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60 anni sono un traguardo importante e come tutti i momenti importanti vanno condivisi con le persone che si amano, con i parenti e con gli amici più cari ma anche con le persone che semplicemente hanno condiviso con noi momenti significativi della nostra vita.

Per una persona come Nino D’angelo, artista con oltre 35 dischi all’attivo e più di 20 film interpretati, scegliere con chi festeggiare i 60 anni non deve essere stato facile, e quindi, fedele al suo modo di essere, ha optato per la scelta più semplice e di cuore, Nino ha scelto di festeggiare con il popolo delle sue canzoni e lo ha fatto in un posto che fino ad oggi lo aveva visto inspiegabilmente solo spettatore, e mai protagonista: lo Stadio San Paolo, o meglio la Curva B, quella che lui ha cantato più di 30 anni fa in una canzone che rimane per molti tifosi l’unico vero Inno della squadra e che è senza dubbio la più bella canzone scritta sul Napoli.

Nino invita i fan a festeggiare con lui, organizza una festa più che un concerto, nonostante le sue canzoni siano state le protagoniste, nonostante la scelta di una scaletta perfetta, nonostante i meravigliosi duetti, fra cui una splendida versione di ‘A storia ‘e nisciuno con Fortunato Cerlino e il due pezzi con Maria Nazionale che sembrava Napoli fatta donna. Prima della musica, forse per la prima volta in un concerto, c’era lui, Nino, sinceramente commosso che con la voce rotta dall’emozione ha trasformato il pubblico del San Paolo da spettatori in invitati al suo compleanno.

Non a caso parola più pronunciata durante tutta la serata è Grazie, Nino ringrazia di cuore il pubblico e lo fa con sincerità, non riesce a trattenere le lacrime guardando quella curva che ha iniziato a frequentare da bambino oggi piena di gente venuta solo per lui per fargli gli auguri e regalargli una delle serate più belle della sua vita. In tanti anni che frequento stadi, palazzetti e concerti vari non mi era mai capitato di vedere tanta umanità su un palco, e se il concerto è stato memorabile quei momenti di familiarità e unione vissuti al San Paolo hanno reso Nino 6.0 un evento unico e probabilmente irripetibile. Perché al netto di tutti i grandissimi talenti e artisti di ogni genere che Napoli ha avuto, ha e avrà nella sua storia, difficilmente vedrà un fenomeno così popolare e così importante per la sua cultura come Nino D’Angelo.

Perché Nino è uno di quei pochi artisti che possono vantare di essere letteralmente cresciuti con il pubblico, uno di quei rarissimi artisti che nonostante sia ormai una leggenda vivente ha l’umiltà di capire che niente gli è dovuto. Sono orgoglioso di essere stato il riscatto ‘e chi nun ten’ nient’ quanti possono affermare una cosa del genere senza retorica? Nino partendo dal nulla  a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 ha rilanciato la musica melodica in Napoletano, superando la sceneggiata e restituendo alla lingua Napoletana quella dimensione di lingua di espressione artistica di tutto il meridione. E se la critica con un certo snobismo ha sempre snobbato il fenomeno Nino D’Angelo, il popolo lo ha subito accolto con affetto già dai primi album.

Perché il popolo trova finalmente una voce bella che racconta in modo semplice, ma sempre ispirato, le storie di ogni giorno tipiche del meridione, anche le storie d’amore sono descrizioni del quotidiano, senza la ricerca di concetti universali, Nino racconta di primi amici, di ribaltabili calati, di spinelli, di tradimenti, di amori estivi  e lo fa con una vena poetica degna del miglior cantautorato italiano, ma nella lingua di chi quelle storie le vive ogni giorno, ed è forse quello che di cui Napoli e il sud avevano bisogno in quel momento.

Tutto quello che è venuto dopo Nino, i cosiddetti neomelodici, che vi piaccia o no, sono quelli che hanno tenuta in vita la cultura, la lingua e la musica Napoletana molto più dei tanti fenomeni di nicchia esaltati dall’intelighenzia. Il motivo è semplice: la cultura Napoletana è per diffusione essenzialmente popolare e se oggi a Roma, Taranto, Palermo e in tutto il sud ci sono artisti che usano come lingua di espressione il Napoletano il merito non è di certo dei tanti bellissimi fenomeni indie, alternativi o altro, ma di chi saputo far rinascere in chiave contemporanea la musica napoletana.

E ieri finalmente “il popolo delle sue canzoni”, come lo ha chiamato più volte Nino dal palco, ha potuto abbracciarlo e ringraziarlo per questo, per essere da oltre 40 anni la voce più schietta, sincera e al contempo ispirata, emozionante ed emozionata della nostra città.

Paolo Sindaco Russo

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Quando il San Paolo è una bolgia

Lo scorso campionato ci dissero che era da provinciali festeggiare ogni vittoria cantando con la squadra sotto la curva, ci hanno detto che era triste festeggiare il secondo posto e fare i caroselli per il record di Higuain, ci hanno detto che gioire per un terzo posto e per il bel gioco è da stupidi. Festeggiate la coppa Italia e la supercoppa? Ma sono coppette, che festeggiate a fare?

Poi hanno aggiunto che i festeggiamenti per aver battuto la Juve lo scorso campionato durarono troppo, ci hanno continuato a dire che le esultanze dei calciatori non vanno bene, e da sempre ci criticano i cori che poi puntualmente ci copiano…

Adesso non va bene che abbiamo festeggiato la sconfitta della Juve in finale di Champions. Addirittura qualcuno ha parlato di “coglioni che hanno festeggiato”, altri parlano di mediocrità e vogliono farci la morale, magari quella morale che non hanno saputo fare a un figlio razzista e cocainomane.

Nel 2006 ero in Portogallo, mentre l’Italia festeggiava il mondiale vinto il Portogallo festeggiava il quarto posto. I giornali parlavano del “Ritorno degli eroi” si fecero caroselli a Lisbona, ricordo che sfogliando i principali giornali sportivi solo a pagina 5 si capiva chi avevaeffettivamente vinto il mondiale, tutto il rsto dedicato alla festa lusitana

Mi sono sentito a casa, perché il calcio per noi, e per poche altre realtà è questo: festa, appartenenza e territorialità.

Il calcio per noi Napoletani è un motivo per festeggiare tutti insieme, è una festa che unisce trasversalmente la città e ogni scusa è buona per farlo. Nella mia vita ho festeggiato in città non solo le promozioni dalla serie B, ma anche quella dalla C, ho festeggiato gli scudetti e la coppa UEFA, ho festeggiato le Coppe Italia, ma ho anche festeggiato anche le semifinali, le singole vittorie in partite più o meno importanti… e ho festeggiato le sconfitte altrui, che per fortuna non sono una novità.

Quest’anno non va più bene, da un po’ vi dà fastidio che Napoli festeggi, che noi tifosi ci divertiamo, siete sempre pronti a cacciare una predica di bassa morale, a parlare a sproposito di sportività, forse perché il problema è vostro, perchè i coglioni siete voi che non siete in grado di festeggiare il sesto scudetto di fila se non condividendo un paio di immagini su internet, perchè per voi vincere è tutto, per noi l’importante è divertirci… allora chi è più coglione?

Perché dovrei “sportivamente” sostenere chi è storicamente, culturalmente e intellettualmente lontano anni luce da me? Perché devo solidarizzare con il rivale?

Il bello del calcio è anche prendersi il culo, e anche se è paradossale che noi dal nostro terzo posto vi ridiamo in faccia per una finale di Champions persa fatevene una ragione, noi gongoliamo perché crediamo alla gioia voi  fate la bile al fegato perché credete alla vittoria

Fatevene una ragione, noi nel nostro circo ci divertiamo, e ci divertiamo il doppio perché voi saprete anche vincere, ma non sapete né festeggiare e né perdere e questo è incredibilmente divertente!

Paolo Sindaco Russo

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Foto www.paliodelgrano.it

Chi si aspetta la solita sagra con prodotti locali, bancarelle con canestri e vimini e barattoli di conserve sott’olio e artisti più o meno noti che si alternano sul palco ha sicuramente sbagliato strada. Campidigrano è un evento, o meglio una serie di eventi, che si inserisce nel percorso che porta al Paliodelgrano, oramai giunto alla sua dodicesima edizione.

La settimana dal 10 al 17 luglio a Caselle di Pittari si susseguiranno una serie di attività, laboratori, incontri e discussioni a tema sulla smart rurality e sulla smart community. Gli organizzatori partono da una serie di domande che saranno la base delle riflessioni sviluppate e prodotte nella settimana:

Ma veramente per Smart community – smart city – smart rurality intendiamo una gara tra chi ha il gadget elettronico più lungo o forse vale la pena affrontare il tema dei territori intelligenti, magari interconnessi da reti di cumparaggio?

Cosa ci significa questa retorica dei makers, dei fablab se non siamo in gradi di trascorrere più tempo con le persone che sanno fare le cose e meno ad ascoltare i discorsi dei manager?

Che cos’è lo Storytelling se non l’arte di raccontare, di fare i “cunti”, i conti… ovvero di governare gli open data trasmettendoli oralmente, per prossimità?

E anche il claim di quest’anno qioca sul dualismo tecnologia/ruralità: “Stay ‘Nnanz”.

La scleta del claim la spiegano gli stessi organizzatori, Capidigrano propone una visione della contemporaneità come una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; piú precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Pensiamo che coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.

Sicuramente merita attenzione e molto probabilmente la partecipazione anche dei non addetti ai lavori. Partecipare a una scuola di sopravvivenza nel mondo dell’immaginario uniformato dove fare esercizio creativo per prepararsi alla resistenza ludica all’oppressione sicuramente sarà un’esperienza unica, tanto divertente quanto formativa… senza neanche citare la meraviglia del posto.
#CampDiGrano è Uno strumento di critica radicale dei luoghi comuni, degli stereotipi sociali e di tutto ciò che ha veicolato e veicola il fallimento del presente.

Per chi fosse interessato, o semplicemente curioso può scaricare il programma, inviare la propria adesione o trovare tutte le info sui siti di questi eventi da non perdere (http://www.campdigrano.it e www.paliodelgrano.it)

 

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Lo dico spesso e lo scrivo ogni volta che se ne presenta occasione, il cibo è un atto d’amore. Preparlo, sceglierne gli ingredienti, cucinarlo, condividerlo, servirlo e anche, ma forse soprattutto, mangiarlo è un atto d’amore. Amore per la propria terra, per la propria cultura e per la propria storia, amore per il mondo e per le altre culture, amore per chi lo ha lavorato ma soprattutto amore fra chi lo offre e chi lo mangia.

Sarà un mio limite ma non riesco a vedere questo amore negli Oreo messi ovunque, nei video di 30 secondi con ricette a base di nutella o sottilette, nelle foto di panini alti quanto mia figlia con dentro ogni ben di Dio destinati più ad essere fotografati che ad essere mangiati.

Non c’è nulla di male nel foodporn, anzi io stesso sono un amante degli eccessi, in ogni cosa non solo nel cibo, ma gli eccessi sono belli proprio per la loro eccezionalità. Come dire, non condanno Man Vs. Food, anzi trovo molto simpatico Adam Richman e divertente il suo programma ma quello per me non vuol dire parlare di cibo. L’idea dell’uomo Contro il cibo proprio non riesco a farmela piacere, credo nell’uomo per il cibo, nell’uomo con il cibo o semplicemente credo negli uomini e nel cibo.

Rimanendo in tema tv preferisco di gran lunga Andrew Zimmern che gira il mondo alla ricerca di quelli che lui definisce orrori da gustare, genera curiosità, racconta storie ed esplora nuove possibilità di cibo, spesso partendo da quelli che sono considerati.

Quello che in Italia fanno Chef Rubio e Don Pasta: partire dal cibo come storia, come cultura, come scelta dal valore sociale e politico, come amanuensi medioevali (ma molto più fichi) tengono in vita culture oramai relagate a piccole comunità, cui vanno aggiunti volti meno noti come Giuseppe Rivello e associazioni come Slow Food che fanno della difesa della località e della alimentazione tradizionale la loro bandiera.

Sulle nostre pagine abbiamo sempre affrontato il cibo, nel nostro piccolo, cercando di non perdere mai di vista ciò che è realmente: abbiamo raccontato storie come quella dei fagioli della regina, abbiamo cercato di guardare al nostro passato, parlando della cucina al tempo della carestia, abbiamo parlato di alimentazione e di ricette povere, ed è così che ci piace continuare, ed è per questo che abbiamo deciso, nel nostro piccolo di sostenere Leguminosa.

Nutella, Oreo, Kinder e Duplo difficilmente li vedrete come ingredienti sulla nostra pagina, difficilmente ci vedrete sbavare davanti impasti preconfezionati, ripieni di merendine sciolte, farciti di snack e biscotti frullati. Al #foodporn preferiamo il #foodlove e amare il cibo significa conoscerlo, scoprirlo ogni giorno e rispettarlo.

Così vi invitiamo a fare un gioco, usiamo l’hashtag #foodlove, raccontiamo storie di lotta agli sprechi, di tradizione, di scoperta. Dopo questa abbuffata di pornografia alimentare riprendiamo ad amare… sicuramente farà bene a tutti.

Paolo Sindaco Russo

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La Libera Pluriversità è un progetto volto a far incontrare chi vuole insegnare e chi vuole apprendere. Nasce dall’idea che la libera condivisione dei saperi, delle informazioni e delle idee sia una ricchezza irrinunciabile.

Il corso di Lingua Napoletana nasce dall’esigenza di un gruppo di discussione, in cui si è riscontrato che il Napoletano, la lingua riconosciuta anche dall’Unesco, non è adeguatamente conosciuta dai suoi stessi locutori, soprattutto nella sua forma scritta. E’ nata quindi la necessità di riproporre un piccolo esperimento, nato in seno alla Libera Pluriversità di Napoli, il cui scopo è di condividere le regole, desunte dalla pratica della Letteratura napoletana, da utilizzare per scrivere correttamente nella seconda Lingua più parlata in italia.

‘Mparammoce ‘o Napulitano Corso di Lingua Napoletana scritta e recitata. Grammatica e letteratura Napoletana. Docente: Nicola Terracciano.
22 gennaio dalle 18,30 alle 19,30 al Mumble Rumble Via G. Bonito, 19 – Napoli.

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@Gianfranco Irlanda

Complottisti, meridionalisti, fascisti, buonisti, benaltristi, animalisti, neoborbonici, interventisti, pacifisti, vegani, piddini, berlusconiani, grillini, leghisti, comunisti, anarchici, onnivori, razionalisti, antivaccinisti, i tifosi, i fan di Vasco, quelli di Ligabue e qualsiasi altra categoria vi venga in mente… sono tutti la stessa cosa.

Internet è stata una rivoluzione, quasi tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno sono a portata di click. Praticamente da ogni casa è possibile avere dai classici della letteratura in qualsiasi lingua alle pubblicazioni scientifiche, dalle informazioni enciclopediche alle notizie in tempo reale di ogni tipo, dai giornali di tutto il mondo al gossip di quartiere. Ma tutta questa disponibilità di informazioni, questa enorme possibilità di conoscere, studiare e soprattutto approfondire ha avuto un effetto devastante sull’approccio al sapere, trasformando lo studio in una superficiale ricerca di conferma della proprie convinzioni.

Con i social l’abbrutimento intellettuale cui ci siamo sottoposti ha fatto un ulteriore passo in avanti: adesso non cerchiamo neanche più le notizie, scegliamo quelle che ci interessano dai flussi costanti di articoli, link, status, tweet e immagini varie e il gioco è fatto. Magari ci si limita semplicemente al titolo per fare prima, se la cosa non ci convince andiamo su un sito “antibufale” e cerchiamo conferma e così ci creiamo la nostra piccola nicchia di certezze, o meglio di convinzioni, dove sentirci al sicuro.

Anche se non ci piace ammetterlo, ci costruiamo la nostra categoria, ci uniamo al simile, diamo credito a chi è con noi e diventiamo di una “tribù”. Ci scegliamo il nostro ismo, anche se non lo ammettiamo, anche se non ci piace definirci così, anche se ci diciamo solo simpatizzanti ne siamo inesorabilmente parte.

In fondo è rassicurante, ci si sente protetti e meno soli quando si fa parte di qualcosa, anche se indefinito, e ogni tribù ha i suoi santoni, i suoi guru, i suoi mentori, i suoi idoli da venerare… almeno finchè rimangono nei nostri binari, almeno finché non decidano di esprimere un’opinione o dire qualcosa che non ci piace particolarmente.

Sì, perchè il dramma principale della categorizzazione non è tanto la superficialità, ma il terrore che si ha del pensiero individuale: esprimi qualche dubbio sull’areo precipitato sul pentagono l’11 settembre 2001? Da una parte ti sentirai dire “Complottista” “Grillino” “Credi agli alieni” o l’immancabile “SCII KIMICHI!!1!!” di chi si sente simpatico come lo zio che urla ambo al primo numero estratto della tombolata, dall’altra ti troverai chi ti linka migliaia di articoli, video e “prove inconfutabili” che l’uomo non è mai stato sulla luna e che il mondo è invaso da rettiliani.

E questo accade sempre, ogni volta che si esce dalle aspettative di chi ci segue: si può essere tendenzialmente meridionalisti ma non neoborbonici? Si può essere un elettore del PD e condividere un affermazione di Di Battista? Si può essere vegetariani e non credere che la sperimentazione animale vada bloccata di colpo?
A volte sembra proprio di no, l’identità di gruppo, il senso di appartenza alla propria “tribù” fagocita l’individuo che passa da idolo a nemico in pochi istanti.

Ed è così che siamo diventati ignoranti, non perché non sappiamo, non perché non abbiamo a disposizione le informazioni, ma perché non sappiamo come utilizzarle, perché abbiamo perso ogni capacità di discernimento e  qualsiasi attitudine all’investigazione, perché non dedichiamo tempo al riconoscere l’autorevolezza e l’autorità delle fonti, ma soprattutto perché abbiamo smesso di farci domande consci del fatto che queste possano non avere una risposta. Non ci facciamo più domande ma cerchiamo risposte, questo ci rende ignoranti.

L’ignoranza è forza – in 1984 era uno degli slogan del Ministero delle Verità e Orwell probabilmente ci ha visto lontano, non tanto nel dire che ci fosse un Ministero a decidere quale dovesse essere la Verità, quanto nel prevedere la forza dell’ignoranza collettiva in un mondo di informazione globale, dove anche il contrario delle Verità imposte portano a far parte di gruppi antagonisti che loro malgrado sono comunque strumentali al potere. 

Ed è proprio la quasi totale mancanza di capacità di pensiero individuale a darci la misura della nostra scarsa libertà collettiva.

Così le categorie che ci scegliamo come rifugio diventano una gabbia e ci ritroviamo troppo spesso a sprecare energie per difendere la nostra stessa prigione.

Paolo Sindaco Russo

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Qualche anno addietro viaggiavo molto spesso in aereo e, trovandomi di solito con largo anticipo in aeroporto, avevo molte ore di attesa da riempire, quindi finivo inevitabilmente per acquistare un libro. A volte romanzi, altre volte saggi; in uno di questi ultimi casi mi ritrovai ad appassionarmi di un libro molto affascinante, Civiltà sepolte di C. W. Ceram, un bel saggio un po’ romanzato sulla storia dell’archeologia. Il primo capitolo, che si intitola “Preludio su suolo classico”, tratta proprio della nascita dell’archeologia moderna, e non vi nascondo che non sono riuscito a trattenere le lacrime nel momento in cui, leggendo, mi resi conto di quanto quelle origini fossero vicine a me. Nel 1738, partendo dai primi ritrovamenti fatti dal generale d’Elbœuf, ai piedi del Vesuvio la corte dei Borbone, soprattutto sotto la spinta di Maria Amalia Cristina di Sassonia, ritrova una serie di resti, statue, un teatro. E dove c’era un teatro doveva esserci stata una città. Infatti, nel teatro viene ritrovata un’iscrizione che riportava il nome della città: Ercolano.

E’ notizia di questi giorni la mancata scelta della città di Ercolano come Capitale della Cultura 2016, le è stata preferita la lombarda Mantova. Per qualcuno è stata una delusione, sicuramente la scelta rispecchia molto un certo tipo di orientamento politico ed economico, ma personalmente trovo che si tratta di una visione oggettiva e sostanzialmente ragionata rispetto ad uno stato delle cose che non si può certo nascondere dietro proclami o buone intenzioni.

Vediamo un po’ le cose come stanno nella realtà.
Ercolano è una città di più di cinquantamila abitanti distribuiti in maniera diseguale su diciannove chilometri quadrati – un sesto della superficie di Napoli con meno di un quindicesimo della popolazione. Si estende dal golfo di Napoli fino alla sommità del Vesuvio, in una forma grosso modo triangolare. A Ercolano non c’è una libreria. In una delle piazze principali campeggiano due negozi di telefonia circondati da qualche sparuto negozio di abbigliamento. Sopravvivono molti bar, ma non ce ne sono di accoglienti per i turisti che si ostinano a venire a visitare gli scavi. E’ stato aperto da poco un “caffè letterario” che di letterario ha ben poco, ma ha molto dell’aperitivo con
spritz. Per lo shopping sono molto più gettonate le confinanti Portici e Torre del Greco, quindi anche il piccolo commercio langue, rimane giusto la memoria del mercato degli stracci (ai più conosciuto come Resina, ma che sarebbe la zona mercatale di Pugliano).
Esiste a Ercolano una guardia medica in una delle posizioni più scomode e irraggiungibili che si possano immaginare, in un vicoletto lato mare che praticamente rende inutile la sua presenza a buona parte della popolazione. Da anni si susseguono senza soluzione di continuità delle giunte di centrosinistra che hanno avuto il merito fondamentale di cambiare il nome storico di una strada antica, via 4 Orologi, affibbiandogli quello dello zio del presidente del consiglio comunale. Uno degli ex sindaci è stato responsabile di uno scempio colossale ai danni del territorio del Vesuvio tentando di costruire una nuova funicolare, con delle enormi e visibilissime colate di cemento, sbagliando però i calcoli (e meno male…) perché la stava costruendo nel territorio del comune di Torre del Greco; altri scempi memorabili sono la caserma dei carabinieri, i cui lavori sono stati interrotti da decenni perché abusiva, e il tentativo di ricostruire (o inventare?) il molo borbonico sul litorale della Favorita.

Questo è giusto quello che salta agli occhi e riecheggia nella memoria.

Io a Ercolano ci sono cresciuto. Non ci sono nato, ma dall’età di tre mesi fino ai diciott’anni ho trascorso la mia esistenza qui, e continuo ad abitarvi, a volte dico a dormirci, visto che la mia “vita” la vivo altrove. A Ercolano ho avuto una serie di fortune, però. Ho passato l’infanzia all’ombra di una villa dei primi del ‘900 dallo stile eclettico e sovrastata da una torre merlata che la faceva apparire come un castello medievale. Quell’edificio, Villa Maiuri, ospitava almeno fino al 1980 una scuola di archeologia per stranieri, e infatti ricordo questo via vai di giovani nordici un po’ hippy. Qui a Ercolano a fine ‘800 c’è stata una fioritura del Verismo, con la Scuola di Resina, che ha visto la presenza di pittori come Giuseppe De Nittis, Marco De Gregorio e Nicola Palizzi.
All’angolo della strada dove sono cresciuto si erge una delle più belle ville del ‘700 della zona,
Villa Campolieto. La strada dove si affaccia, quel tratto della Regia strada delle Calabrie che dalla Reggia di Portici scende a sud verso Torre del Greco, prende il nome di Miglio d’oro, proprio perché era la zona più bella e prestigiosa di tutto il Regno delle Due Sicilie, costellata da una serie di residenze nobiliari sfarzose e spettacolari. A Villa Campolieto, all’epoca appena restaurata, nei primi anni ’80 ebbi la fortuna di partecipare all’inaugurazione della mostra Terrae Motus, voluta da Lucio Amelio e comprendente opere di personaggi come Robert Mapplethorpe e Andy Warhol; quest’ultimo ricordo di averlo visto passeggiare per l’atrio della villa, sono cose che rimangono impresse… Sempre nello stesso luogo negli anni ’80 passavano personaggi come Rudolf Nureyev e Severino Gazzelloni, nel Festival delle Ville Vesuviane che attirava spettatori anche dal Giappone e dagli Stati Uniti, ma che faticava a entrare nel cuore della gente del luogo. A Villa Campolieto erano conservate alcune carrozze che erano state usate in Via col vento, peccato che un ex custode abbia avuto la bella idea di dare loro fuoco per vendetta… Più di recente ho avuto il piacere di trovarci Alejandro Jodorowski… mi fermo qui perché potrei continuare con questo elenco a lungo.

Ercolano vive di rendita – non sapendo forse nemmeno che farsene di questa rendita – di una serie di lasciti meravigliosi dati dalla natura e dalla Storia. Tra scavi, Parco Nazionale del Vesuvio e le settecentesche Ville Vesuviane, ce n’è abbastanza per campare davvero di rendita per secoli. Ma tutto questo bastava per far sì che la città fosse scelta come capitale della cultura?
A Ercolano ci sono gli scavi archeologici forse più interessanti di tutta Italia, ma attorno c’è un vuoto. Un vuoto culturale, istituzionale, un vuoto, mi duole dirlo, umano. Se c’è chi si lamenta dell’incapacità di Napoli di far fruttare davvero le risorse turistiche, dovrebbe gioire rispetto a quello che accade qui. Non parlo solo dei politici locali, tra l’altro sempre asserviti a dei giochi di potere locali senza via di uscita, ma la popolazione stessa a volte mi spaventa per l’ignoranza e l’inconsistenza. Si voleva far fruttare un patrimonio immenso, ma sarebbe stato come voler costruire un edificio senza prima aver scavato le fondamenta.
Non sono mai stato a Mantova, ma dopo aver visto un servizio televisivo parecchi anni fa m’è rimasta una gran voglia di andarci. Non so se da forestiero, guardando un servizio su Ercolano, avrei la stessa voglia di venirci, a giudicare dal ruolo che svolge la mia città nella cronaca e nelle notizie di attualità. Io ho un po’ rinunciato negli anni a cercare di fare qualcosa per questo mio territorio fortunato e disgraziato al contempo, quello che posso fare è accompagnare a visitare gli scavi e il Vesuvio agli amici che me lo chiedono, e sono tanti. Ma non riesco mai a trovare un luogo decente dove far loro mangiare qualcosa, e a volte nemmeno a fargli prendere un caffè.

Probabilmente Ercolano avrebbe avuto delle chance in più se, invece di essere candidata come Capitale della Cultura, fosse stata in lizza come luogo emblematico dell’Italia attuale.

Gianfranco Irlanda

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Foto di Paolo Russo

Sono 10 anni e più che la cittadinanza attiva tentava di farla riaprire.

Lunedì 21 settembre alle ore 12.30 la Biblioteca Dorso nel quartiere di Secondigliano sarà nuovamente aperta.

All’inaugurazione parteciperà anche il Sindaco De Magistris. Le attuali istituzioni hanno dato forma ad una richiesta da troppo tempo inascoltata e finalmente soddisfatta.

E questa è la parte esterna, l’involucro scintillante della notizia.

Il cuore della notizia è che la collettività locale continua a vincere, non si abbatte, si stringe e si aggrega per sopravvivere e donare la speranza di un domani.

Da dove iniziare? Dall’esigenza della parte sana del quartiere che è in una percentuale altissima,che viene dimenticata dalle notizie di chi non ha dignità nè vergogna a sporcare ed a sporcarsi.

Ed invece il 21 settembre 2015 è una festa! La festa di chi riparte da un centro che sarà strutturato come ludoteca per i più piccini,come centro bibliotecario sia cartaceo che multimediale, che avrà una sala conferenze, che avrà uno sportello antiracket.

Lunedì 21 settembre 2015 è la festa dei napoletani di secondigliano,di quelli che non abbassano mai la testa,di quelli che “la Bindi non capisce un cazzo”,di quelli che “il cambiamento parte dai bambini”, di quelli che “me la faccio addosso ma ti denuncio lo stesso”.

Grazie a chi in questi anni si è battuto per la riapertura e a chi in questi anni ha continuato e continuerà a lavorare sul territorio in silenzio,senza inaugurazioni luccicanti ma con il coraggio e la fiducia di chi suda ogni giorno per una periferia più vivibile. Grazie soprattutto a loro.

Stefania Coratella