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La polemica

«Odio l’Islam», così si intitolava un articolo di Libero dello scorso 28 luglio. La firma è di Filippo Facci, giornalista purtroppo noto anche a Napoli per diversi commenti non proprio gradevoli nei confronti della città e dei suoi cittadini. Per questo articolo Facci è stato sospeso dall’Ordine per due mesi in cui gli sarà anche interrotta l’erogazione dello stipendio.

Se ci si soffermasse soltanto al titolo sembrerebbe una misura adeguata, forse persino riduttiva rispetto all’incitamento all’odio che il giornalista milanese ha compiuto. E invece, leggendo per intero il testo, se ne può comprendere il buonsenso al netto delle solite uscite provocatorie tipiche dell’autore. Soprattutto per il passaggio in cui viene rivendicato il diritto ad odiare, equivalente a quello di amare. Due facce, in fondo, della stessa medaglia. Due sentimenti che esistono in natura e nell’animo umano.

Ma non è questo il punto. Facci ha voluto aprire uno squarcio all’interno dello stucchevole, finto, insulso politically correct in cui è immersa ormai la società italiana. Soprattutto quando si parla di immigrazione e terrorismo. Un festival dell’ipocrisia che ci vede tutti santi in pubblico, molti diavoli nel privato delle proprie vite. Ipocrita proprio come una parte dell’Islam di cui parla Facci nel proprio articolo. Quell’Islam che uccide gli “infedeli” che bevono alcol e mangiano carne proprio come quei milioni di musulmani che trasgrediscono ai presunti dettami del Corano sul regime alimentare. Stesse ipocrisie a cui assistiamo sul versante dei cattolici baciapile, i tanti politici dei Family Day che violano la prescritta eternità dei sacramenti come il matrimonio. La differenza, in questo caso sostanziale, è che da secoli il cattolicesimo non uccide in nome di un Dio. Questo invece accade per l’Islam oggi. L’Isis e al Qaeda sono sicuramente una minoranza del mondo musulmano, ma una minoranza visibile che mette in discussione ogni nostro principio sulla democrazia e l’accoglienza.

I terroristi li alleviamo in casa, nove attentatori su dieci di tutti i più grandi attacchi recenti sono nati e cresciuti nella nostra Europa. Eppure, anziché cercare di capire cosa ci sia che non vada in alcuni aspetti della cultura islamica, ci interroghiamo sulle manchevolezze dei nostri percorsi di inserimento sociale e d’integrazione. Subiamo attentati, muore gente innocente e siamo noi a farci una colpa perché non abbiamo saputo far integrare questi soggetti. Interpretazioni lette più volte tra opinionisti e politici. Un tema ricorrente quando si parla degli sbarchi, del ruolo delle Ong, delle dinamiche degli attentati. Mi occupo di questo settore per il quotidiano della mia città, Il Mattino, e credo di conoscere abbastanza bene la tematica per i frequenti riconoscimenti e attestati di stima che ricevo. Con l’Islam si usa un velato giustificazionismo, proprio come per la vecchia teoria che vuole che “i napoletani che rubano perché in città non esisterebbe uno stato sociale”. Perché “Tutte quante amma campà”… In qualsiasi modo.  Una follia che scavalca il libero arbitrio e la coscienza di cui dovrebbe essere dotato ogni essere umano.

Coltivare l’odio, tanto più dalle colonne di un giornale, è certamente esecrabile. Ma ancor più esecrabile è la punizione che si è voluta dare a Facci. Un Ordine, quello dei giornalisti (di cui volente o nolente sono associato come professionista), che dovrebbe forse più utilmente vigilare sulle fake news, sulle distorsioni informative in atto sul web e sui social network, sui tanti siti internet canaglia che per accalappiare qualche click sviliscono, queste si, la dignità professionale. Ecco, tra gli spacciatori di “cattive opinioni” e quelli che vendono a buon mercato centinaia di false notizie, forse i censori dell’ordine dovrebbero propendere a sanzionare i secondi.

Facci è un provocatore, spesso sopra le righe. Odio (si, anche io rivendico il mio diritto ad odiare) i suoi tweet contro i napoletani o quando scrive di “froci” e di “negri”. Non perché odio lui, ma la cattiva educazione sentimentale di chi in qualsiasi modo cerca buona o pessima notorietà attraverso l’eccesso verbale. Ma stavolta Facci ha posto un tema serio. Su cui dibattere, non certamente da censurare. Poi si può essere “Favorevoli o contrari”, proprio come approssimativamente si intitolava un vecchio film. Ma erano tempi in cui il giornalismo era altro e contemplava pure le opinioni eccessive, non il melenso politcally correct o lo scandalismo a tutti costi a cui ci siamo assuefatti negli ultimi tempi.

Valentino Di Giacomo

QUESTO L’ARTICOLO DI FACCI DELLO SCORSO 28 LUGLIO

Odio l’Islam. Ne ho abbastanza di leggere articoli scritti da entomologi che osservano gli insetti umani agitarsi laggiù, dietro le lenti del microscopio: laddove brulica una vita che però gli entomologi non vivono, così come non la vivono tanti giornalisti e politici che la osservano e la giudicano dai loro laboratori separati, asettici, fuori dai quali annasperebbero e perirebbero come in un’acqua che non è la loro. È dal 2001 che leggo analisi basate su altre analisi, sommate ad altre analisi fratto altre analisi, commenti su altri commenti, tanti ne ho scritti senza alzare il culo dalla sedia: con lo stesso rapporto che ha il critico cinematografico coi film dell’esistente, vite degli altri che si limita a guardare e a sezionare da non-attore, da non-protagonista, da non vivente. Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle, anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare. Odio l’Islam perché l’odio è democratico esattamente come l’amare, odio dover precisare che l’anti-islamismo è legittimo mentre l’islamofobia no, perché è solo paura: e io non ne ho, di paura. Io non odio il diverso: odio l’Islam, perché la mia (la nostra) storia è giudaica, cattolica, laica, greco-latina, rousseiana, quello che volete: ma la storia di un’opposizione lenta e progressiva e instancabile a tutto ciò che gli islamici dicono e fanno, gente che non voglio a casa mia, perché non ci voglio parlare, non ne voglio sapere: e un calcio ben assestato contro quel culo che occupa impunemente il mio marciapiede è il mio miglior editoriale. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro. 

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Ecco perché è nato soldatoinnamorato

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Valentino Di Giacomo

Soldatoinnamorato è nato poco più di un anno fa. E’ nato dalla passione di un gruppo di amici. E’ nato perché di siti in giro per il web dedicati al Napoli ce ne sono a decine, ma sono quasi tutti portali accalappiaclick per lettori un po’ sprovveduti. Come avrete potuto notare, sin da quando siamo nati, sul nostro sito non avete trovato mai notizie di calciomercato. “Ecco chi sta per firmare”, “Ecco chi è un passo dalla firma”, “Ecco chi sta per vestirsi d’azzurro”. No, questo genere di scemenze sul nostro sito non potrete trovarle. Servono per incuriosire il lettore, poi si apre il link e dentro ci si accorge che la notizia non c’è. Ed è il migliore dei casi. Perché spesso la notizia c’è, ma è inventata o ricostruita ad arte per creare una telenovela.

Anche per questo è nato soldatoinnamorato. Vogliamo meno lettori di altri, ma chissà se continuando in questo nostro progetto si possa formare una nuova leva di lettori un po’ meno sprovveduti. Pochi ma buoni. Oppure, per citare Arbore, meno siamo meglio stiamo.

Ha fatto discutere la decisione del Napoli di organizzare le proprie conferenze stampa ad invito. Subito si sono levati gli scudi da parte dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Ussi. Poi è arrivata la replica del capo della comunicazione del club azzurro. Una replica che riportiamo, che andrebbe incorniciata e affissa alle pareti, che vi riportiamo in fondo all’articolo.

Ci sono siti web e siti web, giornali e giornali, televisioni e televisioni. E poi ci sono giornalisti e… giornalisti. Non si è tutti della stessa pasta. Ci sono persone che si sentono “giornalisti” perché hanno un pezzettino di carta che li indica tali. La mia convinzione, da giornalista professionista, è che il giornalista lo si fa, non lo si è di nascita. E se si fa il giornalista questo va fatto rispettando il più possibile le regole deontologiche, ma soprattutto sé stessi e i lettori. Nè l’Ordine dei Giornalisti, nè l’Ussi sanno far rispettare una pur nobile professione. Basta vedere certi sitarelli, basta ascoltare certi giornalisti per i quali già la lingua italiana è una scienza ardita, figurarsi la deontologia… Eppure anche questi soggetti, scrivendo 80 articoli per qualsiasi testata registrata, possono ottenere almeno il tesserino dei giornalisti pubblicisti. Palummella vi ricorda qualcosa? E almeno Palummella è stato un grande tifoso, ma soprattutto ha visto certamente migliaia di partite, migliaia di più di qualche ragazzino che con un tesserino in tasca si sente il nuovo Indro Montanelli.

Noi di Soldatoinnamorato non siamo ancora una testata giornalistica. Potremmo iscriverci tranquillamente all’albo delle testate online, ma non abbiamo ancora deciso di farlo. Un po’ perché, e lo diciamo senza vergogna, siamo pigri e compilare scartoffie non è il nostro forte. Un po’ perché qui non facciamo molta informazione, ma molti commenti su Napoli e sul Napoli. Questo non è un giornale online, è un blog di ragazzi più o meno bravi che si dilettano ad offrire una visione sulla squadra e sulla città. Una visione distante dai giornaletti online che acchiappano click a suon di clamori inventati. Una visione ostinata e contraria a chi vuole sentirsi “figo” andando a Castelvolturno a partecipare, senza neppure la possibilità di fare domande, alle conferenze stampa. Per non parlare di quelli che creano siti solo per farsi accreditare in tribuna stampa e scroccare la partita…

Insomma, siamo distanti. Da giornalista, iscritto all’ordine, mi auguro solo che chi è chiamato a tutelare questa meravigliosa professione riesca a farlo meglio. In che modo? Lo spiega benissimo Nicola Lombardo, il capo comunicazione del Napoli. Poche righe per mettere a figura di melma una categoria che ormai non sa neppure più difendersi. Ecco qua, noi abbiamo stampato, incorniciato e affisso queste parole sulle nostre pareti e nella nostra mente. Poi il resto del lavoro tocca a voi, cari lettori. Magari evitando di aprire quei link di sitarelli improvvisati che vi raccontano un sacco di scemenze. Nell’era del web siamo tutti sulla stessa barca. Chi scrive deve fare bene il proprio lavoro, chi legge altrettanto.

“A questi incontri potranno partecipare le testate che saranno invitate. In pratica, abbiamo detto che per entrare a casa nostra, a Castel Volturno, è necessario un invito. Alcune associazioni di categoria hanno “stigmatizzato” questa nostra iniziativa, peraltro senza chiamarmi per chiedermi conto di quanto loro trovavano così intollerabile. Non per questo motivo sento la necessità di un mio intervento, ma perché ho ascoltato una trasmissione radiofonica nella quale un giornalista diceva che ‘per fortuna la cosa era rientrata’. Non è rientrato nulla, anche perché non c’era nulla che dovesse rientrare. Viviamo in un mondo in cui chiunque si può proclamare giornalista per autocertificazione. Persone che non hanno fatto alcuna gavetta, scuola, o esperienza in strutture redazionali vere, pretendono di ergersi a giornalisti, di partecipare alle conferenze stampa o agli incontri, e prendere parte attivamente alle discussioni. Noi pensiamo due cose: la prima, che a casa nostra, perché Castel Volturno è la sede del Napoli, se decidiamo di organizzare un incontro con i media, un incontro privato e non pubblico come quelli che ogni settimana avvengono negli stadi, o che sono previsti dalle regole Uefa, noi possiamo decidere di invitare chi pensiamo sia adatto a questo tipo di occasioni. Senza discriminazioni, senza farlo per evitare “domande sgradite”, ma solo per avere un quadro quanto più professionale di questo momento. La seconda cosa è che non ha senso far partecipare a un incontro con un allenatore testate che non avranno comunque la possibilità di interloquire con lui, perché il tempo di questi incontri è limitato e si deve garantire lo spazio a chi questo lavoro lo sa fare e lo fa da molto tempo. Non possiamo consentire che i giornalisti che si proclamano tali “per autocertificazione” possano penalizzare il lavoro dei giornalisti veri. E considerando che questi incontri, come quello di domani, vengono comunque trasmessi in diretta su una televisione nazionale, sulla nostra radio ufficiale, sui siti internet che fanno la loro diretta testuale e sul sito della società, nulla viene nascosto né impedito. Non solo, limitando il numero delle testate a quelle che sono la parte reale di questa professione, diamo la possibilità a tutti di fare le loro domande. Gli incontri ad invito non sono una mia invenzione. Li fanno a Palazzo Chigi, alla Casa Bianca, all’Ocse, nelle grandi aziende. Nessuno si sente offeso o discriminato se non è nella lista. Ma visto che siamo in tema, voglio aggiungere alcune considerazioni. Il calcio, dal 1996 con l’introduzione della Legge Veltroni che ammette anche in Italia il fine di lucro per le società sportive, è cambiato. Le società di calcio sono aziende che devono cercare un profitto che, reinvestito, faccia crescere economicamente l’azienda per farla competere ai massimi livelli. Le società di calcio devono, se vogliono vincere o sopravvivere, liberarsi da un mondo di regole stantie che non può più essere tollerato. Solo così si potrà competere, vincere e non rischiare di fallire. Per concludere: le associazioni di categoria che tanto si sono agitate ieri per una semplice procedura nella quale sono state invitate 25 testate media, per quale motivo non si agitano quando i loro associati mortificano la loro professione facendo dei semplici copia e incolla, o scrivendo “notizie” senza fare alcun controllo delle fonti o dei fatti riportati?

NICOLA LOMBARDO – CAPO COMUNICAZIONE SSC NAPOLI