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Daspo per il tifoso che minacciò il giornalista

Il Mattino oggi dà notizia che per l’ex capo ultrà della curva B, Alberto Mattera, è stato disposto il Daspo: per lui cinque anni di divieto di accesso agli impianti sportivi. Non solo, ma va avanti l’inchiesta della Digos guidata dal dirigente Francesco Licheri, per le minacce al giornalista Carlo Alvino perpetrate lo scorso 6 maggio davanti allo stadio San Paolo. 

Spiace dover rilevare i comportamenti scorretti di un collega, ma il suo modo di fare è stato quantomeno discutibile. Ovviamente siamo a disposizione per ogni chiarimento. Ma nel silenzio più assoluto di troppi media è necessario darne notizia.

L’ACCADUTO. Cosa accadde quel 6 maggio prima di Napoli-Torino? La notizia ebbe rilievo nazionale (se ne occuparono dal Corriere della Sera in giù) ed è possibile ricostruirla tramite un video che dà conto prima delle minacce e poi della “macchietta” riparatoria. (POTETE RIVEDERE TUTTO L’ACCADUTO CLICCANDO QUI). Mentre Alvino è in diretta con un tifoso che parla di “spregio delle regole”, arrivano dei personaggi che gli dicono “Nunn abbusc pecché nunn abbusc” – intimandogli però di terminare la diretta televisiva nel suo consueto appuntamento su Tv Luna. Dopo pochi minuti la trasmissione riprende con un Alvino abbracciato (stretto in una morsa?) tra i due ultrà i quali inscenano una “macchietta” dicendo che si era trattato solo di uno scherzo. Alvino si mostra pure sorridente e fa battute. Erano i giorni in cui il giornalista iniziava a fare da pupillo della comunicazione del Calcio Napoli ottenendo notizie e interviste dalla società azzurra, consuetudine ancora in corso, proseguita poi lo scorso maggio con l’intervista di Alvino a De Laurentiis registrata negli uffici della Filmauro dopo l’ingaggio di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli. 

articolo alvinoLA PROCURA. Nonostante il teatrale video riparatorio, gli uomini delle forze dell’ordine vogliono vederci chiaro. La Procura di Napoli apre un procedimento a carico degli ultrà che avevano minacciato Alvino. Scrive la Procura: “IL SECONDO FILMATO OFFRE IN MODO EVIDENTE UNA MACCHIETTISTICA RAPPRESENTAZIONE DELLA VIOLENZA ANCHE E SOPRATTUTTO ALLA LUCE DELLA STESSA DISPONIBILITA’ DELLA PERSONA OFFESA O DEL TIMORE REVERENZIALE MANIFESTATO DA ALVINO VERSO QUELLA FRANGIA DEL TIFO ORGANIZZATO”. L’iniziativa della Procura partenopea si è conclusa intanto con la decisione di spiccare un Daspo ai danni del capo-ultrà che aveva minacciato Alvino. Aggiungo che io stesso ho avvistato Mattera nei pressi del San Paolo, all’esterno della curva B, in occasione della prima partita stagionale giocata a Fuorigrotta dal Napoli contro il Milan. Alla prossima immaginiamo che il capo-ultrà non potrà accedere all’impianto.

daspo a tifoso

L’OPPORTUNITA’. Perché la ricostruzione della vicenda? Qualcuno potrà pensare che il sottoscritto sia animato da sentimenti ostili nei confronti di Carlo Alvino, ma non è così. Appena venne diffuso il video delle minacce subite dal giornalista di Tv Luna, immediatamente, per quello che può servire, scrissi un inequivocabile tweet: “Solidarietà massima al collega Carlo Alvino. Questa gente di merda è il male della nostra terra e dei nostri stadi. Spero intervengano presto le forze le dell’ordine per assicurare alla giustizia chi vuole chiudere microfoni e telecamere con le minacce. #Legalità in campo e fuori”. E’ evidente che non c’è alcun motivo personale per rimarcare questa vicenda, solo il rispetto della legge e, magari, dei doveri professionali a cui è tenuto un giornalista. Se un collega viene minacciato io sto con lui, siamo all’ABC. Le autorità hanno fatto il loro dovere, Alvino invece – che non risulta abbia denunciato le minacce subite – ha invece inscenato una “macchietta”, come scrive la Procura, temendo ritorsioni.

tweet alvinoLA DEONTOLOGIA. Tutto questo è avvenuto nel silenzio più totale dei media, degli organi di categoria del giornalismo, ma soprattutto con la totale disponibilità del Calcio Napoli a concedere interviste esclusive ad un giornalista che per la Procura di Napoli inscena “macchiette” con chi lo minaccia. Un comportamento grave da parte del giornalista, ma pure della SSC Napoli e del suo presidente che ha praticamente promosso Alvino ad house organ della propria comunicazione concedendo esclusive ed interviste. Tutto questo in un’estate in cui lo stesso De Laurentiis ha tuonato contro la stampa in quella pessima rubrica denominata “Vero o falso”. Non solo, ma lo stesso Alvino si è spesso messo sul piedistallo volendo impartire lezioni ai colleghi sportivi su deontologia e professionalità. Le comiche! Una società che poi – per altri versi – ha avuto l’enorme merito (a differenza di altri club che trattavano con personaggi vicini alla ‘ndrangheta) di aver reciso ogni rapporto con le frange estreme del tifo anch’esse troppo spesso collegate alla malavita organizzata.

IL CASO CHIARIELLO. Nel frattempo, una decina di giorni fa, De Laurentiis ha avuto pure l’ardire di minacciare azioni legali contro Umberto Chiariello, un professionista esemplare che da oltre 20 anni conduce una godibile trasmissione su Canale 21. Un professionista, Chiariello (CHE NON CONOSCO PERSONALMENTE), il quale da buon giornalista critica la società quando c’è da criticarla e la loda quando c’è da lodarla (spesso attirandosi insulti e minacce di chi lo accusa di “papponismo” – proprio come spesso accade pure a noi). La libertà di Chiariello lo aveva spinto persino a scrivere una lettera al presidente in cui spiegava le sue ragioni per l’acquisto-sogno di Cavani. Circostanza che deve aver dato fastidio. Una innocente lettera da tifoso, scritta da un uomo esemplare, dà fastidio. Non dà fastidio alla società invece che il giornalista-pupillo insceni macchiette con personaggi discutibili e non denunci – come sarebbe tenuto a fare – le minacce subite.  Una società che – ripetiamo – ha sempre invece tenuto la barra dritta sul rispetto della legalità.

Per professione non mi occupo di sport che resta una passione a cui dedico i miei tempi da tifoso anche su questo blog. Per professione scrivo di migranti, terrorismo, politica estera soprattutto e, spesso, confrontandomi con le autorità che presiedono l’ordine pubblico. Autorità di cui ho stima e fiducia potendo osservare quotidianamente la dedizione e i sacrifici che mettono per tenere al sicuro i cittadini.  Ho avuto anch’io la mia quota d’attenzione proprio su questioni sportive per un infelice post su Facebook – come ne posso scrivere tanti e ne può scrivere chiunque – pubblicato sulla mia bacheca privata e non nell’esercizio della mia professione. Nonostante le cattiverie subite, me le sono fatte scivolare addosso, sicuro della mia nettezza morale e professionale. Perché il giornalista si fa, non si è, e la professione la si esercita nei luoghi predisposti. Ma lasciamo stare.

Ora, in un momento in cui il malcontento verso De Laurentiis è forte, ma sempre per questioni futili come i prezzi dei biglietti, ci chiediamo come mai si generano decine di polemiche per ragioni inutili e non per argomenti più seri. Le discussioni si generano contro una società che non è mai stata grande come adesso (fatta eccezione per 4/5 anni maradoniani), che con questa gestione ha ottenuto risultati eccellenti fino a portare sulla propria panchina uno degli allenatori più titolati della storia. Si fanno critiche con una sproporzione enorme tra la realtà dei risultati e le piccole pecche che possono essere avvenute nel corso di questi anni. Pecche che vanno rilevate, ma forse con livori più soffusi rispetto a questa percezione di odio verso De Laurentiis che si avverte in città.

Poi, invece, nessuno fa notare che la società concede ampi spazi ed opportunità ad un giornalista che non avrebbe avuto il coraggio di denunciare delle violenze e che, anzi, si presta persino a inscenare macchiette insieme a loro. I video sono inequivocabili, potete giudicare autonomamente. Non solo, ma il signore in questione spesso dà pure lezioni di comportamento e professionalità. E vabbè, per dirla con il nuovo vate della stampa napoletana: è fesseria ‘e café! “Steveme pazzianno”. 

Valentino Di Giacomo

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L'avviso di cui parla il Corriere: errori grammaticali, niente intestazioni...

Dal nostro inviato a Mosca:

Ieri sera, prima di dormire, ho dato la solita occhiata su Facebook, e vedo una foto di un avviso messo da una portiera a Kuzminki, un quartiere della periferia di Mosca. Il foglio, scritto in un russo improbabile con tanti errori grammaticali e d’ortografia, chiedeva di lasciare 500 rubli (ben 8 euro) alla portiera in vista della costruzione di un rifugio antiaereo, così da assicurarsi un posto in caso di bombardamento. “Classico scherzo, della serie: che si fa per campare”, penso, e mi addormento.

Stamattina, sul Corriere della Sera, a firma di Fabrizio Dragosei, conosciuto come esperto giornalista di esteri, c’è un articolo. Il titolo? “Clima di guerra in Russia“. Eppure vivo al centro di Mosca, non un carro armato, non un aereo in volo, nessuna pattuglia dell’esercito per strada… ma ecco che il caffè mi risale alla bocca: “L’amministrazione del quartiere Kuzminki, nella periferia sud di Mosca, ha rotto gli indugi e ha già lanciato una raccolta di fondi tra gli abitanti per costruire un nuovo rifugio anti-atomico: «Ogni contribuente avrà un pass nominativo per entrare. Affrettatevi, i posti sono limitati».” Cioè, un avviso senza: a. numero di protocollo; b. scritto in modo sgrammaticato; c. senza timbri, intestazioni… e su cui ride tutta la Russia è stato preso come vero.

La Russia continua ad essere un paese misterioso, e raccontato dagli uni come l’Impero del male, pronto ad invadere qualsiasi paese, una specie di Mordor con Darth Putiner, e dagli altri come l’ultimo baluardo dei “valori” e come una nazione tutta stretta attorno al “grande Putin libera gli italiani da immigrati e Renzi!!!1!1!!”. Un conto però è quando lo fa qualche opinionista da Facebook, di cui abbiamo già parlato qui, ma… può il più importante quotidiano italiano prendere per VERA una fesseria così evidente? E non si tratta nemmeno del non conoscere il russo, dell’ignorare la realtà del paese… ma qui non si verificano nemmeno le fonti. Giornalismo?

Ora vado, devo affiggere degli avvisi: “RIFUGIO ANTIATOMICO, CON PASTA GAROFALO E CAFFE’ PASSALACQUA: INGRESSO, 1000 RUBLI”.

Giovanni Savino

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Ecco perché è nato soldatoinnamorato

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Valentino Di Giacomo

Soldatoinnamorato è nato poco più di un anno fa. E’ nato dalla passione di un gruppo di amici. E’ nato perché di siti in giro per il web dedicati al Napoli ce ne sono a decine, ma sono quasi tutti portali accalappiaclick per lettori un po’ sprovveduti. Come avrete potuto notare, sin da quando siamo nati, sul nostro sito non avete trovato mai notizie di calciomercato. “Ecco chi sta per firmare”, “Ecco chi è un passo dalla firma”, “Ecco chi sta per vestirsi d’azzurro”. No, questo genere di scemenze sul nostro sito non potrete trovarle. Servono per incuriosire il lettore, poi si apre il link e dentro ci si accorge che la notizia non c’è. Ed è il migliore dei casi. Perché spesso la notizia c’è, ma è inventata o ricostruita ad arte per creare una telenovela.

Anche per questo è nato soldatoinnamorato. Vogliamo meno lettori di altri, ma chissà se continuando in questo nostro progetto si possa formare una nuova leva di lettori un po’ meno sprovveduti. Pochi ma buoni. Oppure, per citare Arbore, meno siamo meglio stiamo.

Ha fatto discutere la decisione del Napoli di organizzare le proprie conferenze stampa ad invito. Subito si sono levati gli scudi da parte dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Ussi. Poi è arrivata la replica del capo della comunicazione del club azzurro. Una replica che riportiamo, che andrebbe incorniciata e affissa alle pareti, che vi riportiamo in fondo all’articolo.

Ci sono siti web e siti web, giornali e giornali, televisioni e televisioni. E poi ci sono giornalisti e… giornalisti. Non si è tutti della stessa pasta. Ci sono persone che si sentono “giornalisti” perché hanno un pezzettino di carta che li indica tali. La mia convinzione, da giornalista professionista, è che il giornalista lo si fa, non lo si è di nascita. E se si fa il giornalista questo va fatto rispettando il più possibile le regole deontologiche, ma soprattutto sé stessi e i lettori. Nè l’Ordine dei Giornalisti, nè l’Ussi sanno far rispettare una pur nobile professione. Basta vedere certi sitarelli, basta ascoltare certi giornalisti per i quali già la lingua italiana è una scienza ardita, figurarsi la deontologia… Eppure anche questi soggetti, scrivendo 80 articoli per qualsiasi testata registrata, possono ottenere almeno il tesserino dei giornalisti pubblicisti. Palummella vi ricorda qualcosa? E almeno Palummella è stato un grande tifoso, ma soprattutto ha visto certamente migliaia di partite, migliaia di più di qualche ragazzino che con un tesserino in tasca si sente il nuovo Indro Montanelli.

Noi di Soldatoinnamorato non siamo ancora una testata giornalistica. Potremmo iscriverci tranquillamente all’albo delle testate online, ma non abbiamo ancora deciso di farlo. Un po’ perché, e lo diciamo senza vergogna, siamo pigri e compilare scartoffie non è il nostro forte. Un po’ perché qui non facciamo molta informazione, ma molti commenti su Napoli e sul Napoli. Questo non è un giornale online, è un blog di ragazzi più o meno bravi che si dilettano ad offrire una visione sulla squadra e sulla città. Una visione distante dai giornaletti online che acchiappano click a suon di clamori inventati. Una visione ostinata e contraria a chi vuole sentirsi “figo” andando a Castelvolturno a partecipare, senza neppure la possibilità di fare domande, alle conferenze stampa. Per non parlare di quelli che creano siti solo per farsi accreditare in tribuna stampa e scroccare la partita…

Insomma, siamo distanti. Da giornalista, iscritto all’ordine, mi auguro solo che chi è chiamato a tutelare questa meravigliosa professione riesca a farlo meglio. In che modo? Lo spiega benissimo Nicola Lombardo, il capo comunicazione del Napoli. Poche righe per mettere a figura di melma una categoria che ormai non sa neppure più difendersi. Ecco qua, noi abbiamo stampato, incorniciato e affisso queste parole sulle nostre pareti e nella nostra mente. Poi il resto del lavoro tocca a voi, cari lettori. Magari evitando di aprire quei link di sitarelli improvvisati che vi raccontano un sacco di scemenze. Nell’era del web siamo tutti sulla stessa barca. Chi scrive deve fare bene il proprio lavoro, chi legge altrettanto.

“A questi incontri potranno partecipare le testate che saranno invitate. In pratica, abbiamo detto che per entrare a casa nostra, a Castel Volturno, è necessario un invito. Alcune associazioni di categoria hanno “stigmatizzato” questa nostra iniziativa, peraltro senza chiamarmi per chiedermi conto di quanto loro trovavano così intollerabile. Non per questo motivo sento la necessità di un mio intervento, ma perché ho ascoltato una trasmissione radiofonica nella quale un giornalista diceva che ‘per fortuna la cosa era rientrata’. Non è rientrato nulla, anche perché non c’era nulla che dovesse rientrare. Viviamo in un mondo in cui chiunque si può proclamare giornalista per autocertificazione. Persone che non hanno fatto alcuna gavetta, scuola, o esperienza in strutture redazionali vere, pretendono di ergersi a giornalisti, di partecipare alle conferenze stampa o agli incontri, e prendere parte attivamente alle discussioni. Noi pensiamo due cose: la prima, che a casa nostra, perché Castel Volturno è la sede del Napoli, se decidiamo di organizzare un incontro con i media, un incontro privato e non pubblico come quelli che ogni settimana avvengono negli stadi, o che sono previsti dalle regole Uefa, noi possiamo decidere di invitare chi pensiamo sia adatto a questo tipo di occasioni. Senza discriminazioni, senza farlo per evitare “domande sgradite”, ma solo per avere un quadro quanto più professionale di questo momento. La seconda cosa è che non ha senso far partecipare a un incontro con un allenatore testate che non avranno comunque la possibilità di interloquire con lui, perché il tempo di questi incontri è limitato e si deve garantire lo spazio a chi questo lavoro lo sa fare e lo fa da molto tempo. Non possiamo consentire che i giornalisti che si proclamano tali “per autocertificazione” possano penalizzare il lavoro dei giornalisti veri. E considerando che questi incontri, come quello di domani, vengono comunque trasmessi in diretta su una televisione nazionale, sulla nostra radio ufficiale, sui siti internet che fanno la loro diretta testuale e sul sito della società, nulla viene nascosto né impedito. Non solo, limitando il numero delle testate a quelle che sono la parte reale di questa professione, diamo la possibilità a tutti di fare le loro domande. Gli incontri ad invito non sono una mia invenzione. Li fanno a Palazzo Chigi, alla Casa Bianca, all’Ocse, nelle grandi aziende. Nessuno si sente offeso o discriminato se non è nella lista. Ma visto che siamo in tema, voglio aggiungere alcune considerazioni. Il calcio, dal 1996 con l’introduzione della Legge Veltroni che ammette anche in Italia il fine di lucro per le società sportive, è cambiato. Le società di calcio sono aziende che devono cercare un profitto che, reinvestito, faccia crescere economicamente l’azienda per farla competere ai massimi livelli. Le società di calcio devono, se vogliono vincere o sopravvivere, liberarsi da un mondo di regole stantie che non può più essere tollerato. Solo così si potrà competere, vincere e non rischiare di fallire. Per concludere: le associazioni di categoria che tanto si sono agitate ieri per una semplice procedura nella quale sono state invitate 25 testate media, per quale motivo non si agitano quando i loro associati mortificano la loro professione facendo dei semplici copia e incolla, o scrivendo “notizie” senza fare alcun controllo delle fonti o dei fatti riportati?

NICOLA LOMBARDO – CAPO COMUNICAZIONE SSC NAPOLI

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L'eterno oggi delle trattative

Se nei migliori film di sempre il protagonista in un attimo rivive tutti i momenti salienti della propria vita – Nuovo cinema paradiso o C’era una volta in America, ad esempio – nel calciomercato si rivive ogni volta il solito, uguale, identico giorno. Una sospensione del tempo, un fermo immagine pressoché infinito. Si tratta dell’eterno oggi delle trattative con i siti web e i quotidiani che annunciano ogni mattina “Oggi l’incontro”, “Oggi si chiude”, “Oggi la decisione”. Incontri, trattative, chiusure che però non avvengono mai. Quell’oggi non accade, si ripete pure il giorno dopo. Per comprendere il meccanismo basta prendere un articolo di 10 giorni fa sulla trattativa tra il Napoli e il centrocampista messicano Herrera ed uno di oggi. Dove l’oggi è sempre il giorno decisivo. Pure se quell’oggi non arriva mai.

E’ la dura vita dei giornalisti di calciomercato. Un argomento che da anni appassiona il popolo del calcio, ancor più che la stessa partita giocata. E’ pure l’evidenza insindacabile di una mutazione genetica degli appassionati di questo sport: se prima si era tutti allenatori, oggi si è tutti direttori sportivi. Nei bar e fuori le edicole si parla sempre meno di schemi, sostituzioni, opzioni di gioco: è invece tutto un ragionamento su quali calciatori acquistare, in quale ruolo, sciorinando caratteristiche tecniche e costi. Oggi il tifoso del Napoli, e non solo, è assai più esperto di “diritti d’immagine” che di diagonali e fuorigioco.

Se prima in un pub si muovevano i boccali di birra per raccontare una fase difensiva sbagliata o un gol, oggi si è tutti con il cellulare fra le mani computando sulla calcolatrice gli sgravi di ammortamento dell’acquisto di un giocatore. Il calciomercato, come già abbiamo raccontato, è diventato un genere letterario con i suoi vocaboli e le sue frasi fatte ripetute fino allo stremo. Ma la colpa non è dei giornalisti, è degli utenti. Non è cambiato il giornalismo e, se è mutato, lo ha fatto in virtù delle scelte dei lettori.

Il calcio di oggi ha perso l’erotismo di 90° minuto quando si aspettavano le 18.10 per vedere le immagini di ciò che avevamo potuto solo immaginare ascoltando le partite alla radio. Oggi il calcio è un film porno: tutto è visibile nel minimo particolare, soprattutto ciò che non vogliamo vedere e che magari neppure ci emoziona. Il calcio giocato, senza erotismo, ha perso appeal. Ecco l’invenzione mediatica del calciomercato che appassiona di più del “vero calcio” perché quell’eterno oggi che mai accade lascia ancora spazio alle nostre immaginazioni, alla nostra fantasia.

Ci appassiona sapere oggi come si comporterà il Napoli con Koulibaly oppure interrogarci se Herrera farà al caso di Sarri. Se ci potrà essere un colpo di scena su Vrsalijko che magari possa annunciare a sorpresa: “Napoli, non mi interessa Madrid, voglio solo te”. Storie d’amore, di tradimenti, spy story ci appassionano più che al grande schermo.

E’ tutto molto vivace, ma poco concreto. Perdonateci se qui su soldatoinnamorato abbiamo deciso di non pubblicare notizie di “voci”, “sussurri”, “inciuci”. Vi diciamo che, ad oggi, De Laurentiis ha acquistato Tonelli per 7,5 milioni. Ma, nell’eterno oggi del web, questa notizia qui non fa gola. E, se volete tirare avanti con la masturbazione mentale delle “voci che circolano”, potete andare su ogni altro angolo di web. Per noi non è gol finché non l’hai messa dentro. La metafora sul sesso ve la risparmiamo. Immaginatela, c’è più godimento.

Valentino Di Giacomo

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L'esperienza a Repubblica

@lapresse Cronaca 20/03/2011 Blindato il comando operativo di Napoli - Capdodichino dove si coordinano le operazioni aero-marittime e sottomarine di attacco alla Libia.

Quando collaboravo con Repubblica riuscii a scovare una notizia facendo un giro alla base della US Navy di Gricignano d’Aversa. Era il 2008 e in piena crisi rifiuti indagavo su una segnalazione che mi era giunta di un rapporto del Dipartimento per la Salute statunitense in cui si consigliava ai militari americani di dismettere le basi Nato nella “terra dei fuochi”. Fu poi intimato ai militari di stanza a Napoli che abitavano sul litorale domitio di non usare l’acqua del rubinetto nemmeno per cucinare o lavarsi a causa dell’altissimo inquinamento delle falde acquifere in alcune zone. Infatti in quel periodo scrissi diversi articoli sull’argomento. Uno riportava di una ricerca americana in cui si confrontava il tasso di malformazioni dei neonati concepiti nelle basi campane con quelli concepiti nelle basi all’estero. Un altro dava notizia di una torre di controllo costruita sempre dagli americani per monitorare la qualità dell’acqua e dell’aria in Campania. (Non vi fa male se date uno sguardo ai link in azzurro per farvene un’idea).

Articoli che non mi diedero né fama, né particolare attenzione, tranne da parte di qualche movimento ambientalista. Allora avevo compiuto da poco 26 anni, fresco laureato. Per sostenermi in quegli anni prestai servizio civile proprio nell’epicentro della Terra dei Fuochi, al Villaggio Coppola, lavorando con i minori a rischio in situazioni familiari difficili: figli di immigrati, prostitute, carcerati. Riscosse invece attenzione un altro articolo che pubblicò sempre Repubblica. Mi chiamarono persino dal Tg1 per sapere se potevano utilizzare il mio articolo per confezionare un servizio e per avere da me maggiori informazioni. Diedi l’assenso. Per giunta senza chiedere nulla in cambio.

i survivedSapete di cosa parlava quell’articolo? Di alcune t-shirt in vendita nella base di Gricignano sulle quali erano raffigurati per mezzo di alcune vignette i problemi di Napoli. Su una c’era scritto persino “I survived in Naples”… Su un’altra il decalogo sullo stile di guida degli italiani: inversioni in autostrada, abbaglianti sempre accesi, mancato utilizzo delle frecce direzionali… Per la prima volta una mia notizia venne persino ripresa dal portale nazionale di Repubblica tra le news più virali nell’homepage del sito web italiano maggiormente visitato.

Fu per me un orgoglio. Oggi con qualche anno in più, con una carriera che bene o male ha preso la propria strada, alimenta invece in me più di qualche inquietudine questa storia.

maglietta drivingMi fa capire che il web genera spesso mostri. Notizie realmente importanti e cruciali per la cittadinanza vengono relegate in secondo piano. Mentre episodi di mero folklore, con un carattere di originalità e più “terra terra” hanno assai più risalto. E la colpa probabilmente non è dei quotidiani. Loro le notizie le pubblicano, magari senza darne il giusto risalto, come accadde a me per gli articoli sugli allarmi lanciati dai marines americani. La colpa, se di colpa si può parlare, è invece nostra che alimentiamo tutto un mercato indirizzando i nostri click e la nostra attenzione su cose di poco conto. Anche Roberto Saviano, ad esempio, ha avuto un ruolo meritorio nel portare all’attenzione determinati meccanismi. Eppure in Gomorra non c’era scritto quasi nulla di nuovo di ciò che si poteva leggere sfogliando con attenzione uno dei quotidiani della nostra città.

Questo episodio personale fa poi riflettere su come la nostra città riesca a far parlare di sé sempre e solo per episodi legati al folklore, alla ammuina. Come se Napoli fosse da sempre una città immobile, senza pretese di poter essere considerata, pur nelle sue specialità e unicità, un luogo normale dove le persone si svegliano la mattina e vanno a lavorare, prelevano i figli a scuola e magari a sera si concedono pure di cenare con una cotoletta milanese.

Anche per questo disdegno spesso certi racconti romanzati sulla nostra città. Come quella del pianoforte di Piazza Garibaldi che, come scrissi, sta diventando sui social una nenia insopportabile peggio delle foto dei gattini.

A Napoli c’è tanto altro, nel bene e nel male. E se di quel male non sapremo parlarne, non sapremo dedicargli la dovuta attenzione, allora si che questa resterà per sempre una città immobile, senza scatti, senza emancipazione dai propri peccati. E pensare che l’unico luogo di diritto deputato al folklore, lo stadio, è proprio il posto dove invece i colori e le ironie partenopee stanno scomparendo. Anche per questo il nostro sito web abbiamo deciso di chiamarlo soldatoinnamorato. Perché almeno allo stadio lasciateci cantare. Fuori dal San Paolo lasciateci invece campare. Oggi i social e il web rivestono un’importanza fondamentale nella nostra società. Non bisogna demonizzarli, basta saperli usare. Questa storia che vi ho raccontato non è un tentativo autocelebrativo, per fortuna non ne ho bisogno. Ma se ancora attraverso il giornalismo si può fare qualcosa per cambiare le cose nella città che amo, allora forse ne è valsa la pena a parlarne.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Dialogo con l'inventore di un genere tv

25/11/2012, Milano, presentazione del movimento di opinione di Emilio Fede 'Vogliamo Vivere'.

«Oggi Berlusconi ha subito un’operazione chirurgica, ma gli ho mandato soltanto un messaggio. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono era per il suo compleanno quando facemmo una lunghissima chiacchierata». 

Ho l’occasione di intervistare Emilio Fede, uno dei giornalisti più importanti e soprattutto discussi della storia italiana. E poi, diciamoci la verità, dici Fede e pensi a Berlusconi, pensi a Berlusconi e dici Fede. Un rapporto inscindibile quello dell’ex premier e dell’ex direttore del Tg4 nell’immaginario collettivo. E allora che domande potrei porgli per non far risultare questo dialogo scontato? Gli chiedo di Ruby, di processi o di alte morbosità che sono già apparse negli anni scorsi su rotocalchi e quotidiani?Tra l’altro non sono un appassionato di gossip, né di un giornalismo che vuole mettere spalle al muro l’intervistato con fare accusatorio. Ci sono colleghi poco stimati che, pensando così di dimostrare qualche capacità maggiore, si mettono a “sparare sulla croce rossa” del malcapitato avviluppato in qualche caso mediatico. In genere sono quelli che sanno essere molto forti con i deboli e molto deboli con i forti… E allora – nella convinzione di ritenermi un napoletano d’amore di Bellavistiana memoria, così come lo è il nostro soldatoinnamorato.it – ho deciso di fare il tutt’altro. Poi voi lettori giudicherete.

Il libro di Fede "Se tornassi ad Arcore"
Il libro di Fede “Se tornassi ad Arcore”

Emilio Fede oggi ha 84 anni. Di spirito ne dimostra 60 di meno. Tendono tutti a ricordare il suo ultimo ventennio insieme a Berlusconi quale giornalista “devoto al padrone“. Molti meno ricordano tutto ciò che quest’uomo ha dato al giornalismo italiano, annoverato a ragione da molti critici televisivi ed esperti, come inventore di un genere poi ricopiato o imitato, spesso male, da altri.

«Quando Enzo Biagi compì 80 anni – dice Fede oggi – si organizzò una grande festa in un teatro di Milano per rendergli onore. Lui – ricorda commosso – volle che solo cinque giornalisti salissero sul palco con lui: e fra questi c’ero io». Fede è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro: “Se tornassi ad Arcore”. Giovedì farà tappa anche a Napoli dove al Tennis Club di viale Dorn racconterà la sua storia.

Arcore pure nel titolo, ma allora direttore, la tua è una vera e propria fissa con Berlusconi? 

«In realtà – racconta Fede – di Berlusconi si parla pochissimo nel libro. Il titolo dovrebbe continuare: “Se tornassi ad Arcore sono ca… vostri!”. Vorrei solo spiegare che chi, con una lettera anonima, mi ha fatto estromettere da Mediaset ha commesso una ca…ta mostruosa. Ma ti rendi conto di cosa ho rappresentato io per il giornalismo italiano?».

Eh si, assunto da Enzo Biagi, inviato in Africa per la Rai per circa otto anni in oltre 40 Paesi…

«Sono stato il primo a conoscere Gheddafi, l’imperatore di Etiopia chiedeva che soltanto io l’intervistassi. Potrei raccontarne tante, sono stato tra i pochi a raccontare l’Africa nell’epoca della post-colonizzazione. Ho persino contratto una malattia nel Continente nero e sono dovuto ritornare».

Poi l’esperienza con Zavoli e la conduzione del Tg1. Sarai ricordato anche come il primo conduttore italiano di un Tg a colori. 

«Penso si possa ben dire, come molti mi riconoscono, che Emilio Fede è la storia del giornalismo italiano».

I momenti più emozionanti?

«Quando ho condotto il Tg1 erano momenti durissimi per l’Italia, ci fu la crisi della P2 ad esempio. Ho ancora conservata una lettera di Bernabei in cui mi ringraziava per il servizio reso al Paese perché le cose sarebbero potute precipitare in maniera diversa. Ma i momenti più emozionanti sono stati certamente il terremoto del Belice e la tragedia di Alfredino Rampi a Vermincino.  Per il racconto del terremoto, nonostante le immagini strazianti di distruzione che arrivavano, cercai in ogni modo di non mandare nel panico la popolazione. Ma ti rendi conto che responsabilità si aveva allora nel condurre un Tg?»

Per la no-stop di 18 ore da Vermicino dopo la caduta di Alfredino Rampi nel pozzo, 26 milioni di telespettatori incollati davanti alla tua edizione speciale…

«Appunto. E ricordo quando mi chiamò Maccanico, allora Segretario Generale al Quirinale, per dirmi che sul posto stava per arrivare Pertini. Pensavamo tutti – dice visibilmente commosso – di raccontare un fatto di vita, invece raccontammo un fatto di morte».

E poi Mediaset, oggi tutti ricordano l’Emilio Fede del Tg4.

«E sbagliano! Dimenticano il mio Studio Aperto, fui il primo a dare la notizia dello scoppio della Prima Guerra del Golfo». 

Beh anche il primo a rendere noto del rapimento in Iraq dei nostri due piloti, Bellini e Cocciolone…

«Con il Tg1 dall’altro lato che cercava di calunniarmi dicendo che la notizia non fosse vera…».

E oggi che giornalismo si fa?

«Beh credo che l’80% dei miei colleghi sia totalmente incapace. Del resto giornalisti si nasce, non lo si diventa. Però ci sono ottimi professionisti sia a Sky con giornaliste bravissime e bellissime, alla Rai c’è Bianca Berlinguer che è molto capace, a La 7 una fuoriclasse come Lilly Gruber, a Mediaset Mimun fa un ottimo telegiornale ed è molto bravo Capuozzo per gli approfondimenti».

E se dovesse dare un consiglio alle nuove leve? 

«Quello che dicevo io ai “miei ragazzi”: quando uscite portatevi un cestino!».

Cioè?

«Portatevi un cestino e metteteci dentro tutti gli aggettivi! La realtà non ha bisogno di aggettivi per essere spiegata, a quello ci pensano le immagini. Poi se c’è da trasmettere un’emozione ci sono le espressioni, il viso, la mimica, il sorriso, il sudore e, se capita, gli occhi lucidi. Ma avviene spontaneamente, non si può studiare a tavolino. Per questo si nasce giornalisti, non ci si diventa. Bisogna avere un fuoco dentro, una passione».

Direttore, però si parla di te sempre per Berlusconi…

«Viviamo in simbiosi anche processualmente. A lui danno 7 anni e a me altrettanti, lui viene assolto e a me annullano il processo. Comunque la mia vita, si, è stata per molto tempo legata a lui e io non rinnegherò mai il nostro rapporto, anche se ormai ci sentiamo e vediamo raramente».

Però non lavori più a Mediaset…

«La vivo come la più grande ingiustizia della mia vita. Ma chi mi ha fatto fuori la pagherà cara. Non possono dipingere me come un mostro dopo tutto quello che ho dato al giornalismo italiano e che sento ancora di poter dare».

A proposito di giornalisti italiani, ha seguito la vicenda di Mentana che abbiamo intervistato l’altro giorno? Ha fatto una gaffe con i napoletani dando del ‘Pulcinella’ ad un collega napoletano?

«Non lo so, va detto che spesso su internet si scatenano spesso polemiche assurde. Posso solo dire che io, avendo moglie napoletana (l’ex senatrice Diana de Feo n.d.r.) sono innamoratissimo di Napoli. Al punto che l’ultima parte del mio libro l’ho dedicata proprio a questa città che amo e mi emoziona incredibilmente. Anzi posso dirti una cosa?».

Prego

«Quello che guadagnerò con “Se tornassi ad Arcore”, con il mio libro, il ricavato lo donerò a qualche famiglia povera napoletana».  

Eh, mi sa che per raggiungerne un bel po’ questo libro deve vendere tanto, oppure ne devi scrivere qualcuno in più…

«E io per questo ho concluso il libro citando Eduardo: “Adda passà ‘a nuttata”».

Speriamo direttò, ma i tempi sono cambiati, per fortuna stiamo meno “inguaiati” rispetto al dopoguerra. E per te quando passerà la nottata?

«Quando tornerò a Mediaset…».

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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Omaggio a Dave Brubeck - Ugo Martone fotografato da Gianfranco Irlanda

Non è una bella storia.
Non è bello che uno strumento messo a disposizione di tutti, che ha regalato semplice intrattenimento e momenti meravigliosi ai viaggiatori e ai pendolari di passaggio per la Stazione Centrale, sia stato distrutto.
Non ha senso.
Non lo hanno rubato, non lo hanno smontato per portarsi i pezzi a casa e magari rivenderli, lo hanno distrutto.

Subito è partito il tam tam sui social, subito il commento è stato unanime “A Napoli non ci meritiamo niente“, “Siamo animali, non sappiamo campare“, “Ma non ci sono le telecamere? Ovviamente sti delinquenti la faranno franca!” etc. etc.

Oramai quando qualcosa accade a Napoli sembra che il male sia consuetudine per la città, sembra che il crimine e il vandalismo restino impuniti, mentre altrove non accade se non per mano degli immigrati (e fra questi si annoverano anche i meridionali)… Solo a Napoli, è il laconico commento di chi legge questo tipo di notizie.

Eppure a Milano il pianoforte della stazione è stato distrutto ben due volte e a Cagliari è stato vandalizzato. Questo migliora la nostra situazione? No, per niente ma già possiamo dire che il tanto amato Solo a Napoli, non va più bene.

Eppure a distruggere il pianoforte è stato un uomo in evidente stato di instabilità emotiva (fonte ufficiale della Stazione Centrale) che è stato immediatamente fermato dalla Pol.Fer. Questo migliora la situazione? No, per niente, ma almeno sappiamo che non è stata una banda di teppisti o di ragazzini senza controllo; almeno sappiamo che se un folle commetto un gesto del genere viene immediatamente identificato e fermato. Difficile fermarlo prima, non esiste ancora la Polizia Preventiva come in Minority Report, ma è bene sapere che gli agenti fanno il loro dovere anche in una città dipinta come la capitale anarchica del caos.

Eppure il pianoforte sarà lì di nuovo in meno di un mese. Questo milgiora la situazione? Si, e molto. Il messaggio politico e sociale più importante che si può mandare in queste situazioni è il non arrendersi, è l’immagine che ciò che è bello deve restare dove è, ciò che è pubblico è e deve essere sempre il primo interesse di chi governa.

In tutta questa storia, come spesso accade, Napoli è la vittima che viene additata come carnefice. Napoli è la vittima sacrificale sull’altare della (presunta) patria italiana che cerca di nascondersi da se stessa. L’enfasi e il modo con cui è stata superficialmente gestita questa vicenda, sono l’emblema di come Napoli sia un bel pacco di luoghi comuni per generare consensi, siano essi politici o editoriali anche quando la nostra città dimostra di saper reagire e realizzarsi alle follie di cui troppo spesso è vittima.

Paolo Sindaco Russo

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La parola all'esperto

L'iperattivo Auriemma

Per Raffaele Auriemma, giornalista e opinionista di TuttoSport, di Radio Crc, telecronista tifoso di Mediaset e anche conduttore di un programma su Julie, i calciatori del Napoli sono dei “metrosessuali”.

Ieri era una sera come tante in cui cercavo qualcosa da vedere alla tv, non stravedo per Auriemma, ma vivendo a Roma per parte della settimana, decido di fermarmi qualche minuto su Julie. In realtà ho scoperto solo ieri che Auriemma, nella sua iperattività, conducesse un programma anche su un canale regionale. Poi, BOOM, sento quella frase. Per Auriemma i calciatori del Napoli di Mazzarri erano veri uomini, lottavano su ogni pallone, erano gagliardi. Oggi invece sono diventati dei “metrosessuali”.

Questa illuminante frase arriva dopo un bel monologo dell’iperattivissimo giornalista. Per Auriemma infatti il Napoli di Sarri dovrebbe giocare con la difesa a tre, come faceva Mazzarri. Solo così per Auriemma è possibile risolvere i problemi difensivi del Napoli, cambiando modulo.

Non conosco perfettamente il curriculum del noto opinionista, ma evidentemente Auriemma nel suo iperattivismo deve aver certamente ottenuto anche lui, come Sarri, una laurea a Coverciano e avrà un bel patentino da allenatore per poter parlare con tale sicumera delle sue proposte tattiche. E certamente, senza fallo, l’iperattivissimo, tra le mille cose fatte, avrà ottenuto anche un master in etologia umana per capirne così a fondo anche di atteggiamenti sessuali. Per di più guardando alcune partite di calcio. Un fenomeno.

E’ la stessa dichiarazione che fece il noto conduttore tv, Alessandro Cecchi Paone, sui calciatori italiani che si apprestavano a giocare i campionati europei del 2012. Disse che in squadra Prandelli aveva convocato qualche omosessuale e dei metrosessuali. Alla fine di quel campionato europeo l’Italia arrivò seconda alle spalle della Spagna. Ecco, magari le tesi (certamente scientifiche) dell’iperattivissimo, almeno porteranno bene.

Valentino Di Giacomo

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Deliri e confusione in tv

Maradona e Agostinelli

Sulla crisi azzurra piomba Diego Armando Maradona: “Sarri non è da Napoli, io avrei confermato Benitez“. Allo scetticismo che si respira in città nei confronti del tecnico toscano-partenopeo si aggiungono i macigni di Diego. Perchè quando Maradona parla di Napoli e del Napoli fa sempre un certo effetto.

E’ il pensiero di Diego, rispettabile, condivisibile pure. Ma che di certo non aiuta a portare tranquillità nell’ambiente azzurro. Così come quando Maradona parla di De Laurentiis: “Non potrò mai allenare il Napoli perché non potrei mai andare d’accordo con lui“.

Il D10s parla in un programma televisivo di un canale regionale, Piùenne, chissà quanto avrà sborsato l’emittente campana per avere in esclusiva questa intervista a Diego. Il conduttore è l’abile e navigato Michele Plastino, ma il parterre è davvero deprimente. Uno dei motivi per cui da anni difficilmente il mio telecomando accende certi canali. Guardando per qualche minuto il programma (perché poi non ho più retto alle sciocchezze che si dicevano in studio) ho avuto la stessa impressione che mi ha fatto visionare le prime partite di questo Napoli di Sarri. Confusione. C’era Maradona e poi a commentare le sue parole una pletora di opinionisti ed ex allenatori di più che dubbio valore. Un po’ come nel Napoli dove c’è Higuain, qualche altro buon calciatore e poi i Maggio, gli Hysaj e i Jorginho.

A pontificare sul lavoro di Sarri c’era persino Agostinelli, ex ex ex allenatore che a Napoli ricordiamo tutti, ma solo perché lo vorremmo dimenticare… Un giornalista di classe e sagacia come Xavier Jacobelli affiancato a “mister livore” Gianni Improta che già vaticinava, chissà secondo quali informazioni in suo possesso, che questo in corso sia un anno di transizione e che De Laurentiis abbia già l’allenatore per il prossimo anno. Deliri.

Deliri a cui si aggiungevano i fastidiosissimi incisi di vari “signor nessuno“, quei tipi che vanno in tv e si compiacciono da soli nel mentre si applicano in un incerto italiano a declamare una serie di vuotaggini e teorie insensate. A compensare almeno c’era un professionista di lungo corso come Massimo D’Alessandro che, piaccia o no, ha il polso e l’esperienza per poter affrontare determinati argomenti.

Facciamo i complimenti a Piùenne e a Michele Plastino per essere riusciti ad ottenere queste dichiarazioni certamente importanti di Maradona. Ma io, lo confesso, per quanto sia innamorato di Diego e fondatore della Chiesa Maradoniana di Napoli, proprio non ce l’ho fatta a guardare il programma. E’ inutile avere Maradona se poi non riesci ad affiancargli opinionisti e competenti. Un po’ come è inutile avere Higuain se poi hai tanti altri calciatori che non sono alla sua altezza.

Valentino Di Giacomo

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Il "signore" del giornalismo partenopeo

Giustino Fabrizio

Giustino Fabrizio è un “signore” del giornalismo napoletano. Un uomo di garbo, poche parole necessarie, un professionista come ce ne sono pochi. E’ stato direttore della redazione napoletana di Repubblica dal 2004 fino a quest’anno, quando ha lasciato l’onore e l’onere nelle mani esperte e sagge del collega Ottavio Ragone. Giustino è uno di quegli uomini che insegna più con i fatti che con le parole, attraverso l’esempio, come i galantuomini di un tempo passato. Giornalista di concretezza e serietà, in una Napoli spesso più incline alle emozioni e alla fantasia. Tra i motivi che probabilmente gli hanno consentito di dirigere una delle più importanti redazioni partenopee per oltre dieci anni.

Gli esordi con Repubblica a Roma con Scalfari, poi direttore della redazione napoletana. In precedenza hai diretto la redazione palermitana: quali differenze ci sono nel fare giornalismo ai massimi livelli in tre città diverse? E’ sempre lo stesso mestiere, oppure ogni città ha le sue particolarità nel doverle raccontare?

A Roma non mi occupavo direttamente della cronaca cittadina, come invece ho fatto a Palermo e a Napoli. Ma la specificità del rapporto di Repubblica con i suoi lettori, appassionati ed esigenti, l’ho vissuta inalterata in tutti e tre i contesti. Il lettore-tipo, cioè colui che consideriamo il nostro target, la persona a cui ci rivolgiamo idealmente quando scegliamo le notizie, è molto simile nelle tre città, con pochissimi elementi di differenza. Direi che i tre lettori-tipo hanno molti più punti d’intesa con la comunità dei lettori di Repubblica che con quella degli abitanti della propria città. 

Per un brevissimo periodo ho avuto il piacere e l’onore di vivere anch’io la tua redazione. Ricordo, ma forse mi sbaglio, di una tua predilezione nel portare all’attenzione dei lettori non soltanto le solite cronache politiche zeppe di retroscena che riempivano spesso invece le pagine di altri quotidiani, ti piaceva far luce e dare risalto alle “piccole” notizie di cronaca, ai problemi comuni dei cittadini napoletani. E’ soltanto una mia impressione o  hai cercato di fare, per così dire, un racconto generale di questa città anche e soprattutto fuori dalle beghe dei palazzi della politica?

Repubblica è un giornale che punta molto sulla politica. Io credo che la politica che interessa al lettore sia però quella dei fatti e non quella delle dichiarazioni degli esponenti del ceto politico. Il giornalismo si basa su storie e personaggi, che vanno cercati in tutte le pieghe della cronaca.

La notizia data che in questi anni ti ha creato più grattacapi o problemi e quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Non c’è né l’una né l’altra. Il giornalista ha, deve avere, un rapporto non emotivo con i fatti. Si dice che sia cinico, ma l’emozione tocca al lettore, mentre il professionista, qualunque mestiere faccia, deve possedere freddezza e lucidità. Fai quel che devi, cioè pubblica, e poi accada quel che accada.

Com’è la situazione del giornalismo a Napoli? Si fa ancora un buon servizio ai lettori secondo te?

Non ho alcun titolo per giudicare il lavoro dei miei colleghi, per cui ti dirò una cosa ovvia: ci sono esempi di ottimo giornalismo e altri di pessimo.

Rispetto a quando hai iniziato la tua avventura alla guida di Repubblica e quando poi quest’anno hai terminato il tuo incarico, Napoli è cambiata in meglio o in peggio?

Come vivibilità in peggio, come un po’ tutta l’Italia, soprattutto per effetto della crisi economica spaventosa degli ultimi 7-8 anni. Ma non dimentichiamo che l’apice negativo è stato raggiunto a metà degli anni Zero con la drammatica emergenza dei rifiuti, seguita a una feroce guerra di camorra a Scampia: sono stati quelli gli anni peggiori.

 A quale collega sei legato di più e a chi della tua redazione di Repubblica. Chi è stato il tuo maestro. 

Chi, come me, ha avuto la fortuna di lavorare a Repubblica per tanto tempo, poteva incontrare un maestro dietro a ogni scrivania. Ho imparato da tutti.

Il nostro sito, soldatoinnamorato.it parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifoso. Che ne pensi del Napoli di Sarri, dove potrà arrivare?

Penso che potrà arrivare lontano in campionato e nelle coppe. L’importante però è che ci arrivi prima che la stagione finisca.

In città vi è un diffuso malcontento nei confronti di De Laurentiis, alcuni probabilmente alimentati (soprattutto dalle curve del San Paolo) da parte della camorra. Eppure il Napoli non è mai stato così costantemente in alto, se si escludono gli anni maradoniani, non è un po’ troppo ingenerosa questa città nei confronti del presidente di calcio? E concordi con De Laurentiis quando cerca di rivendicare i successi del proprio club rispetto ai tanti insuccessi che ha vissuto la città di Napoli negli ultimi anni?

I riti e gli slogan che la camorra impone nelle due curve, soprattutto nella A, sono l’unico spettacolo del San Paolo più triste delle sconfitte del Napoli. Quando il Napoli era in serie C, la camorra non si vedeva. De Laurentiis ha ragione, ha preso una squadra fallita e l’ha portata stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo. La sua strategia è di tenere il Napoli costantemente in alto anziché fare una stagione strepitosa e poi tante mediocri o negative. Però è anche vero che conta più vincere un solo scudetto o una sola Champions che arrivare dieci volte secondi. Ogni anno sembra sempre che al Napoli manchi qualcosa per compiere l’impresa.

Chi è il calciatore a cui sei più affezionato? Dire Maradona non vale…

In ordine cronologico: Tacchi, Sivori, Riva, Tardelli, Careca, Hamsik.

Una tradizione o un’usanza partenopea alla quale proprio non puoi rinunciare.

La tolleranza e l’ironia.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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