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Il caso

A cadenza regolare, un quotidiano edito a Milano fa un’apertura in prima pagina su Napoli o i napoletani. Non nominiamo il giornale, inutile. Non menzioniamo neppure l’episodio, tanto non serve perché è sempre uguale. E ogni volta, come un copione sempre identico a se stesso, ci sta gente di Napoli che per farsi pubblicità fa pubblicità a questo quotidiano. Il cane che si morde la coda. Il filmetto di bassa lega lo conosciamo ormai a memoria e, per quanto ci riguarda, abbiamo smesso di vederlo perché lo abbiamo imparato a menadito. Il canovaccio contempla poi che, appena si apre un social network, quasi tutti i vostri amici avranno scritto un paio di post indignati. Ci troverete qualche trovata originale oppure la solita roba sul bidè inventato nel Regno delle Due Sicilie, ‘a pizza, ‘a sfugliatella e il lungomare liberato con turisti a frotte.  

Il sistema lo avevamo compreso al punto che quando nell’ultima campagna elettorale vedemmo affrettarsi moltitudini di genti senza né arte e né parte accorrere per contestare la venuta di Salvini alla Mostra d’Oltremare già capimmo tutto. Sono sempre gli stessi: il sindaco, quattro sfigati musicisti che per farsi pubblicità si inventano paladini della Città, un’accozzaglia di gente che ha scritto pagine di banalità auto-nominatisi con l’indeterminato ma definitivo rango di “scrittori”. 

Dicono di difendere Napoli, in realtà difendono loro stessi e facendo ciò rendono un grande servizio a chi dicono di combattere. In definitiva cercano solo spazi al sole salendo sull’immenso carro della Città che tutti accoglie. Di Napoli se ne fottono, l’unico loro interesse è propagandare loro stessi. Come chi dicono di avversare – punto nevralgico di questa storia – esistono solo costruendosi un nemico. I finti amici di Napoli e i nemici di Napoli si assomigliano. Con l’aggravante che i primi vogliono pure sembrarti amici.  

Se chi attacca questa città (spiace citarli, ma è per farsi capire), dalle varie Lucarelli, gli illuminatissimi Giletti, Cruciani o Feltri e compagnia bella non trovassero sponde, la smetterebbero il giorno dopo. Si può pure ignorarli, non ci vuole assai. Del resto un antico adagio recita che quando chi offende vale niente, l’offesa vale zero. Noi invece al nulla opponiamo un altro nulla. Un nulla che produce solo rumore senza contenuti. 

Fu così che ci trovammo con gli applausi a Salvini – quello che per comodità ha tolto la parola Nord dal simbolo del suo partito – per i vicoli del Vasto. L’apoteosi. Così ci troviamo perché abbiamo opposto al nulla il nulla di chi nulla dice, se non tanti “io” “io” “io”. Napoli è solo scenario ideale per propagandare la propria immagine, lo sfondo della Città ben si adatta e ben crea le giuste scenografie per ogni attore. Da una parte e dall’altra della barricata. La perfetta scenografia napoletana, naturalmente  protagonista di tutto, con il tempo, piano piano, scompare. E in primo piano – il canovaccio questo vuole – ci restano solo i saltimbanchi.

Consiglio spassionato e non richiesto: diffidate dai finti maestri, dai finti censori, dai finti indignati che si indignano a comando per ogni cosa e mai di se stessi. Diffidate da chi sale sul carro della città in sua difesa senza averne credibilità. In fondo Napoli – con tutte le offese subite nei secoli – ha resistito pure senza questi quattro fessi che da minorati Chisciotte non riescono neppure a combattere contro i mulini a vento. Chisciotte, a differenza di questi qua, almeno ci credeva veramente. Pure se la battaglia era sbagliata, lui, ne era inconsapevole. Loro invece hanno studiato bene la recita con una consapevolezza indecente. Lo sanno, ma si ergono a paladini della Città quando vogliono esserlo solo di loro stessi. E quello che ci spiace di più di tutta questa storia trita e ritrita è che pure noi, a malincuore, ne abbiamo dovuto parlare. Mannaggia a loro!

Valentino Di Giacomo

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Anche a Napoli piove

Quando, due anni, fa Paolo Sindaco ed io decidemmo di far nascere questo sito web pensavamo di dover dare voce alla nostra passione comune per la città e quella matta e cromosomica per la squadra azzurra. Non potremmo non essere innamorati di Napoli con i nostri cognomi: un Russo (come l’indimenticato poeta Ferdinando) e un Di Giacomo (di cui mi onoro di portare una ‘ntecchia del suo sangue nelle vene). 

Pensammo di unire questo progetto in un nome: Soldato Innamorato. Quella canzone che da sempre ha unito i tifosi azzurri nei momenti più belli e degna principessa della Canzone napoletana. Perché ci faceva male vedere che allo stadio, invece di utilizzare i cori della nostra meravigliosa Tradizione, si cantavano canzoncine copiate da altri stadi e altre culture. Perché lo Sport, quello vero, è anche identità.  Anzi, il carrozzone del campionato di calcio ci ha proprio insegnato le varie identità regionalistiche su cui si basa la nostra Italia di feudi e coorti. Unire attraverso le differenze, lo sport o fa questo o non è: ci capitava anche in strada quando si giocava tutti insieme, dal figlio del professore o dell’avvocato al figlio del commerciante o dell’impiegato. 

Il problema è che, in questi anni, più nello Stadio San Paolo perdevamo identità e più, al di fuori del catino di Fuorigrotta, si è costruita una narrazione farlocca di una Napoli che non esiste. Una Napoli in cui si discute e ci si bea del pianoforte di piazza Garibaldi (che ora non c’è più), del Corno sul lungomare (che non si farà) e della solita solfa di pizza-spaghetti-mandolino-sfogliatella-mozzarella-vesuvio-pulcinella. 

Una narrazione che il sindaco De Magistris ha cavalcato. Era stato scelto come ex magistrato per ripristinare delle regole, ma su questo fronte ha fatto poco. Vale per tutti l’esempio del numero verde contro i parcheggiatori abusivi al quale prima non rispondeva nessuno e poi, nonostante fosse una bellissima idea, il progetto è stato accantonato. Sono andati avanti invece altri piani, quelli più semplici. Lo sportello per denunciare la discriminazione contro i napoletani, i riconoscimenti pleonastici a Maradona o quelli onorari alla veneta che aveva scritto la letterina banale piena di cliché sulla nostra città. Una sindrome da accerchiamento che non ha ragion d’essere. Iniziative che delimitano Napoli in uno steccato provinciale, se non macchiettistico. 

Paolo ed io non siamo cambiati in questi due anni. Ma ci siamo accorti che la narrazione del borbonismo, dello stereotipo, del cartolinesco, si è inflazionata. Assai.

Ci piacciono ancora la pizza, la sfogliatella o la mozzarella. Ma tutto questo non basta, non ci può bastare. E’ un racconto fasullo se insieme alla vivibilità gastronomica e paesaggistica del nostro meraviglioso territorio, non ci si abbina insieme dei servizi pubblici efficienti. Siamo nella città dove la funicolare in notturna non sappiamo ancora quale sia, dove l’Anm riduce le corse, dove ogni giorno per recarsi ad un appuntamento in metropolitana prendendo la Linea 2 bisogna anticiparsi di molto perché gli orari non sono affidabili e le corse piuttosto rare. 

Non è un ragionamento politico per andare contro ai De Magistris o ai De Luca di turno, sono spunti per cercare di far comprendere che questa narrazione del “Comm è bell Napule”  serve spesso per coprire le inefficienze di chi ci governa. E dai quali non si pretende il tutto e subito o traguardi irraggiungibili, ma dei cambiamenti costanti, pure se lenti. E’ bello il lungomare “liberato”, ma non può essere questo l’unico vanto di un’amministrazione e dei suoi cittadini. E’ bella la Linea 1 della Metro, ma per essere realmente efficiente ha bisogno pure di autobus e altre linee in ferro che siano realmente fruibili. Non vogliamo assolutamente “buttarla in politica”, facciamo nomi e cognomi per non restare in una vaghezza che vanificherebbe il nostro discorso. Potremmo parlare di Iervolino e Bassolino, di Renzi, Berlusconi o Grillo non cambierebbe la sostanza. L’importante è il concetto. 

Da mesi invece notiamo che a Napoli ci si adagia su quello che c’era già 2mila anni fa. ‘O sole e ‘o mare. Nessuna iniziativa viene avanzata per migliorare un po’ tutti insieme, in una città che invece diventa sempre più gretta e incivile. Perché la concezione di tutti noi, troppo spesso, è che tutto ciò che è pubblico non è nostro. Siamo capaci di arredarci case come reggie, ma poi non sappiamo rispettare gli spazi pubblici. E qui non c’entra nulla l’amministrazione, siamo noi. 

E allora, con il passar del tempo, SoldatoInnamorato è diventato un piccolo avamposto per cercare di parlare di Napoli in un modo in cui pochi altri parlano. Possiamo farlo perché non cerchiamo il click facile, non ci interessa. Per noi è un hobby e una passione, non ci guadagniamo nulla. Potremmo certamente impiegare questo tempo per fare uno dei tanti siti che venerano le bellezze di Napoli, del “si è fatto prima a Napoli” o del bidè che a Torino non c’era. Ma a che servirebbe? 

Altrettanto potremmo scrivere di com’è forte il Napoli e creare dei casi di denuncia costante su come invece De Laurentiis (che in città è considerato un “Pappone”) non mantenga gli impegni. Ma significherebbe avere gli occhi foderati di prosciutto non riconoscendo a questo imprenditore di aver fatto dei miracoli in dieci anni. Soprattutto, se rapportati i risultati attuali ai 90 anni pregressi che raccontano ben poche vittorie e praticamente solo quando c’era Lui.

Non siamo cambiati noi. E’ cambiato, molto, il sentire comune e la narrazione della nostra città. Come ad esempio la storiella del napoletano “appestato” che in Italia odiano. Ma quando? Ma dove? Forse in qualche coro indecente negli stadi, ma non è la realtà di tutti i giorni. E’ come manipolare a piacimento le notizie sui migranti che stuprano o rubano. Sono casi che esistono? Certo? Ma da qui a dire che “tutti i migranti stuprano” ce ne passa. O come “tutti i musulmani sono fondamentalisti”. 

Si creano emergenze ad arte. E noi non vogliamo ragionare nella logica delle emergenze, vogliamo ragionare di ciò che vediamo. Ora non vediamo altro che il folklore abbandonare gli stadi e riempire la città. Quando dovrebbe essere l’esatto opposto. Ciò che è serio lo si tratta come un gioco e ciò che è un gioco lo si tratta come fosse una cosa serissima. Allo stadio tutti vestiti di nero, fuori tutti vestiti d’azzurro. Perché? 

SoldatoInnamorato oggi ragiona su queste cose qui. Vogliamo essere contro-narrazione, minoranza, quelli del meno siamo meglio stiamo. Magari siamo dei visionari, ma crediamo che da cose piccole come questo spazio possano nascere altre idee e altri modi di pensare e di ripensare noi stessi. Tra identità e modernità una via bisogna trovarla. Fuori e dentro un campo di calcio. Anche a Napoli, ogni tanto, piove.

Valentino Di Giacomo

Paolo “Sindaco” Russo

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Eh si. Questa volta il titolo inganna, ma è un espediente voluto, fatto apposta, perché voglio rivolgermi proprio a voi: quelli della facile indignazione, i paladini di #NapoliCittàStato, i difensori del vessillo di Partenope in permanente attività. Non se ne può più. In un corto-circuito tra ignoranza e disinformazione che ormai sta superando ogni livello di guardia in ogni settore. Per fare un esempio basta fare un giro rapido sui social network che ogni giorno spunta una notizia di qualcuno che parla male di Napoli e migliaia di persone, come pecore in un gregge, a commentare glorificando le unicità di una terra con un provincialismo e un’arretratezza che non ha precedenti nella millenaria storia della nostra città.

L’ultimo episodio riguarda i tifosi del Foggia che per festeggiare il loro ritorno in Serie B hanno intonato i soliti cori sul Vesuvio. E centinaia, migliaia di siti web a riprendere la notizia come se fosse un affare di Stato, come se davvero i creatori di queste pagine online fossero così interessati al rispetto dell’educazione e della civiltà invece che al proprio tornaconto (talvolta economico) per aumentare traffico sul proprio sito. Che poi se fossero realmente civili, educati e rispettosi nei confronti dei propri lettori magari eviterebbero di pubblicare articoli con titoli contrari ad ogni buona regola deontologica e, ripeto, rispettosa dei lettori. Mi riferisco a quei titoli ormai tipici: “Ha fatto una scorreggia in pubblico, ecco chi è“. “Se vuoi che Sarri resti a Napoli clicca mi piace“, perché non c’è dubbio alcuno che il mister deciderà il proprio futuro in base ai like su una pagina Facebook… Certo, chi pubblica questa roba è in malafede, ma pure chi legge, chi commenta, chi partecipa non è proprio una volpe. E li sto trattando…

Ora, da qualche tempo in qua, va invece di moda la mercificazione dell’indignazione un tanto al chilo. Non sopporto quei link che rappresentano la politica e i politici come dei mostri, delle sanguisughe e, spesso, immotivatamente. Ma sono gusti. Quando però riguarda la mia città, mi incazzo doppiamente. Ora è arrivato persino lo sportello comunale “Difendi la città” per segnalare le offese contro Napoli e i napoletani, si dà patente di serietà a una massa di imbecilli che probabilmente andrebbero ignorati. Il sindaco di Cantù, il giornalista anti-Napoli, la soubrette che fa promozione di se stessa sparlando dei napoletani. Basta. Sono notizie che possono creare indignazione la prima volta, magari una seconda, poi basta. E’ diventato un sistema consolidato sfruttato da tutti: da chi l’offesa la riceve e da chi la pronuncia. Tutti ci guadagnano. Fessi e contenti. Come quando Salvini è venuto a Napoli e gli si è data ancora più importanza contestandolo.

La smettiamo? Riusciamo a metterlo un punto? Si riesce a fermare questa valanga di vacuità in nome della difesa di una città che deve essere per forza più bella, più civile, più di cuore, più tutto. Più passa il tempo e più va consolidandosi un clima culturale provinciale, chiuso, arretrato. In una sindrome d’accerchiamento che non esiste. Ormai non è più solo permalosità, ma idiozia.

Ecco, cari napoletani, miei concittadini, ma veramente siamo diventati questo? Oppure è soltanto una falsa rappresentazione dei media e dei social? Se apro la mia home di Facebook ci trovo solo amici che si incazzano per i cori sul Vesuvio, per il sindaco imbecille che sparla di Napoli, per il giornalista che mette l’accento sui problemi della città. Per carità, in Italia il razzismo verso i napoletani esisterà pure, ma non è un’emergenza. Non siamo i negri d’America degli anni ’50. Oltre a guardare il computer, impariamo pure a mettere il naso fuori dalla finestra. Fuori c’è un mondo che o non sa manco dove esiste “La città più bella del mondo” o che manco se la incula (per usare un termine un po’ forte che mi perdonerete). Non esiste solo Napoli, non esistono solo i napoletani, non siamo il centro dell’Universo pure se ci fa piacere pensarlo.

Abbiamo una bella città, con i suoi problemi e le sue bellezze, come tante tante altre. Pure a Barcellona fanno gli scippi, pure a New York si spara in strada e a volte nelle scuole. Il mare ce l’hanno pure a Valencia, un vulcano sta pure a Tokyo, musica tipica pure a Rio de Janeiro. Il mondo è bello perché è vario. Guardiamolo, non isoliamoci in noi stessi guardandoci ogni volta l’ombelico. Eravamo una città cosmopolita. Che fine abbiamo fatto? Ecco perché, talvolta, da napoletano, a voi napoletani vi schifo e vi odio. Non vogliatemi male.

Valentino Di Giacomo

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La moda un po' violenta dei social

Intalliarsi e guardare questo spettacolo... Foto di Giovanni Savino

Mi ha emozionato l’articolo di Paolo sull’usanza tutta partenopea del “consuolo”. Per chi non l’avesse letto ne consiglio la lettura perché ogni tanto è bello leggere qualcosa che racconti di gesti di pace, fuori dal tambureggiamento dei social di liti, lamentele, brutte notizie. Fa bene tanto più in un momento come questo quando una parte del Paese soffre il dramma del sisma che ha sfracellato case, paesi e tolto la vita a centinaia di persone.

E’ bello essere partenopei ricordando il nostro cuore. Quei piccoli gesti, quelle piccole attenzioni che tramandiamo da generazioni: penso al “consuolo”, ma pure al fare visita in casa d’altri con zucchero e caffè.

Eppure, nel racconto mediatico, soprattutto in quello dei social, mi piace meno questa pretesa superiorità del “cuore napoletano”. Come se in altre parti d’Italia fossero una razza di asentimentali. Fa bene ricordarlo proprio ora che è fine Agosto e la maggior parte di noi, i più fortunati, sono appena rientrati dalle vacanze. Le vacanze sono spesso anche un’occasione per conoscere persone di altre parti d’Italia. Un tempo lo si faceva con il militare. E, conoscendo persone di altre città, si scopre che in fondo in fondo un cuore ce l’abbiamo tutti. Eppure, a leggere alcune cose sui social, pare che debba passare sempre il concetto che solo il “Napoletano tene ‘o core bbuon”. Siti web che quasi parlano di superiorità razziale perché i Borbone inventarono il bidet oppure la prima ferrovia, o ancora la raccolta differenziata. E’ bello tutto questo, ma purtroppo ha un prezzo. Il prezzo è che, senza rendercene conto, in questa nostra manifestazione delle nostre identità, forse senza neppure accorgercene, vogliamo manifestare una pretesa superiorità.

Io penso che invece il napoletano è assai più ricco quando è umile. Quanto è bella la Napoli delle signore che portano a fatica le buste della spesa, quanto è bella la Napoli delle facce sulla metropolitana dopo una giornata di fatica, quanto sono belle le rughe delle vecchiarelle sedute al verano fuori ai vasci. E’ bella Napoli quando è semplice, non quando pretende di essere superiore agli altri.

Quelli di cui parlo non sono sentimenti così lontani dal nostro vivere quotidiano. Sull’identità e sull’orgoglio c’è tanta gente che sale sul carro di Napoli per guadagnarci. Vogliamo ricordare l’ultima campagna elettorale quando ai festeggiamenti del nostro sindaco si cantava persino assurdamente “Bella ciao” sventolando la bandiera del Regno delle due Sicilie? O vogliamo parlare di tutti quei siti web che decantano le bellezze di Napoli? Per carità, tanti lo fanno in buona fede, ma tanti altri ci guadagnano. Ci guadagnano anche tanto.

Ecco perché qui su Soldatoinnamorato, a volte, prima di scrivere qualcosa di bello sulla nostra città un po’ ci pensiamo su. Non perché sia sbagliato, ma perché, soprattutto sui social, c’è un clima avvelenato. Napoli è bella quando dialoga con altre culture, non quando ricorda “e tiempe belle ‘e na vota” o peggio quando si sente superiore a tutti gli altri. Questo è un errore che spesso ho commesso pure io e ho compreso che non porta benefici, ma ci allontana dagli altri.

Si può essere orgogliosi, ma senza sentirsi superiori. Proprio come quando, in silenzio, in occasione di un lutto, arriva una vicina sconosciuta con una pentola di brodo. Napoli è bella per ciò che dice, ma è assai più bella quando sono gli altri a parlare di lei. A parlare di noi.

Valentino Di Giacomo

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Il teatrino partenopeo

Gigi D’Alessio è un signore. Poteva scaricare le colpe sugli altri e invece, senza scomporsi, ha detto “Pago tutto io”. La questione è quella dell’erba del San Paolo e il suo stato devastato dopo il concerto del cantante di “Annarè”. Secondo l’agronomo della Lega Calcio il campo era in condizioni perfette e ciò è stato possibile grazie ad anni e anni di lavoro. Sarà quindi praticamente impossibile riavere un prato eccellente per l’inizio del campionato, figurarsi per quando il Napoli celebrerà i suoi 90 anni di storia tra poco più di un mese.

La situazione si ripete ed evidentemente De Laurentiis non aveva tutti i torti lo scorso anno quando si lamentò perché il Comune aveva deciso di far svolgere al San Paolo il concerto di Vasco Rossi. Eppure, dopo appena un anno, nulla è cambiato. Una questione che non ha senso di esistere. E ripropongo quindi quanto già scrissi appena un anno fa: ma è mai possibile che nella città della musica non esistano strutture adatte per far svolgere dei concerti affollati?

Chi scrive ha una convinzione che, probabilmente, sembrerà pure ovvia, ma evidentemente non lo è. Lo Stadio San Paolo deve essere il luogo dei tifosi del Napoli, del Calcio Napoli. Non può essere diviso con null’altro. A meno che non si riesca a rendere tecnicamente conciliabile l’utilizzo dell’impianto con usi differenti a quelli sportivi.

Luigi De Magistris, neo eletto sindaco di Napoli, ha tenuto quasi interamente la propria campagna elettorale attaccando Renzi. Ecco, tifosi del Napoli, prendiamocela con il presidente del Consiglio. Appare evidente che doveva essere lui a vigilare sullo svolgimento del concerto di Gigi D’Alessio. Così come è chiaro a tutti che sia colpa del premier se Napoli, città della musica, non abbia neppure un luogo dove poter far svolgere dei concerti. Chiaramente sarei mediamente sarcastico…

Uè, mi raccomando, il primo agosto festeggeremo il nostro Napoli cantando “Bella Ciao” e sventolando la bandiera del Regno delle due Sicilie. La coerenza tanto ormai s’è bruciata. Proprio come l’erba del San Paolo.

Valentino Di Giacomo

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Le chiacchiere del sindaco

Tra i miei mille difetti, ne ho uno imperdonabile: non adoro le mezze misure, o 1 o 90 si dice a Napoli. E questo è uno dei motivi per cui – per dirla con un’espressione social – ho una relazione complicata con la politica che, per antonomasia, è l’arte del compromesso. Per tutta la durata della campagna elettorale qui su soldatoinnamorato ci siamo astenuti dal fare qualsiasi tipo di commento, la nostra è una testata libera e così deve restare. Oggi però, a urne chiuse e a risultato acquisito, se ne può parlare e scrivere in libertà.

Luigi De Magistris ha vinto e chi vince ha sempre ragione, tanto più guardando il resto della pletora di candidati. La sua, come quella dei suoi avversari, è stata però una campagna elettorale senza fatti, non se ne è praticamente parlato. Cosa ha intenzione di fare il sindaco confermato per i prossimi 5 anni? A parte questo movimento sinistroide anti-renziano che vuole imporsi a livello nazionale che, per noi cittadini che viviamo la città, ce ne frega quanto il risultato di una partita di calcio di terza serie svedese. Veniamo quindi alle “mezze misure” di cui accennavo. Il sindaco del “lungomare liberato” ha fatto una campagna elettorale tutta fondata sull’indipendentismo. Devo dire che la sera dei risultati del primo turno mi sono persino vergognato dell’immagine che Luigi De Magistris ha dato di Napoli intervenendo a Porta a Porta. Non tanto per quello che diceva, ma per i nomi dei simboli di lista che lo sostenevano. A noi non fa effetto, ma che deve pensare dei napoletani uno dell’alta Italia nel vedere alle spalle del sindaco quei simboli così stucchevolmente campanilistici: “Ce simm sfasteriati”, “Mò”, un simbolo con la maschera di Pulcinella. Ancora con queste immagini stereotipate? O a Napoli esiste pure altro?

Pulcinellate per l’appunto e con le pulcinellate, i “cacati sotto”, “rivoluzione” non si può governare. De Magistris la sera dell’elezione ha detto “Ci avete detto per 150 anni cosa dovevamo fare, oggi decidiamo noi. Gli altri sono una CHIAVICA”. Discorso bello, emozionante, persino condivisibile se non fosse per qull’aggettivo finale. E allora, se l’indipendenza vuole, il sindaco confermato la ottenga per davvero. Ed ecco il discorso della “mezza misura”: De Magistris rinunci, ad esempio ai fondi del governo per Bagnoli e non versi più le tasse dei napoletani allo Stato centrale. Ammesso che Napoli sia economicamente autosufficiente. Questa è l’indipendenza. Il resto sono solo chiacchiere che prendono in giro quei poveri cristi che davvero ci credono.

Le parole sono belle, i fatti però sono questi e rappresentano il tutt’altro. E allora, nei prossimi 5 anni, De Magistris ci dica davvero cosa vuole farne di Napoli. Potrà farlo in tutta tranquillità visto che non dovrà essere più in campagna elettorale e raccontare sciocchezze alla gente. Vuole una Napoli indipendente? Crei il suo regno. E sia fatta la sua volontà. Perché, alla fin fine, oltre perché probabilmente era il “meno peggio”, è stato votato proprio in virtù di certi sentimenti. Li metta in atto se ne è capace. Altrimenti è “tutto chiacchiere e distintivo”. Da ex magistrato la definizione calza proprio a pennello.

Valentino Di Giacomo

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Manca meno di una settimana alle elezioni e, per poter compiere al meglio il mio dovere di cittadino, ho cercato on line il programma dei candidati, almeno quello dei 4 principali. Come ho fatto a cercarli? Come farebbero tutti: sono andato su google e ho cercato il cognome del sindaco seguito dalla parola programma. Sembrava così semplice… Invece c’è stata qualche sorpresa. Non voglio assolutamente entrare nel merito dei contenuti delle proposte, mi limito a raccontare l’avventurosa ricerca di quello che dovrebbe essere la base di una campagna elettorale.

Con Brambilla escono articoli di giornale anche piuttosto vecchi e la sua pagina FB come quarto risultato. Riesci ad arrivare al programma solo dopo un po’ di ricerche, peccato perchè “I 20 Passi per Napoli” sono ben presentati e abbastanza dettagliati,ma ci si arriva solo cercando il nome del partito, non del candidato.

Cercando con Valente programma, il primo link che trovi è il suo sito, e in home in bella vista ti trovi il programma sia da leggere online che da scaricare in PDF. Il programma è ben sviluppato e parecchio lungo ma per facilitarne la lettura i punti sul sito sono stati sintetizzati e possono essere espansi. Sotto questo aspetto la migliore in assoluto.

Lettieri programma ci riporta subito al suo sito dove non c’è una voce esplicita “programma” ma “I 10 obiettivi comuni per Napoli” sono immagini, tipo manifesti elettorali che devono essere aperte una per volta, non si può neanche fare uno slideshow, i titoli sono hashtag scelti a caso e la scelta di usare come forma il manifesto elettorale limita molto i contenuti.

Con De Magistris arriva il capolavoro, il primo link è il suo blog, l’ultimo articolo è del 18 maggio, non c’è nessuna voce che indichi chiaramente dove è il programma. su Google come terzo risultato esce il programma del 2011. La cosa più simile a un programma che sono riuscito a trovare l’ho trovata attraverso un giornale online (formiche.net) che rimanda a un documento su sindacopernapoli.it (sito che non compare facendo le ricerche di cui sopra) il pdf è su due pagine, sembra il volantino con le offerte di un supermercato, è praticamente illegibile per me come è costruito. A questo punto ho pensato bene di andare nella home dello stesso sito e qui ho trovato la voce “Cosa vogliamo fare con il programma anche qui abbastanza ben organizzato e diviso in punti sintetici che si possono approfondire nel dettaglio cliccando.

Provate adesso a cercare “Domenico Esposito Programma“, qui addirittura si parte da preambolo.

Paolo Sindaco Russo

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Imprevisto estivo, via Caracciolo, 1995 - -® Gianfranco Irlanda
Foto di Gianfranco Irlanda

Sembra un motivetto semplice, uno di quelli che si canta dalle ultime file dell’autobus quando vai in gita con la parrocchia, un coro folkloristico, ma per me è sempre stato un punto di partenza quando mi sono trovato a riflettere su cosa volesse realmente dire essere Napoletano. Da ragazzo a volte mi sembrava quasi una condanna:
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!

Ma sì, dimentichiamoci tutto, cancelliamo i problemi senza risolverli, facciamo finta che non esistano almeno finché non ci coinvolgono direttamente. Tanto abbiamo il sole, tanto abbiamo il mare!

Così progettavo la mia vita per andarmene all’estero, borse di studio, piccoli lavori, appena avevo soldi da parte me ne andavo per quanto più tempo possibile, a Lisbona principalmente. Perché troppo lontano dal mare proprio non ci so stare.
Quando però mi sono trovato a dover scegliere dove fermarmi, dove decidere di passare la mia vita e magari mettere su famiglia mi sono trovato ad escludere città come Madrid e Berlino per il motivo di cui sopra: non hanno il mare. Sono tornato qui e qui è nata la mia famiglia.

Ho iniziato a prendermi per il culo da solo: ma allora è vero che Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare? Erano gli anni della grande emergenza rifiuti, poco dopo la faida di Scampia, Napoli era le peggiore che avessi mai visto eppure ero qua, mi ero trovato un lavoro e avevo preso casa in una città in condizioni a dir poco vergognose. Cercavo di impegnarmi allora, fra mille attività, movimenti, proposte per la città, eravamo (e siamo) in tanti con voglia di fare tanto per questa città.

Napoli è migliorata, è cresciuta tantissimo, è sempre più bella, sia per merito di chi la gestisce sia dei cittadini che hanno in un modo o nell’altro sviluppato in senso positivo l’orgoglio identitario. Oggi le sue bellezze sono apprezzate da tutti, sono gestite e valorizzate come meritano e i turisti la premiano costantemente.

Ma contemporaneamente c’è una parte di Napoli che rimane ferma, immobile su stessa, anzi, a volte sembra proprio voler peggiorare.

In questi giorni il Telegraph incoronava Napoli come città più bella d’Italia, in questi giorni sono stati sparati 25 colpi di Kalashnikov contro un commissariato, ieri sono sono state uccide due persone e ferite tre in una sparatoria. Può essere la stessa città, si può vivere in un simile paradosso?

Ed ecco che, tanto per cambiare, Napoli si spacca in due. Da una parte chi difende la città bellissima e piena di turisti. Chi non smette di dire che Napoli è meravigliosa, di elencare i servizi per i cittadini. Di tessere le lodi di musei, monumenti, di esaltarne la storia. Sempre pronto a ribattere che la criminalità c’è ovunque, Mica si spara solo a Napoli? Le classifiche sulla qualità della vita non tengono conto del sole e del mare! Chi parla solo dei mali di Napoli lo fa per interesse personale, non vuole il bene della città. Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Dire che Napoli sia come altre città Europee è incredibilmente falso, dire che si spara un po’ ovunque come a Napoli mi sembra a dir poco forzato. A Napoli il quotidiano non si vive male, ma neanche particolarmente bene. Non è normale che chi si muove dalla periferia non abbia un orario dei mezzi pubblici o spesso addirittura i mezzi stessi, non è normale che chi spinge un passeggino debba fare slalom fra buche, marciapiedi dissestati e inciviltà e menefreghismo di chi parcheggia ovunque… e si potrebbe continuare per ore.

Dall’altro lato c’è chi dice che a Napoli non è cambiato nulla, che tutto quanto è stato fatto sono solo operazioni di facciata, che la nostra città è totalmente invivibile e che i turisti che vengono poi scappano per non tornare più. Parlano di una Napoli da terzo mondo e che il sole, il mare, Higuain e quant’altro sono solo una scusa.  Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Napoli si sta valorizzando come non mai, forse solo durante il G7 del ’94 è stata tirata così a lucido, la stampa internazionale la sta spingendo al massimo e si sta dando una dimensione moderna e internazionale al turismo. Alcuni servizi sono migliorati e nella maggior parte dei cittadini sta nascendo la consapevolezza di essere responsabili del destino della propria città.

Chi ha ragione allora? Tutti!

Tutti perché la ragione si dà agli sciocchi, e a Napoli un po’ lo siamo tutti.
Complice la campagna elettorale, oggi stiamo tutti a puntare il dito fra di noi più per lo sfizio di avere ragione che per il bene della città, più per una partigianeria estrema che per costruire qualcosa.

Ogni giorno porto mio figlio a scuola, facciamo una breve passeggiata in un quartiere tutto sommato tranquillo, pochi passi però che ti fanno notare come la noncuranza e l’abbandono stiano rovinando questa città.
Dalla finestra della sua classe si vede il mare, una piccola spiaggia che ospita le barchette durante l’inverno. Si vede Nisida, si vede Miseno, si vede Capri. Ogni mattina io e lui non rinunciamo a un’affacciata di finestra e a quel piccolo momento di serenità per incominciare la giornata.

Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Forse, o forse è giusto che quel panorama, quell’angolo di paradiso, quella meraviglia sia in una scuola. Perché dopo quell’attimo di serenità ripenso alle parole di Peppino impastato:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

E i fondo è quello che vorrei che impari mio figlio, e gli altri bambini di quella scuola, vorrei che capissero che estetica ed etica viaggiano di pari passo, vorrei che educandoli al bello possano rendere Napoli migliore.

Perché a Napoli se vogliamo il buono dobbiamo necessariamente agire sul bello e ricominciare da lì. Bello e buono, bello è buono.

E allora una volta e per tutte… Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Diciamo che non basta, ma che sicuramente è un buon inizio.

Paolo Sindaco Russo

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Foto di Paolo De Luca

Caro Massimo,
ieri a Napoli ti hanno intitolata una scala, quella dove hai girato Scusate il ritardo, si esatto quella dei 50 giorni da orsacchiotto.

Ovviamente stando a Napoli le cose potevano mai andare normalmente? Tipo che si scopriva la targa, le autorità presenti facevano un discorso preparato, con qualche frase fatta a condire un ricordo sincero, la gente che applaude e poi se ne va e i giornalisti che pensano a un titolo a effetto da piazzare on line…
No caro Massimo stando a Napoli ovviamente tutti hanno avuto qualcosa da ridire, stando a Napoli tutto era troppo o troppo poco.

Ma come gli dedicano solo una scala? Io gli avrei dedicato Piazza Garibaldi, invece di dedicarla a quello sterminatore di Napoletani.
Ma il Sindaco non tiene niente di megli da fare che inaugurare una scalinata?
Ma una pittata alla ringhiera ce la potevano fare.

Non contenti siamo riusciti a creare intorno a questo evento un vero e proprio caso: Il cartello non è stato messo proprio nel tratto utilizzato come location per il film ma in un altro tratto: ti rendi conto? Secondo alcuni puristi è quasi un”offesa alla tua memoria!

Caro Massimo, non riesco a non immaginare cosa avresti tu se fossi stato qui ieri, non riesco a non immaginarti sorridente nascosto fra la folla a osservare le faccia, a origliare battute e osservazioni per rubarle per i personaggi dei tuoi film, per renderle immortali.

Non posso non immaginarti sul palco quasi a vergognarti “A me? Mi state dedicando una strada?” per poi rivolgerti all’autorità di turno, un po’ chiamandola per nome un po’ chiamandola per titolo, magari alternando il tu, il voi e il lei. “Gigino, Signor Sindaco, Grazie non so che dire” Poi magari avresti improvvisato, avresti riportato sul palco quelle battute origliate, rubate qua e là per prenderci in giro, per prenderti in giro.

A Pino gli avete dedicato una Via, a me una scala… manco un vicolo, una piazzetta, una scala… a chi si dedica una scala? E pure il pezzo sbagliato della scala… Io il film l’ho girato più sotto, ma va bene… Grazie sono commosso”

Noi avremmo riso con te, avremo riso di noi avremo riso fino alle lacrime… quelle lacrime che oggi erano di commozione perchè tu non c’eri, non c’eri a farci ridere di noi per farci crescere per rendere comico il nostro essere ridicoli.

Caro Massimo io ti chiedo scusa per aver anche solo pensato di immaginare quello che avresti fatto, perchè comunque ci avresti sorpreso, perchè comunque eri imprevedibile, per cui non mi resta che salutarti con la mia faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e io zitto sotto.

Paolo

P.s. le voci del popolo sono liberamente tratte dal racconto di Paolo De Luca, che ringrazio

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Il cumulo di amianto non ancora raccolto

Succede spesso di lamentarci delle condizioni in cui versano alcune aree della nostra bellissima città. Non è un mistero che alcune strade isolate, soprattutto nelle aree periferiche, siano ancora oggi utilizzate per sversare rifiuti, spesso altamente nocivi, e risparmiare così i costi di smaltimento. C’è chi oramai è assuefatto allo scempio e si trincera dietro un “Si è sempre fatto”, ma per fortuna, c’è chi denuncia e combatte affinchè le cose cambino, affinchè venga tutelato il diritto alla salute dei cittadini.

È il caso di Sara, una studentessa di medicina che un giorno si rende conto che sulla strada che percorre  per tornare a casa, fra i rifiuti abbandonati, c’è un grosso cumulo di amianto. Via Sartania, nel quartiere Pianura, è a 2 passi dal Parco Nazionale degli Astroni ma a quanto pare non basta questo per dissuadere chi sversa illegalmente.

Sara fa la cosa giusta. Il 6 agosto sporge regolare denuncia alla Polizia sperando che la situazione si possa risolvere in tempi brevi, ma purtroppo diventa l’inizio di una piccola Odissea. Dopo circa un mese viene ricontattata dalla Polizia per sapere dove precisamente ci fosse l’amianto denunciato, gli agenti vanno a controllare, verificano che si tratta di amianto e delimitano la Zona con il nastro segnaletico bianco e rosso. Nulla di più.

Sembra una beffa ma la laureanda in medicina, conoscendo i pericoli cui si va incontro e sapendo quante persone della zona ne siano state vittime, non ci sta, non vuole vedere lei e i suoi cari in pericolo. Da quel momento inizia a chiamare con insistenza tutte le istituzioni competenti per richiedere la rimozione, chiama la Polizia Municipale, viene rinviata da un ufficio all’altro in un continuo scaricabarile di responsabilità Dopo 3 mesi di Calvario riesce, quasi, quasi a venirne a capo. Le viene indicata come persona competente l’Ing. Parente, responsabile delle bonifiche per la Direzione Ambientale – Igiene della Città.

Riesce a contattarlo il 6 novembre e l’ingegnere si dimostra subito disponibile, dichiara che fino a quel momento non aveva saputo nulla della denuncia ed inizia a interessarsi al caso, ma, nonostante le date di rimozione comunicate, il cumulo rimane ancora oggi dove sta. Fine del Plafond di fondi per le bonifiche, così se è giustificato l’Ingegnere che rimanda agli inizi di Gennaio la bonifica, è in corso una nuova procedura di gara che porterà all’affidamente delle attività di bonifica a fine dicembre.

Ora non resta che aspettare gli inizi di Gennaio per vedere se finalmente i cittadini della zona potranno tornare a vivere senza quest’incubo.

Ora è lecito chiedersi che altro deve fare un normale cittadino per vedere rispettati i propri diritti più basilari, anche quando verrà rimosso l’amianto, ci auguriamo in tempi strettissimi, ci chiediamo se sia normale attendere 5 mesi (ammesso che venga rimosso a gennaio) per una bonifica lasciando svariate famiglie in pericolo.

Noi continueremo a sentire Sara e a sostenere questa battaglia che è una delle tante che noi cittadini combattiamo ogni giorno, sperando di poter raccontare la fine di questa storia quanto prima.

Paolo Sindaco Russo