo grande ragù sono uscite pure tre tracchiulelle che domani ci spuzzuliamo con piacere… alla faccia chiavica di chi pensa al passato (non di pomodoro).

Cattivi: i soliti piagnoni avranno molto da lamentarsi, si lamenteranno di Milic, magari senza far caso al movimento che ha lasciato solo Hamsik per il primo goal; si lamenteranno di Insigne, se lo fanno dei capelli hanno pure ragione, ma direi che l’assist per il secondo goal non era tanto male… Se c’è stato qualcosa di brutto stasera sono stati i soliti lamenti, ma oramai non ci faccio più caso.

Buoni: Marek Hamsik torna al goal e a una buona prova, sappiamo che il capitano non tradisce e oggi ha chiuso una splendida azione sbloccando il risultato. Zielenski ha un talento e un’energia devastanti, un vero cavallo di razza, l’azione per il terzo goal è impressionante. Migliore in campo? Un giocatore che in questo momento nel suo ruolo e fra i migliori al mondo, non riesco a pensare più di 3 o 4 squadre dove non sarebbe titolare o almeno in ballottaggio per una maglia: Callejon, non tanto per i due goal ma per la sua onnipresenza e le doti tattiche da vero fuoriclasse, se poi segna con questa frequenza… che vogliamo di più?

Paolo Sindaco Russo

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Panino pronto

Biosgna ammetterlo, bene o male a furia di vedere trasmissioni come Man Vs Food la cucina americana ci ha incuriosito. In particolare da appassionato di Barbecue ho sempre trovato affascinante il Pulled Pork, o maiale sfilacciato. Un grosso pezzo come spalla o coppa, aromatizzato e fatto cuocere (di solito in affumicatore) per varie ore finché la carne non si sfilaccia, rimanendo sempre tenere e umida, e viene usato per i panini.
Il Maestro di BBQ Salvatore Porzio, in un’intervista sulle nostre pagine, lo paragonò alla carne del ragù, che, dove varie ore di cottura si disfa in straccetti. Da lì mi viene l’ispirazione: Si può Napoletanizzare il Pulled Pork?
Parte il confronto con gli amici amanti della griglia, oltre al già citato Salvatore, l’esperto di Carni Alfonsino e gli amici Vincenzo e Paolo abbiamo iniziato a discutere su quale fosse il modo migliore per ottenere dell’ottima carne cuocendola un po’ come se fosse il ragù ma per un risultato leggermente diverso: porco sfilacciato per dei panini.

Si, non parliamo di marenne ma di panini, perchè la marenna è una necessità resa piacevole dalla preparazione, il panino è uno sfizio da mangiare a casa quando potresti non ricorrere a una marenna.

La carne scelta e fornitami dal mio macellaio di fiducia è una spalla (per gli amanti del bbq un Boston Butt senza coppa), la scelte delle spezie è bene o male quella di un ragù, la preparazione è quella riportata in gallery.

L’idea finale? L’avevo bella chiara in mente: carne sfilacciata, provola alla piastra e panino soffice bagnato leggermente con il ragù.

Il risultato non posso dirvelo, sarei di parte! Ma vi assicuro che lo rifarò e vi consiglio (se avete quelle 7 8 ore di tempo) di provarlo, magari con qualche variante!

Paolo Sindaco Russo

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Per tutti i tifosi il weekend non è una due giorni di riposo, ma un turbine di eventi che ci vede coinvolti in prima in persona cui non possiamo esimerci: c’è da dare la formazione (o le formazioni) del Fantacalcio, studiare con cura le bollette, seguire con cura le ultime dai campi, fare scrupolosamente tutti i riti scaramantici, insultare i tifosi avversari al bar e sui social network, seguire con attenzione tutte le partite, tifare come un invasato durante la partita del Napoli, guardare il post partita, la moviola, gli highlight, le analisi, controllare le bollette e fare le verifiche del fantacalcio. Sicuramente ho dimenticato qualcosa ma bene o male questo è il week medio non dico del più esagitato degli ultrà… ma del semplice appassionato.
Poi all’improvviso, fredda, inesorabile e sterminatrice come un temporale settembrino, arriva lei: la domenica senza campionato; inutile negarlo, ci sentiamo soli come il maccherone lasciato nel piatto per il boccone della creanza, persi come un bambino lasciato dai genitori nella piscina di palle colorate dell’IKEA, smarriti come un reduce del Vietnam che non trova lavoro… siamo tristi, inutili, vuoti e sfiniti reietti della società.
Allora arrivo io in vostra salvezza e vi propongo 10 cose da fare in queste tristi domeniche senza campionato:

1) Andare a trovare la Zia che vive sola: tu madre te lo sta dicendo da mesi: “Vai a trovare a zia Concetta (nome di fantasia) che chiede sempre di te, fallo come un’opera di bene” e ora che vi vede sul divano a vedere il DVD dei goal di Schwoch vi sta facendo una capatanta e per non tenerla più nelle orecchie ci andate. La Zia (che di solito non è mai una vera Zia, ma una zia di secondo grado di uno dei genitori) vive sola perché non si è mai sposata e il motivo lo capite appena aprite la porta, invece di accoglierti ti insulta perché non la vai mai a trovare, ti fa una chiavica perché non hai la fidanzata e ti paragona a un tuo nipote che ha tutti 30 e sta con una brava figliola, alla fine ti offre dei biscotti sereticci di sottomarca, presi in offertà al Flor Da Cafè con la pseudo nutella solidificata e l’odore di alcol etilico, e li accompagna a un caffè bruciato che provocherà smottamenti intestinali per due giorni. Sarà una pessima domenica, ma almeno vi siete tolti il pensiero per altri 6 mesi.


2) Dedicarvi alla cucina: preparare un bel ragù, una genovese come si deve o un ruoto di pasta al forno non è un cosa facile, e richiede tutto il sabato e la domenica mattina di lavoro. Bisogna scegliere con cura gli in gradienti, preparare tutto, mettersi a cucinare, seguire tutti i processi fino a quando non viene impiattato e servita a tavola. A questo punto, quando siete convinti che tutta la tavolata esploderà in complimenti e ringraziamente, il solito parente scassacazzo se ne uscirà con “Non è male, ma ‘a genuves’ ra nonn’ er’ tutt’ n’ata cos’” Questo darà il via a una serie di moderati commenti che smorzano l’entusiasmo tipo: “Si è buona ma… “, “Deliziosa però io la preferisco…” nel frattempo bissano e fanno la scapretta, però la soddisfazione di dire che può andare davanti al re non ve la danno.

3) Andare al centro commerciale: la tua ragazza te lo chiede con una di quelle frasi che sembrano dolci ma chissà perché suonano come un ricatto, poi per indorarti la pillola ti dicono anche “Così vediamo un pantalone pure per te”, tu stai bene con il pantalone della tuta di acetato che avevi comprato in secondo liceo, ma per quieto vivere l’accompagni. Così ti ritrovi al Campania, al Vulcano buono o in qualsiasi altro centro di tortura capitalistica della Campania con altre migliaia di donne invasate che chiedono al loro uomo disperato quale smalto si abbina meglio con gli stivali. Dopo ore di giri inutili alla ricerca dell’accessorio giusto servono altri 40 minuti, carichi come muli, per ritrovare la macchina, è il momento in cui ti penti di non aver comprato un’auto viola fosforescente a pois catarifrangenti in modo che sia visibile e riconoscibile subito. La cosa positiva è che la sera la ragazza sarà particolarmente riconoscente, ma forse tu troppo stanco e intossicato per approfittarne.

4) La gita fuori porta: l’idea di prendere la macchina, fare un centinaio di chilometri per andare “a respirare un po’ di aria buona” e “stare un po’ nella natura” non ti entusiasma, ma il tuo programma: mangio come una fogna, mi bevo un fiasco di vino di paesano, mi butto sull’erba e dormo un paio d’ore, rende il tutto più interessato. Per cui controlli che il supersantos ci sia nel cofano, carichi marenne, gattò, frittate e carne da fare alla brace e parti. Prima di arrivare al posto prescelto però puntualmente succede l’irreparabile: tua moglie (o fidanzata) vede un mercatino passando per un paese, non sarà contenta finchè non la portate e così passerà mezza giornata. Avrete poi mezz’ora scarsa per ingozzarvi sul prato , la brace non si fa perché si perde tempo e poi tutti di nuovo in paese a caricarsi di caciocavalli, cestini di vimini, cucchiarelle intagliate e tutti altri prodotti tipici che ogni paese spaccia per proprio ma che sono tali e quali in tutti comuni d’italia… forse perché prodotti in cina.

5) Il pranzo con gli amici che ognuno porta qualcosa: forse fra le soluzioni più indolori della domenica senza calcio è quello di organizzare una bella mangiata fra amici, possibilmente da quello che ha la casa più grande e magari lo spazio per fare una brace. Il pericoli più grandi per questa scelta domenicale sono due, il primo è quello della pizza rustica, se non ci si mette d’accordo prima tutti porteranno la pizza rustica e la domenica trascorrerà in un annozzamento generale, il secodo pericolo è che la casa più grande sia la vostra: mozziconi ovunque, briciole nei posti più impensabili, bicchieri sporchi e bottiglie di birra smezzate anche in bagno… alla fine vi toccherà cambiare casa.

6) Decathlon: I teoria è un negozio di sport ma alla fine ci va a comprarsi i vestiti chi odia comprare i vestiti: i commessi non rimpono, trovi tutte le taglie, è economico e ha solo due marche, per cui non basta misurarti 2 pantaloni per sapere la taglia adatta di tutti i pantaloni del negozio. Non è come andare al centro commerciale ma più simile a una gita allo zoo, si va da Decathlon per guardare attrezzi per sport che non conosci, farsi tentare da oggetti che non userai mai, guardare la maglia del Napoli nuova, giocare con le tende da campeggio e i palloni e alla fine uscire comprando solo i ritter sport o qualche prodotto assurdo in offerta tipo “Calzini da running viola a 3€”. Non so spiegare perché… ma ha sempre un suo fascino. 

7) Mettere a posto: Lo so, vi sentite feriti umanamente perché ho messo questa opzione ma secondo me ha sempre un valore oltre che un suo fascino, tanto per iniziare potete zittire mamma, moglie o fidanzata, secondo è bello tirare fuori tutto e trovare cose assurde in camera propria, vecchi CD che oggi ci fanno solo mettere scuorno, vestiti che ci fanno sentire ridicoli per averli indossati, ricordi del viaggio di terza media e un videogioco della Playstation 2 su cui avete perso nottate sane, a quel punto rimettete tutto come stava, magari un po’ peggio di prima e vi rimettete a giocare…

8) Risentire un vecchio amico: grazie a facebook siamo riusciti tutti a ritrovare amici di infanzia, ex compagni di classe delle medie, amici delle vacanze etc. Magari una domenica libera è l’occasione per rincontrarsi. Prima di farlo è bene fare un po’ di analisi però, se sei un disoccupato con una vita sentimentale pessima e una sessuale inesistente, che campa ancora a casa di mamma e papà evita di chiamare proprio quel vecchio amico che adesso fa il dirigente di banca, ha sposato quella di cui tu eri innamorato, ha una famiglia bellissima e quando lo chiami per chiedergli di prendere un caffe insieme domenica ti risponde “Facciamo il pomeriggio perché la mattina gioco a Tennis, però se è bel tempo usciamo in barca a vela, hai le scarpe? da sailing”… non farebbe bene alla tua autostima.

9)Leggere un libro o andare a un museo: Ci sei cascato!!! Se in vita tua hai letto solo “Io sono il Diego” non è una domenica ti trasformi in bibliofilo. Al massimo usalo come scusa, prendi un libro e mettiti sul letto e fatti una dormita, oppure vai in un museo famoso o a Pompei o ercolano per fare acchiappanza con le turiste, leggiti due cose su una guida, fai finta di essere un esperto, e invitale a fare il giro per Napoli… ovviamente il giro finirà al tramonto al parco della rimembranza, ma questo non ve lo devo spiegare io.

10) PES o FIFA: C’è una sola valida alternativa al calcio, i videogiochi di calcio, una domenica senza campionato ha una sola valida alternativa, proseguire la master league fino al campionato 2023/2024 con Insigne ormai giunto al settimo pallone d’oro,oppure organizzare un torneo con gli amici, l’obiettivo è uno vedere un pallone rotolare inseguito da giocatori in maglia azzurra, con una pausa pranzo degna di nota e una successiva pennica. La domenica senza campionato potrebbe essere celebrato come un meraviglioso giorno totalmente improduttivo.

Paolo Sindaco Russo

articolo apparso in precedenza su Canalenapoli.it

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Il dialogo tra tifosi

Maurizio De Giovanni

Doveva essere un’intervista, invece poi è diventato un lungo dialogo tra due tifosi, due innamorati pazzi del Napoli. Lui non era più il celebre Maurizio De Giovanni, scrittore e creatore di personaggi meravigliosi come Lojacono e Ricciardi. Io non ero più il giornalista che voleva conoscere fatti, dettagli e retroscena della querelle tra lui e Il Mattino di cui avevo scritto – non concordando con le posizioni dello scrittore partenopeo – due giorni fa. Eravamo due persone che volevano chiarirsi, parlare.

Squilla il telefono, De Giovanni risponde: “Ah signor Di Giacomo, se preferisce chiamarmi sul fisso, le do il numero di casa, 081…“. Gli chiedo subito se fosse riferito a Il Mattino quel post su Facebook scritto nel corso di Napoli – Lazio: “Non perdonerò mai chi non ha lasciato che scrivessi tutto questo. Mai”. “Io ero a Taormina per il festival, in albergo ad urlare come un pazzo per i gol del Napoli – racconta –  sull’onda dell’entusiasmo ho scritto quel post. Mi sarebbe piaciuto scrivere sul Mattino di Sarri, della sua umiltà nel rivedere le proprie scelte passando dal 4-3-1-2 al 4-3-3. Ma guardi – mi confessa – io uso i social network in maniera disinvolta. Non mi sento depositario di nessuna verità universale, non mi rendo conto che certe mie frasi messe su Facebook possano avere risalto. Io non mi sento un personaggio noto, lo sono semmai i miei personaggi, Ricciardi e Lojacono“.

De Giovanni mi ribadisce il suo piacere nel poter condividere sul quotidiano più importante della città i propri sentimenti di tifoso. Io gli faccio notare che però un giornale ha codici e regole da rispettare e che forse quella sua frase finale in cui indicava Juliano e Ferlaino tifosi del Napoli, intendendo che probabilmente De Laurentiis non lo fosse, non poteva passare così facilmente. Soprattutto in un contesto in cui in città si respira un bruttissimo clima nei confronti del presidente del Napoli che viene costantemente minacciato. “Si, questo lo capisco – replica – però bisogna separare chi come me compie una critica da chi invece minaccia ed insulta, ad esempio, per l’incendio del suo yacht“. Concordiamo.

Ma è giustificato questo odio verso De Laurentiis? Gli chiedo. “Il tifoso deve fare il tifoso – mi risponde – deve sostenere la squadra fino al 90′, ma dal minuto successivo ha il diritto di criticare, certo, senza offendere. Io dico solo che De Laurentiis è un imprenditore che non rischia di suo, basti pensare che l’85% del bilancio della Filmauro è costituito dal Calcio Napoli. Nelle ultime due partite in casa – contro Bruges e Lazio – si sono registrati 12.000 e 20.000 spettatori. Un motivo per questa disaffezione ci sarà”.

 Si, ma non si può non considerare che negli ormai 90 anni di storia del club, De Laurentiis abbia raggiunto risultati straordinari: sei qualificazioni consecutive in Europa, tre trofei, una semifinale di Europa League Invece allo stadio, a differenza di qualche anno fa, si canta sempre quel “Devi vincere”, un coro che contrasta con la storia del club. “Su questo non c’è dubbio – e aggiunge – ormai in tutti i settori c’è questa triste convinzione che se non si vince si perde. Certo, bisogna sempre vedere in che modo si perde: perché perdere ottenendo un secondo o un terzo posto è completamente differente che farlo se si arriva più giù. Vi è una proporzionalità anche nelle sconfitte”.

 E quando De Laurentiis rivendica i successi del club, rispetto al declino della città? “Ma chi l’ha detto che Napoli sia una città in declino? Ma ora vorrei sapere quante volte lui è passato davanti alla 167 a Secondigliano o a Scampia, che ne sa lui della nostra città se non la vive? Il club non ha una sede in città, i calciatori sono rintanati in provincia di Caserta a Castelvolturno, non si consente mai ad un giocatore di essere ospite in qualche programma televisivo come accade altrove. È un discorso che non ha senso: De Laurentiis è presidente di una squadra che si chiama Napoli e che a Napoli viene solo a giocare due partite al mese, per il resto è totalmente avulso dalla città. Lui non può considerare la squadra di calcio come qualcosa di estraneo al contesto. Cosa fa il Napoli per la città? C’è qualche progetto o iniziativa sociale del club per migliorare il posto in cui opera? Io sono napoletano e, anche se mi converrebbe per lavoro vivere a Roma, non lascerò mai questa città. Allora potrei dire anch’io che sono tra i primi cinque scrittori italiani e che sono meglio del resto della città. Ma che razza di ragionamento è? Non riesco proprio a capirlo”.

 Cerco di riportare il dialogo sul calcio, ma secondo lei il Napoli dove si piazzerà quest’anno? “Roma, Juve e Inter sono più forti di noi, i nerazzurri hanno anche il vantaggio enorme di non giocare le coppe. Penso che potremmo arrivare dal terzo al sesto posto”. E allora gli confesso, ma le fa così schifo che il nostro Napoli parta ad inizio campionato per arrivare dal terzo al sesto posto? Sarebbe questo lo scandalo? Raccontandogli poi la mia storia di tifoso poco più che trentenne, di quelli che hanno visto Diego e poi tutto il declino fino alla serie C. E che quindi non mi fa così schifo la statura attuale del Napoli. “Ma lei su questo ha ragione, a me non fa assolutamente schifo la dimensione attuale del Napoli. Il calcio è qualcosa di effimero, eppure è quella cosa che ci fa ridere, piangere di gioia, ci fa urlare, disperare. Insomma il tifo ci fa emozionare e le emozioni sono una parte essenziale della nostra vita, non sono effimere. Io non posso ragionare solo parlando di soldi, bilanci ed essere razionale di fronte alla serietà delle emozioni. Il Napoli non è solo un’impresa è una realtà che ha a che fare con le emozioni della gente, è una passione collettiva e non si può consentire che qualcuno giochi con le nostre emozioni”. Non concordo completamente, però mi emoziono mentre dice queste cose. Tanto. Ci sono momenti in cui due persone non solo si conoscono, ma si riconoscono, magari non concordano. Però sintonizzano le anime su una stessa frequenza.

Gli racconto il motivo per cui è nato soldatoinnamorato, un modo per cercare di ragionare su Napoli e sul Napoli senza eccessivi clamori. Perché resto convinto che il modo di presentare le notizie da parte dei tantissimi siti web e testate sia uno dei motivi della frenesia dei tifosi. Titoli eclatanti rispetto a minime notizie che raccontano di un accanimento che forse non ha diritto di esistere. E poi che soldatoinnamorato vuole raccontare la città a proprio modo. “Certo, purché non si pretenda di raccontare la “vera Napoli” – e qui il discorso lambisce il caso Bindi – perché la “vera Napoli” non esiste. C’è la Napoli di Saviano, quella di Erri De Luca, quella di Salvatore Di Giacomo, quella di Benedetto Croce, quella di Eduardo, di Pino Daniele, di Totò, la mia. Ma non esiste la vera Napoli, una città multiforme che sfugge a qualsiasi catalogazione”. Si, cerchiamo di raccontare anche questo gli dico. Un po’ come quando Paolo Sindaco Russo scrisse che il ragù è il Santo Graal dei napoletani perché in realtà non esiste una vera ricetta. Sorride. “Lo so lo so. E aggiungerei che il vero ragù è quello che deve bruciare lo stomaco per giorni. Perché una cosa tanto buona va pagata con qualche sacrificio”. Sorridiamo, io con qualche languore.

Ormai la conversazione, dimenticata la querelle sul Mattino, è in discesa. Gli chiedo allora a quale tradizione napoletana lui si sente più legato: “Il casatiello – risponde perentoriamente – una prova posteriore dell’esistenza di Dio – la crosta del casatiello…”. Lo fermo, gli chiedo se fosse disponibile a parlarne con l’esperto, Paolo Sindaco Russo, per la sua rubrica “Il pranzo della Domenica”. Ne è felice.

E invece, tornando al calcio, tra i mortali, a quale giocatore del Napoli è più legato. “Tra i mortali certamente Bruno Giordano, classe ribalda, scugnizza, follia del campione unita ad una situazione personale e familiare straziante. Lui in campo parlava la stessa lingua di Diego. Mentre tra i giocatori recenti mi sono innamorato di Lavezzi, della sua follia inutile. Quando segnò quel gol a Cagliari all’ultimo minuto provai emozioni che non sentivo da anni. Ho amato Lavezzi”.

Progetti futuri? “La Rai inizierà a girare il prossimo mese “I bastardi di Pizzofalcone” che andrà in onda il prossimo anno. E così avverrà più in là per Ricciardi e Lojacono. Ma per il momento il progetto più importante è battere sabato la Juventus!”.

Me l’ha raccontata come è andata con Il Mattino. Ma ormai è acqua passata. Parliamo della brutta vicenda che ha coinvolto Erri De Luca, processato per aver espresso un’opinione. Discutiamo di tanto altro mentre in sottofondo sento in casa sua un cane che abbaia. E poi, soprattutto, gli ho riconosciuto più volte nel corso della conversazione una signorilità d’animo e una galanteria poco comune nel concedermi un’intervista dopo che il sottoscritto lo aveva aspramente criticato per quella vicenda. Restiamo ognuno con le proprie ragioni, ma in fondo non interessava a nessuno dei due “tenere ragione”. Siamo due persone che per un’ora della loro vita hanno parlato di alcune passioni comuni: Napoli, il Napoli, la bellezza, il cibo, la scrittura e tanto altro. Lui però era Maurizio De Giovanni. Ed è un regalo raro poter trascorrere un’ora così con una persona bella. Al di là di qualsiasi notorietà. Grazie.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Luca Delgado

Per la nostra rubrica dedicata al pranzo della domenica questa settimana intervistiamo Luca Delgado, insegnante, scrittore di romanzi, regista e autore teatrale ma soprattutto un Soldato Innamorato ante litteram, sulla sua pagina facebook infatti non perde l’occasione per difendere Napoli dalle dicerie, dagli insulti e dai servizi che denigrano la nostra città che spesso si vedono in TV.

Il suo ultimo romanzo ha un titolo che dimostra inequivocabilmente il suo legame con la città: 081, ma oggi gli chiediamo di svestire i panni di scrittore e di indossare un po’ quelli di padrone di casa e di cuoco per il  “pranzo della domenica”

Ci racconti un po’ cos’è per il te il pranzo della Domenica?

Faccio una piccola premessa o forse sarebbe meglio dire, mett’ ‘e ‘mmane annanz’. Sono cresciuto in una famiglia che non ha nulla dell’idea precostituita che si vuol dare di Napoli. Molti dei cliché sui napoletani sono fasulli, questo a Napoli lo sappiamo, ma tornano utili per riempire sceneggiature di film e realizzare trasmissioni comiche. Quella si dovrebbe chiamarla MacNaples, perché Napoli è un’altra cosa. Riguardo il pranzo della domenica ad esempio, lo stereotipo vorrebbe dalle 10 alle 20 persone a tavola, con un menu che farebbe invidia ai giudici di Master Chef, in un orario che oscilla tra le 2 del pomeriggio e le 5. Questa non è mai stata la mia domenica. E non è quella di un gran numero di napoletani. La si vuole raccontare in un certo modo perché piace, a chi più e a chi meno, quell’idea del meridione del mondo, fatto di tradizioni, rituali e danza del ragù.

Cos’è allora che lo rende speciale?
A rendere speciale il pranzo della domenica a Napoli, secondo me, è qualcos’altro. La differenza rispetto agli altri giorni della settimana è tutta in quella l’aria che si respira e che in un mio romanzo ho definito “l’aria immobile della domenica”. Dalle 2 alle 3 abbondanti cioè, c’è un silenzio magico a Napoli, interrotto solo dal rumore di piatti e forchette, le strade sono vuote e quasi tutti i negozi sono chiusi. E questo fa di noi l’unica metropoli al mondo in cui tutti i suoi abitanti fanno la stessa cosa alla medesima ora. Il pranzo della domenica è in questo senso, uno degli ultimi baluardi della convivialità urbana, come il cenone di natale e capodanno. Un po’ di stress da preparativi, momenti di allegria, progetti per il futuro, discussioni, il parente in ritardo, il menu, i posti a tavola da rispettare, la televisione accesa o spenta, la bottiglia di vino decente, la dittatura di chi si debba alzare per andare a prendere l’acqua: il pranzo della domenica lo si ama e lo si odia. Io lo amavo (e lo amo) all’idea che tutta la città fosse a tavola nello stesso momento.

Qualcuno dei partecipanti potrebbe essere il personaggio di un tuo romanzo?
Non credo. L’ultimo romanzo che sto scrivendo ad esempio, racconta di un Serial Killer e per fortuna nessuno ancora in famiglia ha perso completamente la ragione. Ma certamente alcune cose starebbero bene in un romanzo. Ad esempio mio nonno, reduce di guerra, che non sentiva bene e seguiva le nostre conversazioni con gli occhi; lui rideva solo quando vedeva tutti gli altri commensali ridere. Ecco, sono convinto che non abbia mai capito neanche una battuta.

Cosa ti manca di più di quei vecchi pranzi in famiglia?
Mi manca trovare tutto pronto. Dirò una cosa ovvia che potrebbe essere confermata da tutti quelli che hanno lasciato casa. Davo per scontato che vi fosse un primo piatto speciale, quel pane buonissimo (comprato dal portabagagli di un’auto che secondo me era sempre la stessa in tutta Napoli) per accompagnare il secondo e il contorno, e davo per scontato che vi fossero le “paste” profumate alla fine.

Adesso invece?
Ora invece devo fare i conti con lo scegliere il menu, l’andare a fare la spesa, cucinare, preparare la tavola, dimenticare qualcosa e tornare giù a comprarlo, finire di cucinare, mangiare stando attento a non sporcare troppi piatti perché poi li si deve lavare, sparecchiare e lavare i piatti.
Eppure mi piace invitare i miei genitori a casa la domenica: è un mio modo per restituire il piacere di far trovare tutto pronto e per continuare la tradizione del pasto insieme.

Parliamo un po’ dei tuoi mille impegni, quando ti rivedremo in libreria o a teatro?
Sto completando un nuovo romanzo thriller/noir che vorrei fosse pronto per la fine dell’anno. Napoli sarà ancora protagonista. In primavera invece torno a lavorare a teatro con Peter Brook e il suo nuovissimo spettacolo Battlefield e saremo un po’ in giro per l’Italia.

Fra teatro, scuola e scrittura ti resta un po’ di tempo per cucinare? Puoi darci una tua ricetta?
Mi piace tantissimo cucinare e quando posso mi diverto a replicare piatti mangiati al ristorante o visti in TV senza cercare la ricetta. Aggiungo di solito ingredienti “per ipotesi” mentre cucino. So che state pensando che cucini “a cazzo di cane” e forse avete ragione.
In ogni caso, ho giusto appunto, per puro caso, una ricetta sotto mano (redattore va bene così?). Questa è sperimentata, quindi dovreste andare sul sicuro.
Spaghetto a vongole e zucchine
(“Spaghetto” mi raccomando al singolare, e usate la preposizione “a” – se dite “Spaghetti alle vongole” siete dei Farisei).
Ingredienti per 4 persone:
400 gr. di Spaghetti (preferibilmente con trafila di bronzo)
750 gr. vongole veraci
La buccia di mezzo limone grattugiato
3 zucchine grattugiate (solo la parte esterna, evitate la parte interna)
1 spicchio d’aglio
½ cipolla
Olio Extra Vergine di Oliva
1 ciuffo di menta
In una padella mettere insieme la mezza cipolla tritata, l’aglio tritato (privato della parte centrale verde) e olio. Quando la cipolla e l’aglio si saranno imbionditi, aggiungere il trito di zucchine e menta (4-5 foglioline) e cuocere per qualche minuto.
Nel frattempo fate bollire l’acqua per la pasta. Dopo averla salata, buttate la pasta.
Aggiungere ora le vongole nella padella e l’acqua di cottura della pasta (quanto pasta per non far addensare troppo il sugo). Quando le vongole cominceranno ad aprirsi, aggiungete il limone grattugiato e coprite con un coperchio.
Scolate la pasta leggermente al dente e finite di cuocerla nella padella.
Impiattate e guarnite con altre foglie di menta.
Buon appetito!

Un saluto per soldato innamorato
Anche a Via Tribunali, nel centro storico di Napoli, ‘O Surdat’ è ‘nnamurat’!

Grazie mille, ci risentiamo per l’uscita del prossimo romanzo!

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Nonno posso alzarmi da tavola?

Si concludeva così il pranzo della Domenica, chiedendo al capofamiglia il permesso di alzarmi da tavola, di solito dopo i dolci o la frutta e prima del caffè che comunque non prendevo. Ma fino a quel momento a tavola dovevamo rimanerci perché era il pranzo della domenica, il momento in cui la famiglia si riuniva, magari con l’aggiunta di qualche amico e si stava tutti insieme, con la televisione spenta e col telefono fuori posto (di cellullari manco a parlarne) e l’intrattenimento erano le chiacchiere. Ci si raccontava la settimana e soprattutto si mangiavano quelle cose che SOLO la domenica o alle feste comandate arrivavano a tavola. Il ragù, la genovese, la pasta al forno,l’arrosto morto, l’arista di maiale, il pesce, i frutti di mare e poi le paste. La domenica era il giorno in cui c’era il dolce, quando faceva caldo il gelato, altrimenti si vedevano solo ai compleanni e agli onomastici.

Ho sempre amato questo rito, mia nonna che già il venerdì aveva deciso cosa preparare, il sabato faceva la spesa pronta a modificare il programma in base a quello che si trovava in base a quello che trovava al mercato, la preparazione che iniziava il sabato e si concludeva la domenica poco prima di andare a tavola.

Il sabato i miei nonni ci regalavano sempre un magnifico siparietto che noi nipoti facemmo di tutto per non perdere:  quando mio nonno andava a fare la spesa al suo ritorno mia nonna puntualmente lo cazziava – Peppì è fatt’ n’atu guaio! – Non le andava mai bene niente, le cipolle se le aveva prese bianche servivano quelle rosse, la carne era stopposa, la verdura non era fresca… Ma poi chissà come maia tavola era tutto squisito.

A tavola il silenzio tecnologico veniva rotto solo dalla Radio a inizio partita, ma Antonio Fontana era uno di famiglia, poi ovviamente se eravamo allo stadio (cosa che poteva accadere anche 17 volte l’anno, il secondo veniva portato allo stadio sottoforma di marenna all’interno del panino, e il primo veniva mangiato arruscato in padella la sera… ma questa è un’altra storia.

Col tempo le cose sono un po’ cambiate, il pranzo domenicale si è ridimensionato, dolci e pastarelle si vedono in giro per casa anche nei feriali e ho preso l’abitudine di congelare le vaschette di ragù in modo da mangiarlo anche durante la settimana… Insomma il pranzo della domenica non è più quella bella riunione familiare che vedeva almeno una decina di partecipanti.

Ho un bambino di 3 anni cui sto insegnando a chiedere “Posso alzarmi da tavola” quando ha finito di mangiare, non so se è per scaricare su di lui questa forma di tortura che subivo o semplicemente voglio che impari l’importanza del “momento di tavola”.

Da oggi partirà una rubrica dedicata al “pranzo della domenica” intervisteremo persone comuni e personaggi famosi che ci racconteranno un po’ il loro pranzo della domenica, alla fine verrà sempre richiesta una ricetta per ispirare i nostri cari vecchi pranzi della domenica.

La prima ricetta è un omaggio a mia madre che, a differenza di sua madre (la nonna di cui sopra), non è un gran cuoca ma sulle frittate non la batte nessuno. Cottura interna perfetta compattezza invidiabile anche con la pasta lunga, croccante fuori e morbida dentro, provo a svelarvi i segreti del piatto tipico del lunedì (con la pasta avanzata).

Frittata di pasta avanzata

Ingredienti: pasta avanzata, un uovo per ogni 100 grammi di pasta circa, parmigiano grattugiato (quanto volete), sale (quanto basta), olio.

Sbattete bene le uova fino ad ottenere un liquido unico, senza grumi e senza macchie di albume non sciolto. Aggiungete un pizzico di sale e la pasta, se la pasta è lunga tagliatela un po’, renderà più pratico tagliare le fette e mangiarla. Mescolate bene e aggiungete il formaggio grattugiato poco alla volta mentre mescolate.

Fate scaldare la padella con un filo d’olio, a me la frittata piace alta, per cui uso padelle un po’ più piccole del necessario, ma è un fatto di gusto personale. Quando l’olio è caldo (potete verificare facendo cadere una goccia d’uovo sbattuto e vedere se cuoce subito), versate tutto il preparato nella padella.
Dopo la “botta” iniziale tenete la fiamma al minimo e coprite la padella con un coperchio, spostate la padella sul fornello in modo che ogni punto della padella sia a contatto con la fiamma viva per qualche minuto.

Quando la frittata inizia a formarsi e sentite che comincia ad essere un blocco unico giratela con l’aiuto di un piatto. Guardare la cottura del lato che prima era sotto vi aiuterà a capire i tempi per il lato che adesso sta a contatto con la fiamma, nel frattempo schiacciate la frittata con un mestolo e sentite se “frigge”, in tal caso vuol dire che c’è ancora dell’uovo crudo all’interno e deve cuocere un altro po’. Ultimata la cottura interna rifinite l’arruscatura a piacimento alzando la fiamma (bastano pochi secondi), fatte le fette, arrotolatele nella carta d’argento e portatele a lavoro, a scuola o dove vi pare e buon appetito!

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Braciole di cotica, tracchie e gallinella in attesa del pomodoro

Due Napoletani anche se non si conoscono possono parlare per ore.
Due Napoletani anche se non si conoscono possono parlare per molte ore di cibo.
Due Napoletani che amano cucinare anche se non si conoscono possono parlare per giorni di cibo.
Due Napoletani che amano cucinare anche se non si conoscono possono non smettere mai di parlare di ragù.

Non è un luogo comune, ma semplice esperienza di vita vissuta non c’è niente che a tavola possa unire come un piatto di ziti con il ragù e non c’è niente che possa dividere  come discutere sulla ricetta del ragù. 
Usi il passato? Ma ci metti anche il concentrato? E i pelati? La cipolla bianca o rossa? Sfumi con il vino? Olio o ‘nzogna? Tutt’e due? Metti la ‘nzogna ‘mpane a squagliare nell’olio o metti quella già squagliata?
E la carne? Solo Maiale? Ma con le cotiche? Ma come non ci metti l’annecchia? E le Braciole?
Poi c’è la tremenda questione salsiccia, il mondo si divide in due chi la mette e chi no. Ho conosciuto una figlia che ha litigato con la madre che si ostina a mettere la salsiccia nel ragù.

Scoprire la vera ricetta del ragù è sempre stata una mia mania, ho cercato nei libri, chiesto in giro, seguito mia nonna quando lo preparava, seguito le mie zie quando lo preparavano e nei limiti del possibile anche studiato dal punto di vista storico la ricetta del ragù. Bene, dopo una vita (seppur breve) di ricerche posso permettermi di affermare che la ricetta del ragù è come il graal: un’idea di sacrale importanza che ci fa perseverare nella ricerca delle perfezione del nostro ragù, ma che forse non esiste. Vi posso assicurare che non ho praticamente mai visto due ricette uguali, né tantomeno due persone che lo facessero allo stesso modo,  anche mia nonna non lo faceva mai uguale alla volta precedente perché doveva vedere cosa aveva il macellaio quel sabato e regolarsi di conseguenza.

Se ancora non siete convinti vi darò una dimostrazione empirica e inconfutabile del fatto che il ragù è come il Graal attraverso una accurata analisi filologica. Partiamo dal libro che a Napoli troviamo in tutte le case, anche in quelle dove non c’è nemmeno una mensola per poggiarlo: Frijenno Magnanno.
Nel solo libro di giovanni De Bury vengono proposte 3 versioni di ragù, una addirittura con il burro (che l’autore annota come recente innovazione). La versione principale, che è la prima ricetta del libro, comprende lardo, sugna, primo taglio di manzo, pancetta e prosciutto, non mi soffermo sul procedimento perchè bastano le carni per procedere nel nostro studio comparativo.
Sul Gleijeses, A Napoli di mangia così, altro libro che in Campania è più diffuso de “I Promessi Sposi” la scelta delle carni cade sul solo maiale: sugna, poi girello o prosciutto e le gallinelle o in alternativa le tracchie. Il bovino scompare e il maiale rimane principe indiscusso.
Facciamo un salto in avanti di qualche decennio e prendiamo Un pasto al sole, il libro di ricette di Patrizio Rispo (non vi sorprendete non è male come libro). Il suo ragù è fatto con braciole di manzo, tracchie di maiale, prosciutto e locena. Sarà la ricchezza della modernità ma qui sulla carne non si risparmia.

Volete altre prove? Vediamo uno dei massimi esperti di cucina campana cosa ci dice? Piero Serra propone cularda di manzo e sugna ( e ho verificato un solo libro, magari sull’altro c’è una ricetta diversa).

Sott’occhio ho almeno altri tre libri ma non voglio allungare troppo il brodo, anzi il ragù che a me piace tirato tirato. Per chiudere l’analisi con un riferimento letterario vi invito a pensare alla mitica annecchia di De Filippo che in Sabato, Domenica e Lunedì doveva diventare color palissandro o per gli amanti dell’approccio storico possiamo rifarci alla prima ricetta documentata, quella del Cavalcanti, che usava lardo, carne vaccina (non specificata) e prosciutto per capire che quando si parla di ragù neanche storia e letteratura vanno d’accordo.

Spero che adesso anche il più scettico dei lettori si sia convinto che la ricetta del ragù è come il Graal, e la domanda successiva è: “Troveremo mai questo Sacro Calice?” Probabilmente no, perchè si sa che in cucina la tradizione si tramanda nei piccoli nuclei, è familiare.  Per questo tutte le ricette popolari hanno piccole differenze di famiglia in famiglia, differenze che possono poi sembrare enormi nel ragù.

Ma anche se non lo troveremo la sola ricerca del Graal ci ha permesso fin’ora di poter stabilire dei punti fermi per poter dire cosa è e cosa non è ragù.

1) Una base di cipolle tritate soffritte (si possono aggiungere altri aromi ma la base dominante è la cipolla).

2) Salsa di pomodoro (passata principalmente) estremamente ridotta in cottura  in cui vengono fatte stracuocere le carni.

3) Le carni sono o vaccine o di maiale o entrambe, quando si usa esclusivamente carne vaccina di solito nel fondo c’è comunque sugna o lardo, del maiale si preferiscono parti grasse. La carne NON è macinata.

Può sembrare poco ma avere questi 3 postulati ci permette di escludere tante cose dalla categoria ragù: per esempio la famosa carne cu ‘a pommarola di cui parlava De Filippo. Per non parlare di tutte quelle salse fatte cuocere troppo poco per diventare ragù tutti i ragù con una specifica affianco (ragù bianco, ragù vegetariano, ragù di pesce, ragù vegano, ragù di pollo, etc. etc.) saranno anche cose squisite ma non sono il ragù napoletano.

Forse la bellezza de ragù è proprio questa: come l’arte neoclassica permetteva agli artisti di realizzare capolavori dovendo rimanere fedeli a dalle regole compositive precisissime, così il ragù napoletano ci permette di spaziare in cucina senza tradire la tradizione ma creando ogni volta nuovi piccoli capolavori.

La ricerca del Graal è un cammino formativo di spiritualità, devozione e impegno che non ci porta da nessuna parte se non ad essere delle persone migliori ed è questa la strada che percorre fra alti e bassi chi , come me, si è messo alla ricerca della ricetta originale del ragù napoletano.

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Salvatore Porzio frequenta questo mondo da molto prima che diventasse famoso e che gli fossero dedicati programmi in tv, con la squadra partecipa a campionati internazionali senza però mai tradire la sua Napoletanità, lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e farci presentare questa disciplina.

Sei reduce da due gare internazionali e hai portato a casa risultati importanti, cosa ci racconti di questa esperienza?

Aldilà dei risultati quello che mi piace di più delle competizioni di Barbecue è l’atmosfera che si viene a creare. Bene o male in questo ambiente ci si conosce tutti, anche fra i componenti dei team delle diverse nazioni. Stando insieme per due giorni ed una notte senza dormire attorno a Barbecue accesi si crea un affiatamento e un rapporto di amicizia che va oltre la competizione. Quello che dico sempre è che essendo una gara è ovvio che si parte per vincere ma di sicuro non si torna mai sconfitti.

Volendo comunque riportare dei risultati è stato bello arrivare primi nella categoria Chicken all’IBC di Perugia e secondi posto nella categoria Chef Choice al primo contest ad inviti organizzato dalla Distilleria Bonaventura Maschio.

 

Molte persone non hanno idea che esista il Barbecue come disciplina, come funziona una gara?

Le gare più importanti sono sanzionate dalla KCBS (Kansas City Barbecue Society), una associazione no profit americana che coordina migliaia di competizioni in tutto il mondo. Forma dei giudici, ultimamente ho preso anche io la certificazione per capire anche cosa succede dall’altra parte dell’oceano,  ha un sistema con il quale chi giudica non sa quale è il team che ha preparato la pietanza.

Le categorie di preparazioni KCBS sono standard per tutti i team e sono 4: Chicken (pollo), Ribs (costine di maiale), Pulled Pork (spalla di maiale) e Brisket (punta di petto di manzo). Tutti tagli di carne cosiddette “povere” ma che con la tecnica della cottura low and slow (a bassa temperatura per un tempo prolungato che può arrivare a 10/12 ore per il brisket) e con l’utilizzo dell’affumicatura acquistano morbidezza e gusto che li rendono piacevoli da mangiare.

I giudizi alle 4 preparazioni vengono dati secondo tre parametri che sono apparenza, gusto e tenerezza delle carni.

 

Com’è nata questa passione per l’american Barbecue?

Quasi dieci anni fa con la nascita del mio primo figlio ho cercato un hobby più casalingo rispetto a quello del mototurismo. Non sapendo che poi mi si sarebbe aperto un mondo, quello delle competizioni, che comunque ti porta a girare l’Italia e l’Europa.

Ovviamente tutto è iniziato con le ricerche in rete cercando il modo di autocostruirsi una griglia e finendo nel magico mondo delle cotture indirette ovvero dei barbecue con coperchio.

Nelle foto potete vedere il mio primo barbecue artiginale, fatto con una pentola capovolta.

Sei un Napoletano Doc, come riesci a integrare una tradizione culinaria così forte con una cucina (almeno all’apparenza) così lontana?

Anche se sono due culture molto lontane dal punto di vista culinario trovo un forte legame nella tecnica applicata per la preparazione della carne e, come dicevo prima, nell’utilizzo di tagli poveri ovvero non di prima scelta. Il Barbecue americano nasce nel sud tra gli schiavi che non disponendo di carni tenere scoprirono che cuocendo per lungo tempo e a bassa temperatura tagli “duri” questi acquisivano gusto e morbidezza.

Se penso al Re delle preparazioni partenopee non posso fare a meno di citare Lui, l’immancabile sulle tavole dei napoletani ogni domenica e ad ogni stagione: il Ragù.

La tecnica non è quella? Un pezzo di muscolo che si sfilaccia dopo aver “pippiato” a bassa temperatura fino a 8/10 ore.

Proprio come un Pulled Pork.

 

L’american Barbecue si sta diffondendo tantissimo, quali consigli ti senti di dare a chi si avvicina a questo mondo?
Ovviamente il consiglio “cheap” è quello di documentarsi in rete per iniziare e per capire di che strumenti si ha bisogno. Un kettle può costare tra i 200 e 300 euro ed utilizzarlo solo per grigliare sarebbe uno spreco.

Un altro sistema abbastanza più immediato è quello di partecipare ad un corso in modo da vedere praticamente come funziona la cottura indiretta, come si preparano le carni e come si gestiscono le temperature.

 

Qual è il tuo piatto forte? Ci racconti com’è nato?

Sembrerà strano ma non impazzisco per le preparazioni americane. Adoro le loro tecniche di cottura e di affumicatura ed ho sempre cercato di applicarle a preparazioni tipiche della tradizione italiana e napoletana.

Nel Barbecue è stato preparato di tutto ed il mio piatto forte è nato dalla ricerca di realizzare qualcosa che nessuno avesse mai realizzato prima. Sempre in tema di low and slow partenopeo ho pensato a Lei. La Regina delle preparazioni napoletane: A’ Genuves.

La cipolla che si disfa e perde l’acido per la lunga cottura, la carne che si intenerisce e cede tutti i suoi umori al sugo, l’affumicato che diventa l’ingrediente in più…..il paradiso.

Ne realizzo anche una versione panino con pepe e scaglie di parmigiano.

 

Una ricetta facile che tutti possono fare a casa?

Le alette di pollo, altro taglio povero utile anche per testare le prime cotture indirette.

Marinate con olio e salsa worchester e condite con un rub (mix di spezie) con gli aromi che più si gradiscono. Un successo sicuro.

Sei tifoso del Napoli?

Si dalla nascita ed il mio sogno è di “appicciare una furnacella” in curva B. Più furnacelle meno fumogeni.
Cosa cucineresti per Sarri e cosa per De Laurentiis?

Essendo cresciuto come il Mister all’ombra degli altoforni dell’italsider di Bagnoli gli proporrei una bella impepata di cozze affumicate. Pescate possibilmente sotto la tavola di mare di Trentaremi.

Al presidente penso che piaccia la bistecca, la T bone quella che ha anche il filetto attaccato.

 

Chi volesse saggiare i tuoi capolavori dove e quando ti può trovare?

Sono un po’ girovago, non ho un posto usuale dove faccio gli eventi ma giro varie strutture che mi ospitano.

I miei eventi li pubblico sulla mio profilo facebook o sulla mia pagina.

https://www.facebook.com/salvatore.porzio.7

https://www.facebook.com/FlashMobbq
Un saluto per gli amici di Soldato Innamorato?
Ciao ragazzi “a’ brace v’accumpagn!”

Noi a breve andremo a saggiare la Genovese affumicata e vi faremo sapere com’è, stay tuned!

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La maglia per chiattoni ridisegnata da Francesca Rao

Come ogni luglio è ripartita un’altra stagione calcistica e come ogni anno il Napoli da Dimaro presenta la nuova maglia, quest’anno realizzata dalla Kappa.

Ancora una volta, tessuto e modello  sembrano essere stati realizzati solo per quelle poche persone che la usano per giocarci a calcio, maglia aderente, traspirante, materiale molto tecnico etc. Eppure i giocatori del Napoli, giovanili incluse, sono pochissimi rispetto alla stragrande maggioranza delle persone che indosseranno la maglia azzurra: i tifosi.

Fra i tifosi poi c’è un’altra grandissima maggioranza, di cui fa parte anche chi vi scrive, che non potrà sfruttare al meglio il comfort della maglia proprio perché, inspiegabilmente, disegnata per gli atleti: i tifosi chiatti. Noi che vantiamo un perfetto fisico da Orangina sappiamo onorare la maglia al San Paolo evitando di macchiarla di sugo o olio mentre mangiamo la marenna, noi che passiamo il weekend a preparare il ragù quando il Napoli gioca fuori casa, noi che compriamo i vestititi da dechatlon perché ha le felpe con il capuccio xxxl, noi che compriamo i borghetti minimo 5 alla volta, noi che consideriamo una margherita l’antipasto della pizza fritta, noi meritiamo e pretendiamo che la società faccia le maglie da gioco a misura di chiattone.

Per questo lanciamo questa petizione rivolta al presidente De Laurentiis: stop immediato alla produzione di magliette attillate! O almeno inizia a produrre magliette per chi ha il giro vita superiore al metro e venti.

Fallo per quei tantissimi tifosi che sostituiscono la palestra con sane ripetute di sollevamento taralli, quelli che anche a 40 gradi all’ombra non sanno dire di no a un piatto di pasta e patate con la provola appena fatto.

PRESIDENTE, NO ALLA MAGLIA ATTILLATA

Firmate in tanti (CLICCANDO QUI)

Paolo “Sindaco” Russo & Luigi Aiello