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La mia educazione sentimentale

Ho 35 anni, ho fatto in tempo ad avere Lui come idolo, i caroselli con via Caracciolo tutta azzurra e 127 scoperchiate, le lacrime del San Paolo, io sul tetto di un’Alfa Sud con i miei fratelli e gli scudetti dipinti sulle guance. Poi? Poi dopo la DEPRESSIONE per Lui, è iniziato il Napoli dei Blanc, dei Thern, dei Careca a svernare, dei Dumbo Buso: non eravamo più l’armata invincibile. Senza che ce ne accorgessimo ci ritrovammo, in ordine sparso, con Freddy Rincon e ogni estate Ferlaino a cercare fidejussioni per iscrivere la squadra al campionato. Le tre firme con tre squadre diverse di Vlaovic, i prestiti-bidone da Parma e Inter. Poi Colonnese e Milanese ai nerazzurri, Crippa e Zola al Parma, Ciro Ferrara alla Juve. Il gruppo Setten, i Moxedano, l’orrenda maglia Record Cucine. Si finì con l’ultimo scugnizzo: Fabio Cannavaro al Parma e, pochi anni dopo, l’abbraccio tra Fabio e Pino Taglialatela mentre venivamo condannati alla B con i sediolini del San Paolo in fiamme. 

Lascerò stare gli anni di Ulivieri e di Colomba, di De Canio e Franco Scoglio, intervallati dall’illusione Novellino/Shwoch, le lacrime di Stellone dopo il gol alla Juve e Saber che sembrava Cafu. Corbelli e quel povero cristo di Totò Naldi, l’unico che abbia messo soldi di casca propria nella società. Inutilmente. Le illusioni finirono presto. Fallimento. Mentre quei quattro pecoroni tra ultras e giornalisti si appecoronavano al signor Gaucci sotto la sigla “Orgoglio Partenopeo”, la mossa definitiva per lo scacco matto di Luciano Moggi che voleva utilizzare il Napoli come succursale di qualche altro intrallazzo. Arrivò la procura di Napoli, Aurelio e – guarda caso – l’anno successivo, da quella storia napoletana, nacque Calciopoli. 

Io senza fatica ricordo le domeniche a guardare Montezine e Dionigi, Sogliano e Pasino, Perovic e Zanini. Quante ne sono state di domeniche così, con la poca voglia di andare allo stadio e guardare la tv con mortificazione. In serie A un anno si simpatizzava per il Parma, un altro per la Roma di Capello, un altro per la Lazio di Mancini. Non era roba nostra, guardavamo gli altri giocare a pallone, quello serio, noi alla finestra con l’impossibilità di essere presenti. Solo spettatori delle gioie degli altri.

Non sto qui a fare la retorica del “Non c’erano i palloni”, non mi è mai piaciuta. Ma è in forza di quelle domeniche di merda, anni e anni di umiliazioni, che io non posso non essere grato al presidente De Laurentiis. Magari posso capire che chi è stato tifoso prima di me e ha visto Sivori, Clerici, Savoldi o Krol possa avere altri pensieri. Io non ho visto a Zurlini e nemmeno a Panzanato. Ho visto solo Diego, Careca e Alemao. Poi il nulla, anzi, lo schifo. E io non mi posso permettere di schifare una stagione dove si è stati vicinissimi a realizzare il sogno, al di là delle motivazioni che ce lo hanno impedito. Non mi posso permettere di schifare l’Intertoto, l’approdo all’Europa League, la corsa di Christian Maggio a Manchester che la dà a Cavani e noi segniamo all’Etihad e ci portiamo pure a casa il punto all’esordio in Champions. Non mi posso permettere di schifare a Contini che la dà di testa a Giovinco a Torino e poi facciamo il miracolo con Marek e Jesus Datolo. 

Di De Laurentiis mi piace quasi nulla, è antipatico e sembra faccia di tutto per farsi schifare. Però perdonatemi se schifo di più a voi tifosi che pretendete dal calcio come se fosse il governo che non abbassa le tasse e non dà lavoro. Schifo a voi che vi arrogate il diritto a parlare per nome di una piazza variegata e ogni estate affiggete in città quei manifesti del caxxo. E non ne beccate una! Puntualmente smentiti dal Napoli che compie una grande stagione. Come quando arrivò Sarri e dicevate “Ma che amma fa cu chist ca se penz e sta all’Empoli?” o ancora quando vi stracciavate i capelli per il sonante pacco rifilato alla Juve per 90 milioni. Schifo più a voi, non me ne vogliate. Perché negate la realtà. Schifo a voi che allo stadio cantate “Noi vogliamo vincere” come se fosse dovuto, come se fosse “Vulimme ‘o posto”, “E criature hanna magnà”. Mi istigate a rispondergli come avrebbe fatto Eduardo in uno di quegli aneddoti tramandati a voce quando quell’attore gli dice: “Maestro, pure io aggia campà”. E gelido Eduardo con il suo: “E pecché?”.  

E se non potete comprendermi sulla forza dei fatti, comprendetemi per la mia situazione sentimentale con il Calcio Napoli: dopo tante sofferenze, io ho vissuto solo gioie. E le sofferenze di oggi sono emozioni, non mortificazioni. Mi sentivo mortificato quando dovevo cantare un coro al Pampa Sosa (Che Dio l’abbia in gloria), non adesso perché non ho vinto ‘o scudetto. 

Ecco perché difenderò sempre il Presidente, anche quando sbaglia come ora che, quasi alla Renzi, acclama un nuovo referendum su di sé buttando un poco di merda in faccia a Sarri. Peccati veniali rispetto a tutto lo schifo che ho subito. Me lo tengo stretto. E ora chiamatemi perdente. Preferisco essere un “perdente di successo” che un perdente con le pezze al culo ad elemosinare calciatori a Parma, Inter e Juve. E se mi rispondete che tra i due estremi c’è la via di mezzo, vi rispondo che la “via di mezzo” non è nella mia, nella nostra, nella vostra disponibilità. Quando arriva lo sceicco ne parliamo. Non lo decido io, non lo decidete voi, non lo decidiamo noi. Fino a prova contraria il Napoli è una società privata, non è un partito, non è un governo contro cui si possa protestare. 

Con tanto affetto, da queste mie emozioni, vi dedico il mio enorme Vaffanculo! Io amo questa maglia, ora più che mai! E ringrazio Aurelio di avermi dato nuovamente la carta d’identità e cittadinanza nel calcio che conta. Se a voi tutto questo vi fa schifo non avete sofferto “la fame”. Io si. E me la ricordo come fosse oggi. 

Valentino Di Giacomo  

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Il Re dei Tamarri si racconta

Il nuovo album di Tony (originale)

Chi non ha cantato almeno una volta in gita, in spiaggia o a scuola una canzone di Tony Tammaro? Negli anni il “Re dei Tamarri” ha confezionato una miriade di successi che hanno riempito le giornate di milioni di persone. Una popolarità non solo napoletana, canzoni come “Patrizia”, “Scalea”o “Anni ’60” e tante altre hanno sconfinato parecchio fuori dalla Campania. Ma ridurre Tammaro soltanto ad un fenomeno parodistico sarebbe riduttivo. Dietro al personaggio del “tamarro”, costruito con precisione e realismo, c’è un professionista di altissimo livello che sa costruire dei testi sempre divertenti e originali dove il cattivo gusto non trova mai spazio. Una leggerezza nell’osservazione del circostante che è ormai un suo tratto distintivo dopo ormai quasi 30 di carriera senza mai bucare un album.

Sei apprezzato da persone di tutte le fasce sociali e culturali. C’è chi semplicemente si diverte con i tuoi pezzi e chi invece legge tra le righe quella cifra stilistica innovativa che riesce a prendere in giro il “trash”, in modo trash. Qual è il tuo rapporto con il trash e quanta consapevolezza c’è e c’era nella creazione delle tue canzoni? Lo fai solo per puro divertimento oppure questa originalità stilistica è pensata?

Non amo la parola “trash”, in quanto letteralmente significa “monnezza”. Parlerei piuttosto di “Kitsch” che è il cattivo gusto su cui ironizzo mettendoci spesso la mia faccia e venendo talvolta frainteso. Prima di rendere pubblica una mia creazione faccio un lungo lavoro di editing. Diciamo che verifico ciò che scrivo seguendo un po’ di punti cardine che sono il marchio di fabbrica del mio lavoro: originalità degli argomenti trattati, orecchiabilità delle musiche, una battuta che strappi una risata ogni quattro o cinque righe di testo. 

Sei stato il primo ad individuare la figura del “tamarro”, poi dopo si sono accodati altri artisti come Verdone, Piotta, Checco Zalone. Com’è nata la cosa? E sei contento di avere tanti imitatori?

I tamarri erano e sono li da secoli, solo che nessuno ne aveva cantato prima le gesta, salvo rari casi. In ogni modo, quando c’è qualcuno che si inserisce in un filone che hai creato, vuol dire che il tuo lavoro non era poi tanto male. Non mi dispiace che altri seguano le mie orme, soprattutto se lo fanno osservando cose che a me erano sfuggite. Zalone è uno che riesce spesso a farmi ridere di gusto. Verdone è un grande osservatore della società italiana e ha spesso toccato magistralmente argomenti “tamarri” diversi anni prima che io iniziassi il mio lavoro.

Hai iniziato con riferimenti a Nino D’Angelo (il ribaltabile, il caschetto, le cazette), poi sei arrivato a Gigi D’Alessio con quel “Vattene a vivere a casa di Gigi D’Alessio”, quale può essere invece oggi un soggetto da parodizzare? 

Assolutamente i rappers. Qualcuno tra loro è davvero ridicolo.

30 anni di carriera facendo sempre critica sociale e di costume, quasi mai un accenno alla politica mentre altri tuoi colleghi facevano successo sfottendo i politici. Come mai non hai seguito quella moda?

Proprio perché di moda si tratta. La politica lascia il tempo che trova. Dove sono finiti oggi quelli che facevano satira su Enrico Letta o su Mario Monti? Fare satira politica è stressante, devi sempre stare a inseguire il politico di turno. Meglio fare satira sui costumi degli italiani. I film di Alberto Sordi, che questo facevano 40 anni fa, si possono guardare ancora adesso e strappano ancora una risata.

Hai tenuto uno splendido concerto ai Camaldoli (di cui abbiamo simpaticamente riferito) nello stesso giorno in cui c’era il mega evento di Jovanotti al San Paolo. Una sorta di contro-concertone a quello del “ragazzo fortunato”, per Napoli è stata una specie di contro-festival di Sanremo. Ecco, hai mai pensato di andarci in gara all’Ariston? Soprattutto viste le ultime performance comiche abbastanza penose (Siani con gli sketch, Bigio e Mandelli in gara). Anche se – ricordiamo – in “Gole ruggenti” hai già calcato quel palco.

Seguo Sanremo da quando avevo sei anni. Anche Sanremo è una bella passerella dei vizi e delle manie degli italiani. Lo trovo insuperabile per capire il trend del momento. L’anno scorso, ad esempio, andava di moda la sfiga da crisi, sia nei rapporti sentimentali che in quelli di lavoro. Negli anni in cui l’economia gira bene, invece, saltano fuori i Ricchi e Poveri con qualche ritornello facile facile da cantare al karaoke.. Ci andrei volentieri a Sanremo, ma giusto per farmi due risate, come dovette farsele Elio quando presentò la sua “Terra dei cachi”.

Il pezzo a cui sei più legato?

Sinceramente il “trerrote”, che più di ogni altro inquadra la malafede dei “finto buoni”. Da un lato ci si commuove per uno che ha avuto un incidente, dall’altro si va a fare sciacallaggio delle sue cose, visto che ormai i “meloni” stanno li, alla portata di tutti.

Progetti futuri?

In questi giorni sono in trattativa con una nota emittente radiofonica della Campania.

Il tuo rapporto con il calcio e con il Napoli. Il tuo giocatore preferito nella storia e quello attuale?

Ho sempre affermato che le passioni, tutte le passioni, quando diventano estreme, si portano via un bel pezzo della tua vita e non ti consentono di fare altro. Seguo il Napoli dedicando a questa squadra che amo un paio d’ore alla settimana. Il tempo di guardare la partita, lasciarmi andare a qualche commento e poi spegnere il televisore. Non delego alla squadra il riscatto di qualche mia insoddisfazione personale. A risolvere i miei problemi ci penso io. Tra tutti i calciatori che hanno vestito la maglia azzurra e che ho avuto modo di ammirare, quello che ricordo più volentieri è Ruud Kroll. Un vero signore al centro della difesa e un lottatore vecchio stile alla Facchetti o alla Burgnich.

Per chiudere. Tanti attori, cantanti, e uomini di spettacolo eccelsi sono stati rivalutati solo dopo molti anni. Ti ritieni anche tu fra questi?

Spesso mi dicono che sono avanti coi tempi. Mi ritrovo spesso a pensare al fatto che il successo, quello vero, non potrò godermelo. Potrebbe arrivare tra 50 o addirittura 100 anni, ma sono certo che arriverà, in ogni caso, dopo di me. La mia è stata una “vita da mediano”, giusto per citare qualcun altro ogni tanto.

Twitter: @valdigiacomo

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Non è "solo" calcio

Murales per George Best

Ci sono calciatori che, per età, non sono riuscito ad ammirare sui campi di calcio. Per fortuna sono nato esattamente in tempo per godermi il Dio del calcio e assistere alla Serie A più ricca di campioni della storia. Quegli anni ‘80 e ’90 dove in Italia giocavano tutti i migliori calciatori del mondo: come se oggi nel nostro campionato ci giocassero Messi, Cristiano Ronaldo, Suarez, Neymar, Ibra, Thiago Silva, Di Maria, Hazard e tutti i più grandi. Erano gli anni, quelli tra gli 80′ e i 90′, in cui l’Udinese poteva tesserare il calciatore più amato dai brasiliani nella loro storia, forse più di Pelè, come Arthur Antunes Coimbra Zico.

Riijkaard, Van Basten e Gullit
Riijkaard, Van Basten e Gullit

La Roma aveva Falcao, il Milan Van Basten e Riijkaard, la Juve Platini, l’Inter dei tedeschi Brehme, Mattehus e Klinsmann o di Ronaldo, la Samp di Cerezo, senza dimenticare il Torino di Casagrande, il Genoa di Pato Aguilera o la Cremonese di Dezotti. Ovviamente il Napoli di Careca e Alemao. E c’era poi una schiera di giocatori italiani che oggi non esistono più di quella bravura: Bagni e Ancelotti, Baggio e Mancini, Vialli e Bruno Conti, Baresi e Maldini. Che tempi!

Ma ci sono anche campioni che non sono riuscito ad ammirare perché hanno giocato prima che io nascessi. Eppure sono legato a questi giocatori come se li avessi visti. Sono i fenomeni che ho amato con gli occhi di mio padre. Perché, oltre al sangue, un padre può trasmettere a suo figlio pure i suoi amori, anche involontariamente.

Radio anni 80
Radio anni 80

E’ un appuntamento irrinunciabile sin da quando ero piccolissimo assistere alle partite con mio padre. Sui divani della nostra vita avremo ascoltato migliaia di partite alla radio, la voce gracchiante di “Tutto il calcio minuto per minuto“, papà con la cruciverba e le schedine del Totocalcio sulle quali appuntava l’evolversi dei risultati. Poi ci fu l’avvento delle radiocronache nelle quali si raccontava solo la partita del Napoli e in casa era una vera battaglia tra papà e me: io volevo ascoltare solo quella dei miei azzurri, papà voleva restare fedele a “Tutto il calcio minuto per minuto“, vincevo quasi sempre io la disputa. E mentre si accavallavano le voci dei telecronisti in un pathos indescrivibile, io mi figuravo nella mente le azioni del Napoli e le riproponevo tirando verso la porta di casa una palla di fogli di giornale legati con lo scotch. Poi venne il tempo delle Pay Tv e le palline di carta ormai divennero solo un ricordo. E in tutte quelle partite papà di tanto in tanto mi raccontava le gesta di qualche calciatore del passato.

Tra le chiacchiere scambiate negli anni ci sono giocatori che sono arrivati fino a me. Li ho amati da subito dai primi racconti poi, grazie a internet, ho potuto conoscere le loro storie cercando sul web e spulciando qualche video di Youtube.

gigi meroni
Gigi Meroni

Su tutti il calciatore più amato da papà è stato forse Gianni Rivera, mi confessò persino che a causa del golden boy per un breve periodo divenne quasi tifoso del Milan. Poi, in ordine sparso, Ruud Krol, terzino dell’Olanda di Rinus Michels e fantastico libero del Napoli di Pesaola (di Krol papà dice sia “il più grande calciatore del Napoli dopo Diego”). Poi Gigi Meroni, il George Best di Torino, investito da un’auto mentre portava il suo gallo al guinzaglio… L’intelligenza di Crujiif, l’imprevedibilità del Cabezon Sivori, la perentorietà di Gigi Riva. Le gesta dei numeri 1 Dino Zoff e Lev Yashin. Calciatori meno conosciuti che hanno militato nel Napoli come Dolo Mistone, Juan Carlos Tacchi o Pacifico Cuman. Fenomeni come Sandro Mazzola, epici come Garrincha, funambolici come il brasiliano Rivelino, o leggende come Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskas.

Giorgio Chinaglia (in piedi... )
Giorgio Chinaglia (in piedi… )

Potrei elencare giocatori non visti, ma amati, per pagine e pagine. E poi potrei raccontarvi dello scontro aereo tra papà e Chinaglia. A quei tempi la squadra della sua scuola faceva da sparring-partner per gli allenamenti dei club professionistici. Dalla primavera del Napoli all’Internapoli che a quei tempi militava in Serie D. Si giocava allo stadio Collana. L’Internapoli vantava nelle sue fila due dei futuri campioni d’Italia della Lazio: Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia. Mio padre, difensore di poca tecnica, ma assai coriaceo aveva il compito di marcare Long John. “Facilissimo marcarlo, era statico – dice lui – a un certo punto su una palla spiovente ci scontrammo di testa, lui cadde a terra e io no“. Nella carriera da non-calciatore di mio padre fu il momento più alto. Chinaglia a terra, papà no.

Pur non essendoci, pur non avendo visto nulla io ero lì. Mi trovavo sugli spalti del Collana quando Giorgione Chinaglia crollò, ho visto al San Paolo Braglia, Savoldi e Panzanato. Poi dicono che sia “solo calcio“, un “semplice” sport, un passatempo come altri. E invece, su un campo verde, scorre il sangue delle generazioni, il flusso dei ricordi, il fiume delle emozioni. Un padre e un figlio che si raccontano con gli occhi i giorni più belli della propria vita. Solo calcio? Ma fatemi il piacere…

Twitter @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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