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Personaggetti in cerca di visibilità

Rosy Bindi

La camorra è un elemento costitutivo di Napoli“. A dire la “sfortunata” frase è Rosy Bindi, parlamentare e presidente della Commissione Antimafia. La frase di per se’ è quella che è, ma guai a toccare la suscettibilità e l’orgoglio dei napoletani. Piene sono le pagine web e di giornali di presunte “offese” al popolo partenopeo e di conseguenti reazioni sdegnate che ormai non si contano più.

Ma la Bindi con Napoli e la Campania in generale deve avere qualche conto in sospeso. Fu lei a forzare la mano lo scorso maggio, due giorni prima delle elezioni amministrative, per produrre una “lista di proscrizione” dei cosiddetti “impresentabili”. E tra questi figurò pure l’attuale presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che col suo fare la definì un “personaggetto”. Oddio… Chi scrive davvero non ricorda se questa frase fu pronunciata dal governatore o da Maurizio Crozza, in qualcuna delle sue scompiscianti imitazioni dello “sceriffo di Salerno”.

Non ci appassiona la polemica. Sono chiacchiere. Tanto più che a rispondere alla Bindi siano stati vari e ameni personaggi della politica cittadina e nazionale.

Però è quasi divertente questa cosa dei napoletani. Davvero ci sentiamo un’etnia a parte. Eppure ormai persino la Lega di Salvini viene schifosamente a cercare voti dalle nostre parti e il bersaglio del razzismo siamo più raramente noi, ora i “preferiti” di certe “menti illuminate” sono i disperati che vedono anche la nostra città come “nord del mondo”, un punto di arrivo. Forse non sarà questo il caso, ma ancora non lo abbiamo capito che questi “personaggetti” cercano visibilità sulla nostra città?

In fondo siamo una delle poche città italiane che ha ancora un’identità, un sentire comune, tradizioni da santificare. Poi se per gli altri questo è “camorra” lasciamoglielo pensare. Per capire i napoletani bisogna sentire come i napoletani. Altra via non c’è. In una puntata di “Porta a Porta“, Bindi disse a Berlusconi che lei non era una donna “a sua disposizione”. Ecco, neanche Napoli è una città a sua disposizione, signora Bindi!

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Il mondo dei media si alimenta di mode e tormentoni. Ci sono ciclicamente notizie che suscitano scalpore, interesse, indignazione, passione e tutto l’armamentario di emozioni che gli esseri umani sanno provare. Dura una settimana, poi, come ogni tormentone che si rispetti, viene lasciato all’oblio per l’abuso stancante e demagogico che se ne fa. E’ il caso del funerale del boss Casamonica, di qualche scandalo politico, di “mafia capitale”. Di un omicidio efferato, ad esempio, se ne può parlare per mesi e persino anni: la madre che uccide il proprio bambino o uomini che ammazzano i vicini di casa. Oggi il tormentone (spiace doverlo chiamare così, ma è nelle cose) della stampa nazionale, ma anche europea, è il caso del piccolo  Aylan: il bimbo di tre anni annegato su una spiaggia turca e la cui immagine (CHE PERSONALMENTE PREFERISCO NON PUBBLICARE) ha fatto il giro del mondo.

E’ bastata una sola immagine a risvegliare i media europei sul dramma dei migranti. Ma non soltanto i media comuni, anche i social network, dove ogni utente su Twitter o su Facebook commenta la notizia secondo le emozioni che questa storia ha suscitato.

Di donne, uomini e bambini ne muoiono a migliaia sulle coste europee. Persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla mancanza di libertà. Che specie di coraggio deve provare una persona per rischiare la vita pur di provare a migliorarla è un sentimento che non so neppure immaginare. Pe mmare nun ce stanno taverne. Una volta partiti si è al cospetto di un fato che muove onde, agita vento e può rovesciare ogni speranza. Partono lo stesso incuranti del pericolo, fuggono da una vita che forse vita non è.

Ecco, dopo l’immagine diffusa da tutti i media del piccolo Aylan, tutti possiamo finalmente compenetrare qualche sorta di sentimento. Non può essere empatia, ma almeno tentativo di comprendere forse si. Allora una semplice foto apre l’orizzonte degli sguardi, cosa c’è dietro quella linea che separa mare e cielo, continente e continente, persona e persona?

Di Aylan ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno ancora. Ci fanno tenerezza finché restano lì in quei Paesi di guerra e fame oppure alla deriva in mezzo al mare. Ma quando arrivano qui da noi riparte la solita guerra tra poveri. Uomo contro uomo. In Italia, terra di migranti, c’è persino un partito politico che cavalca questo odio per ottenere consensi. Basta andare a leggere qualche commento su Facebook dei giorni scorsi, ognuno di noi avrà un amico che in uno status abbia scritto: “Basta con questi migranti, stiano a casa loro, non ne possiamo più” e tutta quella serie di cliché che riguardano gli immigrati che ci tolgono il lavoro, che sporcano, che puzzano, che magari sono pure terroristi.

E’ bastata una semplice foto: un bimbo di tre anni morto su una spiaggia. La morte, il dolore hanno fatto sempre notizia e continueranno a farla. Certo, un quotidiano non può parlare ogni giorno di chi in Africa non ha cibo, di chi muore in una guerra lontana, di una donna dell’Asia uccisa per aver trasgredito a qualche rigida usanza religiosa. Troppi sono i guasti del mondo per dare conto di tutti. Eppure quello della migrazione è un fenomeno che ci riguarda tutti i giorni. L’Italia è come un gancio appeso nel Mediterraneo al quale si aggrappano i disperati che sono sotto.

Tra una settimana tutto sarà dimenticato, il dolore, la morte, il piccolo Aylan scappato con i genitori da quella polveriera a cielo aperto che è diventata la Siria. Ognuno di noi tornerà ai propri pensieri, a De Laurentiis “pappone“, a Higuain che è un campione, alla canzone che ci ha fatto innamorare, al mare, agli scherzi, alla vita. Quella che scorre per noi con i suoi tempi, i suoi agii, i suoi dolori minori. Ed è forse giusto così.

Mi chiedo solo se serve tutta questa commozione generale. Se può servire per cambiare qualcosa, oppure resterà la solita ipocrisia che ci fa lavare la coscienza per un attimo. Una catarsi di sensi momentanea. Ma, come ci insegna la storia, resterà, più probabilmente, un’immagine di passaggio. Un tormentone. Una foto che basta non guardare. Basterà qualche giorno e torneremo ad un’altra notizia: altre emozioni, altre sensazioni. E neppure quelle ci riguarderanno fino in fondo.

Valentino Di Giacomo

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Foto di Paolo Russo

Se non fosse una delle espressioni più abiette dell’animo umano mi verrebbe da dire che il razzismo è la moda del momento.
Dall’intramontabile “aiutiamoli a casa loro” al più estremo “affondiamo i barconi” parlando dei profughi, al diffuso proposito di dar fuoco (o abbattere con le ruspe) tutti i campi quando si parla di Rom, le bacheche di facebook si colorano di frasi fatte e slogan che, qualche volta in modo velato, altre in modo esplicito, sono espressione del peggior (neo) fascismo, del più becero razzismo o semplicemente della più bassa ignoranza.

In questi giorni si è parlato molto di quanto successo a Treviso prima, e poi anche in altre città d’Italia, dove un intero quartiere si è ribellato contro l’assegnazione degli alloggi in una palazzina a 101 profughi. La reazione è stata oltremodo violenta, gruppi di estrema destra con l’appoggio di parte degli abitanti hanno distrutto gli alloggi e le suppellettili (a loro va il mio sentito ringraziamento per aver bruciato i soldi delle mie tasse), i cittadini hanno poi bloccato gli autobus e si è arrivati allo scontro e alla fine gli alloggi non sono stati più assegnati in quanto inagibili.

Fra i tanti servizi in tv e online che ho visto, un’intervista mi ha colpito particolarmente: una donna pugliese che spiegava che non era razzismo, ma che l’arrivo dei migranti avrebbe fatto svalutare le case che loro avevano comprato con tanta fatica. Forse la signora non sa, o finge di non sapere, che mezzo secolo fa lei avrebbe rappresentato lo stesso identico problema. “NON SI AFFITTA A MERIDIONALI” era un cartello molto frequente nelle grandi città del nord, il motivo del non voler assegnare le case ai meridionali? Sporcano, portano malattie, rubano, ci portano via il lavoro, fanno rumore e ci rovinano e svalutano le case.

Dopo mezzo secolo noi meridionali, soprattutto quelli che abitano al nord, abbiamo avuto la fortuna di passare da vittime a carnefici del razzismo, abbiamo avuto la triste fortuna di vedere qualcuno più disperato di noi cercare il nord più facilmente raggiungibile per avere una possibilità di vita migliore e ci sentiamo in diritto di sentirci migliori, di sentirci superiori, di sentire la paura di perdere quello che abbiamo conquistato in anni di integrazione (e anche di questo ci sarebbe da discutere non poco).

Nel titolo ho citato Salvini per un motivo molto semplice, è ovvio che questo spostamento dell’asticella dell’odio non sia opera sua, ma lui ha saputo captarla e sfruttarla a fini politici: il bacino di voti dei meridionali è ovviamente enorme e coinvolgerli si è rivelata una mossa strategicamente valida.

Poco importa che nel 2009 il leader della lega a Pontida cantasse “Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”, una goliardata. E possiamo metterci anche una pietra sopra a dichiarazioni come “L’euro al Sud non se lo meritano. La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere” e soprattutto quel “Dire Prima il nord è razzista? Ma per piasé, i razzisti sono coloro che da decenni campano come parassiti sulle spalle altrui” non dovrebbe dare fastidio a noi meridionali, in fondo abbiamo la memoria corta e basta sostituirlo con “Dire prima gli Italiani è rassista?” e siamo tutti d’accordo, vittime e carnefici”

Conosco tutte le opinioni contrarie e tutti gli slogan che di solito seguono a questi discorsi: ma le case agli immigrati le danno gratis, noi meridionali andavamo al nord per lavorare etc. etc. Non voglio perdere tempo su discorsi triti e ritriti, penso solo che sia tanto triste quanto controproducente anteporre i discorsi economici a quelli umani, sono nato, cresciuto, vissuto ed educato a Napoli siamo un popolo d’amore e tale voglio rimanere.

Qualche giorno fa a Roma un gioielliere in via Prati è stato ucciso a seguito di una rapina, il presunto colpevole è un Napoletano, fra i commenti sul web ho trovato questo, che ovviamente non è l’unico del genere “Lo avevo detto in tempi non sospetti, vuoi vedere che sarà uno dell’est europa o un terrone? Io speravo in un extra e non in un Italiano.Siamo proprio sicuri che le cose siano cambiate?

Paolo “Sindaco” Russo

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