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d10s

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Non è il Centro Paradiso, ma Castelvolturno. Non c’è Ottavio Bianchi, ma Maurizio Sarri. Eppure Diego Armando Maradona è ormai praticamente un membro del Napoli. A poterci far sperare, più della visita a sorpresa che Diego ha fatto al centro di allenamento azzurro, è la notizia che El Pibe sarà a Madrid, in una delle gare più importanti nella storia del club, a seguire la squadra. Insomma è ormai più di una certezza il sogno e il desiderio di tanti tifosi del Napoli: Diego è tornato dalla porta principale proprio come aveva promesso tante e tante volte.

Chi un po’ ci segue da qualche tempo sa che noi abbiamo sempre sperato in un riavvicinamento di Diego. Lo scrivemmo già un bel po’ di tempo fa: Napoli non è mai stata così matura come adesso per vedere tornare il suo unico Dio. E più Maradona sarà dalle parti di Napoli, più svanirà quella patina religiosa e di mistero con cui i napoletani vivono il proprio Dio. Chi scrive è un Maradonista convinto, uno che probabilmente darebbe la propria vita a Diego e persino quella di sua madre. Eppure, lo abbiamo visto con l’apparizione maradoniana al San Carlo, in città c’è stata frenesia per Diego, ma niente da fermare la città. Altre scene e altri caroselli si videro quando Diego tornò per la prima volta a Napoli per celebrare l’addio di Ciro Ferrara, e un’altra euforia c’è stata altre volte dopo quando Maradona è riapparso in città. Oggi Napoli non vede più un evento impossibile riabbracciare il proprio idolo perché Diego, di tanto in tanto, sta tornando in città con sempre maggior frequenza. Persino io, da malato assoluto, questa volta non mi sono strappato i capelli per andare a vederlo al San Carlo. Non perché non volevo esserci, ma perché sono certo che ci saranno ancora molte occasioni per incontrare il mio Dio.

Certo, ora arriverà il momento più difficile. De Laurentiis, fino ad oggi accentratore e spesso affetto da un antipaticissimo protagonismo (vedere scena a Doha quando voleva strappare la SuperCoppa dalle mani di capitan Marek) dovrà essere capace di saper fare un passo indietro. Nella mia vita ho conosciuto moltissime persone “famose”, ma non ho mai visto una rockstar (in tutti i sensi) come solo Diego sa essere. Con Diego si può avere a che fare solo in un modo: standogli dietro. E nessuno come Lui è capace di stare davanti perché, da leader innato, ha la capacità di far sentire importante tutti gli altri solo attraverso la propria presenza. Se tutti i calciatori che hanno avuto a che fare con Lui ne parlano bene non è perché Diego è stato una categoria a parte nella storia di questo sport, ma perché Maradona, prima di essere un campione, è ancor prima un GRANDISSIMO UOMO.

Come dicevamo, ora viene il difficile: la convivenza tra Diego e Aurelio. Non sarà semplice, ma non è un’impresa impossibile se ognuno avrà la capacità di restare al posto proprio. Da un punto di vista commerciale solo Maradona può aprire strade, fino ad ora impossibili, per il marketing del club. Ora però Diego dovrà essere intelligente nel non sprecare quella che, anche per Lui, è comunque una chance per restare nel calcio che conta. Sono belle le parole di Maradona quando dice che il suo Napoli deve essere alla pari con Juve, Roma, Milan e Inter. Ma Diego deve pure avere la consapevolezza che economicamente, tra il Napoli e queste squadre, non c’è assolutamente gara. Solo il più grande calciatore di tutti i tempi è riuscito a sottrarre scudetti ai club del nord. Il Napoli è il Napoli da 90 anni, questo Diego non deve dimenticarlo. Così come non devono dimenticarlo i tifosi troppo spesso malati di quella sindrome del “Devi vincere” che a queste latitudini non ha diritto di esistere.

Il Napoli potrà tornare a vincere e le sue possibilità aumenteranno se Diego sarà ancora al fianco di questo club. Per il Napoli, con Diego da ambasciatore, possono aprirsi porte che fino ad ora è stato impossibile aprire. Ma tutto questo potrebbe palesarsi come un effetto boomerang qualora Diego ricominciasse a dare giudizi su squadra e calciatori. Ricordate le parole su “zio Sarri”? Appena ieri Maradona è stato praticamente costretto a scusarsi.

Se lo metta in testa Lui e se lo mettano in testa i tifosi: gli anni ’80 sono passati ormai da oltre 30 anni. Non è più il calcio dei mecenati, dei Viola, dei Berlusconi, dei Cecchi Gori. E non è più nemmeno il calcio degli anni ’90 con i Cragnotti, i Moratti e i Tanzi. Oggi ci sono società di calcio che hanno alle spalle sceicchi e petrolieri e, nonostante questo, neppure riescono a vincere. Il calcio di oggi, per chi non ha determinate risorse, è fatto di paziente programmazione. Questo dovrà capirlo in fretta Diego e, speriamo, prima o poi, lo comprendano pure i tifosi. Bene ha fatto De Laurentiis a ricordare a tutti che il Napoli è da 7 anni in Europa, impresa che persino alla Juve non è riuscita in questo periodo. Per i palati fini sembrerà poco, ma per chi osserva la storia del nostro club non è un evento che si è verificato così spesso.

Oggi Napoli è matura per abbracciare Diego e lo sarà ancora di più in futuro. Andare a Madrid supportati dal più grande interprete del calcio nella storia di questo sport sarà già come segnare un gol. A livello mediatico Maradona potrà dare tanto, tantissimo. Lui potrà colmare tutte le pecche e le manchevolezze di un club che a livello sportivo è eccezionale, ma che spesso a livello di organizzazione (vedere la vendita dei biglietti per Napoli-Real) sembra essere rimasto alla preistoria.

Ora tutti insieme bisognerà remare nella stessa direzione. Mai come ora Napoli e il Napoli hanno una chance più unica che rara. Diego potrà toglierci ancora parecchi paccheri da faccia. Oggi è un grande giorno e dobbiamo celebrarlo. Diego è sempre più vicino al Napoli, da Napoli invece non se ne è andato mai. Mai. Oggi è anche una giornata per tanti commentatori napoletani di chiedere scusa a Diego. C’è persino chi in passato ha scritto che Diego non doveva neppure venire al San Paolo perché toglieva “luce” alla squadra. Gente inutile. Lasciamo stare.

Valentino Di Giacomo

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Il totem che manca

Fonte: sscnapoli.it

Dopo la querelle a distanza tra Sarri e De Laurentiis è ritornata in voga la questione dell’assetto societario del club partenopeo. Per molti, e tra questi ci siamo noi da tempo non sospetto, il presidente dovrebbe portare in società un uomo autorevole, un general manager che sappia far coniugare squadra, tecnico, società, stampa e tifosi. Tutti i grandi club hanno personaggi di questo genere: la Juve ha Nedved, l’Inter ha Zanetti, probabilmente il Milan affiderà questo incarico al magnifico Maldini. Al Napoli manca da sempre un uomo così. Forse lo è stato solo Pier Paolo Marino nei primi anni di (ri)nascita del club ai tempi dell’arrivo di De Laurentiis.

Allora da qui vorremmo lanciare una proposta al presidente. Il Napoli ha una squadra molto forte, è stabilmente tra i primi club europei dove si è cimentato spesso bene sia in Champions League che in Europa League, l’ambiente è cresciuto tanto. Sono arrivati ottimi risultati e il gioco azzurro è sempre eccellente, così come lo scorso anno, al punto che la telenovela su Higuain sembra definitivamente tramontata. Ma manca qualcosa a questo club. E quel vuoto potrebbe riempirlo Diego Armando Maradona.

Da qualche tempo il presidente ha affidato ad un’esperta la diffusione del marchio di Napoli e del Napoli a livello internazionale. Anche per questo De Laurentiis è stato in Cina dove ha coniugato i suoi due “lavori” e le sue due passioni: il cinema e il calcio. Ma il Napoli non è ancora un brand internazionale così riconosciuto, come lo sono ad esempio Milan e Inter nonostante negli ultimi anni entrambe le milanesi siano finite sempre dietro al Napoli. All’estero il Napoli è conosciuto, per rendere un’idea, quanto il Wolfsburg in Germania o il Psv in Olanda. Due squadre che hanno pure vinto recentemente, ma se vai in Cina tutti conosceranno di più il Bayern Monaco o l’Ajax. Maradona, invece, non ha confini. E’ conosciuto da chiunque, anche da chi non segue il calcio, come un non appassionato di basket conosce Micheal Jordan o un non esperto di boxe sa chi sia Mohammed Alì.

Forse Napoli e il Napoli non sono mai stati così pronti per supportare e “sopportare” la presenza di Diego all’interno dell’organigramma societario. E’ chiaro, viste le frequenti bizze del pibe, qualsivoglia contratto dovrà essere confezionato in maniera certosina, ma Diego e il Napoli sono reciprocamente pronti per riprendere insieme il proprio cammino.

La presenza di Diego galvanizzerebbe la piazza, toglierebbe pressione alla squadra e rivitalizzerebbe probabilmente il rapporto tra De Laurentiis e la città. Certo, sarebbe difficile per il presidente “ingabbiare” Diego come può fare ad esempio con Bigon o Giuntoli, ma non bisogna mai sottovalutare il realismo di Diego. Per molti Maradona è un “loco”, ma questo può dirlo solo chi esclude dal conto tantissimi dati di fatto. Per quanto la Natura lo abbia dotato, nessuno diventa un calciatore così forte senza impegno, costanza, sacrifici. Maradona è stato un professionista. A modo suo. Ma è stato un professionista che è riuscito a vincere, anche in virtù del suo carattere e delle sue caratteristiche, un mondiale da solo e due scudetti dove prima mai si era vinto. Si può pensare che tutto questo sia accaduto per motivi “divini”, ma relegare Diego solo al funambolo calcistico è riduttivo. Maradona per molti anni è stato anche un grande atleta. Il che significa che è una persona abituata a ragionare per obiettivi.

Fissando gli obiettivi in maniera chiara Maradona nel Napoli ci potrebbe stare a meraviglia. Non è solo sentimentalismo, ma sostanza. Pensate a quanto si parlerebbe del Napoli in ogni parte del mondo. E pensate se dopo un torto arbitrale invece di presentarsi Sarri davanti alle telecamere si presentasse Diego. La Bibbia.

Mai come in questo periodo storico Napoli e il Napoli possono permettersi questo rischio. Un rischio calcolato. Non un azzardo. Un modo per far crescere il fantomatico “fatturato”, ma pure per dare al club un’autorevolezza che resta ancora lontana da conquistarsi. In altri periodi riportare Diego a Napoli sarebbe stato rischiosissimo perché avrebbe alimentato paragoni tra il fortissimo Napoli che fu e una squadra di centro-classifica quale siamo stati (nel migliore dei casi) per tutto il periodo post-maradoniano fino a qualche anno fa. Oggi il Napoli è forte. Diego darebbe solo la carica. Sarebbe un “di più”, non una copertina per nascondere le magagne di una società mal strutturata come lo è stata per molti anni.

Il prossimo 12 ottobre Diego sarà a Roma per giocare la partita della pace. Da qui ci auguriamo che il presidente una visita al pibe possa fargliela. Basta fare patti chiari. Nulla di più. Oggi De Laurentiis è abbastanza forte per potersi permettere Diego. Non farlo, a nostro avviso, è invece un segnale di debolezza. Suo e della società. Se fosse un film sceglieremmo la pellicola di Almodovar: “Volver”.  Vuelve esta casa espera a ti!

Valentino Di Giacomo 

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Il nostro esperto di mercato, nonchè barman di fiducia, la aveva data come ipotesi ma a parte questo nulla ha mai fatto pensare che l’affare fosse possibile.

Ma si sa, escludendo i comunicati ufficiali, il 50% delle notizie di calciomercato sono stronzate e il restante 50% cazzate, per cui lecito sognare anche quando è inutile sperare. Ma, proprio quando tutto sembra perduto, sul web spunta l’incredibile iniziativa di un tifoso: una colletta per comprare Messi.

Il titolo è tutto un programma “Operazione Messia, il figlio di D10” ma al di là dello scherzo la raccolta fondi sembra essere reale (anche se al momento non c’è nessuna offerta) e con quote più o meno alte si potrà anche ricevere alcuni omaggi: autografi, maglia autografata ma non solo, con 20000 euro potrai organizzare un’amichevole al San Paolo con gli amici e schierare Messi nella tua squadra. 

Qualcuno potrebbe avere dei dubbi sulla serietà della cosa, ma noi siamo dei sognatori, per cui ci uniamo all’invito degli organizzatori Giacomo & Co.chi ha soldi da investire e un cuore per sognare, allunghi velocemente la mano…de Dios”

Paolo Sindaco Russo

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I motivi per cui celebrare D10s

“Siete ridicoli! Festeggiare il Natale per la nascita di Maradona! Voi non state bene! Come se Napoli si fosse fermata a Maradona”. Ebbene si, qualcuno stamattina anche questo mi ha scritto, dopo che su soldatoinnamorato buona parte dei nostri redattori si è cimentato nel scrivere un articolo che ricordasse Lui. Articoli che vi consiglio vivamente di leggere. Ma non è nuova questa posizione – un po’ nichilista a dir la verità – di alcuni napoletani nei confronti di Diego. Sul Napolista, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Roma alla quale Maradona era presente in tribuna, Massimiliano Gallo scrisse persino un articolo al vetriolo sulla Napoli che ricorda sempre i “belli tiempe ‘e na vota“. Del resto c’era Benitez in sella alla panchina azzurra, e la religione rafaelita  è monoteistica pure rispetto al Dio del Calcio… Ma lasciamo stare.

Ricordare Diego è prima di tutto un’esigenza dell’anima. E vabbè questa esigenza o la si avverte oppure no. Non si può condannare chi non la vive. Ma celebrare Diego è anche riaffermare la Napoli e la napoletanità più verace e bella. Sarebbe stupido annoverare la venuta di Maradona a Napoli soltanto come un capitolo meramente calcistico della nostra storia. Per paradossale che sia, ma molti sottovalutano questo aspetto, Diego è stato assai più importante per la città di Napoli che per la sua squadra.

Maradona ha riportato a Napoli un concetto fondamentale: l’orgoglio! L’orgoglio di essere poveri, brutti sporchi e cattivi, l’orgoglio del sud, la bellezza di essere in minoranza: insomma, l’orgoglio di essere napoletani. Un orgoglio che non scaturisce dalla vittoria dei tricolori o dalla Coppa Uefa, ma un orgoglio che esiste a prescindere proprio per le qualità che sottintendono al concetto di napoletanità.

Essere napoletani ed essere orgogliosi non era una cosa semplice negli anni ’80. Napoli scontava i primi prodromi di leghismo che, come bacilli, iniziavano già allora ad infestare il Paese. Napoli quel 5 Luglio dell’84 era ancora un cantiere aperto dopo il dramma del terremoto del 1980. Per il resto dell’Italia eravamo ladri, figli dell’assistenzialismo e sporchi terroni. Per non parlare del colera che un decennio prima fece la propria comparsa in città e scatenò verso Napoli un razzismo che oggi si può riscontrare solo verso i migranti o gli zingari. Un razzismo contro il quale, non senza qualche pudore, dovette scagliarsi contro persino Eduardo De Filippo che visse la cronaca di quei giorni come un dramma personale.

indietrotuttaMa invece dei piagnistei e del vittimismo, di cui oggi si abusa fin troppo, Napoli reagì. E reagì nell’unica maniera di cui è capace: la CULTURA. Quella che, come certi culi, va scritta con la C maiuscola. Troisi, Pino Daniele, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo, Claudio Mattone, Edoardo De Crescenzo ebbero il merito di far emergere un racconto di Napoli che vinse qualsiasi razzismo e ghettizzazione nei nostri confronti. Tra “Terra mia”, “Ricomincio da Tre”, “Indietro Tutta”, “Così parlò Bellavista”, “Scugnizzi” e “Ancora” si insediò Diego Armando Maradona. In un’Italia che non è mai stata più napoletana come lo fu nel decennio ’80. E Diego fu capo-popolo di quella che, oltre trent’anni dopo, possiamo definire un’autentica rivoluzione. Perché l’orgoglio e la napoletanità non sono mai andati a braccetto come allora. Forse l’unico precedente citabile è soltanto quello delle 4 Giornate di Napoli.

pinoNon è quindi assurdo o eccessivo ricordare Diego per chi è realmente innamorato non solo di Lui, ma della nostra città. Celebrare le gesta di Maradona significa invece riaffermare dei concetti che ancora oggi potrebbero tornare utili. E’ un guardare avanti, non guardare indietro. Anche quello di Sarri è un grande Napoli, manca però quel contesto culturale di trent’anni fa. A dire il vero, ringraziando il Padreterno, mancano pure i problemi e gli sfaceli di quegli anni. Oggi Napoli, come ha scritto più volte Erri De Luca, non appartiene più al Sud del mondo. Non siamo ancora diventati del tutto mitteleuropei, ma non siamo nemmeno nelle condizioni di instabilità sociale degli anni ’80. Certo, si spara in strada e “Gomorra” è la nuova frontiera culturale di questa città. Il cinismo, proprio come quello di chi non vuole far festeggiare la nascita di Maradona, si è impossessato di Napoli. Manca quella leggerezza e quell’ironia con la quale si possono dire le stesse cose che dicono i Saviano, i Garrone o i Sollima nei libri, nei film e nelle serie di Gomorra. Con meno analiticità, ma con più cuore, in fondo Troisi e Pino Daniele sapevano denunciare le stesse cose.

gomorraEcco, questa mancanza di leggerezza si avverte oggi anche allo Stadio. Un San Paolo che mai è stato così esigente e imborghesito come in questi anni. Perché la lezione di Diego non è stata quella del “Devi vincere” che si canta prima del fischio d’inizio di ogni partita, ma dell’essere orgogliosi. E l’orgoglio, come il coraggio manzoniano di Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Neppure con le vittorie. Quelle arrivano dopo. L’orgoglio pre-esiste a tutto. E questa è stata, ormai più di trent’anni, la lezione del D10s, la lezione di Diego Armando Maradona. “Siate orgogliosi di quello che siete, a prescindere di come siete e a prescindere da quello che ottenete”. In fondo gli scudetti sono stati un’appendice involontaria. Pensateci, oh voi che criticate!

Valentino Di Giacomo

 

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Diego Armando Maradona entra nella Piazza Rossa, 6 novembre 1990 (foto da sports.ru)

Dal nostro inviato a Mosca:

“Si, ma Maradona ha sbagliato il rigore contro lo Spartak”: questa leggenda metropolitana (fu Marco Baroni a non fare gol) mi accompagna spesso nelle discussioni con gli appassionati russi di calcio. Quella sera è stata un po’ l’epilogo di sette anni di magia, di vittorie, di gloria di Diego Armando Maradona a Napoli, in una Mosca gelida e scossa dalle ultime convulsioni della perestrojka, dove gli azzurri vennero eliminati dalla Coppa dei Campioni.
Credo sia difficile, per chi non sia napoletano o argentino, capire cosa ha significato e significa Diego per noi. Cosa vuol dire trovarsi gli occhi lucidi riguardando le sue azioni così semplici nella loro divina genialità, i suoi gol così facili e belli da vedere ma impossibili. È vero, ne scrivo probabilmente così perché per me le giocate di Maradona sono i primi ricordi d’infanzia, perché il tripudio della Coppa UEFA e il delirio del secondo scudetto sono memorie di bambino, ma sfido a negare la grazia e l’ispirazione nel gol del 2-1 con l’Inghilterra, per citare “solo” la nota forse più alta del pibe de oro.
Ho avuto la fortuna di conoscere Marco Campassi, figlio di quel grande musicista che fu Emilio, autore di “Maradona e’ meglio ‘e Pelé”, una delle prime canzoni che ho imparato assieme a “Ho visto Maradona”: Marco ancora oggi racconta non solo della devozione popolare verso Diego, ma anche della sua profonda umanità, della sua amicizia disinteressata. Ma spesso e volentieri si getta fango sull’uomo Maradona, che santo non è ed ha spesso ammesso i suoi difetti, per sminuirne la sua aura come giocatore e condottiero. Si, condottiero: un trascinatore in grado di portare e il Napoli e l’albiceleste ad essere protagonisti, non tirandosi mai indietro, sempre presente nei momenti decisivi.
E quella maledetta notte a Mosca, imputata spesso e volentieri alle malefatte di Maradona, vide però arrivare Diego già a notte fonda nella capitale sovietica all’Hotel Cosmos, imponente albergo sul lunghissimo prospekt Mira, e poi, indossata una tamarrissima pelliccia nera, andare a vedere la Piazza Rossa. All’epoca l’Unione Sovietica era teatro di cambiamenti epocali, e il “cuore della Russia”, cioè la piazza, era tenuta strettamente sorvegliata, per evitare che fosse occupata da manifestanti di ogni tipo. Ma quando i soldati videro arrivare questo piccolo brunetto li, non ebbero esitazioni, avevano visto l’estro in tante partite trasmesse in tv durante le noiose giornate in caserma, probabilmente temevano la sua presenza contro l’amato Spartak: fatto sta che si aprirono le porte per Diego, che instancabile firmò decine di autografi e si lasciò fotografare.
Quest’umanità è una nota caratteristica, e ho avuto modo di constatarla al telefono: una decina di giorni dopo Dinamo Mosca-Napoli di quest’anno, un mio amico corrispondente di una TV sportiva russa mi telefona dall’argentina. Parliamo del più del meno e mi passa “un amico”. Un accento inconfondibile mi chiede come sto e se a Mosca fa freddo, e a femmine come vanno le cose. Ed è stato come se lo conoscessi da sempre, però… Avete presente John Belushi quando nei Blues Brothers vede la luce? Quella domenica mattina per me è stata così.
Grazie, Diego: per tutto quello che ci hai dato, per tutto quello che mi hai dato. E non so cosa farei “si yo fuera Maradona”, ma so di certo che nessuno può essere come te, per noi.

Giovanni Savino

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Murales per Diego

Ho visto Maradona”

Rispondo così, non posso  farne a meno, quando con gli amici vecchi e nuovi si parla di concerti.

C’è chi racconta di quando è andato a vedere i Metallica specificando sempre che non li ha visti adesso che sono vecchi, ma quando erano al top. Chi ha visto i Pink Floyd, qualcuno più vecchio che ha visto Bob Marley a Milano, chi è andato a Berlino a vedere gli U2 e chi è riuscito a vedere l’ultimo concerto dei Nirvana

Io ho visto Maradona

Ne ho visti tanti di concerti, anche di grandi del rock, ma nessuno è come lui. Della rock star Diego ha sempre avuto tutto: fama, amore per gli eccessi, vizi, passione per le belle donne e quell’inspiegabile controsenso che hanno tutte le rockstar, da una parte paladini del popolo e dell’altra amanti del lusso. Per molti un’ipocrisia, per tanti un paradosso per alcuni un ossimoro, per me è semplicemente rock.
Anche in campo Maradona era una rockstar, sapeva far esplodere il pubblico, sapeva fare letteralmente l’amore con i tifosi, il pallone fra i suoi piedi era molto più di quello che è una chitarra fra le mani di Slash, non sapevi mai cosa stesse per accadere, ma qualunque cosa venisse fuori era meravigliosa, e io l’ho vista, anzi l’ho vissuta.

Ho visto Maradona

Non ho visto Che Guevara entrare a L’Avana, non ho visto i Partigiani con i loro fucili liberare l’Italia dal nazifascismo, non ho visto Galileo cercare di convincere il mondo che l’universo non è come si pensava che fosse, non ho visto rivoluzioni politiche o culturali. Ma ho visto Maradona. In una Napoli che sembrava non avere speranze io ho visto il giocatore più forte di tutti i tempi, ho visto Diego cambiare i paradigmi del calcio Italiano dimostrando che a sud di Roma si poteva vincere, andando negli stadi del nord a far sognare i tanti migranti meridionali che per un giorno potevano guardare dall’alto in basso il loro padrone.

Io ho visto Diego dire alla mia generazione che la povertà non è un limite, che la rabbia sociale è una forza che ti può portare ovunque e che nessuno parte sconfitto se decide giocare.

Vi chiamano terroni 365 giorni l’anno e per un giorno pretendono che siate italiani.
Diego mi ha insegnato quello che ha distanza di anni avrei trovato nei libri di Fanon, dello stesso Ernesto Guevara, ma me l’ha insegnato meglio di chiunque altro perché me ha fatto con lingua universale che tutti i bambini capiscono: il pallone.
E il pallone è il gioco più serio del mondo.

Ho visto Maradona

L’ho visto finire nel peggiore dei mdi, l’ho visto rialzarsi e combattere, l’ho visto quasi morto e rialzarsi di nuovo. 2 volte nella polvere 2 volte sull’altar, ma non era il 5 maggio, ma il 10, il suo numero.
Tutto questo ha rafforzato solo il suo mito, di rockstar, di rivoluzionario, di condottiero…

Ho visto Maradona e penso che il fatto che sia stato il giocatore più forte di tutti i tempi a volte è secondario. Maradona ha la grandezza e il potere di inspirare paragonabile solo alle divinità, con la differenza che lui, nel bene e nel male è sempre stato umano, è sempre stato il meglio e il peggio di tutti noi, ecco perché lui è D10S ecco perché noi crediamo, o forse sarebbe meglio dire speriamo, in lui.

Paolo Sindaco Russo

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Il Papa e il Messia

Quel 22 Giugno del 1986 “El Barba” – come lo chiama Lui- ci mise la mano. Ma non solo. Annoverare Diego Armando Maradona semplicemente nella categoria dei calciatori sarebbe commettere una bestemmia. Non è stato e non è un Dio, Diego. Ma è stato un tramite del Divino, proprio come un Messia.

C’era Dio quel giorno di Giugno allo stadio Azteca di Città del Messico. Non si spiega altrimenti come un calciatore, nella partita più sentita per i noti fatti delle Malvinas tra Argentina e Inghilterra, possa aver segnato nello stesso match i due gol più belli nella storia del calcio. Un gol di mano, quella di Dio, e la cavalcata in porta dribblando qualsiasi cosa. Quella rete che il mitico telecronista argentino Victor Hugo Morales definì in diretta: “Maradona, en recorrida memorable, en la jugada de todos lo tiempos“.

Di grandi calciatori ce ne sono stati nella storia. Ma nessuno come Lui è riuscito a farsi percepire come un Messia. Forze inspiegabili e invisibili agivano con Diego e per Diego, come se tutto il Creato fosse complice delle sue giocate. Succedeva per Maradona come con i Pianeti che si muovono intorno al Sole, con meccanismi perfetti, per realizzare il miracolo della Vita. Come se tutto fosse apparecchiato e preordinato per consentire a Diego di imporre il Suo verbo.

Qualcuno ci prenderà per folli, per eretici. Asserire di festeggiare il Natale nel giorno in cui ricorre la nascita di Diego è ai limiti della blasfemia. Ma non è così. Perché Diego è stato realmente un Messia, un Gesù venuto al Mondo per dare la felicità. Senza volerci addentrare tra i mille particolari che accomunano Cristo a Diego: la povertà, l’eresia, i miracoli, gli errori, gli eccessi, la resurrezione. Del resto non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui l’unico calciatore ad avere una Chiesa dedicata è proprio Diego Armando Maradona.

Il volto santo sulla neve
Il volto santo sulla neve

Paragonare Diego a Gesù non è blasfemia, lo è invece cercare raffronti con altri calciatori. Dov’è la divinità di Messi? Ne abbiamo già scritto. E quale calciatore appare su un monte innevato dell’Argentina come in una sorta di miracolo?  Solo Diego!

E non poteva che concretizzarsi a Napoli la venuta del nuovo Messia. Poche città al mondo hanno i connotati divini che ha Napoli, forse solo Rio de Janeiro ha quel sapore di ultraterreno tra Paradiso e Inferno. Perché, a meno che non si riduca la religione, a meri e pallosi riti liturgici, anche la cristianità (ed altre religioni) hanno nella loro ragion d’essere una componente di vivacità che rifugge quel bianco candore rassicurante con cui spesso si identifica il divino. No, il divino ribolle di energia, di grazia, di prepotente bellezza. Una bellezza che sfascia, rompe e ricostituisce l’anima. Come un gol di Diego. Come la vita di Diego. Come Diego. E come Napoli. Buon Natale Amore mio!

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

La qualità della stagione di una squadra è sempre condizionata da vari fattori interni ed esterni. Un gruppo di giocatori può essere fortissimo nella somma delle sue parti ma costruito male; può essere organizzato male dall’allenatore; può soffrire individualità forti che spaccano lo spogliatoio e lo privano della necessaria coesione; può soffrire l’infortunio di alcuni giocatori chiave o la loro partecipazione a competizioni per Nazionali che ne pregiudica la preparazione; può avere blocchi mentali ed essere fragile dal punto di vista psicologico; può avere una preparazione fisica insufficiente; può essere penalizzato da un pessimo calendario, pagare dazio in un campionato con squadre meno organizzate ma troppo forti e continue, penalizzato da decisioni arbitrali o semplicemente dalla sfortuna che fa girare tutti gli episodi contro nel momento decisivo. La differenza tra una buona stagione e una stagione vincente la fa la somma di questi fattori, che solo in parte dipendono dai calciatori e dalla società. 

Leggendo, forse, vi saranno passate davanti agli occhi le ultime stagioni del Napoli, passate per un fallimento, due promozioni, l’ultimo gol di Sosa con la 10, qualche anno emozionante da ammazzagrandi, il ritorno in Europa, le due Coppe Italia di Mazzarri e Benitez, l’epica Supercoppa vinta nella magnifica battaglia di Doha contro la Juventus, le galoppate di Cavani che ci trascinarono al secondo posto, l’arrivo di Rafa e Higuaìn, i sogni di scudetto infranti da una Juve inarrestabile e dalla progressiva crescita di livello del campionato, l’incredibile esclusione dal girone di Champions per differenza reti, le vittorie al San Paolo con le grandi, i pareggi contro le piccole che ogni volta ci facevano fare un passo indietro. Occasioni sfumate, stagioni buone ma mai perfette per una coincidenza di fattori che ci faceva sempre fermare ad un passo da un traguardo che sembra non debba arrivare mai e che manca dai tempi in cui da queste parti si aggirava un ragazzo argentino basso e tozzo con i capelli ricci e un talento infinito. Sempre incompiuti, sempre bravi ma non perfetti, sempre divertenti ma poco continui. Frustrante.

A causa dei miei 21 anni, non ho avuto la fortuna di godere della cavalcata del Napoli del secondo scudetto, una squadra ricordata come una delle più forti della storia del campionato italiano. E seguendo il calcio e il Napoli con cognizione di causa da appena una decina d’anni non ho mai potuto ammirare un Napoli continuo, che desse una sensazione di grandezza, superiorità tecnica e organizzazione, ma che la desse sempre. Per questo, guardando questo Napoli che dopo un avvio poco brillante vince, segna, difende bene e ha le palle quadrate, io mi emoziono. Certo, i conti si fanno alla fine, la stagione è appena a un quarto e la parte più importante deve ancora arrivare; tuttavia questa sensazione di imbattibilità io non l’avevo mai vista nella nostra squadra, non avevo mai visto la nostra maglia azzurra emanare quella prodigiosa aura di infallibilità che dimostra che hai fatto tutto bene, ma anche che finalmente tutto ha iniziato a girare per il verso giusto.

Higuaìn è una furia con una volontà di potenza nietzcheana, che per fare gol deve semplicemente decidere di farlo. Allan è un leone, che però appena riconquista palla la tocca con una confidenza che sembra venga dalla memoria atavica del suo paese, da sempre culla di giocatori di classe immensa. Koulibaly sta dando forma a quei paragoni con Thuram che sembravano pura blasfemia, Hysaj da quando ha cambiato fascia sembra semplicemente un altro giocatore, Insigne è diventato l’idolo della folla che è sempre stato destinato a essere per il suo talento e i suoi natali. E mister Sarri, con la sua tuta sociale e le sue sigarette, l’artefice di questo miracolo, colui che ha dato compimento all’eterna incompiuta, si gode il frutto di decenni di lavoro duro e investimenti su se stesso. Finchè dura. Ma mai come oggi tutto sembra girare nel modo giusto.

Roberto Palmieri

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Foto da Wikipedia

Su certi argomenti non sono un democratico, rispondo a parolacce e posso arrivare facilmente alle mani. Se qualcuno si permette di proporre, o anche solo accennare, di dare la maglia numero dieci a chicchessia non rispondo di me, la mia posizione non ha bisogno di motivazioni aggredisco solo per aver semplicemente pensato una cosa simile. Fosse per me ritirerei anche la 2 di Bruscolotti, ma questa è un’altra storia.

Ho litigato con amici che volevano dare la 10 a Lavezzi, ho pianto per aver visto quella maglia su gente come Corneliusson, Lerda, Pasino, Corrent, Corini e Pizzi, ho sofferto per averla vista su giocatori come Carbone o Beto, non proprio indegni di una maglia numero 10 ma neanche alla lontana presentabili per QUELLA numero 10, e oggi mi ncazzo perchè qualcuno propone di dare la 10 a Insigne.

Stravedo per lo scugnizzo si Fratta, l’ho sempre difeso e sostenuto anche quando ha regalato prestazioni disastrose, però credo anche nei simboli ed è sacrosanto che quella maglia resti un simbolo, un’icona. La 10 è stata indossata da un uomo che ha fatto quello che in 90 anni di storia del Napoli non è mai riuscito a nessuno e anche solo per questo merita di rimanere una reliquia, se poi aggiungiamo che quell’uomo è il più grande calciatore di tutti i tempi, l’unica vera grande rock star del pallone, l’uomo che indirizzato verso Sud le bussole del calcio: Diego Armando Maradona.

Ieri fra le tanti voci che hanno chiesto di assegnare la storica maglia a Lorenzino ce ne è stata solo una che non mi ha disturbato, anzi, fatta da lui ho trovato che questa richiesta abbia un senso: Gianfranco Zola.

Al di là di ogni legame affettivo verso il fantasista Sardo, Gianfranco Zola forse è stato l’ultimo vero campione dell’era postmaradoniana ad indossare quella maglia ma non è neanche questo quello che conta. Ero, tanto per cambiare, in curva a quando Zola calciò quel calcio d’angolo, quando Diego di testa anticipò i difensori della Samp e segnò il suo ultimo goal al San Paolo. Era una Napoli incredibile: Maradona e Zola dietro Careca, IL numero dieci, un numero 10 e un numero 9 con i piedi e la fantasia del 10. Zola dopo l’anno del sorprende esordio conclusosi con il secondo scudetto era diventato titolare, faceva una sorta di apprendistato affiancando Maradona. Diego non perdeva occasione per osannarlo, per dire che il futuro era del piccolo funambolo di Oliena, al punto che il 17 febbraio del 91 Maradona giocò con il numero 9 e stabilì in modo inequivocabile chi fosse il suo unico vero erede: Gianfranco Zola. Stessa storia qualche giorno dopo in coppa Italia a Bologna, il Napoli vince 3 a 1 fuori casa e Maradona indossa la 9 e Zola la 10, poi si tornò alla normalità. Forse anche per scaramanzia visto che in quelle due partite nessuno dei due segnò (ma portarono molta fortuna a Ferrara che segnò in entrambe).
Dopo la squalifica di D10S il peso di quella maglia arrivò come un macigno sulle spalle del piccolo Gianfranco, come un fratello maggiore che alla morte improvvisa del padre si trova a diventare il capofamiglia e ad essere il riferimento per tutta la sua famiglia, Zola non ebbe neanche il tempo di capire cosa volesse dire avere una responsabilità così grande. Colui che sarebbe poi diventato Magic Box non si fece tante domande, fece quello che sapeva fare meglio e anche se in modo imparagonabile con il suo predecessore onorò quella maglia come nessuno avrebbe mai fattoin seguito.

Per questo dico che Zola può chiedere che la 10 venga assegnata ad Insigne, perchè per volontà di Maradona quella maglia è anche un po’ sua, che possa piacere o no Gianfranco è, per volontà Divina, l’erede di quella maglia. Quindi, Caro Gianfranco detto da te “Date la 10 a Insigne, può solo che fargli bene. Lorenzo ha qualcosa di Diego, mi rivedo in lui” ha senso ed è una porposta tollerabile, ma perdonami, con il bene che ti voglio (e non è poco) per piacere facciamo diventare storica e mitologica anche la maglia 24 ma lasciamo che il mito di Diego non tramonti mai, ne abbiamo bisogno. Quella numero 10 che SOLO tu hai avuto veramente l’onore di indossare lasciamola alla storia, continuaiamo a fare si che sia “La favola più bella” da raccontare ai nostri nipoti.

Paolo Sindaco Russo

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Faccio un giro su Twitter (cacchio, fino a qualche anno fa lo facevo sul motorino… ma oggi va così…). Cerco l’hashtag #D10s pensando di trovarci solo notizie su Diego. Invece no. Per assurdo che sia, il social è pieno di foto di Messi con l’annuncio del suo ritorno in campo nel Gamper dove il Barcellona ha strapazzato la Roma. Messi “D10s”? Possibile? Mi chiedo. Invece è proprio così. In Spagna, ma anche per alcuni argentini il Dio del calcio sarebbe Leo Messi e non Maradona. Eppure Diego ha giocato anche a Barcellona, lo hanno visto. Sarà che io sono un maradonista immarcescibile, ma ritengo questa cosa più grave di una blasfemia. E vorrei spiegare a questi signori adoranti di Messi il motivo per cui la Pulga sia la “uallera” di Maradona. Tanto per usare quello splendido striscione napoletano di Didì, Vavà, Pelè site ‘a uallera ‘e Canè che è poi diventato oggi un bellissimo gruppo su Facebook. E quante volte al bar ci è capitato di doverne discutere? Ecco allora un prontuario:

1) Gli ultimi saranno primi: Facile giocare in uno dei club più titolati del mondo con Neymar e Suarez, con Ronaldinho e Ibrahimovic. Non che il Napoli di Maradona fosse scarso, ma il primo anno in maglia azzurra Diego ci trovò Daniel Bertoni. Il Napoli rappresentava il “sud del calcio” e non aveva vinto mai nulla, il Barcellona è una delle squadre storicamente più affermate a livello internazionale.

2) Real, Barcellona e poi?: La Liga spagnola è storicamente uno dei campionati meno competitivi del mondo. Vincono solo Real Madrid o Barcellona. In pratica è una lotta a due. Rarissime le eccezioni, negli ultimi 15 campionati solo tre volte il titolo è finito alle altre: due volte al Valencia e una all’Atletico Madrid. La Serie A degli anni ’80 era il campionato di più alto livello nella storia del calcio: tutti i più grandi calciatori militavano nelle squadre italiane.

3) Regolamento e Arbitraggio: Oggi al secondo fallo cattivo il difensore che ti marca viene sbattuto negli spogliatoi. Ogni minimo contatto è sanzionato. Beh, non c’è da aggiungere altro se avete visto almeno una partita di 25-30 anni fa. Per non parlare di quell’Italia – Argentina del 1982 che, se venisse rigiocata oggi, farebbe buscare a Gentile almeno 4 espulsioni per cumulo di cartellini e rossi diretti… E poi vogliamo mettere che differenza faccia essere marcati a uomo o a zona? Tra l’essere francobollati da uno o due calciatori per 90 minuti, rispetto al poter vagare quasi libero fino all’area di rigore?

4) Cojones: Trascinatore in campo e fuori Diego, il buffetto e la stretta di mano ai compagni prima di entrare in campo. Chi ha giocato con Maradona non ne magnifica soltanto l’aspetto calcistico, ma soprattutto il lato umano. Messi non è un trascinatore, non ci riesce. E non potremo averne mai la prova contraria finché la Pulga non si misurerà in campionati e squadre più probanti. La poesia del calcio, ad esempio, è il Baggio di Brescia.

5) Nazionale: Tra il 2014 e il 2015 l’Argentina perde due finali: Coppa del Mondo e Copa America. E’ migliorato davvero tanto Messi, ma non è ancora capace di dare quel qualcosa in più per decidere la storia. LA STORIA. Non vorrei dilungarmi sul perché Diego abbia fatto la storia, pardon, LA STORIA. “Brasil dicime que se siente, haber en casa tu papa. Te juro que aunque pasàn lo anos, nunca nos vamos a olvidar“… Era il coro degli argentini in Brasile, dopo anni e anni volevano ricordare ai verde-oro che “Maradona es mas grande que Pelé“. Ci sarà un motivo?

6) Champions League: Messi ha vinto tre Champions League. E’ vero. Diego è uscito immeritatamente prima contro il Real Madrid e poi a Mosca. Su questo Messi è assai oltre Diego, ma bisogna chiarire qualche aspetto. In primis che la Champions non è la vecchia Coppa dei Campioni dove accedevano solo le vincitrici dei vari campionati, poi che il Napoli non aveva la struttura per competere a livello internazionale con certi squadroni. Per quanto Diego potesse fare miracoli. La Coppa Uefa è l’unico trofeo internazionale vinto dal Napoli in 90 anni di storia, è solo una coincidenza sia accaduto quando c’era Lui.

7) Mistica Maradoniana: La mano de Dios… El gol del siglo… Due reti incredibili segnate nella stessa partita. Una partita a cui Diego teneva particolarmente per la storia delle Malvinas prese dagli inglesi. In due gesti: carattere, classe, determinazione, sbeffeggiare il mondo. Di Messi ricordate qualcosa di simile?

8) Droga: Speriamo che Messi non si droghi mai e che continui ad essere il bravo ragazzo che è. Eppure Diego non ha mai fatto mistero di essersi drogato. Non è un vanto. Ma vorremmo chiarire qui a qualche imbecille che c’è un’enorme differenza tra drogarsi e doparsi. La droga inficia le prestazioni, il doping le incrementa. Ora figuriamoci che cosa avrebbe combinato Diego senza la merda che si pippava.

9) Poesia: Messi è il più grande calciatore della nostra epoca. Diego Armando Maradona non è stato semplicemente un calciatore, ma un tribuno del popolo. Diego contro la Fifa, Diego contro il Papa, Diego con il Papa, Diego col tatuaggio del Che, Diego con Fidel, Diego con la Boca, Diego per Napoli, Diego contro Bush e gli Usa. Messi è un grande calciatore. Maradona è tanto altro.

10) 10: Si dice la 10 di Maradona, qualche eretico può nominare Pelé. La 10, la Diez è del Diego. Messi ne deve fare di strada.

Difficile paragonare due calciatori di epoche diverse. Ma cosa ha Messi di divino per essere nominato “D10s”? E poi cosa cacchio c’entra la D con Messi? D (Diego) 10 (il numero). Dio è Maradona.

Twitter: @valdigiacomo

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