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Eh si. Questa volta il titolo inganna, ma è un espediente voluto, fatto apposta, perché voglio rivolgermi proprio a voi: quelli della facile indignazione, i paladini di #NapoliCittàStato, i difensori del vessillo di Partenope in permanente attività. Non se ne può più. In un corto-circuito tra ignoranza e disinformazione che ormai sta superando ogni livello di guardia in ogni settore. Per fare un esempio basta fare un giro rapido sui social network che ogni giorno spunta una notizia di qualcuno che parla male di Napoli e migliaia di persone, come pecore in un gregge, a commentare glorificando le unicità di una terra con un provincialismo e un’arretratezza che non ha precedenti nella millenaria storia della nostra città.

L’ultimo episodio riguarda i tifosi del Foggia che per festeggiare il loro ritorno in Serie B hanno intonato i soliti cori sul Vesuvio. E centinaia, migliaia di siti web a riprendere la notizia come se fosse un affare di Stato, come se davvero i creatori di queste pagine online fossero così interessati al rispetto dell’educazione e della civiltà invece che al proprio tornaconto (talvolta economico) per aumentare traffico sul proprio sito. Che poi se fossero realmente civili, educati e rispettosi nei confronti dei propri lettori magari eviterebbero di pubblicare articoli con titoli contrari ad ogni buona regola deontologica e, ripeto, rispettosa dei lettori. Mi riferisco a quei titoli ormai tipici: “Ha fatto una scorreggia in pubblico, ecco chi è“. “Se vuoi che Sarri resti a Napoli clicca mi piace“, perché non c’è dubbio alcuno che il mister deciderà il proprio futuro in base ai like su una pagina Facebook… Certo, chi pubblica questa roba è in malafede, ma pure chi legge, chi commenta, chi partecipa non è proprio una volpe. E li sto trattando…

Ora, da qualche tempo in qua, va invece di moda la mercificazione dell’indignazione un tanto al chilo. Non sopporto quei link che rappresentano la politica e i politici come dei mostri, delle sanguisughe e, spesso, immotivatamente. Ma sono gusti. Quando però riguarda la mia città, mi incazzo doppiamente. Ora è arrivato persino lo sportello comunale “Difendi la città” per segnalare le offese contro Napoli e i napoletani, si dà patente di serietà a una massa di imbecilli che probabilmente andrebbero ignorati. Il sindaco di Cantù, il giornalista anti-Napoli, la soubrette che fa promozione di se stessa sparlando dei napoletani. Basta. Sono notizie che possono creare indignazione la prima volta, magari una seconda, poi basta. E’ diventato un sistema consolidato sfruttato da tutti: da chi l’offesa la riceve e da chi la pronuncia. Tutti ci guadagnano. Fessi e contenti. Come quando Salvini è venuto a Napoli e gli si è data ancora più importanza contestandolo.

La smettiamo? Riusciamo a metterlo un punto? Si riesce a fermare questa valanga di vacuità in nome della difesa di una città che deve essere per forza più bella, più civile, più di cuore, più tutto. Più passa il tempo e più va consolidandosi un clima culturale provinciale, chiuso, arretrato. In una sindrome d’accerchiamento che non esiste. Ormai non è più solo permalosità, ma idiozia.

Ecco, cari napoletani, miei concittadini, ma veramente siamo diventati questo? Oppure è soltanto una falsa rappresentazione dei media e dei social? Se apro la mia home di Facebook ci trovo solo amici che si incazzano per i cori sul Vesuvio, per il sindaco imbecille che sparla di Napoli, per il giornalista che mette l’accento sui problemi della città. Per carità, in Italia il razzismo verso i napoletani esisterà pure, ma non è un’emergenza. Non siamo i negri d’America degli anni ’50. Oltre a guardare il computer, impariamo pure a mettere il naso fuori dalla finestra. Fuori c’è un mondo che o non sa manco dove esiste “La città più bella del mondo” o che manco se la incula (per usare un termine un po’ forte che mi perdonerete). Non esiste solo Napoli, non esistono solo i napoletani, non siamo il centro dell’Universo pure se ci fa piacere pensarlo.

Abbiamo una bella città, con i suoi problemi e le sue bellezze, come tante tante altre. Pure a Barcellona fanno gli scippi, pure a New York si spara in strada e a volte nelle scuole. Il mare ce l’hanno pure a Valencia, un vulcano sta pure a Tokyo, musica tipica pure a Rio de Janeiro. Il mondo è bello perché è vario. Guardiamolo, non isoliamoci in noi stessi guardandoci ogni volta l’ombelico. Eravamo una città cosmopolita. Che fine abbiamo fatto? Ecco perché, talvolta, da napoletano, a voi napoletani vi schifo e vi odio. Non vogliatemi male.

Valentino Di Giacomo

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Foto di Paolo Russo

Dopo il secondo parto,ho notato alcune dinamiche che si ripetono,indipendentemente dall’ospedale in cui dai alla luce tuo figlio. Ed ecco…le cose vanno più o meno così.

Quando a Napoli partorisci,lo fai sempre in grande compagnia.

Orde di parenti di 1º,2º e 10º grado che attendono fuori la sala parto e accalappiano chiunque esca da lì per chiedere insistentemente,anche solo dopo 5 minuti dall’ingresso della partoriente: “È nato? Ci sono novità?” Come se per un parto ci volessero 5 minuti di orologio 😱

Quando la partoriente finalmente esce stremata dopo un trauma fisico e psicologico,ecco che i suoi parenti,supportati dai parenti sconosciuti delle altre famiglie,fanno alla malcapitata in barella la domanda fatidica: ” È STATO DOLOROSO?”

Che cazzo di domanda è “è stato doloroso”?? Prova tu a farti uscire un supersantos dal naso! E sono stata fin troppo elegante!

La neomamma in stato confusionale non ha la forza fisica di mandare a quel paese nessuno e di solito guarda i suddetti con occhi pietosi,sperando che qualcun altro risponda per lei qualsiasi cosa,pur di evitare di farlo lei.

Appena la mamma entra in camera,lei non esiste più. Inizia direttamente il treno di parenti,amici,amici dei parenti,parenti di amici,signore della stanza accanto,del reparto di sopra e di sotto che desiderano venire a vedere il nuovo nato. Ma non solo! Ognuno di loro pensa di avere il diritto di urlargli nelle orecchie,mentre dorme :”È un bambino bellissimo!”

Cavolo,avete mai visto un bambino appena uscito dalla panza della mamma? Diciamo la verità: un bambino con poche ore di vita è tutto raggrinzito ed anche un po’ bruttino,un misto tra un ranocchietto ed una persona anziana piena di rughe!

Le TORTURE CINESI continuano poi con chi arriva ed inizia a toccargli i piedini e le mani,lo vuole prendere in braccio,lo vorrebbe baciare con rossetti ed imbelletti sulla pelle delicata,lo vorrebbe tenere dopo aver fatto un bagno nel profumo con il rischio di irritargli olfatto e vista.

Perché naturalmente a Napoli i bambini appena nati sono bambolotti da spupazzare e condividere,tipo Ciccio Bello. Mica si comprende che i primi giorni di vita i neonati necessitano della vicinanza esclusiva dei genitori e di tanta serenità!

In quella sede iniziano poi gli SCONTRI TRA FAMIGLIE per l’APPARTENENZA al proprio patrimonio genetico. La suocera asserisce,ancor prima di averlo guardato,che il neonato è identico al proprio figlio,sia nei caratteri fisici che nei gesti. “Guarda,mette la mano in fronte come mio figlio quando riflette!” (Perché chiaramente quella mano in fronte la mette SOLO E SOLTANTO il nipote,nessun altro bambino al mondo!!  La mamma della partoriente invece parte in quarta: identica a mia figlia,dorme come lei! (Sempre perché chiaramente nessun altro bimbo dorme tanto appena nato!

Dopo aver portato ogni genere di dolci,frittate e pizze, ed aver invaso con la propria presenza la stanza della partoriente (che invece avrebbe bisogno di privacy e riposo!!),lo strazio si conclude con i parenti che danno CONSIGLI ALLA NEOMAMMA su come,dove e quando allattare,su come cambiargli il pannolino, su come evitare il “vizio delle braccia” (che non esiste), su come coprire il neonato fino al collo oppure come scoprirlo fino ai piedi.

Non so come noi mamme riusciamo a trovare sempre la pazienza ed il sorriso di affrontare tutto questo. E qui aggiungo in tono serio: ognuno fa il genitore come meglio crede. I nostri piccoli appena nati sono scombussolati ed inermi, penso sempre che bisogna provare a proteggerli dall’affetto quando diventa invadenza. Ma,a prescindere da tutto,noi mamme impariamo ad esserlo insieme ad i nostri figli. Lasciateci seguire il nostro istinto,lasciateci fare, lasciateci sbagliare.

A Napoli più o meno le cose vanno come ho descritto,è una questione culturale che si tramanda di generazione in generazione. E va bene così,è un modo tutto nostro per esprimere affetto e gioia per i nuovi arrivati!

Stefania Coratella

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Da diverso tempo una strana voce circola sul Web riguardo Napoli. Racconta di aperture, chiusure, spintoni, falli d’ostruzione, falli di mano, inserimenti senza palla e di entrate da tergo. No, non è del calcio che si parla…

Come sapete, noi di soldatoinnamotato.it  siamo molto attenti e sensibili al tema dell’omosessualità e contrari ad ogni forma di discriminazione ed intolleranza, popolare e “di stato” come poteve vedere cliccando questo link.

Vista poi la nostra passione per le lingue abbiamo pensato di intervenire, decisi, da dietro.

Secondo qualcuno due parole del napoletano comune per indicare gli omosessuali: Ricchione e Femminiello, avrebbero due significati ben diversi o meglio due “polarità” distinte. Il Ricchione è (sarebbe) l’omosessuale maschio attivo. Il Femminiello è (sarebbe) l’omosessuale di sesso maschile passivo.

E’ tutta una storia, quindi, di dare e avere. Una sorta di contabilità amorosa.

Per farci un’idea precisa e semi-scientifica partiamo dall’etimo.

Femminiello è una evidente derivazione dalla parola femmina, che indica un uomo estremamente effemminato, tanto da sentirsi imprigionato in un corpo non suo, e che per ovviare all’assenza di rimedi moderni (ormoni, chirurgia plastica etc.) era vistosamente vestito ed atteggiato a donna. Una specie di Drag Queen Ante litteram. A dispetto di ciò, il Femminiello è una figura molto presente e rispettata nella cultura napoletana. Nei quartieri popolari gli venivano assegnati compiti sociali precisi, uno su tutti: l’estrazione pittoresca dei numeri della tombola. Persino la Chiesa Cattolica “accetta” i femminielli, famosissima è la “Juta dei femminielli” durante la Candelora. Non occorre, dunque, risalire alle coglie di Abramo o al mito greco-persiano dell’Ermafrodito, per spiegare la presenza e l’integrazione dei femminielli nella vita dei vicoli  di Partenope. Ogni quartiere ne ha uno famoso. In zona Santa Maria in Portico anni fa c’era Gianni ‘O Femmenell, noto per le sue pizze Fritte. Nel quartiere Arenaccia c’è Peppe Le Poissonier.

L’etimologia più accreditata di Ricchione è il verbo calabrese “Arricchià” che deriva a sua volta dal latino “Ad Hircus”: anelare, andare verso l’irco (il caprone)desiderarne la monta. Il maschio che “arricchia” con l’aggiunta del suffisso accrescitivo -one è il nostro caro ricchione.

Ora, un dubbio da studioso delle lingue mi sorge spontaneo: come può essere che una parola come ricchione, la cui etimologia ( che spesso dà indicazioni precise sul reale uso e significato) è quella di un uomo che brama la monta e quindi la passività sessuale, possa definere un gay dalla sola polarità attiva?

La teoria del doppio significato, appare, quantomeno, dubbia.

Altro elemento che smentisce tale teoria, è di carattere socio-linguistico. Non si attestano (a onor del vero non esistono enormi studi in merito) nei parlanti napoletani medi distinzioni in merito alla natura passiva o attiva dei due vocaboli. Femminiello e ricchione in funzione aggettivale vengono utilizzati in rapporto di sononimia.

E’ probabile che la volontà, tutta eterosessuale, di assegnare dei ruoli e degli schemi precisi al rapporto omosessuale, abbia generato tale tipo di distinzione, aggiudicando al femminiello, personaggio che meglio incarna la femminilità maschile, il ruolo della “donna” nel menage. Mentre il Ricchione, più macho nel termine e nel modo, il compito di “donatore”.

A noi tutto ciò sembra solo una banalizzazione di tante cose, del napoletano, di Napoli e di un modo di amare sconosciuto ai benpensanti.

Gennaro Prezioso.

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La Libera Pluriversità è un progetto volto a far incontrare chi vuole insegnare e chi vuole apprendere. Nasce dall’idea che la libera condivisione dei saperi, delle informazioni e delle idee sia una ricchezza irrinunciabile.

Il corso di Lingua Napoletana nasce dall’esigenza di un gruppo di discussione, in cui si è riscontrato che il Napoletano, la lingua riconosciuta anche dall’Unesco, non è adeguatamente conosciuta dai suoi stessi locutori, soprattutto nella sua forma scritta. E’ nata quindi la necessità di riproporre un piccolo esperimento, nato in seno alla Libera Pluriversità di Napoli, il cui scopo è di condividere le regole, desunte dalla pratica della Letteratura napoletana, da utilizzare per scrivere correttamente nella seconda Lingua più parlata in italia.

‘Mparammoce ‘o Napulitano Corso di Lingua Napoletana scritta e recitata. Grammatica e letteratura Napoletana. Docente: Nicola Terracciano.
22 gennaio dalle 18,30 alle 19,30 al Mumble Rumble Via G. Bonito, 19 – Napoli.

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Il napoletano poetico

C’è una parola napoletana, uallera, che è nominata almeno una volta al giorno dai napoletani. La parola indica nel suo significato letterale la sacca scrotale: ma ha una molteplicità di significati variegata assai.

1)Si na uallera. Può assumere differenti significati a seconda del contesto. Può indicare: “Sei una persona talmente indolente e con assoluta mancanza di propositività, refrattaria a qualsivoglia stimolo da parte della vita“. Ma può anche significare “Sei una persona incredibilmente lenta“. Accezione usata spesso nel traffico quando ci si trova davanti a veicoli lenti oltremodo (ne ha parlato ieri Molfini in un esilarante articolo), ma anche verso calciatori che ritardano sempre i tempi di giocata. A Napoli tale definizione ha visto spesso protagonista l’ex centrocampista Inler, oggi lo è diventato Valdifiori, che infatti sui social è spesso indicato come Ualdifiori

2)Tenere la uallera. Non si riferisce al possedere o meno la sacca scrotale, quindi essere maschi. Ci sono anche tante donne che “tengono la uallera”. Questa espressione è spesso usata per definire una situazione momentanea di indolenza. E’ diverso “essere una uallera” e “tenere la uallera”: nel primo caso è una categoria dello spirito e della propria personalità, nel secondo è soltanto una situazione temporanea di stanchezza o poca voglia di fare una determinata cosa. Ad es. “Stamattina tengo la uallera” significa che ci si è svegliati con poca voglia di portare avanti le commissioni che ci spetta di compiere nell’arco della giornata.

3)M’haje abbuffat’ ‘a uallera. Se qualcuno si rivolge a te in questi termini significa che hai assolutamente superato qualsiasi soglia di pazienza da parte dell’interlocutore. E’ la massima offesa che si rivolge ai petulanti, logorroici e stupidi. In amore, se nella coppia ci si rivolge una frase del genere, si è quasi ormai al punto di non ritorno. All’abbuffatore si consiglia di non proseguire oltre perché è frequente in questi casi che dalle parole si passi ai fatti…

4)Par’ ‘a uallera. Questa espressione è invece idonea quando si vuole rimproverare al prossimo un comportamento maldestro, inidoneo, sbagliato. In tal caso non ha a che fare né con la lentezza, o “mosciaria” che dir si voglia, né con con l’indolenza. Par ‘a uallera si usa per chi ha commesso una sciocchezza, tipo far cadere a terra un oggetto involontariamente causando danni di poco conto.

5)M’haje fatt’ ‘a uallera. In genere tale espressione non è grave quanto l’abboffare la uallera, ma ha significati assai più tenui e meno esasperati. E’ frequente rivolgersi in tal modo per riferirsi ad esempio a programmi televisivi noiosi e ripetitivi, a film non proprio riuscitissimi e persone stancanti. Il m’haje fatt’ ‘a uallera non è una sentenza a morte, ma una pena temporanea che si infligge al soggetto auallariante.

Ma non ha solo significati negativi la uallera. Ad esempio la uallera è uno stato di grazia quando non si ha volutamente nulla da fare, non è negativa come a volte può esserlo l’appucundria, è un piacevole oziare quasi nel senso latino del termine.

Dire uallera è assai più bello dell’italico “coglione” o “pirla”. La uallera è una forma poetica altissima, uno stato dell’anima che Napoli sa rendere a parole proprie.

vDG

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Pacco, doppio pacco e contropaccotto. C’è tutta una cinematografia che ha auto-ironizzato su certe forme di sostentamento che sono esistite ed esistono a Napoli. Il film del fantastico Nanni Loy è solo un esempio. Si potrebbe continuare anche con qualche episodio dei film di De Crescenzo. Fino ad arrivare a Troisi e Lello Arena che hanno cercato, a colpi di memorabili sketch e battute, di esorcizzare il classico luogo comune del napoletano furbo.

Il napoletano è furbo. E’ credenza popolare che sia così. C’è una città in Italia e nel mondo dove la storia indica con inappellabile sentenza che la furbizia appartenga agli abitanti di questo luogo. E, per certi versi, questa cosa deve pur avere delle motivazioni a cui appigliarsi per essere ormai ritenuta una sorta di tautologia in tutto il mondo. Quanto erano furbi, ad esempio, quei napoletani che qualche anno fa si rendevano protagonisti in ogni telegiornale (a tutte le ore e per molti giorni) mentre indossavano una maglietta con il disegno di una cintura di sicurezza. Acuto stratagemma adoperato da alcuni (personalmente li ricordo però solo al telegiornale) per sfuggire alle multe quando diventò obbligatorio l’utilizzo di questo dispositivo di sicurezza.

E quanto sono stati furbi quei politici napoletani che in seguito al tragico sisma dell’80 permisero a  migliaia di aziende del Nord di venire al Sud per cominciare la ricostruzione? Solo cominciare: perchè come ormai la storia ci racconta esistono luoghi dove ancora nulla è stato ricostruito. Per non parlare di quelle aziende che aprirono i battenti in pochi giorni incassando i lauti incentivi statali e per poi dichiarare dopo poco tempo strani fallimenti: tutto sulle spalle della fulgida furbizia dei napoletani.
Furbi anche coloro che votavano Achille Lauro con l’escamotage della scarpa: una donata prima del voto e una dopo. Oggi vale ancora meno il massimo diritto e dovere che la democrazia e lo Stato ci assegnano per partecipare alla cosa pubblica: un biglietto per una partita del Napoli e le urne sono piene di volontari proprio come gli spalti di uno stadio.
Di esempi come questi è ricca la storia della nostra città. Perchè, diciamolo chiaramente, il napoletano più che essere furbo è molto capace di ostentare stupide furbizie. Su aneddoti raccontati con spavalderia e vanto da amici e conoscenti che con qualche macchinazione riuscivano a non pagare il biglietto del bus e della metro o a sfuggire al controllore potrei ad esempio scriverne libri interi.
Ci piace ostentarla la furbizia. E siamo furbi soprattutto tra di noi: in quella legge non scritta del “ti fotto prima che tu fotta me”. Salvo poi essere gentili, ospitali e quasi mielosi con chiunque abbia una parlata forestiera. A patto che, chiaramente, l’ingenuo turista si sottoponga all’esercizio di biascicare qualche frase in dialetto e che ammetta la superiorità mondiale del nostro caffè, della pizza e della mozzarella. Quasi come se avessimo bisogno di qualche sorta di legittimazione da parte di altri dimenticando che questa città è stata uno dei primi centri culturali europei. E non migliaia di anni fa, ma più di recente. Dimenticando che ancora oggi ci sono eccellenze e una qualità della vita che in altri posti possono solo invidiare. Goethe, tedesco di Germania, ne scrisse qualcosina in proposito…
Furbi e simpatici: questo siamo. E poco importa se altri che passano per seri e irreprensibili stacanovisti adottino spesso furbizie ben più ingegnose delle nostre.
Siamo furbi, è vero. E, come accade per i massimi concetti filosofici, ogni aggettivo porta però con sé il proprio opposto. Noi siamo furbi e fessi allo stesso tempo.

Per parlare di calcio, come questo spazio imporrebbe, noi siamo i più furbi e meno furbi della storia. Come quando Carmando racconta in molte interviste del celebre episodio della monetina di Alemao: anche il mitico Salvatore non manca di ostentare la furbizia inutile di noi meridionali. “Gli dissi di restare a terra” – racconta il massaggiatore degli anni d’oro. Salvo omettere che una monetina di 100 lire che ti piomba a distanza sulla testa possa realmente far male una persona a prescindere che il danno lo causi oppure no. Offrendo così il pretesto, in modo sì poco furbo, a tanti millantatori di dire che il secondo scudetto lo abbiamo rubato… omettendo tra l’altro che anche senza quel punto in più in classifica il campionato lo avremmo vinto lo stesso. E, sempre per restare al calcio, che dire di quando il furboFerlaino racconta dei controlli antidoping di Maradona e dell’uso di pompe e pompette? Anche qui dimenticando che l’uso continuato della cocaina porta dei danni al fisico anzichè dei vantaggi. E che il doping è un’altra cosa: quello serve per incrementare le prestazioni, non per inficiarle. Ma per tanti avventori Maradona era “dopato”… Ignorando la differenza tra “dopato” e “drogato”: dovrebbero anzi ringraziare che Diego facesse uso di quella merda altrimenti di scudetti ne avremmo vinti almeno il doppio.

Ma, ne sono certo, anche quando ci offenderanno ancora, come nel caso del pessimo servizio di Striscia sui portoghesi in metro o sullo schifo di lavoro fatto da Giletti qualche tempo fa nel suo programma, saremo capaci di usare la nostra lucida ironia e quella simpatia furba di cui abbondiamo. Del resto, cari amici napoletani e miei concittadini, quanto vi piace quella schifezza di comico di Siani che ogni volta fa la solita squallida battuta dello scippo al “milanese” della telecamera o della macchina fotografica? Ridete, ridete pure! Prima o poi vi accorgerete che gli altri non ridono con noi, ma ridono di noi! Quanto è poco furbo ostentare la propria furbizia!! Questo Abete, Giletti e tutta questa vrancata di sciacalli mediatici lo sanno, noi dobbiamo impararlo ancora. Qui nessuno vuole mettere la testa sotto la sabbia, altrimenti appena ieri non avremmo scritto questo pezzo sulla terra dei fuochi e sulle manchevolezze di giornali e lettori, ma c’è differenza tra fare GIORNALISMO e fare sensazionalismo solo per giocare a quel gioco facile facile del buttare la merda su Napoli. Poi, per carità, spesso siamo noi stessi con tanti nostri comportamenti a buttarci la merda addosso. Su questo non ci piove.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Saie quanno se chiagne? Quanno se cunosce ‘o bbene e nun se pò avé!

Forse è una delle battute più famose della letteratura napoletana, forse anche la più bella. A volte penso che possa bastare questa battuta a spiegare la Napolanità. Mi fa pensare a quando i miei nonni non volevano vedere il pane capovolto sul tavolo perchè in guerra avevano imparato cosa voleva dire non avere il pane, questa battuta è il racconto delle alterne fortune del nostro popolo.
Forse è per questo che siamo così enfatici nel vivere le emozioni, perchè sappiamo che il bene può svanire in un attimo e ce lo godiamo al massimo, e quando viviamo il male non sappiamo quando ne usciremo.

Chi ha qualche anno quando sente dire “Goal di Del Vecchio” ha un brivido di terrore, chi ricorda quel momento come lo ricordo io sa cosa vuol dire andare in Europa, sa cosa vuol dire piangere per averla persa per un soffio, è per questo che io onoro le partite di Europa League e solo chi non ha vissuto quel passato non troppo lontano la disdegna e si perde lo spettacolo di una Napoli pressochè perfettom che in questo girone sta facendo qualcosa di improssinante… E non dite che le squadre sono scarse, vi ricordo che abbiamo preso 5 goal dal Victoria Plzen e 2 dallo Young Boys.

Cattivi David Lopez che è sempre un papabile per questo ruolo ha offerto l’assist del terzo goal e di certo non ha fatto una partita negativa, da Valdifiori ci si aspetta di più ma anche lui oggi è stato più che sufficiente. Per cui il più cattivo di questa partita per me non è un giocatore, ma chi polemizzerà sulle mancate esultanze di Gabbiadini dopo i goal. Si sa che qualcuno vuole destabilizzare… lasciamoli fare.

Buoni – Dirne solo 3 mai come stavolta è difficilissimo, per cui li sceglierò solo fra quelli che giocano poco, come El Kaddouri, che oggi ha fatto un partitone e ha anche trovato la gioia del goal. Strinic è stato incessante sulla sua fascia e ha trovato subito un’intesa discreta con Hamsik e Insigne, forse potrà far rifiatare Ghoulam in campionato. Migliore di stasera? Non me ne vogliate ma dico Maggio, Si, c’è chi ha giocato meglio di lui, ma la caparbietà con cui cerca il goal è segno di quanto sia attaccato alla maglia, sono il primo a criticarlo quando serve ma stasera merita di essere qui.

Paolo Sindaco Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Lo prendiamo da Ikea tanto lo monti tu e risparmiamo

Mamme, nonne, mogli, fidanzate, compagne, zie e amiche (che poi ti friendzonano) ce lo hanno detto migliaia di volte, e noi puntualmente ci caschiamo: torniamo a casa con i mobili Ikea tutti da montare pur di evitare una brutta figura con le nostre donne.

Ho già parlato del mobilificio svedese tanto odiato dagli Uomini, ma stavolta voglio soffermarmi su un dettaglio che spesso sfugge alle nostre donne, montare qualche mobiletto, sedia o poltroncina… magari anche un letto è semplice ma avete mai provato a montare un armadio componibile, un letto soppalcato o addirittura una cucina? Bé nonostante l’omino bidimensionale disegnato in una sola linea sul manuale di istruzioni sembri dire il contrario vi assicuro che è realmente complesso.

Bisogna organizzare tutti i pezzi divisi in 72 scatoli diversi, interpretare i geroglifici che indicano posizione e verso delle componenti del mobile, distinguere viti e vitarelle che spesso si differenziano solo per la filettatura ma che se usate male rovinano il truciolato, montare tutto evitando di graffiare la plastica di cui sono rivestiti e una volta montato tutto viene la parte più difficile: registrare cassetti e ante per avere tutto allineato.

Spesso la donna non sa tutto questo, si crede che sia come montare i lego e a fine lavoro ti chiede “Perchè l’anta è storta?” e tu in realtà non sai bene cosa rispondere, visto che è la prima volta in vita tua che registri un’anta.

Molti oggi stanno guardando il Napoli e pensano che sia facile fare 3 su 3 in Europa League, che non conta che due erano in trasferta, che mica è la Champions… Mica si gioca contro Real Madrid E Bayern. Certo è vero che non abbiamo giocato contro squadre di altissimo livello, ma 11 goal fatti e solo uno subito in 3 partite nono sono numeri a caso. Probabilmente chi fa questo commento è come la donna che ti guarda montare il mobile di Ikea, non capisce un cazzo e guarda solo il guardaroba da riempire senza pensare al lavoro che c’è dietro, e rimanendo nella metafora si può dire che nonostante Sarri sia alla sua prima esperienza europea per ora le ante sono tutte dritte.

Cattivi – Questa è una di quelle sere in cui non è facile trovarli, sulla catena di destra abbiamo sofferto un po’ ma Maggio che di solito quando gioca trova spazio qui oggi non ha fatto nulla di grave, lo stesso dicasi per David Lopez il più in ombra del centrocampo ma certo non si può parlare di prova negativa. Forse la cosa peggiore è il goal subito, un po’ rocambolesco e Reina è stato beffato, forse poteva fare di più, come ha fatto tutto il resto della partita, per cui come peggiore (pur di darne uno) indico il portiere spagnolo, ma solo sul goal.

Buoni – anche oggi non è facile scegliere, per primo citerei Callejon, grande goal e splendida traversa ma soprattutto grande senso tattico, quando esce lui il Napoli soffre un po’. Koulibaly ha fatto una partita strepitosa, tanti salvataggi di cui uno che vale un goal, l’assist che sblocca le marcature e una prova nel complesso superlativa. Migliore in campo? Ovviamente Manolo Gabbiadini Finalmente due goal di cui il secondo da cineteca, vero mattatore della serata.

Paolo Sindaco Russo

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Se all’Università ho imparato qualcosa, oltre ai mille modi per arrivarci da pendolare, è una: L’Italiano è la lingua meno parlata d’Italia. Questo che può sembrarvi un paradosso, è in realtà una “piacevole” verità.

Nella forma parlata nessun italiano parla in maniera corretta al 100%. Nonostante i nostri sforzi, (o come dicono in gergo linguistico: sorvegliare) ci sarà sempre qualcosa di leggermente inesatto, sia solo la pronuncia o l’intonazione. Questo accade no per nostra ignoranza, ma perchè l’Italiano non esiste, è una lingua nata a tavolino. Ne consegue, quindi, che in ogni parte d’Italia, sempre nella forma parlata, esistono tanti italiani quanti sono i Comuni. Per ragioni di comodità e pigrizia accademica, i linguisti chiamano queste parlate locali, Italiani Regionali. Ovviamente anche noi napoletani abbiamo il nostro, queste sono le 10 espressioni “scorrette”, “sbagliate”, che usiamo noi napoletani a tutti (meglio dire quasi tutti, c’ avessema piglià collera…)i livelli di istruzione ceto, sesso, razza e orientamento religioso e politico, quando parliamo in maniera informale l’italiano.

1) Mantieni.

Partiamo subito con un pezzo forte. Mantieni, nel significato napoletano di “prendi in mano” è un’espressione che se scritta in un tema d’italiano a scuola risulterebbe errore. Che ingiustizia vero? Mantieni, infatti, deriva chiaramente dal verbo mantenere che in italiano standard (definizione scientifica dell’italiano corretto) significa: Tenere una cosa in modo che duri a lungo, rimanga in essere e in efficienza; Far rimanere qualche cosa in una determinata condizione . Secondo me, invece, andrebbe esportata e imposta come corretta. Mantieni è un’opera di sintesi magnifica, ermetica e pratica allo stesso tempo, come una carezza dopo una lite, come un sorriso tra due innamorati, come un rutto a fine pasto, ma niente da fare, è “errore”. Ma la nostra vendetta si consuma nel punto 2.

2) Tieni in mano.

Come glielo spieghiamo allo “straniero” che mantieni significa per noi reggere in mano, e che tien’ mman significa: aspetta, si cauto, tergiversa etc…? E’ difficile, e personalemente mi sono trovato spesso a fare quasto tipo di spiegazioni. Anche qui, ovviamente, si tratta di “errore”. Tieni in mano è diversa da mantieni in mano (su questa espessione altri libri si potrebbero scrivere…). Tieni in mano, è uno stato mentale, una categoria dello Spirito (non quello rosa per le siringhe). E’ l’ arte dell’attesa, è il contropiede di Mazzarri in campo aperto, è un modo di stare al mondo. Per noi napoletani abiutuati al Caos e alla velocità della metropoli, il tenere il mano è una pratica Zen. In fondo poi “l’attesa del piacereuna non essa stessa il piacere?”

3) Iero ho visto A lui.

Questo qui è l’errore più comune e più inconsapevole che un napoletano fa sistemanticamente. Tale tipo di espressione è oggetto di studi ed è comune a molte parlate meridionali, si chiama “Accusativo preposizionale”. Non ve la faccio più lunga di quanto non lo sia, è semplice: Io (soggetto) ho visto (predicato verbale) Antonio (complemento). La preposizione A nun ce vo’, perchè è complemento oggetto! Chiaro?

Bene, tuttavia in questo tipo di “errore sistematico” siamo in ottima compagnia. In spagnolo la A ci vuole è necessaria per questo tipo di frasi. Non è che gli spagnoli sono più ignoranti degli italiani, è che parlano due lingue diverse e hanno fatto nei secoli “scelte grammaticali” diverse. Anche napoletato e italiano sono due lingue diverse, basta ricordarselo…

4) Ehhhh.

Dicono che noi napoletani siamo prolissi, logorroici e chiacchieroni. Dicono. Esiste una parola, anzi una sola lettera per esprimere: consenso, approvazione, condivisione, rispetto, obbedienza a “pugni in tasca” etc questa parola è: E. Risulta difficile da scrivere perchè in base all’intensità la durata può significare “si, certo come no”, “si è vero, hai proprio ragione” “si capo ora vado, vafamoccacchitemmuort”.

Una lettera vale più di una frase che vale mille parole.

5) Sopra allo studio.

Una volta ho detto ad un collega di lavoro non napoletano: “Ieri sono andato sopra allo studio del mio avvocato a sistemare delle cose”. Ovviamente il mio collega ha pensato: o che facessi l’antennista, o che gli stavo riparando il tetto. “Sopra a” è anch’essa un’ espressione irrinunciabilie per chi voglia comprendere e parlare l’italiano regionale campano. Perchè per noi dire sono presso lo studio del mio avvocato è troppo formale, troppo borghese, noi puntiamo in alto, noi andiamo sopra, pure se l’avvocato ha affittato lo studio in uno scantinato, noi puntiamo al cielo.

6) Levare Mano.

O’ napulitan “Uè Antò, a che ora levi, mano?” O’ milanese: “Ma che cazzo dici?”. Potrebbe essere un tipico equivoco tra partenopeo e un parte-italiano. Levare mano è un modo di dire classico di esprimere il termine della nostra attività lavorativa. Ma non l’unico, cosìcome in eschimese ci sono 10 modi per dire neve, in base alla forma colore e consistenza, in napoletano ci sono tanti modi per dire che finiamo di lavorare, ne cito solo 3: Levare mano, Arricettare i fierri, e il mio preferito, sciacquare le cardarelle. Ma levare mano non significa solo questo. “L’ omm’ che pò fa a meno e tutte cose nun tene paura e niente”, diceva il saggio. Levare mano, è anche un modo non banale per dire “ho rinunciato a qualcosa”. Dire levare non è una resa, ma una consapevole riuncia. Se quando provate ad insegnare calcio a gente come Britos, ma non ci riuscite, non è colpa vostra, è semplicemente inutile, occerre solo levare mano.

7) Vicino a lui

Si sa, siamo un popolo caloroso, accogliente, effusivo. A noi non basta parlare con qualcuno, dire qualcosa a qualcuno, noi la cosa la diciamo vicino a lui. Non importa se siamo seduti accanto o al lato opposto di una stanza, se ci teniamo per mano o parliamo via Skype, le cose un napoletano vero le dice sempre vicino a te…

8) E’ un pesce.

Siamo nel campo della mitologia, non scomodiamo gli dei…

9) Non la telefono.

“Basta, è ‘na cessa, non la telefono più!”. E’ una frase sconsolata e dulusa che ho sentito spesso. Mi sono sempre chiesto come si può telefonare qualcuno? Cioè io posso guardare, toccare, osservare, stringere, chiamare una ragazza, ma telefonare. A parte gli scherzi, non è che noi napoletani ignoriamo i verbi transitivi e intransitivi, nuje ce ne passamm po’ o’ cazzo. I pronomi personali in italiano sono tanti, si dividono in soggetto, complemento etc. Noi abbiamo a, e, o e dobbiamo fare “pasqua, capodanno e ferragosto”, ci devono bastare e li mettiamo dove ci pare, aggiate pacienza.

10) Lui

Dieci è Lui, ormai lo sapete, diteci voi la “decima”.

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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C’è una pubblicità che negli ultimi mesi ha richiamato la mia attenzione. Si vedono hotel, storie, e criaturi in proporzioni variabili, e la cosa si conclude con uno di questi criaturi che scopre quale cosa lo appassionerà, o meglio, loro del sito dicono che in quel momento sanno che il criaturo ha scelto. Come lo sanno? Che cazzo, ne so!

Vi posso dire del mio.

Napoli, scuola media inferiore Silio Italico, la bidella Lepre appena finito di preparare il suo solito sfilatino ripieno di pasta e fagioli tiepida. Proprio mentre sta per dare il suo primo morso, passano di corsa due ragazzini che si fiondano verso la palestra, infrangendo le rigide regole dell’Istituto. La bidella fa giusto in tempo a raccogliere un tubettiello di pasta caduto sul tavolo e rivolge ai ragazzi un bonario e carezzevole richiamo: ” Arò sfa…imm iat’!?” I ragazzi candidamente “Siamo andati a prendere una cosa giù, il mio orologio, me lo so’ scordato” “Se, comme no, s’è scurdato ‘o Leloggio”.

Quella pronuncia così strana di orologio ha scatenato in me il gusto per le lingue, oltre che per la cucina macrobiotica della bidella.

Nel corso degli anni ho sempre fatto caso ai “fatti linguistici” strani, o semplicemente ignoti per me fino a quel momento. Tra le varie cose mi hanno sempre incuriosito c’erano alcune pronunce, per la precisione nessi consonantici, del napoletano antico, che le persone di una certa età usano ancora e che resistono in determinati usi.

Il nesso consonantico latino PL che in italiano diventa PI, mentre in napoletano CHI.

La parola piazza in latino classico si indicava con il termine Platea, che con una regolarità scientifica, (eh si,la linguistica è una scienza) si trasforma in Piazza in italiano e in napoletano Chiazza.

Un altro nesso latino che declina in modo del tutto particolare è FL, di Flumen, il quale si trasforma in italiano Fiume, e che napoletano diventa CIummo. Ora, chi di noi, napoletani moderni, va prendere ‘na apetivo miez a chiazza, oppure fa una passeggiata a Firenze sul lungo ciumme? Praticamente nessuno.

L’ unica volta che ho sentito usare la parola ciummo con cognizione di causa è quando da bambino quando mi sbagliarono la piega ai pantaloni facendomeli modello zompafuosso, mia nonna mi disse “Ma che he attraversà,’o ciumm ‘a merd?”

Tralasciando l’esatta collocazione di tale corso d’acqua, la causa principale di questa mutazione è la progressiva italianizzazione della lingua napoletana. Lungi da me fare discorsi sulla purezza della lingua, poiché in quanto fenomeno mobile, mutevole e magmatico (tipo ‘o ciumm a mmerd) è in continua evoluzione. Resta però un rammarico, la lingua della canzone classica, del teatro di Eduardo, o più prosaicamente dei nostri parenti canuti, si sta appiattendo su una lingua che per legge sta soppiantando il nostro splendido idioma. Le cause sono da imputare alla mancanza di una standardizzazione univoca del napoletano e dell’impossibilità di insegnarlo come lingua ufficiale nel scuole statali. Nonostante ciò, per nostra fortuna il napoletano resiste, è tra i dialetti italiani con maggiore diffusione in tutti gli strati sociali, e gode ancora oggi di una considerevole tradizione teatrale, musicale e letteraria in lingua. Anche le strutture lessicali come i nessi derivati dal latino tengono, perché se è vero che non diciamo più chiazza, ma quando un allenatore si lamenta troppo diciamo che un chiagniazzaro (da PLangor), oppure quando facciamo una serata alcolica pesante la mattina abbiamo un ciatillo (FLatus) a peste.

Il napoletano dunque, nonostante tutto è ancora lì a combattere, resiste. Del resto ‘o napulitano se fa sicco ma…

Gennaro Prezioso.

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