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Foto di Paolo Russo

Dopo il secondo parto,ho notato alcune dinamiche che si ripetono,indipendentemente dall’ospedale in cui dai alla luce tuo figlio. Ed ecco…le cose vanno più o meno così.

Quando a Napoli partorisci,lo fai sempre in grande compagnia.

Orde di parenti di 1º,2º e 10º grado che attendono fuori la sala parto e accalappiano chiunque esca da lì per chiedere insistentemente,anche solo dopo 5 minuti dall’ingresso della partoriente: “È nato? Ci sono novità?” Come se per un parto ci volessero 5 minuti di orologio 😱

Quando la partoriente finalmente esce stremata dopo un trauma fisico e psicologico,ecco che i suoi parenti,supportati dai parenti sconosciuti delle altre famiglie,fanno alla malcapitata in barella la domanda fatidica: ” È STATO DOLOROSO?”

Che cazzo di domanda è “è stato doloroso”?? Prova tu a farti uscire un supersantos dal naso! E sono stata fin troppo elegante!

La neomamma in stato confusionale non ha la forza fisica di mandare a quel paese nessuno e di solito guarda i suddetti con occhi pietosi,sperando che qualcun altro risponda per lei qualsiasi cosa,pur di evitare di farlo lei.

Appena la mamma entra in camera,lei non esiste più. Inizia direttamente il treno di parenti,amici,amici dei parenti,parenti di amici,signore della stanza accanto,del reparto di sopra e di sotto che desiderano venire a vedere il nuovo nato. Ma non solo! Ognuno di loro pensa di avere il diritto di urlargli nelle orecchie,mentre dorme :”È un bambino bellissimo!”

Cavolo,avete mai visto un bambino appena uscito dalla panza della mamma? Diciamo la verità: un bambino con poche ore di vita è tutto raggrinzito ed anche un po’ bruttino,un misto tra un ranocchietto ed una persona anziana piena di rughe!

Le TORTURE CINESI continuano poi con chi arriva ed inizia a toccargli i piedini e le mani,lo vuole prendere in braccio,lo vorrebbe baciare con rossetti ed imbelletti sulla pelle delicata,lo vorrebbe tenere dopo aver fatto un bagno nel profumo con il rischio di irritargli olfatto e vista.

Perché naturalmente a Napoli i bambini appena nati sono bambolotti da spupazzare e condividere,tipo Ciccio Bello. Mica si comprende che i primi giorni di vita i neonati necessitano della vicinanza esclusiva dei genitori e di tanta serenità!

In quella sede iniziano poi gli SCONTRI TRA FAMIGLIE per l’APPARTENENZA al proprio patrimonio genetico. La suocera asserisce,ancor prima di averlo guardato,che il neonato è identico al proprio figlio,sia nei caratteri fisici che nei gesti. “Guarda,mette la mano in fronte come mio figlio quando riflette!” (Perché chiaramente quella mano in fronte la mette SOLO E SOLTANTO il nipote,nessun altro bambino al mondo!!  La mamma della partoriente invece parte in quarta: identica a mia figlia,dorme come lei! (Sempre perché chiaramente nessun altro bimbo dorme tanto appena nato!

Dopo aver portato ogni genere di dolci,frittate e pizze, ed aver invaso con la propria presenza la stanza della partoriente (che invece avrebbe bisogno di privacy e riposo!!),lo strazio si conclude con i parenti che danno CONSIGLI ALLA NEOMAMMA su come,dove e quando allattare,su come cambiargli il pannolino, su come evitare il “vizio delle braccia” (che non esiste), su come coprire il neonato fino al collo oppure come scoprirlo fino ai piedi.

Non so come noi mamme riusciamo a trovare sempre la pazienza ed il sorriso di affrontare tutto questo. E qui aggiungo in tono serio: ognuno fa il genitore come meglio crede. I nostri piccoli appena nati sono scombussolati ed inermi, penso sempre che bisogna provare a proteggerli dall’affetto quando diventa invadenza. Ma,a prescindere da tutto,noi mamme impariamo ad esserlo insieme ad i nostri figli. Lasciateci seguire il nostro istinto,lasciateci fare, lasciateci sbagliare.

A Napoli più o meno le cose vanno come ho descritto,è una questione culturale che si tramanda di generazione in generazione. E va bene così,è un modo tutto nostro per esprimere affetto e gioia per i nuovi arrivati!

Stefania Coratella

Il napoletano andato a Mosca e passato dal guadagnare 6000 euro al mese come chef personale a stella della tv con Masterchef Kids Russia.

Dal nostro inviato a Mosca:

Giuseppe D’Angelo è un uomo d’amore, prima di essere un rinomato chef e giudice di Masterchef Kids Russia. Napoletano, sempre sorridente, dai modi affabili, mi incontra al Culinaryon, più di una semplice scuola di cucina, ma vera e propria Mecca di chi vuole preparare divertendosi a Mosca.

Giuseppe, buongiorno. Raccontaci, come sei arrivato qua?

È una lunga storia, stiamo parlando di sette anni fa, stavo iniziando a capire cosa volevo fare da grande, mi trovavo ancora nel dilemma «andiamo a fare l’avvocato, mi aggrego allo studio di famiglia» … certo, lo studio di famiglia (dove non ho mai lavorato) rappresentava una sicurezza, ma mi trovavo in una sorta di flipper, chiuso, che era casa, tribunale, ufficio, carino, senza dubbio, perché ci sono gli amici, una bella vita sociale, però alla fine io volevo sempre viaggiare. Così 8 anni fa mi sono trovato in India con il mio “baba” che mi aiutava nella meditazione e mi fece una domanda “Giuseppe, tu quando sei felice? Puoi rispondermi anche non subito, quando torni al tramonto me lo dici”. Torno, allora mi fa, “c’hai pensato?” e rispondo “Baba, io in verità sono felice quando cucino”. Questo discorso mi fece pensare, tornai in Italia, dove già avevo lavorato come cuoco di bordo: yacht di lusso, barche, ogni anno sempre più grandi. Un bell’ambiente, vacanza lavoro, fin quando non mi trovai su un trimarano di 34 metri in Sardegna, una barca da 20.000 euro a settimana fittata da un russo, che su due settimane venne tre giorni, e noi mangiavamo scampi, aragoste, vongole ogni giorno…

Una vita dura…

Eh, che vita triste che facevamo come staff! Io comunque avevo già pianificato di cambiare la mia vita, avevo un paio d’amici a New York e avevo già preso il biglietto per il 14 novembre, con tragedie familiari varie…. Intanto però mi stavo formando già da tempo in cucina: mi ero appassionato non solo a preparare, ma anche a studiare, avendo una mentalità accademica, e proprio per questo mi sono formato all’Accademia di Rossano Boscolo, dove ti insegnano non solo come e cosa mettere in pentola, ma a gestire costi e spese, un elemento sempre più importante per la cucina contemporanea.

Praticamente ti danno un’impostazione manageriale…

Sì, ormai cucinare non è più solo l’arte di saper preparare, ma anche di dirigere: fai conto che ora qua ho 32 chef con me, aiutati da 12/16 sottochef. Si tratta di dover gestire le risorse umane e non solo, fare il brand chef nel mio caso vuol dire anche come distribuire i prodotti, saper scegliere le giuste dosi, senza perderne in sapori e qualità.

Soprattutto ora che la crisi in Russia rende i clienti più attenti a cosa ordinare…

Certo, in un contesto simile la qualità deve accompagnarsi con un oculato bilanciamento delle spese, per farti un esempio: prima prendevo i pomodori siciliani, all’epoca stavano 12 euro al chilo, però poi ho imparato come forse è meglio mettere qualche pomodoro in meno e un pochino di astice in più, paradossalmente si riesce a contenere meglio il prezzo finale…

Intanto però mi stavi dicendo del russo e della barca…

Quello è stato un successo, la svolta: una sera, parlando del più e del meno, questo magnate mi chiede che piani avessi per i prossimi mesi, e gli dico di New York, e lui mi fa “A kakoi N’ju-Jork? Ko mne, na Rublevku!” (Ma qua New York? Vienitene da me, alla Rublovka, sobborgo per oligarchi nei pressi di Mosca). Uà! Subito accettai, anche perché parliamo di un noto imprenditore delle telecomunicazioni, ma avevo qualche remora ad andare in Russia: ero stato lì quando avevo 16 anni, al tramonto dell’esperienza sovietica, e mi era restata impressa una scena straziante. Eravamo con papà vicino il GUM, i grandi magazzini, e vedo una vecchietta piangere davanti a tre pezzi di carne di cavallo sopra a una sedia: chiedo lumi al traduttore, e lui mi dice “una volta avevamo i coupon sotto il socialismo, ora non abbiamo soldi”. Ingenuamente e forse un po’ da sbruffone, porgo qualche rublo alla vecchietta, che si ritrae offesa, dicendomi “noi siamo russi, siamo poveri ma abbiamo la nostra dignità!”. Questa frase mi è rimbombata dentro per anni.

Da film. E quando sei arrivato qua?

Sono atterrato a Sheremetyevo il 6 ottobre, un freddo cane, già stava nevicando, accolto dalle guardie del corpo del mio nuovo datore di lavoro. Per farti capire, saliamo su una Cayenne, con questi qua armati, e arriviamo a questa villa, fatta a Roma, smontata, mandata a Mosca e rimontata poi in questo sobborgo. Una casa favolosa, con piscina da 30 metri, sale… insomma, una reggia, con 12 persone che mangiavano a ogni ora del giorno e della notte.

Insomma, 24 ore al giorno!

Più o meno sì, ben pagato certo, con uno stipendio da 6000 euro con vitto e alloggio, però quando ti arriva la bambina che ti chiede in inglese di prepararle le cupcakes o di fare in 40 minuti un branzino al sale di 2 chili, capisci che è dura, poi solo il boss parlava in italiano con un accento milanese… un po’ inizi ad avvertire la voglia di voler socializzare, vedere gente, capire cosa succede in città, ma era come stare in una prigione dorata.

Da cui sei andato via poi.

Sì, anche perché a me piace stare in mezzo alle persone, e a quel punto ho pensato di provare a vedere come sarebbe andata qua. A New York non sono andato, e ancora oggi la mia cara amica Annachiara Villa mi rimprovera per questo, e con un po’ di soldi che avevo da parte ho iniziato a girare. E ho trovato il mio primo impiego come chef a Ufa.

Lontanuccio: Ufa è in Bashkiria, quasi sotto gli Urali!

Però è stata una fortuna e sai perché? Mosca è molto selettiva, e a uno chef si chiede da subito tanto; anche il più piccolo caffè ha una forte attenzione a come vengono presentati i piatti e a quali spese si deve andare incontro. E a me questo è sempre piaciuto, anche nei locali più economici il cibo viene presentato con gusto, e mammà mi ha dato il gusto, e l’ho usato per metterci il mio tocco personale. A Ufa ho imparato la lingua, ma soprattutto a come prendere i russi, che sono simili a noi però…

Tengono le loro caratteristiche…

Esattamente, ma quando li sai pigliare, li conquisti. Poi mi chiamò un amico da Mosca, e tornai per aprire il caffè Produkty, all’Ottobre Rosso (complesso di caffè, ristoranti, uffici e club nel centro cittadino, prende il suo nome dalla fabbrica di cioccolato), da dove mi allontanai perché iniziarono a non curare troppo la qualità e io sono poco incline ai compromessi. Successivamente sono stato lo chef del “Tutto bene” a Moskva-city, e poi di “Pane e olio”, e infine mi sono completamente dedicato al progetto di “Culinaryon”.

Culinaryon sta avendo un grande successo, ho visto che avete aperto anche a Singapore

E’ un progetto innovativo e rivoluzionario, fattura 6 milioni di euro annui solo a Mosca, e qui registriamo 3500/4000 presenze al mese. Anche a Singapore inizia a girare bene, con 200/300 persone ad evento, e con picchi di 500 al giorno, infatti appena finiranno le riprese di Masterchef Kids dovrò volare lì. Il nostro format, che presto aprirà a Houston e a Londra, prova a coinvolgere tutti: dal postino all’executive manager, dall’usciere al direttore. E’ bello vedere come tutti insieme preparano la cheese cake o fanno la pasta, divertendosi. “Cooking is fun” è il nostro motto, e ‘a verè comme se divertono!

Una filosofia d’amore, per dirla alla Bellavista!

Assolutamente, la cucina è amore: io ho iniziato con mamma e papà, e andavo con mio padre a Porta Nolana o sotto Natale a Pozzuoli per comprare il pesce, poi anche in Sicilia (mio nonno è siciliano) è così, ma se ci pensi anche in Russia si preparano i pelmeny (specie di ravioli di carne) in famiglia. Che poi i fast-food vogliano distruggere questo, è un altro discorso, ma la cucina è affar di famiglia, e oggi, quando anche sul lavoro tendiamo a vederci come parte di una famiglia, permette al nostro modello di poter sopravvivere.

E cosa ci puoi raccontare della tua esperienza a Masterchef Kids? Soprattutto la parte che tocca i bambini immagino sia alquanto complessa…

Con mia moglie guardiamo sempre Masterchef, e posso definirmi un vero fan, mi piace guardarlo, e quando è arrivata la chiamata per me è stata la realizzazione di un sogno, come essere incoronato Papa. E’ chiaro che con i bambini, come si vede anche nelle altre edizioni straniere, bisogna essere molto attenti e delicati, perché bisogna stimolarli, dargli addosso gli farebbe del male, quindi dedico molta cura a quest’aspetto di come incentivarli. Ed è bello vedere come ti preparano piatti molto elaborati, che non ti aspetti, ti viene da pensare “ma da dove siete usciti?”: certo, non hanno la percezione delle dosi, e i loro recettori della salinità sono molto più bassi, ma la fantasia dei bimbi è illimitata, fanno cose straordinarie, e si vede anche nelle lezioni da Culinaryon, dove preparano pizze con disegnini molto belli. Non nego che poi decidere chi debba abbandonare il programma (si divide in 13 puntate, e ogni volta escono 2 concorrenti) mi faccia stringere il cuore…

Tu sei un grande tifoso del Napoli, e sei orgoglioso delle tue origini: che cosa ti piace preparare dei nostri piatti tipici?

L’altra sera con mia moglie ho preparato un piatto che mammà mi faceva sempre da piccolo: la polpetta al sugo! Un piatto che non si ordina mai al ristorante, perché fatto con gli scarti (e le mie le ho fatte con il controfiletto), ma che a casa è molto buono, infatti devo dire a mamma di farmele trovare! Poi adoro preparare il risotto alla pescatora e lo spaghetto alle vongole, sempre presenti nei menù dei ristoranti dove ho lavorato.

La mia cucina è quella di mamma, semplicemente un poco più sexy, ed è grazie a mia madre che sono qui, perché mi ha insegnato a cucinare. Grazie e Forza Napoli!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il 15 ottobre è la giornata di consapevolezza del lutto prenatale e perinatale. Ottobre è il mese in cui le associazioni di volontari che offrono sostegno ai genitori per superare il lutto della morte di un bambino prima del parto o nei primi giorni di vita, si confrontano e condividono le loro esperienze promuovendo in tutto il mondo una serie di attività coordinate.

Per tutta la giornata del 15 Ottobre un’onda di luce attraverserà il globo: alle ore 19 (in Italia), e per un’ora, accenderemo delle candele in modo che, per via dei fusi orari, il Pianeta sia illuminato. Si tratta di un modo simbolico per sentirsi idealmente uniti con molte altre persone nel Mondo, accomunate da un lutto che invece abitualmente isola: la morte di un bambino.

Giornata della consapevolezza perchè non è vero che un bimbo che non ha respirato, o che lo ha fatto per pochi minuti, o poche ore, non debba essere riconosciuto come FIGLIO di quella coppia che troppo presto l’ha dovuto salutare; perchè non è vero che la morte in utero è rara (in media, 5 bimbi al minuto, nel mondo!); perchè un lutto riconosciuto (e, purtroppo, il lutto di una coppia che per mef o per itg perde il proprio figlio, non è considerato tale dalla maggior parte dei loro familiari ed amici, che pensano di consolare affermando “meglio ora che dopo“, “ora pensate a farne un altro“, “pensate all’ altro/ agli atri figli che avete“) ed attraversato è un lutto che non si complica, con buona pace degli operatori non specializzati che affermano- e questo è successo a noi!- “ora vivete il dolore come sentite, ma se, dopo sei mesi, continuerete così, interverremo“, senza considerare che il lutto prenatale e perinatale si attraversa in un periodo che va da un MINIMO di sei mesi ad un massimo di due anni, alternando fasi di benessere a ricadute in periodi più difficili (penso alla data in cui la gravidanza si è interrotta, a quella della data presunta del parto, a quella del parto di neonati prematuri che vola via, a quella del parto abortivo indotto, a quella del l’ecografia in cui si è evidenziata la malformazione che ha poi condotto all’itg).

Poter condividere i passi del lutto senza doversi occupare di nascondersi o di negare la propria esperienza di perdita, rende il processo più semplice. Ed è proprio in quest’ottica che il 15 ottobre diventa data fondamentale: essere consapevoli significa trovare spazi di sostegno e condivisione, significa lasciare che il lutto faccia il suo corso (non a caso, dico sempre che lo sto attraversando), fare in modo che il lutto stesso dia un momento di svolta e maturazione.

Nella nostra società si tende a banalizzare il lutto, come ad esorcizzare perdita e dolore. Ciò però è controproducente: il lutto è un percorso dinamico e infatti, proprio mentre si impara ad accettare questa nuova realtà della perdita, aumentano consapevolezza e capacità di affrontare esperienze dolorose; il dolore via via di attenua e si riprende a vivere, colmando i vuoti ed integrando il passato al presente. Anche il rapporto col figlio che non è tra le nostre braccia si evolve e matura: si sviluppa una nuova relazione col bambino perduto. Si affievolisce il dolore, o meglio, si impara a conviverci, e si trasforma in estrema nostalgia ed infinito amore. Il 15 ottobre, a Napoli, in Piazza Dante, CiaoLapo onlus, la prima associazione in Italia ad occuparsi di sostegno alle famiglie orfane dei propri figli, ha organizzato un evento per celebrare il Babyloss Day Awareness. Il programma è il seguente: Ore 16 banchetto informativo Ore 17 animazione per bambini, balloon art, costruiamo insieme una farfalla con la tecnica dell’origami Ore 17.30 lancio di palloncini con i nomi dei bimbi meteora Ore 18.30 fiaba animata con pupazzi, per bambini e adulti Ore 19 onda di luce.

Luisa Sorrentino

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Gennaro D'Auria e la madre

La redazione di Soldatoinnamorato ha appreso con tristezza della scomparsa della madre di Gennaro D’Auria. Oggi è venuta a mancare colei che ha generato uno dei più debordanti fenomeni dei nostri tempi, un personaggio quale Gennaro che ha riempito le giornate e le serate di migliaia di napoletani. In questo momento di dolore tutta la nostra redazione si stringe in un abbraccio a Gennaro D’Auria e alla sua famiglia. E con questo vogliamo ringraziarlo di tutto quanto ha fatto per allietare i nostri viaggi in macchina con le sue trasmissioni. Col cuore! Un grande abbraccio da tutti noi.

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