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L'impresa di Ancelotti

Vince il Napoli, vince Ancelotti. In circa due mesi, Carletto è passato dall’essere una specie di politico “trombato” che magnanimamente viene riciclato dai suoi dirigenti di partito in qualche consiglio di amministrazione – piazzandoci pure figlio e cognato, che non guasta per dare stura alle congetture – a genio assoluto della tattica e della strategia. Carletto doveva battere il Liverpool per consacrarsi pure a Napoli, come fece a suo tempo con il Milan. Del resto gli “Umori della Piazza” furono inclementi anche con Sarri agli esordi. Persino Maradona gli si afferrò contro, lo definì “un vecchio zio”. Poi sappiamo tutti come è andata a finire: “o Zì” è diventato il magnifico tormento della torçida napoletana. Senza “Il Comandante” non era possibile “il Sogno”, “il Collettivismo”. A Napoli due mesi fa era finito il Calcio e non c’erano speranze per campare. L’unica soluzione era fare come quei ragazzi laureati che se ne vanno a Londra. A cercare “Bellezza” invece che “Fatica”, ca va sans dire.

Tra l’altro il Napoli batte il Liverpool presentando in campo uno che fu mandato in Russia, come in un confino siberiano, in una sorta di spedizione punitiva. Quel Nikola Maksimovic il cui acquisto per 23 milioni di euro fu caldeggiato proprio dal “Vate del Bel Calcio”, ma senza profitto. Nikolino Il Serbo aveva il difetto di non integrarsi nei machiavellici ingranaggi del “Sarri-Ball”. Ieri sera, tomo tomo cacchio cacchio, Nikolino si è messo diligentemente su Mané senza fargli vedere palla. E anche quando sfuggiva, nel sistema ingegnoso di Super Carletto, c’era sempre qualcuno a raddoppiare. Callejon, Allan, Koulibaly a supplirsi l’uno con l’altro per creare una gabbia contro le maglie rosse. Mission accomplished. 

Tutto questo per dare l’ennesima dimostrazione di come gli “Umori della Piazza” a Napoli non trovino fondamento nel calcio. Se in politica questa città riesce ad anticipare ed essere preconizzatrice dei processi di cambiamento in atto nella società italiana, nel calcio si vive in una bolla. Perché nel calcio c’è un presidente che degli “Umori della Piazza” se ne fotte bellamente. De Laurentiis, in fondo, ha il vantaggio di gestire un’azienda privata e non deve dare conto “alla ggente”. La politica invece funziona al contrario: tanto peggio è la popolazione, tanto peggio è la classe politica. E VICEVERSA. Peggio saranno i desideri, peggio saranno le promesse. Nel calcio napoletano invece il feedback tra chi porta il vapore e chi ci si deve far portare non c’è. Vivaddio. 

E su questo aspetto sovviene un altro ragionamento: ma siamo sicuri che il San Paolo non ci serva così com’è? Un cesso, come lo ebbe a definire l’Aurelio. Ieri, in curva B, ci riflettevo. Immaginate che domani si costruisca uno stadio nuovo o si ristrutturi il San Paolo, cosa avverrebbe nelle curve? Siete sicuri che gli ultrà (ieri FANTASTICI) si metterebbero comodi in poltroncina a gustarsi la partita sgranocchiando pop corn? La tematica tanto dibattuta dei sediolini, almeno nella parte centrale delle curve, non dovrebbe neppure crearsi. In quei settori ci vorrebbero scaloni e basta, senza poltroncine. A cosa servirebbero i sediolini se poi la gente – giustamente – ci si mette coi piedi sopra? Senza contare quelle cape gloriose che, come accaduto a Torino, hanno ben pensato di scagliare un sediolino dello Juventus Stadium direttamente in campo. Fatto che deve passare sotto silenzio perché Napoli, in fondo, secondo una certa retorica e una certa narrazione, deve pur sempre essere una specie di culla della civiltà dove tutto è stato inventato e tutto si è fatto prima. Tutto prima che fosse fatto da altre parti, nel bene e nel male.  

Io sono certo che quel lontano giorno in cui verrà inaugurato un nuovo stadio a Napoli non mancherebbe la polemica sul “presidente pappone” che vuole imborghesire il tifo. Un tifo che, in verità, si è già imborghesito. Tifosi che tengono la panza piena e la mangiatoia vascia. Perché in fondo a questi tifosi del Napoli non va bene niente. Non va bene Sarri, salvo incensarlo quando se ne va. Non va bene Ancelotti che pure, quando sarà, verrà rimpianto. Non va bene De Laurentiis che da consumato “lenone” lucra sulla passione dei tifosi portando questa squadra per 10 volte consecutive in Europa a controbattere corazzate come Liverpool, Manchester City, Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Real Madrid, Chelsea. E in Italia prova, con i pochi mezzi a disposizione, a contrastare lo strapotere assoluto bianconero.

Un potere bianconero che è fatto non solo di acquisti come Ronaldo, Emre Can o Cancelo, ma soprattutto di relazioni. Come quelle relazioni mediatiche che di qui a breve configureranno Marotta come il “male assoluto”, cacciato dal club delle meraviglie che fa dell’etica in tutti i settori un proprio vanto. Ci arriveremo, ne parleremo tra non molti giorni quando finalmente si inizierà a parlare di loschi rapporti tra dirigenti, ndranghetisti e suicidi sospetti. Ci arriveremo come finalmente si è arrivati a parlare delle accuse di stupro contro Ronaldo. L’altro giorno – per dire – parlavo con un collega portoghese che mi diceva che i media lusitani non scrivevano d’altro. Mi chiedeva – ingenuamente – se in Italia avveniva lo stesso. Poverino lui che non sa. 

Oggi gli “Umori della Piazza” subiscono una nuova battuta d’arresto. Smentiti. O per dirla con Mameli: “calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Torneranno presto, al primo passo falso. Se non sarà la squadra, il problema sarà lo stadio, il prezzo del biglietto, la “scugnizzeria”.  Aspettiamo finché – per dirla sempre con l’amico Goffredo – “raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò”. 

Valentino Di Giacomo

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La mia educazione sentimentale

Ho 35 anni, ho fatto in tempo ad avere Lui come idolo, i caroselli con via Caracciolo tutta azzurra e 127 scoperchiate, le lacrime del San Paolo, io sul tetto di un’Alfa Sud con i miei fratelli e gli scudetti dipinti sulle guance. Poi? Poi dopo la DEPRESSIONE per Lui, è iniziato il Napoli dei Blanc, dei Thern, dei Careca a svernare, dei Dumbo Buso: non eravamo più l’armata invincibile. Senza che ce ne accorgessimo ci ritrovammo, in ordine sparso, con Freddy Rincon e ogni estate Ferlaino a cercare fidejussioni per iscrivere la squadra al campionato. Le tre firme con tre squadre diverse di Vlaovic, i prestiti-bidone da Parma e Inter. Poi Colonnese e Milanese ai nerazzurri, Crippa e Zola al Parma, Ciro Ferrara alla Juve. Il gruppo Setten, i Moxedano, l’orrenda maglia Record Cucine. Si finì con l’ultimo scugnizzo: Fabio Cannavaro al Parma e, pochi anni dopo, l’abbraccio tra Fabio e Pino Taglialatela mentre venivamo condannati alla B con i sediolini del San Paolo in fiamme. 

Lascerò stare gli anni di Ulivieri e di Colomba, di De Canio e Franco Scoglio, intervallati dall’illusione Novellino/Shwoch, le lacrime di Stellone dopo il gol alla Juve e Saber che sembrava Cafu. Corbelli e quel povero cristo di Totò Naldi, l’unico che abbia messo soldi di casca propria nella società. Inutilmente. Le illusioni finirono presto. Fallimento. Mentre quei quattro pecoroni tra ultras e giornalisti si appecoronavano al signor Gaucci sotto la sigla “Orgoglio Partenopeo”, la mossa definitiva per lo scacco matto di Luciano Moggi che voleva utilizzare il Napoli come succursale di qualche altro intrallazzo. Arrivò la procura di Napoli, Aurelio e – guarda caso – l’anno successivo, da quella storia napoletana, nacque Calciopoli. 

Io senza fatica ricordo le domeniche a guardare Montezine e Dionigi, Sogliano e Pasino, Perovic e Zanini. Quante ne sono state di domeniche così, con la poca voglia di andare allo stadio e guardare la tv con mortificazione. In serie A un anno si simpatizzava per il Parma, un altro per la Roma di Capello, un altro per la Lazio di Mancini. Non era roba nostra, guardavamo gli altri giocare a pallone, quello serio, noi alla finestra con l’impossibilità di essere presenti. Solo spettatori delle gioie degli altri.

Non sto qui a fare la retorica del “Non c’erano i palloni”, non mi è mai piaciuta. Ma è in forza di quelle domeniche di merda, anni e anni di umiliazioni, che io non posso non essere grato al presidente De Laurentiis. Magari posso capire che chi è stato tifoso prima di me e ha visto Sivori, Clerici, Savoldi o Krol possa avere altri pensieri. Io non ho visto a Zurlini e nemmeno a Panzanato. Ho visto solo Diego, Careca e Alemao. Poi il nulla, anzi, lo schifo. E io non mi posso permettere di schifare una stagione dove si è stati vicinissimi a realizzare il sogno, al di là delle motivazioni che ce lo hanno impedito. Non mi posso permettere di schifare l’Intertoto, l’approdo all’Europa League, la corsa di Christian Maggio a Manchester che la dà a Cavani e noi segniamo all’Etihad e ci portiamo pure a casa il punto all’esordio in Champions. Non mi posso permettere di schifare a Contini che la dà di testa a Giovinco a Torino e poi facciamo il miracolo con Marek e Jesus Datolo. 

Di De Laurentiis mi piace quasi nulla, è antipatico e sembra faccia di tutto per farsi schifare. Però perdonatemi se schifo di più a voi tifosi che pretendete dal calcio come se fosse il governo che non abbassa le tasse e non dà lavoro. Schifo a voi che vi arrogate il diritto a parlare per nome di una piazza variegata e ogni estate affiggete in città quei manifesti del caxxo. E non ne beccate una! Puntualmente smentiti dal Napoli che compie una grande stagione. Come quando arrivò Sarri e dicevate “Ma che amma fa cu chist ca se penz e sta all’Empoli?” o ancora quando vi stracciavate i capelli per il sonante pacco rifilato alla Juve per 90 milioni. Schifo più a voi, non me ne vogliate. Perché negate la realtà. Schifo a voi che allo stadio cantate “Noi vogliamo vincere” come se fosse dovuto, come se fosse “Vulimme ‘o posto”, “E criature hanna magnà”. Mi istigate a rispondergli come avrebbe fatto Eduardo in uno di quegli aneddoti tramandati a voce quando quell’attore gli dice: “Maestro, pure io aggia campà”. E gelido Eduardo con il suo: “E pecché?”.  

E se non potete comprendermi sulla forza dei fatti, comprendetemi per la mia situazione sentimentale con il Calcio Napoli: dopo tante sofferenze, io ho vissuto solo gioie. E le sofferenze di oggi sono emozioni, non mortificazioni. Mi sentivo mortificato quando dovevo cantare un coro al Pampa Sosa (Che Dio l’abbia in gloria), non adesso perché non ho vinto ‘o scudetto. 

Ecco perché difenderò sempre il Presidente, anche quando sbaglia come ora che, quasi alla Renzi, acclama un nuovo referendum su di sé buttando un poco di merda in faccia a Sarri. Peccati veniali rispetto a tutto lo schifo che ho subito. Me lo tengo stretto. E ora chiamatemi perdente. Preferisco essere un “perdente di successo” che un perdente con le pezze al culo ad elemosinare calciatori a Parma, Inter e Juve. E se mi rispondete che tra i due estremi c’è la via di mezzo, vi rispondo che la “via di mezzo” non è nella mia, nella nostra, nella vostra disponibilità. Quando arriva lo sceicco ne parliamo. Non lo decido io, non lo decidete voi, non lo decidiamo noi. Fino a prova contraria il Napoli è una società privata, non è un partito, non è un governo contro cui si possa protestare. 

Con tanto affetto, da queste mie emozioni, vi dedico il mio enorme Vaffanculo! Io amo questa maglia, ora più che mai! E ringrazio Aurelio di avermi dato nuovamente la carta d’identità e cittadinanza nel calcio che conta. Se a voi tutto questo vi fa schifo non avete sofferto “la fame”. Io si. E me la ricordo come fosse oggi. 

Valentino Di Giacomo  

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La politica presidenziale

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Sui media si sta iniziando molto a parlare della scarna presenza dei tifosi del Napoli al San Paolo. Ieri, contro il Chievo, gli spettatori erano appena 20mila. Un dato che, personalmente, non mi dispiace tantissimo perché pone fine a tutti quei servizi televisivi folkloristici che mandano in onda non appena gli azzurri vincono un po’ di partite di fila o sono alla testa della classifica. Li conosciamo a memoria quei “reportage”, ne hanno fatti a migliaia ma in fondo è sempre lo stesso: la statuina del calciatore sul presepe di San Gregorio Armeno, il tifoso “esperto” con la pizza tra le mani, le immagini dal lungomare dove si cerca di raccontare una città immobile perché il Napoli ha vinto e quindi a nessuno interessa di lavorare, fare la spesa, portare a scuola i bambini. Perché a Napoli le vittorie DEVONO per forza essere celebrate così. Con i 20mila di ieri scompare finalmente la leggenda del pubblico che campa di pane e Napoli, ma più spesso “solo di Napoli”, come con il veleno di Miseria e Nobiltà.

In realtà il tifo partenopeo non si è disamorato, segue semplicemente le evoluzioni del “calcio moderno” che non sono sconosciute in altre città d’Italia. E poi si aggiunge la scelta scellerata della società sul prezzo dei biglietti. Ieri un tagliando in curva costava la bellezza di 25 euro. Era Napoli-Chievo, tutt’altro che una partita di cartello. Se un genitore avesse voluto portare moglie e due bimbi nell’inospitalissima curva del San Paolo avrebbe dovuto spendere, per Napoli-Chievo (lo ricordiamo), ben 100 euro. Evidentemente quell’ipotetico papà non campa di “solo Napoli”, ma con quei 100 euro ci fa la spesa per una settimana.

Ieri anche un mio amico ed io eravamo invogliati ad andare allo stadio. Noi, malati del Napoli e dello stadio. Eppure due conti ce li siamo fatti: siamo entrambi appassionati di Brasile e cucina brasiliana e, riflettendoci un po’, abbiamo deciso di andare a vedere Napoli-Chievo in una churrascheria carioca. Il menù (tutto a volontà) costa 35 euro. Si mangia fajolada, riso e poi una serie interminabile di portate di squisita carne finché il tuo stomaco non scoppia. Insomma, con 10 euro in più abbiamo visto la partita e abbiamo mangiato come due maiali il cibo che ci appassiona. Il costo aggiuntivo delle birre? Le avremmo comprate anche allo stadio nel pre-partita al Gazebo. Certo, alla fine abbiamo pagato qualcosina in più perché proprio non potevamo esimerci dal festeggiare e digerire con cachaca e caipirinha.

Insomma anche i tifosi più malati due conti in tasca se li fanno. Siamo due che abbiamo già comprato il biglietto per Lisbona per andare a vedere la partita con il Benfica e che per ammirare l’esordio del Napoli in campionato contro il Milan abbiamo speso la poco modica cifra di 40 euro per la curva B.

Ora si può raccontare di un pubblico disamorato. O, più semplicemente, dare ragione a quei tifosi che chiamano “bagarino” il presidente. Perché 25 euro per una partita contro il Chievo, in uno stadio dove per primo lui dice di non volerci mettere più piede tanto che l’impianto è fatiscente, è una cifra enorme. 15 euro sarebbe stato un prezzo corretto, 20 euro sarebbe stato un po’ caro, ma almeno nell’immaginazione sarebbe andata via solo una banconota azzurra, quella da 20 appunto. 25 euro no. 25 euro sono troppi troppi troppi.

Qui abbiamo sempre difeso il presidente dalle accuse di “papponismo” che ci sembrano oltremodo lunari. Non è neppure questo il caso, il costo dei biglietti allo stadio, per la scarsa incidenza sui bilanci, non è certamente una scelta economica. E’ una scelta politica: un po’ per dare il segnale a De Magistris che il club può fare persino a meno dello stadio, un po’ per dare uno schiaffetto ai tifosi che in questi anni hanno contestato la società il più delle volte immeritatamente e stupidamente. E’ una scelta politica che non sappiamo quali frutti porterà a De Laurentiis. Intanto, da qui, gli diciamo che è davvero un prezzo da bagarini quello fissato contro il Chievo. Non vogliamo fare il pubblico che balla la tarantella e suona il mandolino, ma una partita allo stadio vorremmo godercela senza dover spendere un occhio della fronte.

Ieri il pappone l’ho fatto io. Che mangiata! Alla faccia dei 25 euro!

Valentino Di Giacomo

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Il calciomercato

Il calciomercato è finalmente terminato, delle operazioni del Napoli e di cosa ne pensiamo ne abbiamo scritto oggi. E sembra che la fantomatica “piazza”, sia quella reale che quella virtuale, abbia visto di buon occhio il mercato azzurro ed è una buona notizia. Certo, manca la ciliegina che poteva essere Cavani e in molti sono rimasti delusi del mancato ritorno del Matador. A leggere oggi i commenti dei tifosi c’è più ottimismo. Forse, ma forse, la cessione di GH è stata quasi sbollita. Certo, aiuterebbe tanto se ad ogni partita del Napoli, ad ogni conferenza, i giornalisti non ripetessero ogni volta la solita nenia facendo sempre riferimento a GH. Napoli oggi deve guardare avanti e se lo faranno pure i commentatori sportivi sarà ancora meglio.

Il “Pappone” – come piace a molti definirlo – ha cacciato i soldi. Il club ha reinvestito tutti i soldi incassati dalla cessione dell’innominabile e inoltre ha investito una cospicua parte dei previsti incassi delle partite di Champions. Qualcuno, anche sulla nostra pagina Facebook, si è lamentato del fatto che DeLa non ci abbia messo soldi di tasca propria. Dopo 12 anni di era De Laurentiis ci sembra assurdo che ancora si debba parlare di questo. Il Napoli è un’impresa, non è di proprietà di uno sceicco. Criticabile o meno è questa la politica aziendale e fino ad ora ha portato tantissimi frutti. E’ vero che nello sport si gioca per vincere, ma questo vale nelle partite dei ragazzini in strada. A livello professionistico contano i soldi, i fatturati. E il Napoli, prendiamone atto, fattura assai meno di altre 4 o 5 squadre italiane. Prima ci entrano nella testa questi concetti e meno delusi resteremo. E poi delusi da cosa? Da 7 anni di qualificazioni consecutive in Europa? Di campionati magnifici come quello dello scorso anno dove, forse, con un po’ più di fortuna si poteva realizzare il sogno? O delusi delle Coppe Italia o della Supercoppa? Chi segue il Napoli da tanti tanti anni dovrebbe ben sapere che questo è il momento migliore del calcio in città, escluso il settennato del Dio. Il Napoli è un’impresa eccellente. Poi il presidente può essere antipatico, dovrebbe migliorare in tante cose, ma il Napoli è un’ottima impresa. In attesa che De Laurentiis riesca ad attrezzare pure uno stadio all’altezza con la complicità di un Comune di Napoli che ha pure esso le proprie colpe.

Ora dobbiamo augurarci, finite le chiacchiere del mercato, che la città riesca a compattarsi alla squadra senza più sciocche divisioni. In questi anni ci siamo assuefatti a dividerci in fazioni: quelli pro De Laurentiis e quelli contro, quelli pro Benitez e quelli pro Sarri (per fortuna la maggioranza). Ora non è più il tempo di queste discussioni che non sono utili a nessuno. E’ stato bello, ad esempio – come abbiamo notato sabato scorso – rivedere nuovamente la Curva B  cantare anche quando la squadra era in difficoltà contro il Milan. Questo è lo spirito da seguire. Ora speriamo che anche la Curva A riesca ad organizzarsi per far ritornare tutto il San Paolo una bolgia.

L’amore per il Napoli è una specie di matrimonio, ma senza divorzio. Abbiamo tifato nella cattiva sorte di annate balorde, dobbiamo farlo oggi ancor di più che la sorte ci consegna una delle squadre azzurre più forti di sempre.

Chi ci segue da più tempo sa che sul nostro portale non seguiamo tutte le trattative del calciomercato un po’ perché la maggior parte delle “voci” si rivelano spesso sciocchezze e anche perché l’estate serve pure a far pace un poco con i pensieri e un’osservazione un po’ distratta delle presunte notizie non fa male. Del resto se si fa una cernita dei calciatori che erano in procinto di passare al Napoli e che poi sono realmente arrivati questi saranno forse l’1%. Speriamo che questa sia una scelta apprezzata da voi lettori, da voi soldati innamorati proprio come lo siamo noi.

Valentino Di Giacomo

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In attesa di O surdat nnammurat

Quando il San Paolo è una bolgia

La curva B. Per me la notizia di ieri non è la vittoria contro il Milan, la doppietta di Milik, l’ottima prova di Zielinski. La curva B, piano piano, sta ritornando una signora curva. Dopo molti anni ho finalmente rivisto il vero tifo al San Paolo e sono ritornato a casa con una gioia nel cuore immensa, assai di più che per la vittoria. Tutt’altra storia rispetto allo scorso anno quando alla prima di campionato in casa il tifo partenopeo offrì una delle peggiori pagine della nostra storia. Anche lo scorso anno il Napoli vinceva 2-0 contro la Sampdoria e poi si fece raggiungere sul 2-2. Ma in quell’occasione il pubblico napoletano non trovò di meglio da fare che inveire contro De Laurentiis e ricoprire di fischi la squadra. Ieri no, ieri quando il Milan ha pareggiato il tifo in curva B è stato più forte che mai. Ieri la curva B è ritornata ad essere il 12esimo uomo in campo. Sarò un romantico di questo sport, ma io sono fermamente convinto che il pubblico incida tantissimo sui risultati. E anche ieri mi è sembrato così.

Non è la curva B degli anni d’oro, il tifo è spesso disorganizzato, alcuni cori sono nenie che probabilmente annoierebbero persino i viaggiatori nei pullman per i pellegrinaggi a Lourdes, ma i segnali sono incoraggianti. Resiste ancora qualche coro per i diffidati, contro  le tessere e tutte quelle cagate che a chi va allo stadio solo per tifare per la squadra non interessano minimamente, figurarsi ai calciatori che sono in campo. Resiste pure “Un giorno all’improvviso”, noi chiaramente preferiremmo ‘O surdat ‘nnammurat e non è un caso che il nostro sito si chiami proprio così. Però i segnali sono molto molto incoraggianti. Finalmente ho rivisto soffrire il pubblico insieme alla squadra, quella sinergia di intenti che crea alchimie inspiegabili. Il Milan ha segnato il secondo gol e i tifosi hanno cantato ancora più forte. Finalmente.

I cori contro De Laurentiis? A fine partita, dopo il 90esimo, scelta saggia. Pure dei bomboni sono stati lanciati a fine partita (queste magari andrebbero evitate). Per i 90 minuti si pensa al Napoli, dopo si può fare ciò che si vuole. Sarebbe bello se i curvaioli facessero i cori contro la tessera o in favore dei diffidati al di fuori del tempo di gioco. Ma, ripeto, sono piccolezze rispetto ai segnali incoraggianti che finalmente mostra quella che è stata per anni la curva più bella d’Italia.

In curva A, invece, non si è praticamente tifato. La parte centrale del settore è stata lasciata transennata e deserta, al centro uno striscione più che eloquente diretto a De Laurentiis “40 Euro“, il costo del biglietto di curva per la partita di ieri. Anche questo ci sta, 40 euro per una curva del San Paolo è uno sproposito per qualsiasi partita. Ora però, da tifosi, dobbiamo augurarci che anche la curva A, dopo le “dimissioni” dei gruppi organizzati, possa di nuovo ritornare ai fasti di un tempo.

Sono stato spesso critico con i tifosi del Napoli, sono anni che il tifo al San Paolo mi piaceva sempre meno. Un tifo esigente, a volte muto, altre contestatario inutilmente. Ieri finalmente ho rivisto che anche Napoli può avere un bel clima allo stadio. C’erano anche tanti tanti bambini. E’ stato bello, bellissimo. Ragazzi, continuate così. Il vero tifoso si vede quando la squadra è in difficoltà, quando segna e vince sono bravi tutti. L’antico adagio partenopeo, in fondo, recita proprio così: “Quann’ ‘o mare è calmo ogni strunz è marenaro”. Forza Napoli!

Valentino Di Giacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Era il primo novembre del 2015, si giocava Napoli – Roma. Il Napoli di Benitez aveva balbettato ad inizio campionato, ecco arrivare i giallorossi per recuperare il cammino. Gli azzurri giocano un primo tempo da accademia, passano in vantaggio con un gol di Higuain in mezza rovesciata al volo. Saranno le prove generali per quel suo ultimo gol in maglia azzurra contro il Frosinone. Ma noi allora non lo sapevamo.

Il Napoli soffre, ma il Pipita gioca una partita di sacrificio per aiutare i compagni a rintuzzare gli attacchi romanisti. A guardare c’è il solito San Paolo degli ultimi anni: un pubblico diventato nel tempo, per varie ragioni, più silente ed esigente rispetto a tutta la sua storia. Con le curve che cantano cori un po’ autorefenziali, un po’ “incantabili” che non riescono a trascinare l’intero stadio alla “guerra sportiva”. Io quel primo novembre sono in tribuna con il mio amico Luigi. Le curve negli ultimi anni le evito sempre di più perché mi fa un po’ rabbia e un po’ tristezza assistere a quello che sono diventate: un gruppetto di 100/200 persone che canta i propri motivetti un po’ sciocchi e tutto il resto che guarda la partita tra urla, imprecazioni, i soliti “esperti” di tattica che suggeriscono sostituzioni, disposizioni tattiche ecc.

Sotto la nostra tribuna ci sono i soliti ragazzini delle scuole che il Napoli invita tutte le domeniche ad assistere alla partita. Higuain prende la palla e i bambini iniziano ad incitarlo: “HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN”. Non so se quella sia stata la prima volta di quel coro, ma dovrebbe essere proprio quel Napoli – Roma ad aver dato inizio a quella cantilena che sarebbe durata ancora per quasi 2 anni. Il Napoli tiene l’1-0, soffre, il pubblico lo capisce. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN. Riprendono a cantare i bambini e poi comincia la tribuna, prima il lato inferiore, poi la Nisida e la Posillipo, poi i Distinti. A poco più di 10 minuti dalla fine della partita, Gonzalo prende la palla e serve con il contagiri un pallone per l’inserimento di Callejon che segna il 2-0. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN, stavolta è quasi tutto lo stadio a cantare per lui. Credo sia la prima volta che un coro nasca dalla tribuna e poi si propaga allo stadio intero. Un coro di bambini, un coro bambinesco, ma efficace. E soprattutto un coro utile perché Gonzalo sente finalmente di essere un idolo di questa città. Basti pensare che se Lavezzi ha avuto quel “BLASFEMO” coro “Olè olè olè olè Pocho Pocho” sul motivetto che cantavamo per Diego, Edinson Cavani l’extraterrestre al San Paolo non ha mai avuto un proprio coro.

E’ la nuova politica del tifo “organizzato” (sarebbe meglio definirlo disorganizzato) di non cantare più cori per i calciatori, perché esiste “Solo la maglia”. Una convinzione che ora, dopo la partenza del vigliacco, si rafforzerà ancora di più. E invece no! Non deve essere così!

Lo sappiamo tutti che la maggior parte dei calciatori sono “mercenari”. Eppure resto convinto che questi vadano incitati anche singolarmente. Loro sfruttano la nostra maglia per accrescere il proprio prestigio? Ecco, noi sfruttiamo loro per farli rendere al massimo con la nostra maglia. E’ un discorso di convenienze, come quei vecchi matrimoni di un tempo. Un calciatore che riceve un coro è stimolato mille volte di più e rende assai di più. Basta tornare indietro a quando “l’odiato” Palummella faceva cantare sul motivo di Ricky Martin “Gol gol gol, alè alè alè, Scwoch Scwoch Scwoch alè alè alè”. E ricordiamo tutti cosa abbia fatto Stefan in maglia azzurra, oppure Roberto Stellone alè ooo, Roberto Stellone alè ooo.

E poi c’è anche un altro motivo per cui bisogna incitare i singoli calciatori. Per i bambini che trasformano i ragazzi in maglia azzurra in propri eroi e hanno una voglia matta di manifestare quel loro amore. Proprio come accadde quel primo novembre del 2015.

E così mi torna alla mente il bimbo che ero, quando in un cortile da solo con il pallone creavo azioni e nella mia mente inscenavo una telecronaca con i miei eroi: “Alemao imposta, la gira a destra per Crippa, di nuovo al centro per Maradona. Maradona, Maradona, dribbling, la mette al centro, Carecaaaaaaaaaa gooooooool”. Erano i miei Batman, i miei Superman, i miei Spiderman. Ecco, non credo che tutti debbano avere un coro. Ma un ragazzo che da 10 anni veste la nostra maglia, il nostro capitano ormai mezzo napoletano e mezzo slovacco, un coro lo meriterebbe. Un po’ per lui, un po’ per noi e tantissimo per quei bimbi che vedono Marek come un idolo assoluto. E soprattutto un po’ per quel bimbo che ci vive dentro e che ci fa ancora impazzire il cuore quando vediamo un pallone rotolare su un campo verde e una maglia azzurra come il cielo che corre insieme a tutte le nostre emozioni.

Valentino Di Giacomo

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La polemica

Quando ho scritto l’articolo “Esiste solo la vostra autoreferenzialità che ha rotto il cazzo a un’intera città” ho voluto farlo volutamente con il linguaggio degli striscioni e degli slogan che abitualmente usano i gruppi organizzati degli ultrà.

E’ necessario, direi urgente, cercare di fare qualcosa prima che la situazione precipiti ulteriormente. Contro il Milan, partita decisiva in cui erano necessari i tre punti per giocarci al meglio le chance di vittoria nel finale di campionato, gli ultrà non hanno solo pensato a sostenere a loro modo la squadra, ma hanno invece preferito esporre uno striscione contro gli OCCASIONALI. Mentre il Napoli, la squadra per cui noi usciamo pazzi, era in campo a lottare, loro pensavano, nella loro ottusa autoreferenzialità, a fare la guerra contro chi per ragioni personali, di lavoro, di studio, di tempo non può essere sempre presente allo stadio.

Questo è un dato che fa ben comprendere quanto ormai l’idiozia di questi soggetti sia completamente fuori controllo. Invece di essere contenti che almeno in alcune partite lo stadio sia pieno, loro se la prendono con gli OCCASIONALI.

Io non ci credo che la gente non vada allo stadio perchè il San Paolo è inospitale o perché sia fatiscente. E non credo nemmeno che le persone preferiscano vedere la partita a casa invece di vederla, con uno dei pochi riti collettivi quale lo stadio è rimasto, sugli spalti. No, io penso invece che molte persone “comuni” non hanno voglia di andare allo stadio perché non si sentono coinvolti. Anzi, sono persino sbeffeggiati da striscioni e cori dei gruppi organizzati.

Gli ultrà del Napoli da alcuni anni hanno dichiarato guerra al folklore: non si possono più cantare cori per i singoli giocatori, non si possono fare cori originali, persino l’Oi vita mia è stato abolito. Ragion per cui quando creammo questo sito decidemmo di chiamarlo soldatoinnamorato: perché è questo il coro spontaneo che riesce ad unire il calcio e la città attraverso la propria tradizione musicale.

E vogliamo parlare dei cori degli ultrà? Scopiazzamenti dagli altri stadi d’Italia e d’Europa. In uno si dice persino che dell’eruzione ce ne freghiamo… In un altro si parla di “cori al funerale”. Perché sono  effettivamente funerei questi tifosi, omologati al grigiore di tante altre curve del Paese: drappi neri, stemmi di coltelli e bandane sul volto. Se si prendono i codici del Daesh (o dell’Isis come mediaticamente va di moda chiamare lo Stato Islamico) non si noterà poi tutta questa differenza. 

Lo stadio non è più folklore, colore, calore. Solo facce abbrutite e simboli di sfida e violenza. Chi scrive non è uno scolaretto alle prime armi: ho frequentato la strada e le curve degli anni ’80 e ’90. Non pretendo che lo stadio diventi un teatro, anzi il calcio-show snaturerebbe uno dei pochi eventi popolari dove non è preteso bon ton. Lo stadio DEVE puzzare, non è roba per educande. Però deve puzzare di festa, non di odio. Non mi spaventa che un bambino, come accadeva a me 30 anni fa, possa ascoltare le peggio parolacce andando in curva con mammà e papà, ma mi spaventa che un bimbo possa essere educato allo sport come mezzo di violenza, di rancore, di acredine. E invece lo sport è il gioco praticato dagli adulti, una festa, un momento per staccare due ore dalle preoccupazioni e dai malesseri che ci propina la vita tutti i giorni.

Voglio incazzarmi allo stadio per una giocata sbagliata, per una partita persa, ma non voglio andare allo stadio già incazzato come se dovessi andare a fare una guerra. Non è guerra, è amore. E’ amore il Napoli nostro, è ricordo, è nostalgia, è malinconia, è rabbia, è vita. Non può essere derubricato ai codici e codicilli di quattro teste di cazzo che giocano a fare i duri per confrontarsi ed affrontarsi con altre teste di cazzo che giocano al gioco degli ultrà nelle altre curve d’Italia. Quelle è una vostra guerra, non la nostra. Non di questa città che spanteca di amore e passione verso la nostra maglia azzurra.

Ecco, a volte mi sembra che voi, a dispetto di “Io stavo a Gela”, “Io porto lo striscione per tutta Europa facendo sacrifici” (così come avete risposto in alcuni commenti all’articolo precedente) non ve ne fotte un cazzo del nostro Napoli. A voi interessa solo la vostra MENTALITA’, superiore al Napoli, superiore a Napoli, superiore a qualsiasi risultato.

Non ve lo scrivo per sfida, ma per amore che ho verso la mia maglia, verso i miei colori. Dovremmo remare tutti assieme queste ultime dieci giornate per stare vicini ai nostri ragazzi. E invece voi pensate a fare le liste di proscrizione contro gli OCCASIONALI oppure ad abboffare di “Pappone” uno che in 10 anni ha riportato la nostra città nel paradiso del calcio. Ma già, per voi è poco, del resto abitate in Svizzera, mica a Napoli. Delle buche, dei disservizi, del traffico, dei mezzi pubblici a voi non ve ne fotte un cazzo. Però vi interessa se uno, con le proprie tasche, compra o non compra un calciatore. Siete fatti così, prendere o lasciare, senza ragionare. Perché non sia mai qualche volta vi venga in mente di farlo… Ci perdereste la MENTALITA’. Che è l’unica cosa di cui vi importa veramente. Passando sopra a tutto e a tutti. Pure al nostro Napoli. Pure alla nostra Napoli.

Ah già, ma io sono un occasionale di merda. Perché lavoro il sabato e la domenica, lavoro dopo la mezzanotte e lavoro pure quando c’è l’Europa League. Eh già, come posso parlare io dei vostri sacrifici? Chi cazzo sono io? Un occasionale di merda.

Voi, occasionali nell’usare il cervello. Ma lo sapete. Dovete solo fare la sceneggiata dei puri, duri e crudi. Di tutto il resta a voi non frega nulla. Esistete solo voi, il vostro linguaggio che ormai non capisce più nessuno. E nessuno rappresentate. La città vi schifa e voi, sotto sotto, ne siete contenti.

Valentino Di Giacomo   

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Diamo un nome alle cose

L’ho vista dalla curva A Napoli – Sampdoria. Nel primo tempo mi sono goduto un Albiol pressoché perfetto, i due gol di Higuain li ho visti in lontananza segnati sotto la curva B. Nel secondo tempo Albiol, sotto l’altra curva, ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva fatto nella prima frazione, un po’ come tutto il Napoli. Eder ha imitato Higuain e segnato i suoi due gol sotto la B.

Ma non voglio soffermarmi solo sulla partita. C’è stato un calo fisico da parte di quasi tutti i giocatori azzurri. Se Sarri avesse avuto sette o otto cambi li avrebbe consumati tutti. La tanto sbandierata preparazione “lavoro e sudore” porterà pure benefici nel prossimo futuro, per adesso gli azzurri si sono fatti rimontare due volte su due. Se con il Sassuolo, come analizzammo dopo la prima giornata, il calo fisico e mentale ci portò a perdere, contro la Samp ne è venuto fuori un pareggio forse ancor più pesante di una sconfitta. Un pareggio che comunque è frutto di errori individuali, non di disposizione tattica. E questo mi lascia personalmente fiducioso per il futuro.

Ma, come dicevo, non vorrei parlare solo della partita: ognuno vede il calcio a modo proprio. Tutti per un giorno hanno torto o ragione. Vorrei approfondire invece del rapporto che si sta consumando tra il pubblico del San Paolo, le frecciate che leggiamo ogni giorno sui social network e il presidente Aurelio De Laurentiis. 

E’ esecrabile quanto sta avvenendo in città. Ieri in curva A, tafferugli a parte (e su questi sta indagando la Polizia), si è manifestato da subito un clima ostile nei confronti del presidente. “Abbiamo un sogno nel cuore, vincere il tricolore” si cantava al San Paolo sin dai primi minuti. I ragazzi erano in campo, ma i primi minuti sono trascorsi tutti per intonare prima i cori per i “diffidati” e poi per il presidente.

Pian piano però il Napoli macinava gioco e sono arrivati i due gol del Pipita. Sembrava tutto rientrato. Al rigore di Eder che accorciava le distanze si è alzato forte il coro dalla A: “Forza ragazzi“. Al secondo gol della Samp che pareggiava i conti nessuno ha più resistito, come se non si vedesse l’ora di trovare un capro espiatorio di quanto stava accadendo. E l’accusato era sempre lui: “De Laurentiis pezzo di merda“. I ragazzi in campo erano nuovamente scomparsi per chi era sugli spalti. Non bisognava più incoraggiare i nostri giocatori, ormai il colpevole era stato trovato, anzi quel gol di Eder era servito semplicemente per accomunarsi in quel coro quasi catartico che in tanti volevano cantare. Negli ultimissimi minuti il Napoli tentava gli ultimi assalti, due calci d’angolo si battevano proprio sotto la A che incitava nuovamente gli azzurri che invece arrancavano stanchi in mezzo al campo.

Gli ultrà non sono indispettiti con la squadra, né con Sarri (oggi in prima pagina la Gazzetta titolava di un “Sarri contestato”, poco di vero). Quando Hamsik e altri sono venuti sotto la curva a fine partita per salutare il pubblico sono stati applauditi. Il bersaglio era ed è chiaro: Aurelio De Laurentiis. Non è una novità, ma forse quest’anno, complice una campagna acquisti non proprio scoppiettante, è un pensiero che fa breccia non più soltanto tra la Napoli degli spalti, ma anche in città e sui social network si fa sempre più spazio questo trend di malcontento e di accusa.

Non mi va di prendere le difese di De Laurentiis, pur riconoscendo al nostro presidente di aver riportato il Napoli dove merita. Ma c’è bisogno di un argine altrimenti le cose prenderanno sempre di più una brutta piega. “O scudetto o nulla” sembra dire questo pubblico napoletano. Senza però ricordare che di scudetti il Napoli ne ha vinti solo due, mentre entriamo nel novantesimo anno dalla nascita del club, solo quando c’era Lui. Il presidente difetta certamente in comunicazione, “Noi vogliamo vincere” lo ha detto proprio lui più per accontentare il pubblico. Non doveva. Non se era ed è consapevole che il suo club, la nostra città e la nostra storia non sono quelle di chi “deve vincere” come il coro che si canta allo stadio.

Avrà difetti, tanti, troppi Aurelio De Laurentiis, ma anche tanti tantissimi meriti. Oggi il Napoli è considerato stabilmente una “grande” del nostro campionato, gli azzurri oltre ad essere gli unici negli ultimi anni ad aver sottratto trofei alla Juventus, sono quelli che appena lo scorso anno hanno giocato (dopo 26 anni) una semifinale di Uefa. Troppo poco? Non lo so, non credo.

Ma la Napoli civile, anche quella che non condivide le scelte societarie del presidente, dovrebbe solidarizzare con De Laurentiis. E’ una questione di civiltà e di riconoscere una credibilità al presidente che comunque, al di là delle chiacchiere, questi si è conquistato con dei risultati.

E se dietro i cori allo stadio ci fossero macchinazioni ben più profonde? Se quel sentimento di avversità nei confronti di De Laurentiis fosse mosso per vili interessi. Ieri, come vi abbiamo riferito, in curva A sono avvenuti dei tafferugli: la tesi più probabile è che degli ultrà del Rione Sanità fossero ai ferri corti con i Mastiffs. Era un’azione premeditata quella di entrare nel San Paolo tra il primo e il secondo tempo ed aggredire quelli che già erano sugli spalti. L’altra tesi è che coloro che hanno posto in essere l’aggressione volessero che i gruppi ultrà disertassero lo stadio. Vogliamo dare credibilità a chi ancora compie questi gesti di violenza? E se De Laurentiis non scende a patti con queste persone compie un atto coraggioso o vile?

Solo per questo gesto di civiltà e di buon senso Aurelio De Laurentiis merita riconoscenza da parte della città, almeno da quella Napoli che si considera civile. Ci sta la critica, si può non essere d’accordo con le scelte societarie, ma quello che sta avvenendo è un accanimento bello e buono. Un accanimento che ha poche ragioni di esistere visti i risultati conseguiti dal Napoli “aureliano” negli ultimi anni.

Napoli vuole vincere? Sappia vincere prima fuori dal campo di calcio. “Il Dela figlio di put.. l’ha cantato il distinto, la curva e la tribuna insieme. Tutti hanno cantato anche non comprendendo bene il perché” – scrive Peppe Sorrentino nell’articolo che abbiamo pubblicato oggi. Ecco, non comprendendo bene il perché. E quando non ci si chiede i motivi per cui si compiono delle azioni non è mai un bene. Si ponga un freno agli istinti, prima che sia davvero troppo tardi. Bisogna scindere la legittima critica dall’accanimento. E se non lo si vuol fare per ragioni di logica, lo si faccia per amore della squadra. E’ De Laurentiis il presidente del Napoli. E’ un fatto di cui bisogna prendere atto. Rendere la vita impossibile a lui significa renderla difficile ai ragazzi che scendono in campo indossando la NOSTRA maglia. E in questo c’è tutto quel tipico autolesionismo tutto partenopeo. Un giorno lo scrittore Erri De Luca, in un carteggio privato, mi scrisse che Napoli i nemici li ha avuti sempre di più in casa che fuori. Lui si riferiva alla camorra. Non vorrei farlo io. E, soprattutto, non vorrei esserne mai complice. Vabbè, ma adesso bisogna parlare delle ultime ore di calciomercato. Meglio tacere. 

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Vista dalla Curva B

Curva B - Magnammancill- (Napoli - Dnipro)

Il Dela figlio di put.. l’ha cantato il distinto, la curva e la tribuna insieme. Tutti hanno cantato anche non comprendendo bene il perchè. Sono sentimenti e mi piace scrivere di sentimenti e di quel pizzico di romanticismo che ancora si intravede al san paolo. E’ successo questo al San Paolo. Se ne può prendere atto o meno ma questa è la realtà allo stadio di ieri sera.

Ieri sera era la prima del San Paolo. Faceva un fottio di caldo e gli unici ad avere il cazzo tosto erano i ragazzi delle paranze dei ferri. Faceva tanto caldo che tutti hanno pensato di entrare dopo le 20:00, con conseguente intaso ai gate. I primi a disperarsi per l’incontro sono stati proprio i borghettari. Faceva caldo. La Sambuca e il Borghetto di contrabbando avrebbe ulcerato qualsiasi stomaco foderato di amianto. Ma di amianto c’era la nostra difesa che tanto dal caldo si è sbriciolata con il culo a terra. Con quel caldo e’ facile alzare bandiera bianca davanti ad un paio di finte doriane ed è altrettanto facile innamorarsi di quanto siamo forti lì davanti. La scioltezza di quei 45’ min iniziali palla al piede era la stessa scioltezza che aveva l’espansione della macchia di sudore dietro le mie spalle. All’intervallo c’era una folla confidente, appaciata c’era tanta guapparia nell’aria. Sarà stata l’abbronzatura e le ferie appena concluse ma non ho sentito un kitammuorto volare sugli spalti. Così confidenti che addirittura eravamo pronti a festeggiare il 30 esimo di un amico accendendo le candele del 3-0. Non l’abbiamo fatto, scaramanzia docet. Ma riti scaramantici a parte, quante altre cose non avremmo voluto fare o vedere nel secondo tempo. A partire dagli svenimenti per il caldo in aria di rigore o alle palle mosce dei nostri ultra-milionari lì davanti. Al 90esimo si è ingrossato il nervo e si sono infiammate le corde vocali. A memoria era da almeno 15-16 anni che non sentivo una contestazione così trasversale a mezzo coro. Tutta la curva ha cantato Dela figlio di puttana. Compatto, deciso e liberatorio, complimenti ai ragazzi. L’ho cantato anche io, con tutta l’aria accumulata nello stomaco ed era la prima volta dai tempi di Ferlaino che non lo facevo. E ad essere sinceri, non mi sono proprio pentito.

Peppe Sorrentino

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Prima di Napoli - Sampdoria

volantino

Ogni forma di protesta, tanto più se civile, ha sempre diritto ad esistere. Eppure facciamo davvero fatica a comprendere il motivo per cui in città – come testimonia un tifoso del gruppo Facebook, Gli Ultramici – qualcuno sta distribuendo dei volantini (cliccare sulla foto in alto a sinistra) che invitano i tifosi a disertare lo stadio.

Potremmo meglio comprendere questo genere di protesta, ma nemmeno tanto, se il Napoli si trovasse a campionato inoltrato dopo una serie di brutte prestazioni e risultati. Ci troviamo invece alla prima partita del nuovo Napoli di Sarri in casa. Gli azzurri, dopo la sconfitta di Sassuolo, avranno invece bisogno del maggior incoraggiamento possibile da parte del San Paolo. E’ come se le diatribe personali sull’operato del presidente, del direttore sportivo, del vecchio o del nuovo allenatore prevalessero sul tifo che noi tutti tifosi dovremmo apportare alla nostra maglia. Perché, a prescindere da chi la indossi, quella maglia rappresenta pur sempre tutti noi. Certo, su questo genere di personalismi molta stampa e alcuni siti web non hanno aiutato: dai ferventi difensori di De Laurentiis ai “papponisti”, dai “rafaeliti” ai “sarristi”, dalle vedove di Mazzarri e di Marino agli osteggiatori di Bigon o di Giuntoli. E’ come se noi napoletani si fosse specialisti nel farci del male da soli.

tagliando Napoli Samp
tagliando Napoli Samp

Anche noi, qui su soldatoinnamorato, abbiamo mosso qualche critica: talvolta al presidente, talvolta alla società, altre all’allenatore (oddio… su Sarri per fortuna non c’è stato ancora il tempo perché giudicare un tecnico da una sola partita ci sarebbe sembrato quantomeno assurdo). Però poi le polemiche vanno spente, tanto più quando il Napoli va in campo. Quando si gioca il tifoso può fare solo una cosa: tifare per i propri colori e sostenere con tutta la voce che ha i propri calciatori. Semmai qualche fischio o qualche malcontento lo si può esternare a partita finita e se la squadra non ha dato l’impressione di lasciare tutta la propria anima sul campo di gioco. Ci sono state partite dove il San Paolo sapeva applaudire persino dopo le sconfitte, al pubblico bastava vedere impegno e determinazione. Sembrano tempi lontanissimi.

Altro che protesta! Si può criticare l’operato della società e di De Laurentiis, ma domani bisogna andare al San Paolo a tifare. Anzi, semmai, come abbiamo fatto in passato, l’invito che ci viene di fare da qui è che magari si possa fare un tifo più compatto e incisivo. Come lo si faceva un tempo.

Io domani sarò in curva A. Ho voglia di tifare per i “miei” calciatori e per la “mia” maglia. Vanno bene le critiche, soprattutto quelle non fini a sé stesse, ma quando il Napoli scende in campo bisogna tifare. Tanto più alla prima giornata in casa!

Twitter: @valdigiacomo

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