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Ci siamo caduti anche noi, l’epidemia che porta a condividere foto modificate con filtri vintage, effetti e tagli ci ha contagiato e abbiamo deciso di sbarcare su Istagram.

Ovviamente lo abbiamo fatto e lo faremo a modo nostro: anche su instagram cercheremo di raccontare la nostra città, le nostra abitudini con passione e un pizzico di (auto)ironia.

Vi presenteremo i Cimeli Napoletani che abbiamo raccolto negli anni, da biglietti di partite storiche a prime edizioni di dischi introvabili, da giornali e riviste a copie di libri di cucina ormai introvabili, un modo simpatico per raccontare chi siamo.

Vi faremo vedere la nostra cucina tanto amata, evitando di chiamarlo #foodporn, perchè per noi il cibo è amore, condivisione e soprattutto un dono da condividere.

Pubblicheremo ovviamente immagini della nostra città, panorami, vicoli, vedute e monumenti ma non solo, anche scene divertenti e momenti che rendono napoli unica.

Come sempre non badiamo tanto ai numeri, per cui non vi salutiamo con il classico invito “seguiteci in tanti” ma con un “Divertiamoci insieme” che in fondo e quello che cerchiamo di fare da sempre su queste pagine

Paolo Sindaco Russo

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Foto di Crusca Dolores

Dicembre è il mese che porta al Natale, si pensa ai regali, si pensa al cenone, agli addobbi, all’albero e al presepe… A Napoli il Presepe è un’arte secolare che tanti artigiani portano avanti con passione e professionalità e secondo la nostra tradizione sul presepe non devono mancare le statuine di personaggi famosi, politici, calciatori, cantanti o star della TV che nell’anno hanno fatto notizia nel bene e nel male. Passeggiando per San Gregorio Armeno, la via dei presepi, non è difficile quindi imbattersi fra un pastore e una popolana in una statuina di Berlusconi, di De Magistris, di Sarri, di Higuain o addirittura Bruno Vespa e Barbara D’Urso.

Fra i maestri presepiali c’è una gara a chi fa la statua più originale, pronta a essere pubblicata e condivisa su giornali e Social Network. Gabriele Rubini, che abbiamo avuto il piacere di intervistare, non ha avuto l’onore di avere una sua statuina fra i banchetti di San Gragorio Armeno, ma non si è perso d’animo, In collaborazione con la fotografa Crusca Dolores, nome d’arte di Alessia Leporati, ha realizzato una serie di scatti nei panni di un pastore.

Foto di Crusca Dolores
Foto di Crusca Dolores

Gli scatti molto belli, al di là del soggetto apprezzatissimo dalle fan, al di là del chiaro riferimento all’arte presepiale sembrano essere un riferimento ai più accaniti follower dello Chef protagonista di Unti e Bisunti, un gregge che segue il suo pastore qualsiasi cosa faccia, e infatti il commento più diffuso è quello delle fan che si propongono come pecorine (espressione utilizzata da molte di loro) per il pastore tatuato. Immancabili i commenti degli animalisti, che questa volta riescono a raschiare il fondo di un barile di inutilità accusando Rubio di non si sa bene cosa, visto che mai come questa volta l’animale in scena è vivo e vegeto e non è diventato protagonista di nessuna ricetta.

Che lo Chef ami giocare con i Social non è una novità, così come ami scherzare con i commenti di seguaci ed haters pubblicandone gli screenshot, ma stavolta grazie alla collaborazione con la fotografa parmense sembra aver realmente colto nel segno: forse le ragazze che si affannano a proporsi come pecorelle non sanno di essere proprio una di quelle pecore ritratte in foto, così come lo è chi lo attacca per partito preso, perchè anche la pecora nera è pur sempre una pecora che non si allontana dal gregge.

Al di là di tutto Gabriele sembra essere assolutamente adatto ruolo e fossi in un artista di San Gregorio Armeno un pensierino ce lo farei e visto il numero di persone che lo segue probabilmente avrebbe anche successo!

Paolo Sindaco Russo

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Mi ripromettevo da tempo di scrivere un articolo sulla bellezza in fotografia, e su cosa essa comporta a seconda del contesto. Mi è giunto uno sprone inaspettato in questi giorni alla notizia della vittoria, da parte del fotogiornalista napoletano Salvatore Esposito, di un premio della Getty Images al Visa Pour l’Image di Perpignan, forse la rassegna dedicata al giornalismo per immagini più prestigiosa al mondo. Il lavoro, dal titolo “What is missing”, rappresenta il degrado di alcune zone di Napoli e viene legato alla assoluta mancanza delle istituzioni in quei quartieri. Questo premio (se volete vedere alcune delle immagini le trovate qui) è giunto con un tempismo quasi perfetto se consideriamo i fatti di cronaca a Napoli di questi giorni, e le dichiarazioni che da più parti giungono e suscitano polemiche (da Roberto Saviano a Rosy Bindi e via discorrendo), relativamente alla presenza endemica e inestirpabile o meno della camorra nella città. Faccio i miei complimenti a Salvatore per il premio, dalle immagini si nota un vero lavoro di approfondimento e di scavo nei meandri più bui della società partenopea. Le sue immagini sono molto forti, ben costruite, forse troppo… sono, paradossalmente ma forse neanche tanto, “belle foto”…

Già nel mio articolo precedente sull’uso dell’immagine nella cronaca e nell’informazione in generale avevo sfiorato l’argomento, ma stavolta vorrei soffermarmi un po’ di più sugli aspetti estetici contrapposti a quelli contenutistici.

Che significa fare una bella foto? Cosa è bello nella fotografia? Il soggetto? La composizione? I colori? Il significato? E, soprattutto, cosa fa funzionare una foto? Si adatta al contesto di fruizione, è utile allo scopo per cui è stata scattata?

Molte di queste domande forse non hanno una risposta univoca, e per ragionare approfonditamente in merito forse non basterebbe una tesi di dottorato. Ma su un paio di esse credo sia necessario soffermarsi un po’. Chi fa fotogiornalismo sa bene, o dovrebbe sapere, che un’immagine viene letta a seconda del contesto di fruizione (così come chi riporta affermazioni di qualcuno non dovrebbe isolarle dal contesto in cui sono state pronunciate). Il rischio è che ciò che viene detto, verbalmente o visivamente, possa essere male interpretato se non addirittura assumere un significato diverso o opposto rispetto alle intenzioni. Un po’ penso a Gomorra di Saviano. Etichettato furbescamente come “romanzo”, non diceva cose che non fossero già ampiamente conosciute dalla maggior parte dei napoletani, ma evidentemente era diretto, intenzionalmente o meno da parte dell’editore, a un pubblico più ampio, nazionale. Immagino che abbia contribuito a far conoscere un problema a tanti lettori che lo ignoravano, ma in tante persone potrebbe avere generato l’effetto di rafforzare convinzioni e un immaginario precostituito. Il trasformare il libro in film e poi in serie televisiva, fatta tra l’altro molto bene, aumenta lo scarto con la realtà. Diventa sempre più fiction e sempre meno informazione.

Cosa succede con la fotografia di cronaca? A fare delle immagini troppo riuscite, perfette, memorabili, “belle”, spesso si rischia di remare contro l’intenzione di rappresentare la realtà e, nel caso del degrado, della criminalità, delle problematiche sociali, contro il cercare di combattere il fenomeno, ammesso sempre che questa sia la vera intenzione… Già. L’intenzione. Purtroppo il rischio diventa questo. Si scattano foto a situazioni problematiche perché si vorrebbe testimoniarle e (spero) combatterle, ma troppe volte la fascinazione di quelle immagini rende arduo il compito, se non addirittura genera un risultato controproducente, e da quella fascinazione non sono immuni i fotografi stessi.

I fotografi di reportage di un certo tipo a volte in effetti si fanno prendere la mano dal voler ottenere una foto “bella” a tutti i costi, quella da primo premio, da pubblicazione sulla rivista Photo… ma bisogna chiedersi se la foto sia poi riuscita rispetto alle intenzioni iniziali. Esposito, e tanti altri come lui (per non parlare dei giudici di tanti contest sulla fotografia), troppo spesso non fanno che ragionare e muoversi all’interno di un discorso di enunciazione cristallizzato e precostituito, che rischia di diventare una forma di omologazione estetica che funziona solo in certi contesti. La “bella” foto del morto ammazzato, del tossicodipendente o del criminale con la pistola, diventa purtroppo l’immagine perfetta non per testimoniare una realtà (che non è nuova ormai a nessuno), ma per continuare nella scia di una pseudo informazione di facciata che serve a tante riviste per giustificare la pubblicità nella pagina di destra, quasi a volersi ammantare di una purezza e di una autorità che in realtà tanta stampa, cartacea e virtuale che sia, ha perso da tempo.

Chiudo spesso con un ricordo personale, spero per i lettori, oltre che per me, che non diventi un’abitudine, ma qui calza a pennello. In una delle prime edizioni del Festival della Fotografia di Roma, qualcosa come dodici o tredici anni fa ebbi modo di vedere una mostra di immagini, piuttosto insulse di primo acchito, in uno spazio un po’ reietto della stazione Termini. Erano immagini di persone, bambini, donne, uomini, faccende domestiche. A metà della visione lessi il cartello informativo: si trattava di immagini scattate da bambini immigrati con delle macchine usa e getta, nell’ambito di un progetto di integrazione degli immigrati. Quelle immagini testimoniavano davvero di una realtà, e lo facevano senza mediazioni estetiche, culturali, senza costruzioni se non intuitive dell’inquadratura, senza voler cercare la “bella” foto a tutti i costi.
Credo sia stato il più bel reportage che abbia mai visto. Bello perché riuscito.


Gianfranco Irlanda

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I buoni propositi ci accompagnano quasi tutto l’anno. A cominciare da quando si approssimano le festività natalizie – a volte le festività si approssimano presto, anche a novembre, quando iniziamo a vedere qualche vetrina, passato il furore di Halloween, popolarsi timidamente di qualche fiocco di neve o piccole stelle di Betlemme – nel momento in cui iniziamo a pensare all’arrivo del nuovo anno (come se un nuovo anno fosse una novità…. certo per noi che ne viviamo mediamente un’ottantina, ai primi 25-30 anni non ci abbiamo forse ancora fatto il callo); in seguito i buoni propositi si ripresentano quando si avvicina la primavera, per ripresentarsi imperterriti e mai sconfortati all’inizio dell’estate. Questi maledetti buoni propositi ritornano, protervi, al termine delle vacanze come se non ci fossero già abbastanza problemi a cui pensare.

Uno dei peggiori buoni propositi che devo affrontare puntualmente, visto che mi riguarda di persona, è caratterizzato dal desiderio di tante e tanti che, al rientro dalle vacanze, si rendono conto che le loro velleità relative alla fotografia sono state puntualmente e miseramente disattese dalla valanga di foto mal riuscite scattate in luoghi magari bellissimi, mitici, scenograficamente spettacolari e chi più ne ha più ne metta, e vorrebbero migliorare la qualità dei loro scatti…

Devo fare una precisazione: comunque sia, lode a quelli che si rendono conto che le loro foto non rispecchiano le aspettative e la bellezza dei luoghi visitati. Significa che hanno una certa sensibilità estetica e buon gusto, oltre che avere delle esigenze quanto meno superiori alla media. Gli altri, quelli che tornano dalle vacanze e postano su facebook e altrove le loro immagini senza nemmeno ruotarle affinché vengano viste dritte sullo schermo, be’, quelli sono senza speranza e non meritano attenzione da parte mia (e nemmeno da parte di parenti e amici su fb… se avete un minimo di buon cuore, e di autostima, bloccateli senza pietà, anche se loro non capiranno mai il motivo).

Perché il desiderio di quelli che vogliono migliorare le proprie foto mi riguarda di persona? Perché ho la ventura di condurre un corso di fotografia ormai da quasi sette anni, e spesso il desiderio degli allievi è, espresso o meno che sia, quello lodevole ma ambiguo di “migliorare le proprie foto”.

Pare facile…

Non voglio stare qui a scrivere un papiello relativo alla qualità minima che devono avere le immagini che mostriamo ad altri diversi da noi stessi (questa sarà materia per un articolo successivo…), quanto rendere partecipe chi legge di certi principi generali che caratterizzano la fotografia, in particolare quella delle vacanze, e la rendono diversa da una cosa che fa talmente parte di noi e che, per questo, diamo così tanto per scontata da… dimenticarne le peculiarità. Questa cosa è il nostro ricordo.

La fotografia, anche nella sua forma intrinsecamente legata alla memoria, quella che comunemente si chiama foto ricordo (e che spesso ultimamente prende la forma del selfie, o più in generale dell’immagine scattata con il cellulare e prontamente postata e condivisa), può permettersi anche con il massimo dello sforzo di riprodurre, e consentirne pertanto la memoria, in maniera “accurata” soltanto la nostra percezione visiva – in realtà non riproduce esattamente la nostra memoria visiva, in quanto l’immagine fotografica risponde a dei criteri che non corrispondono completamente a quelli della nostra visione, continua e binoculare, meno che mai alla nostra memoria in senso più ampio associata allo stimolo visivo. Il nostro ricordo, anche se fotograficamente catturato nel momento stesso in cui si forma, necessita di supporti che non sono meramente visivi, i quali supporti contribuiscono alla sua formazione e successiva riemersione. Quando rivediamo le foto che abbiamo scattato, si manifesta una piccola sinestesia: il senso visivo stimola un ricordo ben più ampio e articolato che mette in moto una quantità di altri ricordi che sono stati registrati dal cervello provenienti dagli altri sensi, magari nemmeno esattamente nello stesso momento, e che contribuiscono nell’insieme a formare in noi il ricordo come lo conosciamo. Sensazioni tattili, odori, suoni, sensazioni di benessere dovuti alla temperatura, alla compagnia, vengono prontamente e sistematicamente memorizzati e difficilmente possono essere cancellati, anche se non li sperimentiamo di continuo; così come succede alle sensazioni negative, che magari vengono relegate in secondo piano e che però il nostro subconscio tiene in riserva fino al momento in cui potrebbero tornare utili.

Purtroppo, tutto quello che non è registrato visivamente dalla fotografia non sarà percepibile a un osservatore terzo, e spesso anche noi, presto o tardi, dimenticheremo in parte o del tutto i motivi che ci hanno spinto a scattare quella determinata immagine. La foto della bella spiaggia della sperduta isola greca o della caletta di Stromboli probabilmente evocherà in chi l’ha scattata tante sensazioni differenti, e magari continuerà a farlo anche a vent’anni di distanza dal momento della ripresa, ma tante, troppe volte la sensazione, l’atmosfera che caratterizzava quel momento verrà persa, nonostante la fotografia sia stata presa proprio per testimoniarla. Dobbiamo tenere conto che, chiunque sia l’altro che guarda le nostre foto, non potrà mai percepire le particolarità che quella situazione rivestiva per noi, a meno che non riusciamo a comunicarle in qualche modo inserendo degli indizi visuali all’interno della foto stessa. Le fotografie, lungi dall’essere una rappresentazione oggettiva della realtà, diventano per un osservatore estraneo un rebus complesso, in cui la percezione visiva la fa da padrona, ed è soltanto per intuizioni degne del miglior detective che possiamo tentare di inferire qualche significato altro da ciò che vediamo, cercando di dare un senso diverso a quel tramonto uguale a milioni di altri, oppure alla foto del monumento volutamente o meno identica alle cartoline, ovvero alle migliaia di foto viste su internet. A meno che… chi le ha scattate non ci stia deliziando raccontandoci il dietro le quinte di ogni singola foto, mentre ce le mostra al pc in un’interminabile e soporifera sequenza, dopo averci subdolamente invitato a cena al rientro dalle vacanze…

Gianfranco Irlanda

 

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Nell’era della condivisione globale abbiamo potuto verificare senza bisogno di ricerche accademiche quali sono gli interessi principali dei componenti la razza umana in merito alla loro volontà di mettersi in mostra nei confronti dei propri simili.
Abbiamo così potuto sperimentare (e molto spesso subire) una quantità di immagini che prima, in epoca analogica, ci erano fortunatamente negate. O che, quanto meno, riuscivamo a evitare… finché l’amico di turno al rientro dalle vacanze subdolamente ci invitava a cena e finivamo per essere moralmente obbligati a una narcisistica e soporifera proiezione di diapositive, ovviamente non selezionate: se erano stati scattati venti rullini ci venivano propinate 700 immagini, di cui 100 tramonti, 200 panorami quasi sempre tutti uguali (di cui un centinaio con la moglie/marito/fidanzata/fidanzato/figli sempre tagliati o troppo piccoli per essere visibili) e 300 immagini della “cultura locale” (che variava a seconda della meta scelta, ma la variabilità dei soggetti era inevitabilmente sconfitta dalla scarsa variabilità delle inquadrature); le restanti 100 immagini erano di solito scattate dai mezzi di trasporto e quindi assolutamente inutili ai fini di una comprensione di quello che era stato il motivo scatenante della pulsione a scattare.
“Fortunatamente”, quei tempi sono finiti. Adesso le immagini ci arrivano in diretta, spesso segnalate da avvisi che non riusciamo proprio a ignorare. Non c’è nemmeno più la sorpresa, dopo anni e anni di internet ormai le tipologie di immagini tendono a standardizzarsi, e possiamo anche anticipare, a seconda della persona che ha condiviso l’immagine, che immagine sarà stata postata; che sia sulla sua bacheca nel social network, in un messaggio collettivo o in un forum tematico, quasi sempre possiamo azzardare una ipotesi che si rivelerà molto spesso azzeccata.
Non nego che molto spesso alla terza immagine uguale alle precedenti mi viene l’orticaria, anche se si tratta di soggetti che possano suscitare in me un qualche interesse. L’unica eccezione di rilievo riguarda le immagini di cibo.
Eh, sì, devo ammetterlo. Quando ci sono foto di pietanze particolari – non certo l’ennesima immagine di una sfogliatella o di un babà – si scatena il mio interesse… Interesse non necessariamente fotografico, ma sicuramente gastronomico. Uno degli aspetti della cultura di un luogo che meglio ci parlano della popolazione e delle sue abitudini, dell’economia, della storia di quel gruppo è proprio il cibo. Per questo motivo le foto culinarie mi attirano molto, anche se le immagini sono discutibili. Ovviamente, una foto fatta bene e ben contestualizzata aiuta tantissimo nella percezione della pietanza e non solo, anche nel gradimento che l’immagine può suscitare nell’osservatore. Non dico che dovreste diventare tutti provetti esecutori della food photography, ma un minimo di accortezza è d’obbligo (come sempre, in fotografia…)
A tal proposito azzarderei un consiglio: se dovete fotografare il cibo, cercate di utilizzare un programma o una impostazione della macchina che tenda a dare una rappresentazione realistica o leggermente vivida dei colori. Il cibo fotografato senza colori può assomigliare pericolosamente a qualcosa che invece a volte ci capita di calpestare per strada, e non è una questione di poco conto… altra cosa che suggerirei sempre di fare è di cercare di contestualizzare la pietanza in qualche modo. Dare un’idea anche vaga dell’ambiente, far capire se si tratta di un ristorante di lusso oppure di una bettola di periferia, o ancora di un mercatino all’aperto, aiuterà l’osservatore ad avere una percezione migliore di quanto sta guardando. Sicuramente col cibo è ancora più difficile riuscire a dare una percezione anche solo parziale (pensate a ciò che non è trasmissibile fotograficamente, l’odore soprattutto), ma cercare anche solo la giusta tonalità di colore, calda magari con pietanze di carne, leggermente più fredda o neutra per gelati o prodotti freschi come verdure o insalate, potrà aiutare non poco chi osserva l’immagine a farsi un’idea.
E magari contribuirà a fargli venire l’acquolina in bocca…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Negli articoli precedenti forse sono apparso un po’ cattivo, nel mio cercare di gettare uno sguardo critico verso quelli che si accingono a partire portandosi dietro la macchina fotografica. Non volevo certo spegnere completamente gli entusiasmi, al limite li volevo raffreddare un po’, ma mi rendo conto di non essere venuto incontro alle esigenze di una buona parte di lettori.
Ebbene, nel mio intervento settimanale di quest’oggi cercherò invece di essere propositivo e dare qualche consiglio reale e soprattutto pratico (fuori tempo massimo, quasi, ma c’è tanta gente che in vacanza ancora non è andata, e poi sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli italiani si muove solo a ridosso di ferragosto…), stavolta senza facili ironie ma con un po’ di autoironia…

Il primo consiglio che posso dare a tutti è questo: partite leggeri.

Devo fare una confessione: sono il peggiore ascoltatore dei miei consigli. Quando devo organizzarmi per partire, nonostante le ottime intenzioni, tendo a portare con me almeno il doppio di quanto mi è realmente necessario. Ovviamente non lo consiglio a nessuno, significa avere con sé due corpi macchina, due esemplari per ogni obiettivo scelto o qualcosa del genere, e di conseguenza due borse fotografiche con relativa attrezzatura. Premessa, di solito mi muovo in auto, e nel bagagliaio riesco quasi sempre a trovare lo spazio utile per ficcarci qualcosa in più (non dirò quale auto ho e men che meno la targa, del resto ha i suoi 400.000 km e non attira molto i ladri; fatto sta che ha un bagagliaio modulare e c’entra di tutto). Per chi si sposta con altri mezzi le cose diventano molto complicate, per non parlare di chi vola low cost, ma ci arriveremo tra poco.

Che significa avere due di tutto? Non dico che porto con me due obiettivi uguali in tutto e per tutto, attenzione: avere un completo backup probabilmente lo fa (anzi lo faceva, nei tempi d’oro) solo qualche fotografo del National Geographic Magazine in missione per qualche mese sul campo. Il backup di cui parlo consiste nel riuscire a coprire e ad accavallare il più possibile (senza ovviamente esagerare) le lunghezze focali di cui si pensa di avere bisogno. Dovrei fare a questo punto, se fosse possibile, una premessa alla premessa, ricordando che quando ho iniziato a fotografare gli obiettivi a focale variabile, volgarmente detti zoom, non erano affatto la norma e soprattutto erano pochi quelli qualitativamente in grado di sostituire le lunghezze focali fisse più usate (se qualche lettore ha difficoltà a penetrare nel concetto di lunghezza focale, fissa o zoom che sia, suggerisco di fare una breve e illuminante ricerca su google…); preso come obiettivo cardine il 50mm, la cosiddetta focale normale, ci si abbinava un paio di obiettivi con cui si poteva fare quasi tutto, di solito per l’amatore erano il 135mm (la più lunga focale medio tele) e il 28, il primo vero grandangolare, ovvero una lunghezza focale più lunga, quindi una visione più stretta, e una più corta, quindi una visione più ampia rispetto alla focale di mezzo, il 50. Qualcuno, più interessato al reportage classico e alla ritrattistica, ambientata e non, poteva optare per la terna 24mm, 50mm e 100mm, coprendo una gamma di focali più tendente al grandangolare che al tele; in altri casi la scelta poteva essere 20mm, 35mm e 80/90/100mm (a seconda degli interessi specifici e dei gusti), spostandosi ancora di più sul grandangolare (paesaggistica urbana, interni, ritratti, col 35mm a fare le veci dell’obiettivo normale in versione larga). Gli utenti con meno mezzi, oppure più spesso i fotografi che usavano Leica a telemetro, tendevano a ridurre le opzioni, scegliendo solo due lunghezze focali (che potevano essere varie, ma di solito erano un grandangolare, dal 24 al 35 passando per il 28mm, e un medio tele tra gli 80 e i 100mm: la scelta è chiara, si poteva così scattare in interni o comunque vicino al soggetto, ed eventualmente usare il medio tele per isolare il soggetto dallo sfondo – più che avvicinarlo con un tele lungo). C’è da dire, e voglio sottolinearlo questo aspetto, che gli obiettivi fissi erano parecchio più luminosi dei corrispettivi zoom dell’epoca (questo vale anche adesso, anche se non nella stessa misura), ed erano magari tutti tra f/2.8 e f/1.4 (media f/2), mentre gli zoom se si andava bene erano f/4 costante su tutta l’escursione. Da queste abitudini sono nati gli zoom che si usavano, e si usano ancora sulle fotocamere digitali full frame, dalle escursioni “classiche” 35-70, 35-80, 28-70, 28-105, 24-90, eccetera… il marketing e anche le esigenze più spinte di parecchi amatori (alcuni pigri, altri giustamente stanchi di portarsi dietro quattro o cinque obiettivi pesanti e ingombranti) hanno portato agli zoom di lunghezze focali 28-200 prima e poi 28-300, coprendo parzialmente anche il territorio della fotografia sportiva e naturalistica, le lunghe focali. Per equivalenza, sono nati perciò molti obiettivi dedicati ai formati più piccoli, che coprivano esattamente gli stessi angoli di campo (la stessa visione, chiamiamola così, ma in effetti semplicemente la stessa inquadratura o ritaglio della realtà), e cioè il giustamente bistrattato 18-55 di corredo (dico giustamente perché terribilmente poco luminoso e, spesso, anche di scarsa qualità, soprattutto meccanica), equivalente quasi pari pari al 28-80 che era il corredo standard delle fotocamere di fascia economica nel tardo periodo analogico, ma anche i 18-200 (equivalenti ai 28-300) e tanti altri.

Mi direte voi, a questo punto, ma a che serve avere più obiettivi se con un 18-200/28-300 posso fare tutto? In effetti la sensazione di onnipotenza di un obiettivo dalle focali così estese viene presto a scontrarsi con i compromessi che gli sono connaturati. Scarsa luminosità (quindi difficoltà a scattare con scarsissima luce, anche con sensibilità estreme – vedi foto del cinghiale che accompagna questo articolo), maneggevolezza perfettibile, peso e ingombro non certo ridotti, sono tutti difetti presenti con gli obiettivi zoom, a maggior ragione con quelli pur di ottima qualità (e di enorme costo) che comunque non riescono ad eliminare tanti difetti che, già presenti nelle pari focali fisse, possono diventare estremamente pesanti su obiettivi frutto di troppi compromessi. In situazioni estreme avere una o due focali fisse, magari molto luminose o comunque qualitativamente molto buone, può tornare estremamente utile.

A questo punto ragioniamo su quello che mi sono portato in questo viaggio per l’Italia, alla ricerca di immagini di cento anni fa. Visto che il viaggio aveva uno scopo fotografico ben preciso, e che probabilmente sfocerà in una mostra, non potevo scendere troppo a compromessi, e la necessità di rifare letteralmente delle foto d’epoca di cui non si conosce la focale né il punto preciso da cui furono scattate rendeva necessario riuscire a coprire molte situazioni particolarmente ostiche (si tratta sia di cartoline, quindi foto scattate da professionisti, sia foto amatoriali, per cui le attrezzature in uso potevano essere parecchio diverse).
Ho quindi portato con me un obiettivo tutto fare, un 18-135 (qualitativamente buono ma non da urlo) che mi accompagna nelle escursioni in montagna, mentre in altre situazioni porto con me una terna di obiettivi meno ovvia, un 12-24 (zoom supergrandangolare), un 17-50/2.8 (zoom normale e luminoso) e un vecchio 75-150 a fuoco manuale che mi può tornare utile per isolare qualche soggetto. Ho ovviamente anche un vecchio 50 macro, f/4, leggero e poco ingombrante, che affianca il 18-135 nel caso voglia fare una macro “seria”, e… ultima ma non meno importante, ho sempre con me una compatta di buon livello (una Fujifilm X10), che mi affianca in auto quando non posso perdere tempo e mi accompagna la sera quando sarebbe troppo portarsi dietro tutta l’attrezzatura luminosa della reflex. Non dimentichiamo uno degli accessori più importanti, il cavalletto. Uno non enorme, ma robusto e solido come una roccia, che serva per un cielo stellato come per un panorama notturno (vedi foto delle stelle, scattata per 30 secondi… non gestibile se non con il cavalletto). Non porto tutto con me tutto il tempo, una parte resta in auto, altra in albergo nella valigia chiusa, e volta per volta, a seconda delle necessità, la composizione della borsa varia.
E sì, lo confesso, ho con me anche un classico 50mm f/1.4, perché… perché non si sa mai.

Certo, questo non lo definisco affatto un corredo “ideale” per un viaggio. La scelta che ritengo sempre migliore sarebbe avere una sola lunghezza focale e basta, che permetta di fare buona parte delle foto senza stare a pensarci troppo. Il rischio più grande quando si va in giro, specie in posti che non si conoscono, come spesso accade in viaggio, è di trovarsi di fronte una situazione imprevista e perdere tempo per decidere le impostazioni di macchina o l’inquadratura, non riuscendo a cogliere l’attimo. Credo fosse Robert Capa, un giorno, osservando in compagnia di un collega altri fotografi che giravano carichi di macchine ognuna con un obiettivo diverso, che affermò “chissà quante foto si perdono quelli…”
Certo mi rendo conto che un obiettivo solo può ingenerare parecchie frustrazioni, e sarebbe consigliabile, almeno psicologicamente, avere con sé almeno una coppia di obiettivi, se non si ha una idea chiara e non si è dei fotografi disciplinati come prussiani (anche se spesso si finirà per usarne quasi sempre uno).
Tanti anni fa giravo con una semplice compatta di buona qualità, dotata di un medio grandangolare (era la Yashica T-5 con obiettivo Carl-Zeiss Tessar T* 35/3.5, di una nitidezza spettacolare) e di un ausilio importante, un mirino a pozzetto che permetteva di inquadrare dall’alto senza portare la macchina all’occhio. Era la mia preferita per la street photography e soprattutto, avendo un obiettivo fisso, ormai ero talmente abituato a quel ritaglio della realtà da permettermi spessissimo di inquadrare senza guardare, scattando anche dietro di me o fuori dal finestrino mentre ero alla guida (vedi foto degli scooter sul lungomare…)
Più di recente mi sono trovato a girare per Istanbul scegliendo di portare la sola compatta X10, con zoom (equivalente) 28-100/2-2.8, che mi ha consentito di fare un po’ di tutto senza dover stare troppo carico e riuscendo nel caso anche a scattare qualche foto valida (ero turista, in questo caso, e reduce da tre voli low-cost uno dietro l’altro, non potevo esagerare col peso). Cosa mi è mancato in questo caso? Be’, forse la possibilità di scattare di notte senza sottostare a una perdita di qualità, e magari qualche volta un tele stretto per isolare i soggetti (precisiamo: non faccio ritratti di nascosto col tele, come succede a troppi miei allievi, quelli si fanno da vicino col grandangolare…), ma almeno non mi sono sentito troppo frustrato.

Gianfranco Irlanda

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Incredibile in Patagonia!

Il volto santo sulla neve

Impossibile accertarne la veridicità. Ma bisogna fidarsi, anzi, è il caso di dire, di avere fede. L’immagine (per ingrandirla basta cliccare sulla foto qui in alto) di quello che con non molta fantasia può essere definito un miracolo divino compiuto da Diego Armando Maradona. No, stavolta non si tratta di uno dei tanti miracoli compiuti su un campo di calcio, ma di un’apparizione avvenuta sui monti argentini. La foto proviene da Twitter da un account molto più che attendibile e non ci sembra per nulla artefatta.

E’ il Volto (Santo) di Diego Armando Maradona sulla neve del monte Susanna in Patagonia, nella vera “Terra del Fuoco”, come è denominata la zona dello Ushuaia argentino. Che Diego sia ormai una divinità lo ha testimoniato non solo l’amore incondizionato dei napoletani, ma anche la fondazione di una Chiesa Maradoniana. I riti della “Iglesia di D10s” sono stati fantasticamente documentati in “Maradona by Kusturica” e il verbo dei seguaci del Diez si è propagato in tutto il pianeta.

Questa foto certamente testimonia che la fondazione di una Chiesa non sia stato un gesto così azzardato. Maradona da vivo e anche fuori dal campo fa davvero miracoli. Ora si attende un’altra apparizione quando in inverno si formerà il primo nevischio sul Vesuvio. Frutto del caso oppure si tratta di un vero miracolo? E qui si aprirebbe una discussione tra i più scettici e i più credenti, un po’ come la divertentissima scena di Ricomincio da Tre con Troisi e Arena. O’Miracolo e ‘o miracolo…

Twitter: @valdigiacomo

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Occhi neri, sguardo spento dalla vita nella polvere di chi è stato lasciato solo da tutti, vivendo in un eterno oggi, dove le bombe dei giochi politici internazionali hanno distrutto non solo le case ma anche la speranza in un domani diverso.

L’auto sfreccia tra gli stradoni grigi e la polvere, onnipresente compagna di viaggio, si alza tutta intorno l’aria che ti brucia in bocca è il risultato dello scarico dei veicoli misto ai rifiuti bruciati tra un area e l’altra. Manca qualsiasi infrastruttura essenziale. Qui dove un bambino di appena 6 anni ha dovuto vedere 3 guerre e migliaia di missili passargli sulla testa, avendo, oggi, paura anche solo delle luci delle stele in cielo, è impossibile pensare a qualsiasi forma di sviluppo.

Palazzetti grigi arrangiati alla meglio, blocchi di cemento creati da mattoncini messi lì come lego, senza forma ne anima, con centinaia di famiglie accalcate, alternate da qualche spazio vuoto ricordo dello scorso luglio di fuoco. Alternati da market ad ogni nuovo quartiere passato, I clacson e le urla fanno da Colonna Sonora.

Il caffé sale pian piano l’acqua bolle e l’odore riempie il salone, mentre veniamo accolti dai parenti come familiari, lingue diverse senza barriere, comunicando a gesti e sopratutto umanita, porte spalancate li dove di muri ce ne sono gia troppi esterni. Un posto a tavola aggiunto non manca mai, dalla cucina arrivano pentoloni in abbondanza per bis, tris e qualche amico invitato last minute, sempre benvenuto. Fornaci, griglie e pentoloni si vedono un po’ ovunque, dalle strade alle case, ricche di sapori densi di tradizione e prodotti locali, carne frutta e verdure che come la gente intorno non perdono il loro gusto eccellente nonostante tutta la polvere intorno.

La madre guardando i miei tratti del volto mediterranei, i capelli ricci e la barba, mi parla in arabo nel giro di saluti, dicendomi che ha pensato fossi di khanou younis, quartiere dell’estrema periferia, una tra le piu povere e degradate. La guardo e le sorrido, pero in fondo vorrei avere le parole nella sua lingua per spiegarle che se dimenticassi del contesto per un momento, tanto di questa terra ha proprio tantissimo simile con la mia terra madre, tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo sbagliato, tutto il grigio e l’azzurro di chi e’ lasciato solo da tutti e vive in una resistenza quotidiana.

Tra quelle polverose strade ho visto piccoli grossi miracoli di umana bellezza, stelle brillanti in una fitta notte di questo tempo sbagliato.

Sguardi senza eta anneriti e duri ma al contempo brillanti nel sorriso in un attimo di gioco, in due porte arrangiate con gli zaini tra quattro palazzoni, o tra lo spazio di un edificio caduto.

Li dove si vive un eterno ‘inshallah’, se dio vuole, o ‘poi dio ce pensa’, e ‘cose e nient’ di Eduardiana memoria, li dove tutto e’ un tirare Avanti ogni giorno, in una straordinaria forza umana di vite di ordinaria resistenza, li dove non c’e’ ne vita ne morte, li dove e’ un tirare ad arrangiarsi tra mille difficolta, senza potersi mai sedere, ma sempre correndo in salita cercando nuova forza ogni ora.

Mohameed corre tra un pallegio e l’altro, orgoglioso, dietro quel Pallone tra le rare immagini di gioco in questo posto annerito dai brutti giochi della politica internazionale.

Di Gaza oggi si potrebbe scrivere tantissimo, storie e numeri circa giochi politici che sono come mani al collo, di un popolo che vive da oltre un decennio come nella piu grande prigione all’aria aperta del mondo. Senza la liberta di muoversi, pensare, cantare, e sognare.

Vite strappate dalle proprie mani in un eterna incertezza ed emergenza, un limbo di fuoco.

Si potrebbe raccontare di un economia artificiale, oggi, senza ne vita ne morte, con i tassi di poverta e disoccupazione ovviamente tra I piu alti al mondo. di una generazione media di ventenni e trentenni che ha dimenticato la parola domani, ma sopratutto quellla speranza. Si potrebbe parlare di bimbi senza sogni che ti disegnano case con le ruote con la voglia di fuggire alle prossime bombe. Si potrebbe raccontare di una striscia di terra di angoli di grande bellezza come passegiare tra I chilometri di lungomare, blu annerito di una terra lasciata senza I minimi servizi idrici e fognari cosi come di trattamento rifiuti, di un paese in eterna emergenza dove ogni piano di sviluppo resta un sogno lontano a causa delle probizioni Israeliane vigenti sulla striscia . Si potrebbe raccontare di giornate che iniziano docciandosi con acqua salata, per poi caricare una tanica con la quale ci si lava viso e denti, e poi un altra ancora da bere, così come si ricaricano tutte le batterie possibili dei dispositivi elettronici se si e’ fortunati di essere tra le 6 ore circa in cui vi e’ energia elettrica. Così come si potrebbe raccontare di studenti universitari della mia generazione che nel caso cadano nella sfortunata giornata con le ore di energia la notte studiano usando le risorse del web di notte dormendo di giorno.

Ma tutto cio, la storia e le immagini di questo decennale conflitto ha grande spazio su giornali e libri.

Dello sguardo annerito della generazione di Mohameed che corre dietro quel Pallone, 6 anni, 3 guerre, finora, e 0 sogni, conseguenza di quell’eterno conflitto non c’e’, invece, spazio su libri ne’ alte commissioni. C’e’ una vita oltre la morte, una difficilissima vita, pero in essa tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo.

C’e’ quel Pallone di cui troppi pochi sanno, che ha tanta voglia di urlare la propria voce, di bambino cresciuto troppo presto, I propri sogni spezzati, a quel mondo dinanzi la tv e nelle piazze dietro una bandiera. Quel Pallone non ha bandiere, ma e’ quello che perde di piu in tutto cio.

L’insegnante chiede ad alcuni che hanno gia qualcosina di Inglese di scrivere cosa vorrebbero essere da grandi, Mohameed scrive ‘what I would like to be, is to be, just that’, ‘cio che vorrei essere e’ essere, solo cio’, chiede di non essere piu un numero o una bandiera ma una persona, La sua persona.

La forza di quel sorriso, la brillantezza di quello sguardo nero, in quel quartiere arrangiato, in quella partita tra la polvere, ha una luce di immensa bellezza.  Quella di chi non puo mai stancarsi, di chi vive imparando a godere della gioia di un attimo in vite di quotidiana costante resistenza. Di chi deve indurirsi ed annerirsi per tutto il nero che questo tempo gli butta addosso, di chi e’ lasciato sempre solo a correre scalzo tra strade polverose Calpestato da tutti fuori, dentro ed intorno e trova sempre una forza in piu. Al contempo in tutto cio ho tastato tutta la bellezza di questo mondo di chi nonostante tutto ti insegna il valore di un sorriso, di una mano tesa ed una porta sempre aperta , di un ballo che unisce tutti nell’attimo di un gioco, in una terra in cui un posto in piu a tavola non si nega mai ed una marenna si divide sempre.

Il caffé bolle e da una periferia all’altra, da un lato all’altro del mare penso a tutta la bellezza e la bruttezza di questo mondo. Nel grigio di quei palazzetti, la polvere di quelle strade e la luce di quel sorriso.

Piccoli eroi quotidiani fanno miracoli di luce in posti dominati dal grigio, I salti dei ragazzi che fanno parkour, i movimenti di gruppi di ballerini e quelli di attori, qualche cantante, un rapper ed il rosso di quel naso da clown e quello di quel Pallone rosso che va colorando quei mattonino, piccoli grandi eroi quotidiani.

In quegli sguardi di quest annerita generazione di bimbi e ragazzi stretti in una vita di ordinaria resistenza, in quella tazzulella e cafe sempre pronta tra mille difficolta, in quel Pallone che corre tra la polvere senza mai fermarsi, in qualche gruppo di teatranti e clown, in quei volti di scugnizzzi resistenti ci ho visto un volto della mia Napoli.

Di chi non ha niente attorno, cui viene tolto tutto, ma crea tantissimo, e sviluppa un mondo interiore immenso. Di chi ha pochissimo e da tantissimo, di chi crea colori nel grigio.

Perché in fondo come in altri contesti insegno Peppino Impastato, se non guardiamo la bellezza, a cosa serve tutto il resto, le manifestazioni, le bandiere ed i cortei, ed io ho voluto camminare per Gaza, guardando alla bellezza della vita nonostante la morte, dei colori nonostante il grigio.

L’auto sta per partire per riportarci a casa, Yousef mi urla, mi giro, si gira, ed inizia al contempo un piccolo coro in un accento mezzo arabo e partenopeo che dopo poco suona cosi ole ole ole ole diego diego, li nel cuore del campo di jabalia, con lo sguardo annerito che si accende orgoglioso mostrandomi la sua consumata maglietta del Barcelona tra polverose strade e brillanti persone.

Mentre l’auto sfreccia riportandoci a casa, ripensando ad amici che ci hanno hanno chiesto di pensare ad una canzone della nostra terra da cantare alla prossima, mi risuonano nella testa quattro strofe guardando il tramonto Gazawo dipingere di colore le grigie costruzioni del campo di Jabalia:

Jesce journo ‘ncopp’ ‘e suonne ‘e chi nun ce sta e non sente più il mare.

Peppe Iovino

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E’ inevitabile, succede SEMPRE, senza via d’uscita e senza possibilità di sfuggire, quando, conversando con qualcuno, che sia un mio allievo, un amico o un semplice conoscente, si giunge al punto in cui mi viene fatta la fatidica domanda: “che macchina fotografica mi consigli?” Se avessi avuto un euro per ogni volta che mi è stata posta non dico che sarei ricco, ma sicuramente molto, molto agiato.

“Quale macchina fotografica?” è la Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto per chi si appassiona alla fotografia. E la risposta non è, e mi vien da dire purtroppo, 42… Il bello è che non c’è mai una risposta univoca, in quanto non c’è una univocità di esigenze, sensibilità, interessi, voglie, passioni, o di luoghi e situazioni potenzialmente fotografabili, che possano essere ricondotti e ridotti a un singolo strumento. Esagerando, è un po’ come se un Miles Davis ancora al di là di intraprendere una carriera musicale venisse da me e mi chiedesse se deve suonare la tromba o il pianoforte… forse il paragone è troppo estremo, per quanto di solito agli allievi faccio un esempio più calzante: il martello. Il martello? Voi mi direte, ma che c’entra?

Ecco adesso immaginate che entrate da Leroy Merlin, avete voglia di fare del bricolage perché vi hanno detto che è divertente, è molto figo, e si fa un sacco di bella figura con gli oggetti costruiti autonomamente nel garage di casa. A quel punto vi trovate davanti una serie di attrezzi della maggior parte dei quali non avete idea della funzione, riconoscete giusto martelli, trapani e seghe, e pensate che il martello sia quello che vi sconfinfera di più per cominciare. Ce ne sono di dimensioni e pesi molto diversi, e non vi riuscite a decidere, sapete che la chiave per la vostra felicità hobbistica passa attraverso quel martello, ma…

…ma, intanto, voi non avete ancora la più pallida idea di cosa volete costruire con quel martello, e non siete in realtà nemmeno sicuri che non andreste meglio comprando una pialla, tanto per dire. Allora venite da me e mi chiedete “che martello devo comprare?”. Io vi guarderò e vi chiederò: “cosa ci devi fare? Devi attaccare un quadretto alla parete, hai bisogno di piantare un centinaio di chiodi da 10 oppure forse ti serve una mazza per lavorare la pietra? O magari hai bisogno di un martello con la testa in gomma per carrozzeria, o un martelletto per lavorare il metallo a sbalzo?”

Allora voi mi direte che vi serve un martello generico, non dovete fare cose molto specifiche, una cosa media va bene, fondamentalmente perché non avete in realtà che una vaga idea di dove volete andare a parare.

Ecco, di solito i discorsi sulle macchine fotografiche prendono questa piega. La risposta alla mia domanda “a cosa ti serve?”, nel 99,9% dei casi ha come risposta “a fare belle foto”.
Di solito a quel punto getto la spugna, rispondendo che a parità di fascia di prezzo qualsiasi cosa va bene, e che se il budget non è troppo risicato qualsiasi acquisto sarà soddisfacente. Il che è anche vero, ma non completamente esaustivo.

Se esistono tanti modelli diversi di fotocamere – tralasciando per questa volta un discorso, che sarebbe necessariamente lunghissimo, relativo ai bisogni indotti – è anche per andare incontro alle esigenze di scatto di fotografi molto diversi tra loro.
Henri Cartier-Bresson ha nobilitato una fotocamera, la Leica a telemetro (pronuncia “laica”, per chi si ostinasse a pronunciarla come è scritta), e un modo di scattare con un solo obiettivo, il 50mm (o quasi, visto che sovente usava anche la focale 35mm), che in un certo – e ben determinato – ambito del fotogiornalismo ha fatto scuola, ma una stragrande maggioranza di fotografi di altre specialità (fotografi di architettura, di still-life, di sport, eccetera) non avrebbero saputo che farsene all’epoca di una fotocamera con un mirino che, magari, non consentiva la previsualizzazione della profondità di campo, o di una messa a fuoco a breve distanza molto limitata, o ancora della lentezza dell’avanzamento della pellicola o del cambio della stessa. Sciocchezze? Affatto.

Quello che fa la differenza tra fotocamere di varie marche, o di diverse fasce di prezzo all’interno della stessa marca, spesso sono proprio certe minuzie. Il fotografo o aspirante tale, inesperto, tutt’al più curioso, spesso non sa affatto quali sono le caratteristiche che possono fare al caso suo. Globalmente una fotocamera fa le stesse cose di un’altra, ma come arriva allo stesso risultato può essere particolarmente semplice e lineare in un caso, ostico in un altro. Tanto per fare un esempio, alcuni fattori discriminanti da tenere presente saltano subito all’occhio (e al palmo) di chi si appresta a un possibile acquisto anche se completamente a digiuno di tecnica fotografica, e sono le dimensioni e il peso.
E’ inutile comprare un’ottima fotocamera che poi tenderà a passare buona parte della sua infelice esistenza chiusa in un cassetto o in una borsa a casa perché troppo pesante e ingombrante. La foto della vita andrà inevitabilmente persa, anche se abbiamo acquistato la fotocamera migliore possibile per il nostro budget, se poi quella fotocamera non l’abbiamo con noi. Certo, direte voi, in quel caso posso sempre fare affidamento sullo smartphone che avrò sicuramente sempre con me. Ma qui ritorneremmo al punto di cui sopra: non tutte le fotocamere (o smartphone che siano) sono adatte a fare tutto.

Come se ne esce? Forse non se ne esce, in effetti…
L’unica soluzione è scattare, scattare e poi ancora scattare, fino ad acquisire una buona consapevolezza sul tipo di foto che facciamo più spesso, e solo allora avremo modo di poter decidere quale strumento è più adatto ad assecondare la nostra visione, o meglio a “mettersi meno in mezzo” tra noi e le fotografie che vogliamo realizzare.

 

Gianfranco Irlanda

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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it