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La frenesia. Assoluta, costante. L’arteteca, quella violenta. La corsa contro il tempo per arrivare al traguardo, il solo che fa ingrassare.

L’ansia del “piacerà”? E per chi è malato come me del: “come lo impacchetto!?”

Passeggini che si sorpassano, bambini che piangono, mamme che imprecano, papà che sbadigliano, commesse che hanno quel sorriso a trecentossessantasei denti, finto, come quello delle ballerine di danza classica quando stanno per un quarto d’ora sulle punte.

Questa era la situazione di via toledo, a Napoli stamattina. Nel periodo del Santo Natale, festa, ricordiamolo, religiosa, il momento più calmo l’ho vissuto in una chiesa, nella quale non c’era neanche un presepe. La Chiesa di San giovanni a Carbonara. Passavo li per caso, e spinta da semplice curiosità pagana e artistica mi sono ritrovata dinanzi ad un incanto del millecinquecento. Era li, silenziosa, nella sua timida bellezza, apprezzata da sei persone, in totale.

Via foria, traffico. Urla simpatiche dei bambini, che si sa, il Natale è per loro. Forse per questo gli adulti, certi adulti, perdono il senno e regrediscono all’età della prima infanzia. Per poter godere dell’aria natalizia in maniera giustificata.
Aria, poi. Polveri sottili che attraversano Napoli silenti, ci toccano, ci trapassano e ci benedicono. Afa, non è il dicembre di un anno fa. Quello innevato e magico che ci sorprese, non si sono presentati “tutti i sentimenti” in questo 2015! Il sole sta facendo la sua parte. L’inquinamento la sta edulcorando ancora di più.
Comunque, dicevo Via Foria, Piazza Dante, Via Toledo, Via Chiaia, Piazza Dei Martiri. Mi sono tuffata nel fiume della frenesia, nello “struscio” dello shopping. Ho visto l’evento dell’anno: la fila per un negozio molta in voga negli ultimi tempi. Ed ho sentito saluti, baci, abbracci e auguri.

E clacson. Tantissimi clacson, quelli di chi si incazza perchè ” cristo! ti sto sorpassando a destra, che tieni da dire?!”
Perchè il Natale è sacro, ma il codice della strada mica l’ha dettato il signore!

Chiara Arcone

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Natale è tempo di regali, si passano ore a cercare il pensiero giusto non solo ad amici e parenti ma anche a persone con cui siamo spesso in contatto per vari motivi: colleghi di lavoro, dipendenti, il medico, professori, l’avvocato, il commercialista etc. etc.
Sia con gli affetti più cari che con i contatti più formali si finisce spesso con il regalare oggetti inutili e di dubbio gusto pur di non presentarsi a mani vuote. Oltre alle realtà note già affermate come le cravatte di Marinella o il cioccolato di Gay Odin e Gallucci, qui vi proponiamo 10 idee tutte Napoletane per un regalo originale e di sicuro successo.

Birrificio flegreo
Birrificio flegreo

Birre artigianali: sono un po’ la moda del momento e grazie alla varietà e qualità dei nostri prodotti in campania si possono ottenere birre dal gusto sorprendente. Noi abbiamo provato quelle del Birrificio Flegreo e sono squisite ma non sono gli unici a Napoli, il consiglio è di provarne tante per scegliere.

Una bottiglia di liquore: è un regalo che fa sempre piacere, anche un astemio la apprezza perchè avrà qualcosa da offrire agli ospiti improvvisi. Limoncello, nocino etc. fanno sempre la loro figura, ma per essere originali una bottiglia di Guappa è la soluzione migliore, un cremoso liquore prodotto con latte di Bufala, sicuramente un regalo unico.

Un pacco: l’idea di “pacco” di solito non evoca bei ricordi e riceverne uno fa sempre pensare che dentro possa esserci un mattone, ma non è così. Ma da qualche anno a questa parte è possibile regalare un pacco pieno di prodotti tipici di alta qualità aiutando anche associazioni e piccoli produttori locali, Facciamo un pacco alla camorra è forse l’esempio migliore di regalo per chi ama la nostra terra.

Dischi: siamo il paese della musica, la città delle canzoni ma spesso non sappiamo valutare il grande patrimonio musicale che abbiamo. Abbiamo più volte parlato di quanto Napoli sia viva  musicalmente parlando, e regalare un disco di artisti Napoletani affermati o emergenti è un modo per tenere viva l’arte nella nostra città, soprattutto se si sceglie un disco prodotto da un’etichetta indipendete tutta napoletana come Full Heads che offre una scelta ampia e di grande qualità.

10681666_10153319425350963_139693901_nCesto di Natale: abbiamo dei prodotti meravigliosi e piccole aziende agricole e masserie che li trasformano in modo artigianale in prodotti straordinari. Farsi un giro in campagna per masserie o in qualche mercatino può aiutarci a creare un cesto unico e realmente gradito, senza la classica frutta esotica finta, il cotechino sottovuoto e altri prodotti che a Pasqua staranno ancora in uno scaffale. Abbiamo provatto lo sciroppo di agrumi della Masseria Sardo, i succhi della Masseria Giosole, per non parlare di marmellate e altre conserve. Sono solo due esempi ma fra salumi, formaggi, frutta secca e fresca, verdure e prodotti lavorati si può comporre un cesto originale e sicuramente apprezzatissimo… e poi lo dice il proverbio “Augurie senza canisto fa ‘a bberè ca no l’à visto”

Interior Design: restauratori, artigiani, designer ma anche ricicloni. Questa la ricetta vincente di La Casa Brutta, una serie di articoli per l’arredo della casa tutti realmente unici, un regalo insolito di sicuro effetto.

Ombrello artigianale: sembra quasi anacronistico pensare che in una strada come via Toledo dove oramai imperversano solo grandi marchi internazionali ci sia un artigiano che realizza a mano meravigliosi ombrelli. Mario Talarico tiene in vita una tradizione quasi scomparsa, un ombrello artigianale può essere il regalo perfetto per l’amico “Che ha già tutto”, e nel consegnare il pacchetto potrete omaggiare Il grande Eduardo cantando la sua versione di Tu scendi dalle stelle.

T-shirt Napoletane: un modo divertente per rivendicare il proprio orgoglio e lo spirito più ironico dell’essere Napoletani. I ragazzi di Napoli Ta-Ttà realizzano divertenti t-shirt ispirate alla nostra cultura. Ce ne sono per tutti i gusti.

artigianoStampe artigianali: Nel documentario Resistenza Artigiana Antonio Manco racconta il lavoro di Carmine Cervone un artigiano tipografo che tiene in vita una piccola tipografia utilizzando strumentazioni antiche che. Nella sua Bottega a via Anticaglia è possibile trovare taccuini, libri e libri tutti realizzati artigianalmente. La bottega è un luogo estremamente affascinante e tiene viva un’arte ormai purtroppo quasi scomparsa

Libri: un libro è un regalo che va sempre scelto cultura. Fra gli scrittori Napoletani, da De Giovanni a Luca Delgado, editori Napoletani ce ne sono per tutti i gusti. Dai libri di cucina a quelli sulla nostra cultura, dai saggi storici ai romanzi Napoli offre a tutti i lettori grande varietà di scelta.

Teniamo a precisare che non ci ha pagato nessuna delle ditte qui nominate, abbiamo citato prodotti che conosciamo e che in un modo o nell’altro ci hanno colpito, saremo lieti di leggere vostre segnalazioni di altri prodotti e attività sul nostro territorio. La nostra intenzione è far conoscere il fermento culturale della nostra città e tutte le bellissime realtà che popolano Napoli.

La Redazione

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Carmelo Zappulla in 'O zampugnaro Innamorato

Qualche tempo fa il termine zampognaro era usato in senso dispregiativo, per indicare un bifolco o un cafone, spesso se ne servivano al nord, soprattutto in termini razzisti, per indicare i terroni, i meridionali. Ma visto il periodo noi di Soldato Innamorato vogliamo rendere omaggio e merito ad una figura poetica e romantica, purtroppo in via di estinzione.

Lo zampognaro era di solito un musicista di campagna, un contadino o un pastore, presente e indispensabile nei paesi in tutti i momenti più importanti dell’anno. Era lui che suonava alle feste, che animava i balli estivi, che accompagnava processioni e rituali, sacri e profani, una sorta di suonatore Jones di Spoon River.
Durante il periodo natalizio il suonatore di zampogna si recava in città, in compagnia del suo antico strumento, in cerca di soldi e fortuna. Di solito gli zampognari suonavano in coppia, formata da una specie di piffero, la “ciaramella”, e da una sorta di cornamusa, la “zampogna” vera e propria, caratterizzata dalla presenza di più canne sonore. Con il termine “zampognaro” venivano indicati entrambi i suonatori, indipendentemente dallo strumento suonato. Gli strumenti di soliti erano costruiti dagli stessi suonatori o da altri contadini o artigiani che si trasmettevano da generazioni l’arte della zampogna.

Stiamo parlando però del Regno delle due Sicilie, perché gli zampognari sono per lo più campani, lucani, calabresi, siciliani, al massimo abruzzesi o ciociari. La presenza della zampogna in altre regioni d’Italia è dovuta alla passione di singoli, ma non è né tipica né tradizionale. E nemmeno possono essere considerati affini alla zampogna i diversi tipi di cornamusa presenti in Italia settentrionale. I vari cornamusari, suonatori di musette, pive e baghet non possono avvicinarsi neanche lontanamente alla potenza evocativa ed al ruolo storico dello zampognaro.

Sebbene di recente la coppia di “pastori” Gelmini-Salvini stia tentando di appropriarsi, per convenienza politica contingente, anche di questa tradizione, la “coppia” di zampognari rappresenta una presenza fissa del presepe napoletano, dove di solito viene collocata nei pressi della capanna della Sacra Famiglia.
Nel Regno di Napoli, durante la “Novena di Natale” questi singolari pastori-musicisti abbandonavano il proprio paese, di solito qualche borgo sannita o lucano, più raramente paesini irpini e cilentani, per recarsi già per l’Immacolata in città, a Napoli.

Qui per le strade cittadine, nei luoghi di ritrovo, nelle case dei ricchi, nobili e borghesi, cercavano di raggranellare qualche soldo, suonando motivi natalizi tradizionali. Poi per Natale tornavano a “lu paese”.
Ben presto poeti, scrittori, musicisti, autori cominciarono a chiedersi e a fantasticare su come gli zampognari passassero il resto delle loro giornate, su come vivessero il passaggio dalla semplicità della vita rurale alle luci e al lusso di quella cittadina, quale effetto questo breve esilio, questa emigrazione a tempo determinato, avesse sulla loro vita sentimentale. Fu così che nacquero capolavori indimenticabili come “’A nuvena” di Salvatore Di Giacomo e “O Zampugnaro ‘nnammurato”, di Armando Gill, in cui venivano descritte le pene di due zampognari che soffrivano rispettivamente per la lontananza dalla moglie incinta e per un amore impossibile con una bella signora napoletana. Non manca sullo sfondo l’immagine della giovane fidanzata che al paese aspetta invano il suo amato suonatore, traviato dalla città.
La figura è misteriosa e affascinante, magica e semplice, nobile e umile nello stesso tempo. Per questo ancora oggi restiamo incantati le poche volte che ci imbattiamo nei sopravvissuti di questa tradizione.
Per questo a Salvini e alla Gelmini diciamo: GLI ZAMPOGNARI SIAMO NOI.

Giuseppe Ruggiero

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Concetta Barra

Ormai è periodo, non si può sfuggire. Dovunque vi troviate, in un vicolo o in un centro commerciale, in una piazza o sul divano a guardare la televisione, in sottofondo ci sarà sicuramente una “simpatica” canzoncina natalizia o un più pretenzioso canto di natale.
“White Christmas” o “Jingle Bells” per i tradizionalisti, “Stille Nacht”, “Adeste Fideles” o “l’Ave Maria” di Schubert per i palati più esigenti, “Last Christmas” degli Wham o “All I Want for Christmas is You” di Mariah Carey, ormai diventati classici moderni, per i Ggiovani.
Nonostante il più noto canto natalizio italiano, “Tu scendi dalla stelle” di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, sia nato più di 250 anni fa proprio in Campania, la canzone partenopea sembra ignorare o quasi le festività natalizie: preferisce maggio, i fiori, il sole, la vita, le passioni, i tormenti. Temi poco adatti a dicembre e all’atmosfera natalizia. Tuttavia molte canzoni napoletane parlano di questa festività, anche se, nella maggior parte dei casi, Natale è solo un pretesto, lo sfondo o lo scenario di storie d’amore, di dolore, di lontananza.

1)”Quanno nascette Ninno”, il canto da cui deriva “tu scendi dalle stelle”. Sant’Alfonso lo compose nel dicembre dell’anno 1754 a Nola. Poesia, melodia raffinata, canto d’atmosfera; chi se lo sarebbe mai aspettato da un prelato di mezza età. Perfetta sintesi dell’approccio partenopeo alla fede, in cui sono i sentimenti e gli affetti piuttosto che le idee e le nozioni ad avvicinare al divino. Tra nuovi arrangiamenti e riedizioni vanno ricordate, tra le più disparate, le interpretazioni di Edoardo Bennato, Mina e del Piccolo Coro dell’Antoniano.

2) “E’ Natale” Nino D’Angelo. E’ del 1986, album “fotografando l’amore”, quello che è diventato un nuovo classico delle feste. Nell’allegria dell’atmosfera natalizia, finta e forzata, si consumano le pene d’amore di Nino:
“è natale nasce o bene e more o male
è natale voglio a te comm regale
è natale chiagne n’albere ‘e natale”

3)“Natale” del poeta Clemente Parrilli e del musicista Evemero Nardella. Pezzo nato in pieno conflitto bellico; canzone poetica e riuscita quanto poco conosciuta.

4)”Nun è Natale”di Gianni Celeste. Il natale neomelodico arriva direttamente dall’album “ un po’ del mio cuore” del 1990. Anche in questo caso le lampadine, l’alberello, le zampogne non riescono a colmare il vuoto di un amore finito, con la speranza che entro mezzanotte qualcosa possa cambiare

5)“Lacreme napulitane” di Libero Bovio. Questa splendida e famosa poesia del 1925, musicata da Francesco Buongiovanni, è il classico esempio delle canzoni in cui il Natale entra come pretesto di una storia di pianto e di dolore. In questo caso il tema principale infatti non è il Natale ma il dramma dell’emigrazione.

6)”Papà è natale” di Patrizio è forse il vero nuovo classico natalizio napoletano. Un bambino che approfitta del Natale per mettere pace tra i suoi genitori. Un ricordo e un omaggio all’indimenticabile protagonista della musica partenopea scomparso prematuramente a soli 24 anni.

7) “O Zampugnaro ‘nnammurato”, forse la più nota canzone napoletana relativa al Natale, con cui si sono misurati prima o poi tutti i “grandi”, Da Sergio Bruni a Murolo. Scritta nel 1918 da Armando Gill, il De Andrè napoletano, al secolo Michele Testa Piccolomini. Una bella elegia, divenuta canzone, ambientata nella Napoli di inizio novecento. Un giovane pastore irpino parte come zampognaro per Napoli, dove si infatua di una bella signora dimenticando la sua fidanzata paesana.

8) ”Caro Gesù” di Franco Ricciardi. Anche noi abbiamo la nostra “Happy Christmas (War is over)! In questo caso il John Lennon partenopeo è Franco Ricciardi, che prendendo lo spunto dal Natale intona, come l’ex Beatles, un vero e proprio canto contro la Guerra. “Il mare fa il girotondo intorno al mondo, si ammazzano come i cani ma non sono lontani”. Imperdibile!

9) Nel 1888 anche Salvatore Di Giacomo si misurò con le festività natalizie, nacque così “’A nuvena”, musicata da Enrico De Leva. Poesia toccante in cui echeggiano le note della pastorale alfonsiana, fu dedicata dagli autori ad Edoardo Scarfoglio, direttore de Il Mattino. Di Giacomo, con la solita delicatezza e suggestione, tratteggia una piccola storia popolare intrisa di semplice poesia: ancora una volta protagonista un modesto zampognaro, partito da un paesino di provincia, lasciando la moglie incinta, assiste alla natività, intonando una preghiera semplice e mesta.

10)Voglio chiudere con il canto natalizio popolare napoletano che preferisco: “ la leggenda del lupino”. Forse poco noto, ma di singolare bellezza e significato; io lo ricordo nella straordinaria interpretazione della grande Concetta Barra:
“Quanne ‘a Maronna perze se verette a ogni fronna ‘aiute aiute ricette.
Frutte ‘e lupine mie, frutte ‘e lupine arrapete e annascunne lu mio bambino.
‘Vattenne!’ lu lupine rispunnette e forte forte le fronne sbattette.”

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I motivi per cui celebrare D10s

“Siete ridicoli! Festeggiare il Natale per la nascita di Maradona! Voi non state bene! Come se Napoli si fosse fermata a Maradona”. Ebbene si, qualcuno stamattina anche questo mi ha scritto, dopo che su soldatoinnamorato buona parte dei nostri redattori si è cimentato nel scrivere un articolo che ricordasse Lui. Articoli che vi consiglio vivamente di leggere. Ma non è nuova questa posizione – un po’ nichilista a dir la verità – di alcuni napoletani nei confronti di Diego. Sul Napolista, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Roma alla quale Maradona era presente in tribuna, Massimiliano Gallo scrisse persino un articolo al vetriolo sulla Napoli che ricorda sempre i “belli tiempe ‘e na vota“. Del resto c’era Benitez in sella alla panchina azzurra, e la religione rafaelita  è monoteistica pure rispetto al Dio del Calcio… Ma lasciamo stare.

Ricordare Diego è prima di tutto un’esigenza dell’anima. E vabbè questa esigenza o la si avverte oppure no. Non si può condannare chi non la vive. Ma celebrare Diego è anche riaffermare la Napoli e la napoletanità più verace e bella. Sarebbe stupido annoverare la venuta di Maradona a Napoli soltanto come un capitolo meramente calcistico della nostra storia. Per paradossale che sia, ma molti sottovalutano questo aspetto, Diego è stato assai più importante per la città di Napoli che per la sua squadra.

Maradona ha riportato a Napoli un concetto fondamentale: l’orgoglio! L’orgoglio di essere poveri, brutti sporchi e cattivi, l’orgoglio del sud, la bellezza di essere in minoranza: insomma, l’orgoglio di essere napoletani. Un orgoglio che non scaturisce dalla vittoria dei tricolori o dalla Coppa Uefa, ma un orgoglio che esiste a prescindere proprio per le qualità che sottintendono al concetto di napoletanità.

Essere napoletani ed essere orgogliosi non era una cosa semplice negli anni ’80. Napoli scontava i primi prodromi di leghismo che, come bacilli, iniziavano già allora ad infestare il Paese. Napoli quel 5 Luglio dell’84 era ancora un cantiere aperto dopo il dramma del terremoto del 1980. Per il resto dell’Italia eravamo ladri, figli dell’assistenzialismo e sporchi terroni. Per non parlare del colera che un decennio prima fece la propria comparsa in città e scatenò verso Napoli un razzismo che oggi si può riscontrare solo verso i migranti o gli zingari. Un razzismo contro il quale, non senza qualche pudore, dovette scagliarsi contro persino Eduardo De Filippo che visse la cronaca di quei giorni come un dramma personale.

indietrotuttaMa invece dei piagnistei e del vittimismo, di cui oggi si abusa fin troppo, Napoli reagì. E reagì nell’unica maniera di cui è capace: la CULTURA. Quella che, come certi culi, va scritta con la C maiuscola. Troisi, Pino Daniele, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo, Claudio Mattone, Edoardo De Crescenzo ebbero il merito di far emergere un racconto di Napoli che vinse qualsiasi razzismo e ghettizzazione nei nostri confronti. Tra “Terra mia”, “Ricomincio da Tre”, “Indietro Tutta”, “Così parlò Bellavista”, “Scugnizzi” e “Ancora” si insediò Diego Armando Maradona. In un’Italia che non è mai stata più napoletana come lo fu nel decennio ’80. E Diego fu capo-popolo di quella che, oltre trent’anni dopo, possiamo definire un’autentica rivoluzione. Perché l’orgoglio e la napoletanità non sono mai andati a braccetto come allora. Forse l’unico precedente citabile è soltanto quello delle 4 Giornate di Napoli.

pinoNon è quindi assurdo o eccessivo ricordare Diego per chi è realmente innamorato non solo di Lui, ma della nostra città. Celebrare le gesta di Maradona significa invece riaffermare dei concetti che ancora oggi potrebbero tornare utili. E’ un guardare avanti, non guardare indietro. Anche quello di Sarri è un grande Napoli, manca però quel contesto culturale di trent’anni fa. A dire il vero, ringraziando il Padreterno, mancano pure i problemi e gli sfaceli di quegli anni. Oggi Napoli, come ha scritto più volte Erri De Luca, non appartiene più al Sud del mondo. Non siamo ancora diventati del tutto mitteleuropei, ma non siamo nemmeno nelle condizioni di instabilità sociale degli anni ’80. Certo, si spara in strada e “Gomorra” è la nuova frontiera culturale di questa città. Il cinismo, proprio come quello di chi non vuole far festeggiare la nascita di Maradona, si è impossessato di Napoli. Manca quella leggerezza e quell’ironia con la quale si possono dire le stesse cose che dicono i Saviano, i Garrone o i Sollima nei libri, nei film e nelle serie di Gomorra. Con meno analiticità, ma con più cuore, in fondo Troisi e Pino Daniele sapevano denunciare le stesse cose.

gomorraEcco, questa mancanza di leggerezza si avverte oggi anche allo Stadio. Un San Paolo che mai è stato così esigente e imborghesito come in questi anni. Perché la lezione di Diego non è stata quella del “Devi vincere” che si canta prima del fischio d’inizio di ogni partita, ma dell’essere orgogliosi. E l’orgoglio, come il coraggio manzoniano di Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Neppure con le vittorie. Quelle arrivano dopo. L’orgoglio pre-esiste a tutto. E questa è stata, ormai più di trent’anni, la lezione del D10s, la lezione di Diego Armando Maradona. “Siate orgogliosi di quello che siete, a prescindere di come siete e a prescindere da quello che ottenete”. In fondo gli scudetti sono stati un’appendice involontaria. Pensateci, oh voi che criticate!

Valentino Di Giacomo

 

Twitter: @valdigiacomo

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Diego Armando Maradona entra nella Piazza Rossa, 6 novembre 1990 (foto da sports.ru)

Dal nostro inviato a Mosca:

“Si, ma Maradona ha sbagliato il rigore contro lo Spartak”: questa leggenda metropolitana (fu Marco Baroni a non fare gol) mi accompagna spesso nelle discussioni con gli appassionati russi di calcio. Quella sera è stata un po’ l’epilogo di sette anni di magia, di vittorie, di gloria di Diego Armando Maradona a Napoli, in una Mosca gelida e scossa dalle ultime convulsioni della perestrojka, dove gli azzurri vennero eliminati dalla Coppa dei Campioni.
Credo sia difficile, per chi non sia napoletano o argentino, capire cosa ha significato e significa Diego per noi. Cosa vuol dire trovarsi gli occhi lucidi riguardando le sue azioni così semplici nella loro divina genialità, i suoi gol così facili e belli da vedere ma impossibili. È vero, ne scrivo probabilmente così perché per me le giocate di Maradona sono i primi ricordi d’infanzia, perché il tripudio della Coppa UEFA e il delirio del secondo scudetto sono memorie di bambino, ma sfido a negare la grazia e l’ispirazione nel gol del 2-1 con l’Inghilterra, per citare “solo” la nota forse più alta del pibe de oro.
Ho avuto la fortuna di conoscere Marco Campassi, figlio di quel grande musicista che fu Emilio, autore di “Maradona e’ meglio ‘e Pelé”, una delle prime canzoni che ho imparato assieme a “Ho visto Maradona”: Marco ancora oggi racconta non solo della devozione popolare verso Diego, ma anche della sua profonda umanità, della sua amicizia disinteressata. Ma spesso e volentieri si getta fango sull’uomo Maradona, che santo non è ed ha spesso ammesso i suoi difetti, per sminuirne la sua aura come giocatore e condottiero. Si, condottiero: un trascinatore in grado di portare e il Napoli e l’albiceleste ad essere protagonisti, non tirandosi mai indietro, sempre presente nei momenti decisivi.
E quella maledetta notte a Mosca, imputata spesso e volentieri alle malefatte di Maradona, vide però arrivare Diego già a notte fonda nella capitale sovietica all’Hotel Cosmos, imponente albergo sul lunghissimo prospekt Mira, e poi, indossata una tamarrissima pelliccia nera, andare a vedere la Piazza Rossa. All’epoca l’Unione Sovietica era teatro di cambiamenti epocali, e il “cuore della Russia”, cioè la piazza, era tenuta strettamente sorvegliata, per evitare che fosse occupata da manifestanti di ogni tipo. Ma quando i soldati videro arrivare questo piccolo brunetto li, non ebbero esitazioni, avevano visto l’estro in tante partite trasmesse in tv durante le noiose giornate in caserma, probabilmente temevano la sua presenza contro l’amato Spartak: fatto sta che si aprirono le porte per Diego, che instancabile firmò decine di autografi e si lasciò fotografare.
Quest’umanità è una nota caratteristica, e ho avuto modo di constatarla al telefono: una decina di giorni dopo Dinamo Mosca-Napoli di quest’anno, un mio amico corrispondente di una TV sportiva russa mi telefona dall’argentina. Parliamo del più del meno e mi passa “un amico”. Un accento inconfondibile mi chiede come sto e se a Mosca fa freddo, e a femmine come vanno le cose. Ed è stato come se lo conoscessi da sempre, però… Avete presente John Belushi quando nei Blues Brothers vede la luce? Quella domenica mattina per me è stata così.
Grazie, Diego: per tutto quello che ci hai dato, per tutto quello che mi hai dato. E non so cosa farei “si yo fuera Maradona”, ma so di certo che nessuno può essere come te, per noi.

Giovanni Savino

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Murales per Diego

Ho visto Maradona”

Rispondo così, non posso  farne a meno, quando con gli amici vecchi e nuovi si parla di concerti.

C’è chi racconta di quando è andato a vedere i Metallica specificando sempre che non li ha visti adesso che sono vecchi, ma quando erano al top. Chi ha visto i Pink Floyd, qualcuno più vecchio che ha visto Bob Marley a Milano, chi è andato a Berlino a vedere gli U2 e chi è riuscito a vedere l’ultimo concerto dei Nirvana

Io ho visto Maradona

Ne ho visti tanti di concerti, anche di grandi del rock, ma nessuno è come lui. Della rock star Diego ha sempre avuto tutto: fama, amore per gli eccessi, vizi, passione per le belle donne e quell’inspiegabile controsenso che hanno tutte le rockstar, da una parte paladini del popolo e dell’altra amanti del lusso. Per molti un’ipocrisia, per tanti un paradosso per alcuni un ossimoro, per me è semplicemente rock.
Anche in campo Maradona era una rockstar, sapeva far esplodere il pubblico, sapeva fare letteralmente l’amore con i tifosi, il pallone fra i suoi piedi era molto più di quello che è una chitarra fra le mani di Slash, non sapevi mai cosa stesse per accadere, ma qualunque cosa venisse fuori era meravigliosa, e io l’ho vista, anzi l’ho vissuta.

Ho visto Maradona

Non ho visto Che Guevara entrare a L’Avana, non ho visto i Partigiani con i loro fucili liberare l’Italia dal nazifascismo, non ho visto Galileo cercare di convincere il mondo che l’universo non è come si pensava che fosse, non ho visto rivoluzioni politiche o culturali. Ma ho visto Maradona. In una Napoli che sembrava non avere speranze io ho visto il giocatore più forte di tutti i tempi, ho visto Diego cambiare i paradigmi del calcio Italiano dimostrando che a sud di Roma si poteva vincere, andando negli stadi del nord a far sognare i tanti migranti meridionali che per un giorno potevano guardare dall’alto in basso il loro padrone.

Io ho visto Diego dire alla mia generazione che la povertà non è un limite, che la rabbia sociale è una forza che ti può portare ovunque e che nessuno parte sconfitto se decide giocare.

Vi chiamano terroni 365 giorni l’anno e per un giorno pretendono che siate italiani.
Diego mi ha insegnato quello che ha distanza di anni avrei trovato nei libri di Fanon, dello stesso Ernesto Guevara, ma me l’ha insegnato meglio di chiunque altro perché me ha fatto con lingua universale che tutti i bambini capiscono: il pallone.
E il pallone è il gioco più serio del mondo.

Ho visto Maradona

L’ho visto finire nel peggiore dei mdi, l’ho visto rialzarsi e combattere, l’ho visto quasi morto e rialzarsi di nuovo. 2 volte nella polvere 2 volte sull’altar, ma non era il 5 maggio, ma il 10, il suo numero.
Tutto questo ha rafforzato solo il suo mito, di rockstar, di rivoluzionario, di condottiero…

Ho visto Maradona e penso che il fatto che sia stato il giocatore più forte di tutti i tempi a volte è secondario. Maradona ha la grandezza e il potere di inspirare paragonabile solo alle divinità, con la differenza che lui, nel bene e nel male è sempre stato umano, è sempre stato il meglio e il peggio di tutti noi, ecco perché lui è D10S ecco perché noi crediamo, o forse sarebbe meglio dire speriamo, in lui.

Paolo Sindaco Russo

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Il Papa e il Messia

Quel 22 Giugno del 1986 “El Barba” – come lo chiama Lui- ci mise la mano. Ma non solo. Annoverare Diego Armando Maradona semplicemente nella categoria dei calciatori sarebbe commettere una bestemmia. Non è stato e non è un Dio, Diego. Ma è stato un tramite del Divino, proprio come un Messia.

C’era Dio quel giorno di Giugno allo stadio Azteca di Città del Messico. Non si spiega altrimenti come un calciatore, nella partita più sentita per i noti fatti delle Malvinas tra Argentina e Inghilterra, possa aver segnato nello stesso match i due gol più belli nella storia del calcio. Un gol di mano, quella di Dio, e la cavalcata in porta dribblando qualsiasi cosa. Quella rete che il mitico telecronista argentino Victor Hugo Morales definì in diretta: “Maradona, en recorrida memorable, en la jugada de todos lo tiempos“.

Di grandi calciatori ce ne sono stati nella storia. Ma nessuno come Lui è riuscito a farsi percepire come un Messia. Forze inspiegabili e invisibili agivano con Diego e per Diego, come se tutto il Creato fosse complice delle sue giocate. Succedeva per Maradona come con i Pianeti che si muovono intorno al Sole, con meccanismi perfetti, per realizzare il miracolo della Vita. Come se tutto fosse apparecchiato e preordinato per consentire a Diego di imporre il Suo verbo.

Qualcuno ci prenderà per folli, per eretici. Asserire di festeggiare il Natale nel giorno in cui ricorre la nascita di Diego è ai limiti della blasfemia. Ma non è così. Perché Diego è stato realmente un Messia, un Gesù venuto al Mondo per dare la felicità. Senza volerci addentrare tra i mille particolari che accomunano Cristo a Diego: la povertà, l’eresia, i miracoli, gli errori, gli eccessi, la resurrezione. Del resto non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui l’unico calciatore ad avere una Chiesa dedicata è proprio Diego Armando Maradona.

Il volto santo sulla neve
Il volto santo sulla neve

Paragonare Diego a Gesù non è blasfemia, lo è invece cercare raffronti con altri calciatori. Dov’è la divinità di Messi? Ne abbiamo già scritto. E quale calciatore appare su un monte innevato dell’Argentina come in una sorta di miracolo?  Solo Diego!

E non poteva che concretizzarsi a Napoli la venuta del nuovo Messia. Poche città al mondo hanno i connotati divini che ha Napoli, forse solo Rio de Janeiro ha quel sapore di ultraterreno tra Paradiso e Inferno. Perché, a meno che non si riduca la religione, a meri e pallosi riti liturgici, anche la cristianità (ed altre religioni) hanno nella loro ragion d’essere una componente di vivacità che rifugge quel bianco candore rassicurante con cui spesso si identifica il divino. No, il divino ribolle di energia, di grazia, di prepotente bellezza. Una bellezza che sfascia, rompe e ricostituisce l’anima. Come un gol di Diego. Come la vita di Diego. Come Diego. E come Napoli. Buon Natale Amore mio!