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pe mmare nun ce stanno taverne

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Il mondo dei media si alimenta di mode e tormentoni. Ci sono ciclicamente notizie che suscitano scalpore, interesse, indignazione, passione e tutto l’armamentario di emozioni che gli esseri umani sanno provare. Dura una settimana, poi, come ogni tormentone che si rispetti, viene lasciato all’oblio per l’abuso stancante e demagogico che se ne fa. E’ il caso del funerale del boss Casamonica, di qualche scandalo politico, di “mafia capitale”. Di un omicidio efferato, ad esempio, se ne può parlare per mesi e persino anni: la madre che uccide il proprio bambino o uomini che ammazzano i vicini di casa. Oggi il tormentone (spiace doverlo chiamare così, ma è nelle cose) della stampa nazionale, ma anche europea, è il caso del piccolo  Aylan: il bimbo di tre anni annegato su una spiaggia turca e la cui immagine (CHE PERSONALMENTE PREFERISCO NON PUBBLICARE) ha fatto il giro del mondo.

E’ bastata una sola immagine a risvegliare i media europei sul dramma dei migranti. Ma non soltanto i media comuni, anche i social network, dove ogni utente su Twitter o su Facebook commenta la notizia secondo le emozioni che questa storia ha suscitato.

Di donne, uomini e bambini ne muoiono a migliaia sulle coste europee. Persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla mancanza di libertà. Che specie di coraggio deve provare una persona per rischiare la vita pur di provare a migliorarla è un sentimento che non so neppure immaginare. Pe mmare nun ce stanno taverne. Una volta partiti si è al cospetto di un fato che muove onde, agita vento e può rovesciare ogni speranza. Partono lo stesso incuranti del pericolo, fuggono da una vita che forse vita non è.

Ecco, dopo l’immagine diffusa da tutti i media del piccolo Aylan, tutti possiamo finalmente compenetrare qualche sorta di sentimento. Non può essere empatia, ma almeno tentativo di comprendere forse si. Allora una semplice foto apre l’orizzonte degli sguardi, cosa c’è dietro quella linea che separa mare e cielo, continente e continente, persona e persona?

Di Aylan ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno ancora. Ci fanno tenerezza finché restano lì in quei Paesi di guerra e fame oppure alla deriva in mezzo al mare. Ma quando arrivano qui da noi riparte la solita guerra tra poveri. Uomo contro uomo. In Italia, terra di migranti, c’è persino un partito politico che cavalca questo odio per ottenere consensi. Basta andare a leggere qualche commento su Facebook dei giorni scorsi, ognuno di noi avrà un amico che in uno status abbia scritto: “Basta con questi migranti, stiano a casa loro, non ne possiamo più” e tutta quella serie di cliché che riguardano gli immigrati che ci tolgono il lavoro, che sporcano, che puzzano, che magari sono pure terroristi.

E’ bastata una semplice foto: un bimbo di tre anni morto su una spiaggia. La morte, il dolore hanno fatto sempre notizia e continueranno a farla. Certo, un quotidiano non può parlare ogni giorno di chi in Africa non ha cibo, di chi muore in una guerra lontana, di una donna dell’Asia uccisa per aver trasgredito a qualche rigida usanza religiosa. Troppi sono i guasti del mondo per dare conto di tutti. Eppure quello della migrazione è un fenomeno che ci riguarda tutti i giorni. L’Italia è come un gancio appeso nel Mediterraneo al quale si aggrappano i disperati che sono sotto.

Tra una settimana tutto sarà dimenticato, il dolore, la morte, il piccolo Aylan scappato con i genitori da quella polveriera a cielo aperto che è diventata la Siria. Ognuno di noi tornerà ai propri pensieri, a De Laurentiis “pappone“, a Higuain che è un campione, alla canzone che ci ha fatto innamorare, al mare, agli scherzi, alla vita. Quella che scorre per noi con i suoi tempi, i suoi agii, i suoi dolori minori. Ed è forse giusto così.

Mi chiedo solo se serve tutta questa commozione generale. Se può servire per cambiare qualcosa, oppure resterà la solita ipocrisia che ci fa lavare la coscienza per un attimo. Una catarsi di sensi momentanea. Ma, come ci insegna la storia, resterà, più probabilmente, un’immagine di passaggio. Un tormentone. Una foto che basta non guardare. Basterà qualche giorno e torneremo ad un’altra notizia: altre emozioni, altre sensazioni. E neppure quelle ci riguarderanno fino in fondo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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