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Finisce il campionato e le vacanze si avvicinano e la nostra voglia di calcio comincia già a farsi sentire. Calciomercato e ben 3 competizioni internazionali ci faranno compagnia, e anche lontani dal campionato le incazzature sono dietro l’angolo. Ecco un piccolo vademecum per godersi l’estate, e il pallone, senza cominciare a intossicarci prima del tempo.

1) Non ascoltare i procuratori: il loro lavoro è principalmente sparare cazzate per aumentare l’ingaggio o ottenere qualcosa in più. Spesso parlano al posto del giocatore che magari non direbbe mai una cosa simile… La soluzione è semplice? Fottersene delle loro dichiarazioni!

2) Non credere a nessuna notizia di mercato prima dell’ufficialità: ho passato estati convinto di vedere Romario e Baggio con la maglia del Napoli. Zenga sarebbe arrivato sicuro come Vlaovic, Ortega e altre centinaia di nomi che ogni estate ci hanno propinato i giornalisti. Nel calcio contano solo le notizie ufficiali, il resto sono chiacchiere ed è meglio non perderci tempo.

3) Non cliccare su nessuna notizia INCREDIBILE!!!: nella migliore delle ipotesi scoprirete che il benzinaio di Paolo Cannavaro si è fatto un selfie con lui. Altrimenti sono notizie di calciomercato totalmente infondate. Evitiamo di regalare qualche centesimo a gente che spaccia il clickbaiting per giornalismo.

4) Divertirsi guardando gli Europei, la Coppa America e le Olimpiadi ma senza illudersi: i grandi tornei internazionali sono una vetrina straordinaria per molti giocatori. Succederà sicuramente che ci innamoreremo del centrocampista albanese che porta la sua squadra ai quarti, del centravanti peruviano autore di una tripletta spettacolare o delle giovani rivelazioni africane che battono i favoriti. Inevitabilmente inizieremo a sognarli in maglia azzurra… Per tornare con i piedi per terra basterà ricordare che Vargas è stato capocannoniere dell’ultima Coppa America.

5) Rivedersi goal, azioni, sintesi: la voglia di Napoli si esprime anche con la voglia di calcio in tv. Ma invece di daro adito a opinionisiti di dubbia provenienze, ex allenatori frustrati, giornalisti autoproclamatisi esperti di mercato meglio ripassare un po’ la storia, rivedersi le giocate, i goal, le azioni e i numeri che ci hanno fatto divertire in questa stagione. Il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano,

6) Chiacchiere da bar sui ricordi, non sulle aspettative: Higuain si ripeterà? Sarri sarà in grado di gestire la doppia competizione? I rincalzi saranno al livello dei titolari? La risposta è semplice: Non lo possiamo sapere! Per cui al bar parliamo delle punizione di Insigne, dei recuperi di Koulibaly, dei goal di Higuain, ricordiamoli nel dettaglio senza pensare a quello che sarà, rischiamo solo di farci false illusioni o di fasciarci la testa prima ancora di ciaccarci. Diamo tempo al tempo e divertiamoci.

7) Lasciar parlare i tifosi avversari, i debiti con la bocca lasciamo che siano gli altri a farli: in vacanza si incontra gente da tutta Italia, lasciamo che gli amici Romani ci raccontino di aver già prenotato il circo Massimo, lasciamo che i calabresi ci dicano che per quest’anno sono pronti a festeggiare la champions della Juve, noi rimaniamo vaghi… non si sa mai.

8) Considerare le amichevoli estive per quello che sono: test. In precampionato non conta quanti goal fai contro la rappresentativa trentina o se batti il real Madrid, non conta neanche chi gioca e in che ruolo gioca, sono test, esperimenti che Sarri fa per capire come sfruttare al meglio la squadra. Insigne Fantasista e Hysaj a sinistra ne sono il calssico esempio. anche qui non illudiamoci e non lamentiamoci, il campionato è tutt’altro.

9) Giocate a pallone, ovunque e con qualsiasi cosa: super santos fisso nel cofano e qualsiasi spiaggia, prato, parcheggio, insomma qualsiasi spazio abbiate a disposizione deve diventare un campo da calcio. anche se siete scarsi da morire e fuori forma, per chi fa del tifo una ragione di vita giocare a calcio, anche in modo arronzato e discutibile, serve a ricordare una cosa fondamentale: che il calcio è un gioco!

10) Maradona: perchè per noi il 1è solo e sempre lui, e anche d’estate è bene non dimenticarlo mai!

Paolo “Sindaco” Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Per i ragazzi l’estate ha un’importanza fondamentale, è la fine della scuola, si organizzano i primi viaggi con gli amici, si va al mare, si può fare tardi tutte le sere, si può dormire fino a tardi… ma ovviamente tutto questo passa in secondo piano se pensiamo al vero motivo per cui i ragazzi amano l’estate: le avventure estive.

Volevo scrivere “la pucchiacca” ma sarei passato per sessista, per cui evito.
Nelle isole greche dove fittavi una casa con 15 amici in 20 metri quadri, nei campeggi nelle tende comprate alla fiera della casa, nella casa dello zio ad Agropoli, Ascea o Ischia. Ma anche a Ibiza, Formentera, in cosa brava, senza dimenticare gli ostelli delle capitali europee l’obiettivo principale è sempre stato uno: avere qualcosa da raccontare agli amici al ritorno, e gli amici ovviamente non ti chiedono nulla dei musei visitati.

Non so come sia oggi ma fino a qualche anno fa siamo cresciuti con il mito delle bolognesi, non si sa perchè nel nostro immaginario fossero comuniste, e quindi prive di morale cattolica, o perchè fossero settentrionali (quindi notoriamente più facili) ma non troppo, quindi non troppo distanti da noi, ma fatto sta che appena sentivi Bologna appizavi le orecchie, e non solo quelle, e andavi giocartela.

Ovviamente qualsiasi teoria geografica sull’ipotetica facilità delle donne lascia il tempo che trova, ma vallo a spiegare a un tardoadolescente in vacanza. Cosi poteva capitare che tanto partivi facendo lo sfacciato e con una certa sicurezza e finivi con la coda fra le gambe a raccontare a un amico che comunque non era il tuo tipo. Sono batoste che servono a rialzarti, a capire che ogni ragazza è uguale e unica allo stesso tempo, che le Bolognesi, le Milanesi, le Giapponesi vanno affrontate tutte con la stessa grinta, umiltà e determinazione ma che ad ognuna bisognare riservare cure diverse, capire come comportarsi, quali le sue debolezze e colpire nel momento giusto.

Oggi il Napoli, forse dell’umiliazione dell’andata, ha capito che era il caso di non cambiarsi la mutanda, e nonostante le assanze ha dato sei botte alla bolognese di turno (adesso le femministe si incazzano sul serio).

Cattivi: Il Bologna non ha mai tirato nello specchio della porta, si è reso pericoloso in una sola occasione ma Koulibaly ha chiuso lo specchio della porta a Brighi che è stato costretto a scalciare malamente fuori. Nessun errore, nessuna disattenzione, Reina mai impegnato… Fra i cattivi chi devo mettere, Sarri che non si voleva cambiare la maglietta?

Buoni: Scelta ancora più difficile, ottima prova di tutti ma senza dubbio merita una menzione Albiol, oltre a non aver fatto passare nulla in difesa si è reso pericoloso in due occasioni. Allan ha corso tantissimo e se il Bologna non è riuscito a costruire un’azione degna di nota è merito anche suo. Gabbiadini non ha fatto rimpiangere Higuain ed è il miglior complimento che gli si possa fare ma il migliore in campo di oggi con 3 goal e due assist e senza ombra di dubbio Mertens, serata da incorniciare per il folletto belga.

Paolo Sindaco Russo

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Un momento del primo giorno di scuola a Mosca, foto di Elena Ziganchina (da Instagram)

“Settembre poi verrà, ma non ti troverà”: il 1 settembre per me è questo, con me e papà che cantiamo a squarciagola l’hit di Peppino Gagliardi, e papà che mi dice ca’ so’ stunato. Tante emozioni, come giustamente abbiamo pubblicato sulla nostra pagina, di un’estate che qui non sembra voler finire (per fortuna, sia chiaro!).

In Russia questo è il primo giorno di scuola e il primo d’autunno, in un paese in cui le stagioni iniziano il primo di ogni mese: se l’autunno e l’inverno sono pienamente giustificati, per i nostri standard mediterranei (oggi a Mosca sono 15 gradi, at che autunno, ‘a vernata), l’inizio della primavera… no. Marzo alle volte è uno dei mesi più freddi, con punte di -30 come nel 2014.

Il primo giorno di scuola è un grande avvenimento: i bambini vestiti a festa, i fiori regalati alle insegnanti (quando l’ho detto a mammà, che insegna in una scuola media, i suoi commenti non varcherebbero la censura di ogni paese), il pervyj zvonok (la prima campanella)… Il primo settembre assume poi un significato speciale per chi entra a scuola per la prima volta, e ha davanti 11 classi da fare, prima di accedere all’università: due anni meno dei nostri, e a dir la verità, questo sistema mi convince poco, il nostro, con la sua suddivisione in 5+3+5 mi appare più efficace, soprattutto dal punto di vista socio-psicologico.

Ma settembre, in fondo, è pur sempre estate, per un napoletano: il mese dove il mare diventa un po’ più blu, il caldo piano piano inizia a lasciare il posto a un piacevole tepore, l’odore dei pini e della salsedine (soprattutto se si fa un giro nei non pochi splendidi luoghi della nostra terra, dal Virgiliano alla Gajola, ai Campi Flegrei, tra l’Averno e Miseno…), e la nostalgia di quei mesi pieni di progetti e di riposo…

Avanti c’è solo il freddo, nel caso di chi scrive, il grigiore delle nuvole cupe, ma anche la luce del Golfo, nonostante tutto, dentro. “L’estate se ne andrà insieme al sole, l’amore ne è andato già con lei” e su queste note, via, verso Miseno!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Interno di dacia. Foto da flickr

Dal vostro inviato da Mosca:

Dacia! Quanto è cara questa parola alla maggioranza dei russi; quanto è carica di significati, di emozioni, di noie e di riposi, di divertimenti e burdelli vari! Scrittori come Pasternak ci hanno vissuto e composto capolavori, e Gorkij ha dedicato una pièce alla moda della dacia a inizio Novecento; possedere una casarella ‘e legnamme era sintomo di prestigio nell’Impero zarista e in URSS; persino mo’, anche gli oligarchi non disdegnano qualche dacia a 25 stanze, per restare vicini alla campagna russa! Appena appare un po’ di sole, appena la primavera timidamente accumencia a far capolino aropp ‘a vernata, ecco che chi ha la possibilità (pare, da statistiche, almeno un quarto dei moscoviti) piglia e dal venerdì sera alla domenica pomeriggio se ne va alla dacia. Ore di traffico (poi ne parleremo, gli incroci a croce uncinata sono una particolarità della viabilità della capitale, infatti nun me l’aggio purtata ‘a machina da Napule), treni affollati, autobus pieni, per poter andare in queste casette di legno o di mattoni a riposare un po’, dopo una settimana di fatica.

            Non esiste una parola italiana (e, a quanto mi è dato saperne, inglese, francese o spagnola) per definire esattamente la dacia. Non è una seconda casa, anche se spesso nella bella stagione diventa la dimora dei più anziani, e spesso i bambini trascorrono le proprie vacanze nella natura. Non è una vacanza, perché la dacia è uno spazio dedicato anche all’economia domestica: conserve, buatte di funghi, cavoli e altre verdure marinate, e in alcuni casi samogon (il distillato etilico preparato in casa, at che vodka) sono preparati lì.

            E poi cosa si fa in dacia? Se magna e se beve, ovviamente. In quantità spesso micidiali, che pure i nostri stomaci possono avere (e primme cinc minute), e il re della abbuffata in dacia è lo shashlik, lo spiedone di carne marinata. Si trova di ogni tipo (pollo, maiale, agnello), lo si marina in ogni modo, e lo shashlik in dacia è come ‘a frittata ‘e maccarune a mare pe’ nuie napulitane: un must. Innaffiato poi da vodka e varie bevande alcoliche, scende giù che è n’amore. Poi ci sono i contorni, su cui regnano ‘e cetriuoli, che a me fanno abbastanza avotare ‘o stommaco, ma son gusti, e la salamoia del cetriolo salva da complicazioni post-sbornia.

            Ultimo aspetto, una signora dacia deve avere la banja, la sauna russa: specialmente d’inverno, bere e mangiare, poi ripassata in banja e rotolata nella neve… e staje nella pace degli angeli! Insomma, tutta la vita invidiavo chi teneva la casa a mare, mo’ non è che tale cosa mi sia passata, anzi, però pure una dacia… manco male fosse!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

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Ci sono delle regole in cucina che sono quasi sacre, per esempio: non mettere il formaggio sui frutti di mare, non bere vino bianco vicino alla carne alla brace, i veri rivoluzionari sono quelli che rompono gli schemi, sono quelli che sanno andare oltre.
Immaginate se 50 anni fa qualcuno vi avesse proposto un risotto con fragole e Champagne, minimo si sarebbe beccato due calci nel sedere, eppure oggi ci sono un infinità di ricette stravaganti che sono diventate di uso comune.


La mia passione per la cucina parte da lontano, mio nonno era uno chef e mia madre ha ereditato il suo sapere, in pratica io faccio parte della terza generazione di appassionati di cucina, anche se non lo faccio per mestiere, per tutta la vita mi sono dedicato alla cucina tradizionale, con l’intento di preservare le ricette e i suoi sapori originali.
Mia madre mi ha saputo trasmettere la sua arte , grazie a lei ho imparato la vecchia arte nel riciclare i cibi avanzati, oggi qualsiasi desiderio culinario può essere soddisfatto in qualsiasi momento. Ma una volta le cose erano diverse, per assaporare qualche specialità si doveva per forza di cose aspettare la domenica, oppure le feste comandate.


Il piatto più gettonato era il ragù che, se cucinato in abbondanza poteva essere servito fino al mercoledì, ma c’era un problema, perché oltre riscaldare la carne, come si potevano mangiare i maccheroni del giorno prima? Facile bastava mischiare dentro qualche uovo e la frittata di maccheroni era pronta.
Nelle feste natalizie lo spreco maggiore era rappresentato dal baccalà e capitone fritto, piatti che se anche non godevano di una grossa ammirazione venivano comunque cucinati per devozione.

Il giorno dopo gli avanzi venivano rielaborati, il primo diventava l’ingrediente principale di una ricetta che mia madre chiamava Baccala alla carrettiera, il capitone invece era la base di un piatto in carpione.
Negli anni grazie a questi insegnamenti ho potuto preservare la tradizione, ma mi hanno dato anche la possibilità di percorrere nuove strade, ecco perché dopo tanti anni di sperimentazione oggi sono arrivato ad inventare la granita di cozze.


La ricetta che vi vado a presentare è il mio orgoglio culinario, grazie ad essa sono riuscito ad avere grandi apprezzamenti da professionisti del settore e, a breve potrebbe essere inserita (con alcune personalizzazioni degli chef) nei menù di due ristoranti stellati, oggi vi voglio rendere partecipi della mia scoperta, perché sono sicuro che in cucina per prima cosa deve essere promossa la condivisione.


Per la prima parte basta seguire la vostra ricetta tradizionale del sorbetto al limone, la cosa fondamentale è la qualità dei limoni (io uso esclusivamente quelli di Sorrento) e il non eccedere con gli zuccheri, l’acido deve rimanere il sapore dominante. Più innovativo invece è il metodo si apertura delle cozze.

Per tre persone utilizziamo circa un paio di Kg di cozze di scoglie, più piccole ma più saporite, una volta sgusciate il peso sarà ridotto di circa un decimo.


Il segreto del successo di questa ricetta è il metodo di apertura delle cozze: preparate una brace con legno di albicocca e coprite la brace viva con altre foglie di limone umide, foderate un cestello per la cottura a vapore, con delle foglie di limone bagnate (stesso albero da cui avete preso il frutto), ponete le cozze nel suo interno, adagiate il cestello sopra alla griglia della brace , e aspettate la loro apertura, dopo che si saranno aperte aspettate che si raffreddino, sgusciate e mischiate tutto nel sorbetto al limone e mettete nelle parte bassa del frigo, prima di servire guarnite con foglioline di menta e grani di pepe e versate il succo delle cozze dal cestello ancora caldo per creare un contrasto freddo caldo che cristallizzerà i grassi.

Sembra complessa ma in realtà è molto semplice e regala molte soddisfazioni, ovviamente i miei sono consigli e potete perosnalizzarla come meglio credete.

Marco Manna

Mi scuso per le foto ma le ho fatte prima di guarnire, a breve manderò ricetta dettagliata

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Ogni stagione ha il proprio simbolo, un’icona che da sola ci porta alla mente tutte le caratteristiche di un determinato periodo dell’anno. L’inverno ha la neve, la rondine la primavera, l’estate la PERCOCA.
Questo è almeno il mio immaginario. Noi siamo così, low-fi, retrò (a proposito di retrospettiva, la percoca ricorda qualcosa che noi tutti amiamo, guardare per credere), senza essere vintage a tutti costi.

Nella vita di un napoletano non c’è estate senza la percoca. La percoca è entrata nei proverbi, nelle espressioni di giovani e meno giovani. Immaginate come sarebbe una frase del genere senza di lei: “Uà sto comme ‘pesca nettarina int’o vino”, una espressione che con la percoca non ci da la misura della nostra ubriachezza devastante.

Questo prelibato frutto è l’ingrediente base degli elisir dell’estate:

La percoca nel vino, rosso o bianco che sia, dipende dalla zona, delizia grandi e piccini (at’ che Sangria)

‘A percoc’, col suo colore giallo, la sua pelle vellutata, il suo pizzo indurito, fa, dunque, troppo estate, fa troppo mare.
Già il pizzo! A proposito di proverbi e canzoni, un verso di una di queste diceva, per indicare un avvenimento ritenuto impossibile: “ Quando ‘a percoca nasce senza pizzo, ‘o Papa va’ pe’ Roma in carrozza.”
Il pizzo e la percoca sono nella tradizione sono indissolubili, anzi erano.
Provate voi oggi giorno, a Napoli difficile, nel resto d’Italia impossibile, a trovare un chilo di percoche col pizzo.
Non le troverete, e se le trovate, i miei anatemi di invidia vi perseguiteranno.
Una ragione di tale sparizione c’è, e ha anche un colpevole, il colpevole ha anche un nome: la grande distribuzione organizzata.
La varietà della percoca col pizzo, la terzarola (detta così perchè matura tardivamente, tra settembre e ottobre quando noi ce facimm ancora ‘o bagno) è una specie scientificamente eliminata dal mercato per due ragioni: la prima è la “debolezza” della pianta, la quale esposta in certe stagioni di raccolto a varie malattie , non riesce ad essere “produttiva” come il mercato richiederebbe. Quantità al posto della qualità.
Il secondo motivo è il pizzo stesso. Il pizzo delle percoca nella fase di raccolta (durante il periodo di maturazione vengono posti protezioni di paglia sotto gli alberi per proteggerle da cadute premature) lavorazione e confezionamento per la GDO, tende ad ammaccarsi, a ferirsi. Le ferite sulla frutta già raccolta accelerano il processo di “infracetamiento” di qualche giorno, oltre ad essere “antiestetiche”. Se comprate un frutto al supermercato, anche di stagione, sappiate che questo è stato raccolto almeno una settimana prima, ed ha fatto almeno (oltre a 1200 chilometri) 5/6 giorni di frigo; e un frutto che “marcisce” prima “nun ce piace, s’adda cagnà!!!”
Risultato, ‘a percoca col pizzo non è adatta alla modernità, al progresso, alla vita contemporanea. ‘A percoca co’ pizzo è no global!
Non fa niente che è bona, a cchiù bona, la percoca col pizzo è destinata a sparire.
Le uniche speranze sono: comprare un orto e piantarci un albero, trovarle da un contadino di fiducia che le abbia, andare in una comune di hippie che fumano le scorze di percoca, o sperare che qualche agronomo trovi la formula magica per salvare la specie col pizzo.

In attesa, come ci ricorda il nostro Sindaco a proposito delle delusioni del nostro mondo, ci acconteremo di mangiare solo quelle senza pizzo.

Chi si accontenta gode?

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Meeting di fruttariani di mare
Meeting di fruttariani di mare Foto di Andrea Donato Alemanno

C’è chi sceglie una dieta per dimagrire, chi fa scelte alimentari per motivi di salute, chi per moda e chi per motivi etici. Mai come in questo periodo storico l’idea che “siamo quello che mangiamo” è valida. Nei supermercati trovano sempre più spazio prodotti Cruelty Free destinati a un pubblico di vegani, sottoprodotti della soia per chi non ama il latte, barrette energetiche per sportivi, prodotti gluten free per celiaci etc. etc.


Fra amanti della dieta neolitica e onnivori selettivi avere ospiti a cena diventa sempre più complesso, trovare un menù che soddisfi tutti è oramai quasi impossibile. Ci sono poi estremismi come i fruttariani, i crudisti e addirittura i melariani (si nutrono solo di mele), che se non altro sono facili da accontentare, offrendo loro un bel cesto frutta, ma si perdono tutta la socialità di un bel pasto da sei portate frutta e dolci esclusi.


In questo marasma di scelte alimentari nasce la moda dell’estate 2015: il fruttarianesimo di mare.
La tendenza, nata sul litorale flegreo, si è presto estesa in tutta la Campania e ha raggiunto le coste di tutta Europa. Già da qualche anno alcuni hanno pensato di fare la scelta etica di mangiare solo frutti di mare: cozze, vongole, cannolicchi etc. hanno infatti proprietà prodigiose per la salute.
Il fruttarianesimo di mare permette comunque l’utilizzo di condimenti, come limone, olio, sale, pepe e peperoncino, e (anche se solo raramente) carboidrati come vermicelli o freselle. Un pasto tipico di un fruttariano di mare si compone di 3 portate: un antipasto, per esempio ricci di mare crudi, una portata principale, come un sotè di vongole o un’impepata di cozze e un frutto di mare per pulirsi la bocca, come i cannollicchi o le carnumme.

La comunità scientifica si è recentemente interessata al fenomeno tanto che il Dott. Colin Camptroppbell ha recentemente pubblicato il libro The Torregaveta Study dove spiega, e dimostra dati alla mano, i benefici dell’alimentazione fruttariana di mare.
Ovviamente anche all’interno di questa che per ora è solo una piccola minoranza stanno nascendo ulteriori divisioni, ci sono infatti i crudariani (non mangiano frutti di mare cotti), i puristi che non accettano condimenti, i limonariani che condiscono tutto con il limone e i falanghinisti che mangiano tutto ma solo accompagnando il pasto con Falanghina dei campi flegrei.

Noi abbiamo sperimentato per una sera questa dieta e oltra a trovarla estremamente gustosa, abbiamo notato estremi benefici sulle relazioni sociali, anche grazie all’effetto dei consigli dei Falanghinisti. Se proprio non volete convertirvi del tutto vi consigliamo di organizzare una serata con amici in un ristorante fruttariano di mare o anche sul terrazzo di qualche amico, scoprirete che non tutte queste scelte alimentari rendono isterici e ghettizzano, vi possiamo assicurare che poche cose rendono più felici e amichevoli di una bella impepata di cozze!

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

[NdA] Anche se dubito che qualcuno possa prendere sul serio questo articolo, a parte per l’invito finale. Onde evitare che qualche lettore decida realmente di mangiare solo cannolicchi per il resto della sua vita oppure vada in libreria a chiedere il libro di Colin Camptroppbell, lo specifico qui: è tutto una stronzata!

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@Gianfranco Irlanda

Quando a Napoli piove e a Milano no, ti chiedi dove hai sbagliato.
Ti chiedi perché loro sono felici e tu alle otto di sera controlli su internet la temperatura dell’aria che dà sempre 34 gradi, come cinque minuti fa.
E allora fai un viaggio a ritroso, dalla nascita ad oggi, ti passa la vita davanti perché non sai se supererai questa ennesima nottata.
Nel viaggio che compi si sovrappongono immagini di pomodori in mezzo al palazzo con i bollitori e tutto un sistema che andava dallo sfruttamento del minore assegnato all’inserimento del basilico nella bottiglia peroni, all’anziano che guardava se la temperatura del bollitore era giusta,  passando per la sezione signorine sfortunate che facevano le pacchetelle* per i barattoli, a signore sposate che mettevano il sugo, agli adolescenti che si facevano avanti per raggiungere il traguardo sommo e unico: il potere di gestire la passata e la macchinetta.
Nel viaggio a ritroso ti viene in mente che da giugno a settembre esisteva la mutanda come unico capo di abbigliamento infantile e tua mamma, se le dicevi “petit bateau”, rispondeva, al massimo, “no, grazie la sera non lo digerisco”.
E allora pensi che si giocava in mezzo alla strada, tutti con la mutande, tutti uguali, con le ginocchia sempre sbucciate, sporchi da fare schifo e che si rientrava in casa solo dopo una passata di idrante e sgrassatore, col consenso pure dello psicologo dell’Asl.
E invece mo’ sei a Milano, e l’unica consolazione è vedere che il caldo in qualche modo gli fa perdere l’aplomb e iniziano ad avere la stessa espressione che hai tu, anche se comunque, se ti lamenti, tendono a dire “no, dai, ieri sera tirava un poco di venticello”.
Io il vento non me lo ricordo più.

Mi perdonerete lo sfogo, ma dopo dieci giorni di questa fetenzia si può e si deve perdonare tutto.
Tornando a casa, date una carezza ai vostri bambini e ditegli: non ti lamentare a papà, c’è gente che emigra al nord.
Con gli occhi lucidi, vi risponderanno: papà, è uscito Pes 2016, lo voglio originale, no pezzotto.

*pacchetelle: pomodori San Marzano divisi a metà, privati dei semi, infilati in barattolo.

Zia Woller

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https://www.flickr.com/photos/bass_nroll/

In un tempo che è sempre più una scala di grigi con piogge, temperature attorno ai 13 gradi e jastemme varie ed eventuali (commenti dall’Italia: eh, nuje ce stamme squaglianne cu stu calore. Risposta mia: e quindi? Avessa sta con la sinusite, né?), ci sono delle soddisfazioni che vengono proprio da Napoli, e si avverano qui nella capitale russa.

I due schermidori partenopei Diego Occhiuzzi e Luca Curatoli hanno contribuito alla vittoria nella finale di Sciabola maschile a squadre ai Mondiali di scherma di Mosca, battendo la selezione russa con un perentorio 45-36, e dando un po’ di luce a queste giornate spesso scurite dai nuvoloni carichi di pioggia. Ad Occhiuzzi, classe 1981, veterano della scherma, mancava una vittoria iridata, dopo una collezione di successi olimpici ed europei; il giovane Curatoli conquista all’esordio tra i senior l’oro.

Come il nostro buon Paolo Sindaco Russo, anche chi scrive si ritiene di nazionalità napoletana, ma c’è un elemento da ricordare quando si parla di sport e Mezzogiorno: le difficoltà quotidiane di chi vuole emergere in una situazione dove mancano strutture sportive, con realtà associative che resistono giorno dopo giorno e tirano avanti, crescendo talenti. In Russia non è così: se in epoca sovietica lo sport era visto come un elemento della grandezza e di dimostrazione della superiorità del socialismo (come poi sia andata a finire, è n’atu fatto), ora comunque c’è un certo investimento, e si tutelano gli atleti agli inizi, proprio nel momento più delicato. C’è anche una gran quantità d’impianti sportivi, quando spesso dalle nostre parti bisogna arrangiarsi con tanta fantasia e fatica. In questi giorni anche un altro sport, l’atletica, ci ha portato la soddisfazione di vedere un figlio della nostra terra, questa volta in veste di tecnico, protagonista: parlo di Tonino Andreozzi, che in passato ha portato le ragazze dell’Atletica Aversa ai massimi livelli nazionali e europei, ed ora si occupa delle nazionali giovanili. Vedere la “capa ianca” di Tonino gettarsi in un abbraccio ai suoi “azzurrini” ai Mondiali allievi di Calì in Colombia è un’emozione, soprattutto perché ad Aversa, nonostante si faccia atletica dal 1969, non è mai stata costruita una pista.

Quindi è ‘na soddisfazione vedere a dduje guagliune napulitane ‘ncoppo ‘o podio del complesso Olimpico costruito per i giochi di Mosca 1980, certo, forse la scherma non è tanto popolare come lo sport, ma poco importa: sono sempre quelle piccole gioie che rischiarano una giornata.

E mo’ vediamo di sacrificare qualcuno a Demetra e Persefone: jesce sole!

 

Giovanni Savino

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Così, senza motivo

Ero a mare oggi. Come mio solito quando il sole inizia la sua traiettoria per avvicinarsi all’orizzonte, mi siedo su uno scoglio e guardo ogni dettaglio del mare, del cielo, i colori delle isole di fronte. Penso, ricordo, ascolto. E vabbè questo fa parte del mio amore più grande: il mare.

Mentre scioglievo i pensieri noto su qualche scoglio più in là un gruppo di persone un po’ rumoroso. Tra queste c’è una signora che – come avrebbe detto Totó in Miseria e Nobiltà – “all’inizio era un po’ duretta… Adesso è molle”. Mi ha colpito non molto per le sue abbondanti fattezze, ma per un particolare: la signora, pur se in costume da bagno, portava un pareo che le fasciava la vita e le copriva le natiche. Gli amici in acqua la prendevano in giro: “tuffati che ti prendo al volo” – era una delle frasi più gettonate che le rivolgevano. E allora ho immaginato quanto un pareo potesse raccontare dell’insicurezza di quella donna. Faceva persino il bagno con quel pareo per non mostrare una parte del suo corpo che non le piaceva. Per giungere a coprirsi anche a mare, per quella donna chissà che ossessione doveva essere il suo peso. Allora ho immaginato i suoi pensieri di un giorno qualunque. L’ho vista con la mente mentre si sarà detta molte volte “no, questo non lo mangio perché vorrei dimagrire“. E poi ho ascoltato con l’immaginazione i suoi pensieri di sconforto di un altro giorno qualunque, mentre lei magari stava ripensando alle voci di chi la derideva con scherno: “tanto non posso più dimagrire, non mi importa che mi prendano in giro, questo biscotto lo mangio lo stesso“. Può essere un vizio il cibo, un vizio come tanti altri. E allora pensavo al mio vizio, a quello del fumo. A quanto per me sia praticamente impossibile smetterla con le sigarette. È così mi è venuta in testa una frase, una specie di massima: “Il vizio è una prigione senza mura e senza sbarre e da cui lo stesso è difficile uscire“.

E poi ho pensato che questa frase era bella, cioè mó non è un aforisma di Oscar Wilde, peró che almeno i miei genitori non hanno metaforicamente buttato il sangue appresso a me per farmi studiare inutilmente. E quindi mi sono detto “uà so proprj fort“. E ho scritto questa cosa sperando che vi piaccia. Ma anche così, senza motivo.

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso