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dallarussiaconcazzimma

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Dal nostro inviato a Mosca

Il polverone scatenato dalla trasmissione Rai “Parliamone sabato” sulle fidanzate dell’est Europa, oltre ad essere stupido, indice di razzismo e orientalismo su cui si potrebbero a lungo citare Frantz Fanon e Edward Said, non tiene conto di un fatto: quanto elencato dai poco scrupolosi autori del programma non corrisponde a verità. E qui non parlo di quante meravigliose donne qui siano delle vere professioniste dei propri settori, riescano a insegnare, curare, dirigere con grande abilità. No, vorrei andare a smontare gli odiosi stereotipi della trasmissione. Non inizio nemmeno dal punto 2, dove si vede che non si è mai stati in Russia o in Polonia: il concetto di “abiti per casa” (домашняя одежда) esiste e per uomo e per donna. Ecco la mia rettifica semiseria.
Il punto 3: non sono gelose, e io sono biondo e magro. Ho avuto sceneggiate degne di Regina Bianchi per aver scambiato due chiacchiere con colleghe; un mio caro amico, per venire a farsi un paio di birre con me e un altro moscovita partenopeo, si è visto piombare l’allora partner in birreria per “controllare”.
Prendiamo poi il punto 4, dove si legge che “sono disposte a far comandare il proprio uomo”: chi scrive conosce personalmente illustri colonnelli delle Forze Armate russe, esimi accademici, egregi medici, tremebondi di fronte all’ennesima ramanzina della Nadya o Tanya di turno. D’altronde, non è sorprendente, in una situazione sociale dove negli ultimi venticinque anni il numero di divorzi è aumentato, e dove la “femminilizzazione” della famiglia è argomento assai studiato; inoltre, quanto asserito dal programma presenta uno stigma di certo poco positivo.
Il punto 6 poi è fantascientifico: non hanno mai assistito a capricci, polemiche, che spesso non sono legate a dinamiche di relazioni amorose. Chi scrive più volte ha visto quanto sia difficile, per un’impiegata o collega donna, ammettere di aver commesso un banale errore.
Insomma, non solo razzista, sessista e patriarcale ma anche bugiardi. Complimenti al servizio pubblico, e non fate le valigie: qui non troverete geishe ubbidienti e innamorate di voi, come siete chiaviche là, lo sarete qua, mai però quanto gli autori di quella trasmissione.

Giovanni Savino

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Dal nostro inviato a Mosca.

Spesso si critica internet, si attaccano i social, senza tener conto di come a utilizzare e ad imprimere una direzione a questi strumenti siamo noi. Quella dell’opinionismo social è una piaga ben peggiore delle punizioni divine dell’Antico testamento, e racchiude tutto il peggio di cui può essere capace l’essere umano: arroganza, ignoranza, polemica sterile. Non si tratta di dover avere una laurea per poter avere il diritto di dire la propria, no, non fraintendetemi, spesso chi è in possesso di un titolo si crede ancora più legittimato a doverci comunicare la propria, arrivando alle vette del “tuttologo” di Mai dire TV, con la differenza di poter sfoggiare un percorso di studi.
Ma poi, bisogna avere un’opinione su tutto? In verità vi dico, non ho un’opinione su tutto, e non me ne pento. La questione non è difficile: la quantità di esperienze e conoscenze che possiamo ottenere è pur sempre limitata, ed è mia intima convinzione che la ricerca è un processo collettivo; per questo mi spaventano i tuttologi, spesso in grado di discettare su intricati problemi di politica internazionale o di medicina senza avere alcun tipo di approfondimento sul tema. Mi spaventano, perché ci vedo il brodo di cultura da cui emergono santoni alla Brigliadori pronti a propagandare pericolose fandonie anti-chemio; li temo perché lì c’è chi crede, come successo ad uno dei migliori scrittori italiani (a mio parere), Amleto de Silva, che esista un bambino dal nome Celardo: Amlo aveva pubblicato una finta lettera dove diceva cosa avrebbe fatto a un ipotetico figlio sfaticato nel caso non avesse fatto i compiti; ebbene, dopo che alcune pagine (quelle che ogni tanto rubano anche a noi foto e post) hanno preso la foto, ci sono stati commenti indignati in difesa del bambino.
C’è una quantità impressionante di opinionisti della home, che ad orari prestabiliti, manco fossero bot programmati, inseriscono commenti del tipo: 8:00 Obama cattivo; 9:00 PD ladro (o M5S falso); 10:00 considerazioni storiche ricopiate da Wikipedia; 11:00 commento della notizia del giorno; 12:00 commento sulle elezioni americane e così via. Questa attività smodata nel digitare rende questi personaggi non dei grandi commentatori su tutto lo scibile, ma solo dei fastidiosi “sapientoni”, le cui fonti spesso sono anche dubbie (inoltre, non pochi di questi si basano su informazioni di terza mano, non conoscendo altre lingue); e non va confusa con l’appartenenza a questa o quella parrocchia, ma è diffusa, e si va sempre più espandendo.
Un anno fa, o giù di lì, ho ricevuto una telefonata da una importante trasmissione TV di un canale russo per commentare il terrorismo in… Turchia. Mi sono rifiutato, per una semplice ragione: non conosco quell’argomento, non ne so più del normale lettore curioso, non parlo turco. Invece conosco, ahimè, connazionali improbabili che appaiono a commentare qualsiasi cosa, “esperti” del nulla, in cerca di un po’ di pubblicità, di una affermazione del proprio ego. E no, non sono d’accordo fino in fondo con quanto sosteneva Umberto Eco, né tantomeno voglio limitare la libertà d’espressione; spesso l’obiezione di questi tuttologi è quella della “democrazia e della libertà di parola”. Ma la democrazia non è urlare una serie di fesserie in un megafono, o avere il diritto di propagandare pericolose idiozie come le cure alternative per il cancro o abbaiare contro i vaccini; la democrazia è partecipazione, è discussione, è confronto. Ed i tuttologi non hanno bisogno di tutto ciò, perché hanno la verità, e la declamano; chi scrive, resta sempre seguace di ciò che insegnava il professor Gennaro Bellavista.

Giovanni Savino

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Pripyat, città abbandonata dopo l'esplosione della centrale di Chernobyl

Dal nostro inviato a Mosca:

Per molti italiani, Chernobyl’ è il disastro nucleare per eccellenza, anche se Fukushima (di cui colpevolmente si tace) ha raggiunto quei livelli di orrore, e sono state queste due catastrofi a porre (almeno per ora) termine ad ogni discorso sul nucleare.

Quel 26 aprile 1986 è rimasto impresso, anche per quelli che, come chi scrive, erano molto piccoli: la nube radioattiva sull’Europa, il divieto di comprare ortaggi e frutta, il silenzio imbarazzato dei vertici sovietici a nascondere la tragedia, e l’assoluta novità della catastrofe nucleare in tempo di pace. E, dopo la catastrofe, alzi la mano chi non ricorda i bambini bielorussi (la centrale si trova al confine tra Ucraina e Bielorussia) e ucraini che venivano qui, in cerca di un po’ d’aria e di sostegno nel caos seguito alla caduta dell’Urss.

A riascoltare l’annuncio d’evacuazione della città di Pripyat, a soli 2 km dalla centrale di Chernobyl, si avverte un senso d’inquietudine. Il tono ufficiale dei notiziari e degli annunci sovietici è incrinato, la voce della donna regge a fatica l’agitazione, come è normale che sia. L’evacuazione temporanea è diventata ormai eterna, in quei luoghi, come ha indicato il giornalista napoletano Marc Innaro in un servizio Rai di questi giorni, il tasso di radioattività è superiore alla norma di centinaia di unità.

Pripyat era una città modello, una delle ultime atomgorod (città dell’atomo) dell’Unione Sovietica, costruita per essere a misura d’uomo: i lavori furono eseguiti da brigate volontarie del Komsomol (la gioventù comunista) provenienti da tutto il paese, le strade vennero pianificate affinché non si formassero ingorghi, e la città non era un ghetto, ma un insediamento urbanistico con teatri, cinema, ospedali, asili. Una città con 47.500 abitanti, più di 25 nazionalità, abbandonata il 27 aprile di fronte alla tragedia nucleare: da quel momento Pripyat si è trasformata in un tetro sito archeologico dell’utopia atomica, ancora oggi sinonimo di catastrofe.

Lo scenario oggi presente nella Zona d’alienazione ricorda ciò che i fratelli Strugacskij descrissero nel loro romanzo Picnic sul ciglio della strada (ripubblicato in italiano nel 2011 da Marcos y Marcos), poi portato sullo schermo da Andrej Tarkovskij con il suo Stalker: lo stravolgimento delle leggi fisiche, una natura che si riappropria, mutata, del proprio spazio, e il tentativo di alcuni di vivere lì, tra le rovine di una città ferma al 1986.

La tragedia di Chernobyl continua ad essere un monito, anche per quel nucleare sconosciuto che abbiamo in Italia, come ad esempio il traffico di navi e armi nei nostri porti. Basta poco, e quei palazzi vuoti e quella natura contaminata potrebbero divenire realtà.

Giovanni Savino

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Dal nostro inviato a Mosca:

La storica biblioteca 183, intitolata a Dante Alighieri e situata nelle vicinanze dell’Università statale di Mosca, rischia di chiudere. Attiva sin dal 1955, la biblioteca promuove la diffusione della cultura italiana, e ha oltre ventimila fondi, che andranno divisi e quindi definitivamente persi, oltre al licenziamento di gran parte del personale.

Lo sfratto doveva avvenire il 30 aprile, ma la mobilitazione ha permesso di ottenere un rinvio, senza però garantire nessuna certezza al futuro della Dante. Anche la comunità italiana di Mosca si è mobilitata, e si attende una presa di posizione netta anche da parte delle rappresentanze di Roma in Russia.

Perché è importante parlarne su “Il Soldato innamorato” e invitarvi a firmare la petizione? (Ecco il link) La biblioteca è ciò che noi vorremmo anche nelle nostre terre: un posto dove studiare, leggere, un luogo d’aggregazione. La Dante è inserita nel tessuto sociale del quartiere Gagarinskij, ed è un punto di riferimento anche per gli italiani a Mosca.

Salviamo la Dante Alighieri! E attenzione, perché chi non firma rischia di finire nel girone degli ignavi… :)

Giovanni Savino

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Jurij Gagarin e Gina Lollobrigida

Dal nostro inviato a Mosca:

Una delle ricorrenze probabilmente più sentite in Russia, senza che abbia alcun carattere “festivo” o di “riposo”, è la Giornata della Cosmonautica, ovvero il 12 aprile, anniversario del primo volo di un essere umano nello spazio. Il nome di Jurij Gagarin. il suo faccione da “ragazzo di campagna”, il sorriso e l’epopea di quei 108 minuti passati attorno alla Terra sono conosciuti in ogni angolo di quel pianeta che il figlio di un carpentiere e di una contadina ha potuto, per primo, osservare dallo spazio. E oggi sono 55 anni da quel 12 aprile 1961.

Ma è l’intero percorso della conquista dello spazio da parte degli scienziati sovietici ad essere epico, e ad avere origine nelle celle della Russia imperiale. Il 23 marzo 1881 Nikolaj Kibal’cic, detenuto in attesa dell’impiccagione per aver partecipato all’attentato allo zar Alessandro II, ha improvvisamente un’idea. Le lunghe giornate in fortezza, aspettando la morte, non sembrano angosciare il giovane rivoluzionario, ma gli permettono di sviluppare le proprie riflessioni sui voli nello spazio, quando all’epoca ancora non vi era traccia dell’aereo. Kibal’cic lascia i propri appunti, prima dell’esecuzione del 3 aprile, in eredità all’Accademia delle scienze, ma solo quando lo zarismo sarà abbattutto, quelle preziose riflessioni verranno pubblicate per la prima volta, nel 1918.

Nel 1903 una figura singolare di scienziato – autodidatta, Konstantin Ciol’kovskij, pubblica uno studio sulla missilistica, ma già vent’anni prima aveva disegnato un prototipo di navicella spaziale: solo però dopo il 1917 questo semplice maestro di provincia, in realtà un vero e proprio pioniere in vari campi delle scienze, otterrà sostegno e riconoscimenti di ogni tipo.

Un giovane ingegnere negli anni Trenta, durante il Terrore, si trova ad essere deportato lontano da Mosca, alla Kolyma, ma riesce a sopravvivere e a lavorare nelle sharashky, i settori dei gulag dedicati agli specialisti, per poi essere liberato nel 1944. Sergej Korolev non solo verrà ricordato come il padre della cosmonautica sovietica, ma come determinante nella costruzione e nello sviluppo della missilistica. E sarà proprio questo roccioso studioso,  uomo che i suoi contemporanei ricordano per non essersi mai perso d’animo, a dirigere sapientemente il primo volo dell’uomo nello spazio.

Molti di noi sono abituati alla retorica senza senso, alla ricerca di parole speciali per occasioni indimenticabili: ebbene, Jurij Gagarin disse semplicemente “Поехали” (Andiamo, poekhali). E quando atterrò presso la cittadina di Engels sul Volga, si identificò altrettanto semplicemente.

Gagarin è morto troppo presto, il 27 marzo 1968, durante un volo d’addestramento: il primo cosmonauta non ha mai smesso d’inseguire quel sogno che l’umanità coltiva dai tempi d’Icaro.  E oggi, a 55 anni da quell’impresa, non si può non concordare con questa canzone del gruppo Undervud: “Гагарин, я Вас любила” (Gagarin, l’ho amata). E sì, io amo Gagarin.

Giovanni Savino

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Il logo delle Universiadi partenopee

Dal nostro inviato a Mosca:

Sono passati 10 giorni dall’assegnazione delle Universiadi del 2019 a Napoli e alla Campania, e non sembra se ne sia colta ancora l’importanza di questo avvenimento. Certo, la manifestazione sportiva è ben lontana dall’avere l’impatto sul pubblico dei Giochi olimpici o dei Campionati mondiali di calcio, ma parliamo di circa 10.000 atleti che vivranno in città, cimentandosi in 14 discipline. Un evento che, per vastità e varietà di discipline, è secondo solo alle Olimpiadi, e un possibile volano per lo sviluppo della Campania. Quando nel 2013 si svolsero le XXIV Universiadi in Russia, a Kazan’, antica città sul Volga e capitale della repubblica del Tatarstan, i Giochi rappresentarono un momento storico per la regione, e ad oggi quelle di Kazan’ sono ricordate come le migliori Universiadi della storia. Perché?

Per la Russia, prima di Kazan’ c’era stata solo l’Universiade del 1973, nella Mosca sovietica, e l’evento nella capitale tatara è stato la prima manifestazione sportiva di rilevanza internazionale dopo le Olimpiadi del 1980, e ha preceduto i Giochi olimpici invernali di Sochi, quindi ci si teneva a fare bella figura. Inoltre, la scelta di Kazan’ è stata felice proprio per il suo essere non solo capitale ma anche centro culturale dei tatari, antica popolazione del Volga, parte importante dell’Orda d’oro (sì, quella discendente da Gengis Khan) e conquistata dai russi di Ivan il terribile nel 1552. In contemporanea con i Giochi sportivi, infatti, si sono svolte in parallelo varie iniziative culturali, concerti, mostre, spettacoli teatrali, il tutto fatto in chiave di valorizzazione della città, con ospiti internazionali.

Napoli ha tutte le carte per poter far bene, e per organizzare un’Universiade che possa restare nella storia. E per cancellare il cattivo ricordo dei Mondiali di calcio del 1990, che videro Napoli vittima della pessima gestione dell’evento (e a veder oggi le stesse facce nel comitato promotore della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, si può solo rabbrividire): per dirne una, la Linea Tranviaria Rapida non è mai stata completata, per essere poi riconvertita nella Linea 6 della metropolitana napoletana, che ancora oggi è a dir poco carente nel servizio. A Kazan’, grazie ai fondi stanziati per l’Universiade, sono stati aperti e costruiti:

  • un nuovo terminal aeroportuale, ed è stata ristrutturata complessivamente l’aerostazione;
  • un nuovo interscambio ferro-gomma presso la stazione centrale di Kazan’;
  • la ricostruzione della stazione centrale;
  • il secondo blocco della metropolitana, con l’apertura di tre stazioni;
  • una linea di tram veloce;
  • l’aeroexpress (navetta ferroviaria per l’aeroporto);
  • 11 svincoli;
  • 41 sottopassaggi pedonali;
  • 65 km di strade;
  • 63 nuove vie.

Insomma, impianti a parte (villaggio della manifestazione da 14500 posti; stadio da 45000; palazzetto del nuoto e altri 5 impianti per sport al coperto e, infine, un canale per canottaggio e kayak), si parla della costruzione di un’altra città, del miglioramento della qualità della vita della gente comune: insomma, un’altra storia rispetto a Italia ’90.

E, quando ho letto di Napoli 2019, ho chiuso un attimo gli occhi, sperando di riaprirli tra tre anni e vedere la nostra meravigliosa metropolitana collegare i vari quartieri e le varie cittadine della zona; treni passare ogni 2 minuti; una tangenziale senza l’odiosa gabella e messa in sicurezza; il metrò del mare; Cumana e Circumflegrea portare atleti e tifosi alle gare; la Circumvesuviana diventata velocissima e comoda; la stazione metrò di Capodichino…

Riusciranno i “nostri eroi” a buttare via anche questa occasione? O sarà un altro motivo per mangiarci sopra, lasciando ben poco alla collettività? Napoli, diventa un po’ come Kazan’.

Giovanni Savino

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Il cantante degli Showmen Mario Musella

Dal nostro inviato a Mosca:

Nonostante la poca neve e la molta umidità, il grigiore del cielo, i piumini e i riscaldamenti a palle, oggi ufficialmente in Russia è primavera. Ci si fanno gli auguri, si gioisce dopo un altro inverno passato, però ancora non è quella stagione che noi mediterranei associamo ai fiori e al sole in cielo. A casa nostra, dovunque ci troviamo, “tingiamo marzo”: una tradizione che prevede, la mattina del primo giorno di questo mese, tratteggiare su un foglio o una mattonella un paesaggio primaverile (nel mio caso, molto ma molto astratto).

Marzo è sempre stato fonte d’ispirazione per la poesia e la musica napoletana. Non credo ci sia figlio di Partenope che non conosca i versi di Salvatore Di Giacomo sul mese “pazzo”, soprattutto i primi: “Marzo: nu poco chiove/e n’ato ppoco stracqua:/torna a chiovere, schiove, /ride ’o sole cu ll’acqua.” Ed è la versione musicata dagli Showmen e cantata dalla voce unica del “nero a metà” Mario Musella. Oggi sono i Foja a cantare di un inizio di primavera un po’ stressante, probabilmente pieno di malaciorta:

“Tu dimme ca staje sempe allero
e faje ‘a guerra mmiezo ‘e guaje
e lass’ ‘a porta sempe aperta
e nun pienze ca fernesce tutto quanne nun ce staje
marzo adda passà”

E, passeggiando per Mosca, in attesa dei tre giorni di festa per l’8 marzo, si vorrebbe respirare un po’ di quell’aria sempre sospesa tra sereno e tempesta, di pioggerelline col sole, che “schizzicheano” sul volto. Ma stanotte, proprio per accogliere la primavera, cadrà il 60% della neve prevista per questo mese. Marzo adda passà?

Giovanni Savino

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Massimiliano Musto, direttore del Four Seasons Mosca

Dal nostro inviato a Mosca:

Letteralmente a due passi dalla Piazza Rossa, nel cuore di Mosca, sorge un albergo particolare, che ha vissuto due volte, se si può dire ciò per un edificio. L’hotel Moskva probabilmente è l’albergo russo più noto nel mondo, per via del suo profilo ritratto sull’etichetta delle bottiglie di vodka Stolichnaya, ed è stato costruito in soli due anni, dal 1933 al 1935, ed è probabilmente una delle ultime testimonianze dell’epoca del Costruttivismo, con la sua facciata asimmetrica. Quel che oggi possiamo ammirare, ovvero l’hotel Four Seasons Moskva, è la copia esatta dell’edificio buttato giù nel 2004, e riaperto definitivamente solo da qualche anno, ma questa storia ha anche a che fare con la nostra terra: il direttore dell’albergo è Massimiliano Musto, napoletano verace e grande professionista del settore.

Entrare nella hall dell’hotel è sempre un’emozione particolare: l’imponenza degli arredi, unita alla ricercatezza degli interni, senza esagerazioni kitsch, crea un’atmosfera particolare, quasi di soggezione. La gentilezza del personale è tutt’uno con l’eleganza dei modi, ed è così che Max Musto apre il proprio studio, in una fredda giornata di metà dicembre.

La storia del direttore dell’Hotel Four Seasons Mosca è quella di un ragazzo partenopeo che ha preso nelle mani il proprio destino, partendo (come tanti di noi) per “terre assaje luntane” e costruendosi una propria professionalità, senza mai dimenticare le proprie origini e la propria napoletanità.

Max, grazie per aver accettato il nostro invito. Come Soldato Innamorato ci interessa raccontare storie di napoletanità, e di figli della nostra terra. Come sei arrivato a Mosca?

Da 17 anni lavoro con Four Seasons, ed ho iniziato a Bangkok, il primo hotel di dieci in cui ho lavorato in questi anni: Malesia, Singapore, Los Angeles, Hawaii, Tokyo, San Diego, Mauritius, Egitto ed ora Mosca.

Com’è iniziata la tua avventura? Generalmente, noi napoletani combattiamo con vari stereotipi, tra cui quello secondo il quale potremmo al massimo fare i cuochi…

Ho iniziato questo business un po’ per caso… Dopo aver fatto il militare, un giorno, ho deciso di partire per la Gran Bretagna, per un anno, “per imparare la lingua”, come dissi a mia madre. Già vivevo lontano da Napoli, a 10 anni abbiamo lasciato la città dopo la scomparsa di mio padre, abbiamo venduto la nostra attività a Secondigliano, e ci siamo trasferiti a Latina. Ho iniziato per caso, provenendo da una famiglia umile e una volta approdato all’estero, però, non ho iniziato da Londra ma sono andato un po’ più a nord, in Scozia, senza parlare una parola d’inglese, col mio vocabolario e tanta buona volontà… Dopo Glasgow, sono stato ad Aberdeen e ad Edimburgo, per poi finire a Londra dopo tre anni e mezzo, dove tutti mi chiedevano dove avessi imparato l’inglese… “in Scozia”, e così ho dovuto imparare tutto da capo, perché avevo imparato lo scozzese!

Dopo quest’esperienza, ho lavorato per la Hilton, e sono stato inviato in Sri Lanka, anche questo un avvenimento molto interessante, per poi tornare a Londra, al Mandarin Orient di Hyde Park, per poi ricevere una telefonata in cui mi si offriva un lavoro, la posizione di restaurant manager, quando già ero assistente di food & beverage, e anche se non mi andava di fare come il gambero, mi colpì molto la professionalità e il modo di fare della compagnia. Mi ricordo ancora questo colloquio, al Four Seasons di Londra, con tre persone: il direttore generale, il direttore delle risorse umane, e il direttore del food & beverage, solo per aprire un ristorante a Bangkok. Due ore di colloquio, molto tranquille e incentrate sull’aspetto umano, ma prima di accettare chiesi di andare in Thailandia per vedere il ristorante: andai a Bangkok, mi piacque subito il progetto e il resto è storia.

Nonostante la catena sia la stessa, immagino tu abbia avuto modo di conoscere le mille sfaccettature e identità di questo mondo, perché si tratta di paesi e posti totalmente diversi. Qual è il posto che ti è rimasto più impresso, in questi anni di lavoro?

Bella domanda, questa qui: come sai, ci sono varie fasi della tua vita, e dovrei dirti che il primo amore è stato Bangkok, dove ho vissuto per 3 anni e mezzo, ho trovato moglie, ed è stata la prima esperienza per Four Seasons; poi segue San Diego, e dal punto di vista personale, perché i nostri due figli sono nati lì, abbiamo comprato casa, e invece per tenore di vita mi son divertito tanto a Tokyo, dove ero il direttore del food & beverage, il Giappone per questo ruolo è una nazione interessantissima, con grande qualità. Poi devo dire che per prestigio Mosca è l’albergo di gran lunga superiore a quelli dove ho lavorato, anche se è molto difficile trovare un cattivo Four Seasons fra i 96 della catena. Ma il Moskvà, se guardi al posto dove ci troviamo…

Più centro di così, a due passi dal Cremlino e dalla Piazza Rossa!

Appunto, dovrebbero costruirne uno vicino alla Casa Bianca o San Pietro per avere un posto simile a questo. Quest’opportunità è stata molto stressante, ma gratificante.

Parliamo un po’ della tua esperienza qua, com’è lavorare a Mosca?

Questa qui è una nazione che non è capita, e il russo è incompreso, c’è una differenza tra la percezione e la realtà, e per me questa è stata una rivelazione, mi si diceva dei russi tristi, mai sorridenti, ma poi sono arrivato qui e, da napoletano, posso dire che sono passionali, emotivi…

Sono napoletani tristi…

Sì, tristi però fino a che non rompi il ghiaccio. Il modo di gesticolare, la passione un giorno a 100, un giorno a 50… ed è stata una sorpresa piacevole. Professionalmente, se riesci ad avere una connessione con le persone con cui lavori, allora il tutto diventa più facile, il contatto umano in questo lavoro è importantissimo e penso e mi auguro, in base alla mia esperienza lavorativa, di essere all’altezza della sfida. A dicembre abbiamo ricevuto due importanti premi nel campo, in una sola settimana, e abbiamo concluso il 2015 con grandi successi, come la nomina a miglior struttura alberghiera di Mosca, e come miglior albergo per i matrimoni. Riconoscimenti che nel primo anno di lavoro qua per me è stato oggetto d’orgoglio per il mio personale, io poi sono molto esigente, non mi piacciono le cose fatte a metà. 

Tu sei andato via da Napoli presto, ma vedo che il tuo senso d’appartenenza c’è…

Non perdo una partita del Napoli, e la napoletanità song ‘e scurzetelle. Gigi D’Alessio è stato ospite qui, ed è venuto anche a casa mia, quando posso sono molto napoletano dentro, ho insegnato l’italiano ai miei figli e ora vorrei provvedere col napoletano, e anche se non vado giù abbastanza, il mio rapporto è molto forte.

Hai lavorato nel food & beverage per anni, però… qual è il piatto della tradizione culinaria napoletana che preferisci?

Non c’è niente di più bello dello spaghettino alle vongole, e quando è venuto Gigi a casa mia a pranzo a domenica, gli chiesi se voleva qualche piatto thailandese, e D’Alessio mi fa “Max, ma pecché nun ce facimm nu bellu rraù?”. Ed io, elettrizzato, inizio a chiamare mammà, a cercare le tracchiulelle…

Insomma, pecché a dummeneca mangiamme semp ‘e tre…

Infatti, per dirtene un’altra: se, quando torno, non mangio un pezzo di treccia di mozzarella aversana o una provola, non mi sento a casa, e ora ho il desiderio di un piatto di soffritto. Il nostro pasticciere al Four Seasons è anche lui napoletano, e a casa per Gigi c’era anche un bel babà a tavola. Poi ‘a sfugliatella frolla… quelle cose di cui non si può fare a meno!

E i tuoi figli tifano per il Napoli?

Massimo ha 8 anni e mezzo e amava Cavani, conosceva Lavezzi, mo’ un po’ di meno per via della passione per Mind Craft, però ha magliette del Napoli, quando poi qui hanno giocato gli azzurri contro la Dinamo è stato nostro ospite Edoardo De Laurentiis, e ho visto la partita con Mesto allo stadio. 

Quando c’è il Napoli, non esiste: non perdo una partita, non posso farne a meno!

Giovanni Savino

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Veduta dell'inverno moscovita da casa dell'autore

Aeroporto di Vnukovo, Mosca, 3:15 di un gelido 14 gennaio: l’aereo scivola sulla pista, sbandando un po’ come una macchina sul basolato bagnato a Napoli. Un pensiero in questo viaggio di rientro mi ha però scaldato, incurante di quanti gradi in meno ci fossero in Russia, dovuto alla lettura su “L’Espresso” della rubrica di Bruno Manfellotto, già direttore del settimanale. Questa settimana la penna di Manfellotto si è dedicata alla emigrazione “giovanile” dall’Italia, ed è cosa buona e giusta trattare di questo argomento, perché, come sottolineato dal giornalista “E però di questa realtà, e di altre che indicano un’emergenza, si parla poco. Vi ha fatto cenno Sergio Mattarella; i più tacciono perché, dicono, non c’è niente di nuovo (ma è proprio questa ineluttabilità che dovrebbe preoccupare, no?); altri perché temono di passare per gufi (…)” Tutto molto vero, e condivisibile, anche se poi Manfellotto racconta di un’emigrazione d’élite, se possiamo così definirla, ovvero di figli andati all’estero per un master, ma siamo sicuri che si tratti di questo?

Le cifre e l’esperienza raccontano di uno scenario completamente diverso, un’emigrazione ormai di massa, che coinvolge non solo giovani laureati meridionali, ma un settore consistente della popolazione italiana: i master a cui si iscrivono gli italiani migranti spesso sono le cucine di qualche ristorante o le corsie d’ospedali; si va via da un paese dove manca un numero sufficiente di infermieri (e presto sarà la stessa storia per i medici), per poter lavorare in Gran Bretagna o in Germania; scuola e università soffrono di una paradossale situazione, dove gli insegnanti precari spesso sono già cinquantenni senza posto fisso; ma non va meglio né nell’industria, né nel commercio. Un dramma però dimenticato, sottaciuto, minimizzato quando se ne parla. Un’emigrazione che spesso non è nemmeno più fatta di qualche sacrificio per mettere una somma da parte, visto che si spende la maggior parte dello stipendio per vivere nei paesi dove si lavora, e non è raro vedere genitori che raggiungono i figli per passare le festività assieme.

Mentre mi vesto in aeroporto per affrontare il gelo (calzamaglia-maglia termica-sciarpone-piumino-colbacco, manco Fantozzi a sciare), il pensiero è che i rientri sono fatti di valigie che scoppiano di provviste, bagagliai carichi, regali ricevuti, ma anche di tanta nostalgia e rabbia. Perché, come scriveva Majakovskij, la terra con cui hai diviso il freddo mai potrai dimenticarla: e lui, probabilmente, non sapeva quanto è ancor più vero quando nella tua terra ci sono esattamente 28 gradi in più d’inverno.

 

Giovanni Savino

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Il Lokomotiv Mosca in allenamento

Dal nostro inviato a Mosca:

Le urne dei sedicesimi di finale di Europa League hanno riservato una beffarda sorpresa, con l’incrocio della storica Lokomotiv Mosca con il Fenerbahce, ultracentenaria squadra di Istanbul, patrocinata all’epoca dal padre della patria Ataturk (Mustafa Kemal, non ‘o Pataturco). Una partita difficile, a causa delle tensioni fra Russia e Turchia, dopo l’abbattimento del jet russo sui cieli della frontiera siriana, le sanzioni decretate da Mosca contro Ankara e ulteriori scaramucce, alcune preoccupanti (ieri si sono registrati colpi da parte di una nave russa nell’Egeo, verso un natante turco) e altre francamente ridicole (una linea di magliette anti-turche non è stata messa in produzione perché a causa delle sanzioni non sono arrivati i tessuti dalla… Turchia).
Il ds della compagine moscovita Kirill Kotov ha dichiarato che sarebbe preferibile il campo neutro, ma il team è pronto a scendere in campo anche ad Istanbul. La UEFA ha scelto di non dividere le squadre turche da quelle russe (come accaduto lo scorso anno nel caso ucraino), e ha dichiarato di disporre tutte le misure di sicurezze del caso. Di certo, ancora una volta, le tensioni tra Stati si riverberano nel calcio, e sarà da vedere come le a dir poco “calde” tifoserie russa e turca reagiranno a questo scherzo del destino.

Giovanni Savino

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