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V come Vagina è più di un blog, è una sorta di quaderno degli appunti, uno zibaldone, di Marcella Trani, 27enne pugliese cui ogni definizione che possiamo tentare di dare è limitante, forse la cosa più semplice da dire è che Marcella è e racconta tutti quei meravigliosi ossimori dell’essere donna.  Il modo migliore per conoscerla è fare un giro sul suo blog.

Ci racconti un po’ cos’è per il te il pranzo della Domenica?

Immagina un salone enorme e il profumo della pasta fresca. Mia nonna è un dio ai fornelli, ma c’è un piatto in particolare che tutti amiamo, sono i tagliolini freschi con un brodo di polpettine, non un brodo di quelli tristi, parlo di ore di cottura e di polpettine tutte uguali, grandi quanto un’iride. Ogni sua ricetta, dalle semplici patate al forno, alla genovese, è un capolavoro. Se mi chiedessero cos’è per me la perfezione, risponderei che è una sfera, quella delle polpette di mia nonna.

Cos’era a renderlo speciale?

Il pranzo della Domenica era una riunione di famiglia. La mia nonna paterna, il mio amore più grande, aveva la capacità di tenerci insieme, lei mi ha insegnato che la cucina, o meglio il piatto che hai davanti agli occhi, è un dono e che ogni cosa, se preparata con amore, può diventare un ricordo immortale, il profumo dei suoi biscotti, per esempio.

Invece oggi com’è il tuo pranzo della domenica?

Ci riuniamo solo per le feste da lei, oggi a tavola siamo io e i miei. La cucina di mia mamma è un po’ diversa, molto più semplice e leggera, ma adoro il suo sorriso, quando manifesto il mio apprezzamento.

Parlaci un po’ del tuo Blog, il titolo è forte, com’è la donna che presenti?

Tutti mi dicono che il titolo è forte, lo scopo è semplicemente quello di abbattere un pregiudizio, non c’è pornografia nell’anatomia, non penso di ledere qualcuno, dovremmo preoccuparci degli occhi della gente, non dei loro “vestiti”, V è un vestito ammiccante, che non ha concretamente nulla di osceno. Non ho un’idea di donna, nei miei racconti parlo del corpo, ma non mi soffermo mai sulla fisicità singola e fine a se stessa, cerco sempre di dare al lettore qualcosa in cui rivedersi. Principalmente parlo di emozioni, anche se nella vita sono molto cinica, il blog è la mia agenda, annoto i pensieri, così come vengono, possono piacere o no.

Cosa può imparare la tua (mi piacerebbe dire anche la mia) generazione dalle nostre nonne?

Potrebbe imparare l’unità. Ho sempre sostenuto che mia nonna, con un pranzo, sarebbe stata in grado di sedare conflitti mondiali e risolvere il problema della fame nel mondo. LE NONNE IN POLITICA…SUBITO!

Hai un bellissimo rapporto con il tuo corpo, sia nelle immagine che quando ne parli. Quanto è importante l’alimentazione per te?

Non è sempre stato bellissimo, l’ho odiato tanto il mio corpo, l’ho martoriato parecchio, posso dire di amarlo solo oggi, dopo due anni e dopo tanti di estremo masochismo alimentare. Partiamo da un presupposto importante, amo mangiare, non rinuncio ai desideri, dalla cioccolata fondente alla carbonara, mangio tutto con moderazione, ma soprattutto con felicità e senza ansie o nervosismi.

Al primo appuntamento un uomo guadagna punti se ti porta a mangiare cosa?

Ho una predilezione per le cozze, ma mangio davvero tutto. In ogni caso non ricevo un invito a cena da secoli, devo sembrare una grande stronza da fuori….ahahahahah.

Fra i mille progetti che segui, quali sono i prossimi che vedremo realizzati?

Credimi, non è ho la più pallida idea.

Grazie mille! Adesso svelaci la tua ricetta

Ricetta

Cous Cous di Verdure.
Premessa non sono per una fan delle dosi, sono sempre una che va ad occhio o a bicchiere.
-Per il cous cous direi che un bicchiere e mezzo, per due persone, possa andar bene. Prediligo quello del Pastificio Tandoi, ma non essendo facilmente reperibile nei supermercati, uso il Tipiak.
-Per le verdure:
2 melanzane di medie dimensioni
3 carote
3 zucchine
1 peperone giallo
1 peperone rosso
4 friggitielli(oddiooooo quanto li amo)
-Per il brodo
1 carota
1 cipolla
1 sedano
Per il brodo ci vorrà un’oretta circa. In una coppa riponete il cous cous e due mestoli di brodo, sgranate un po’ e coprite per quindici minuti, il vapore gonfierà i grani della farina. Intanto in alto i soffritti per le verdure: cipolla tritata(io preferisco quella bianca per il cous cous, ma anche la rossa di Tropea merita), peperoncino(io uso il peperoncino di Ischia, che madonna mia si spegne la luce). Le verdure le aggiungo in base ai tempi di cottura, quindi, dopo aver tagliato a dadini, butto in padella le carote, e a seguire i peperoni, i friggitielli, le melanzane e le zucchine. Non deve essere particolarmente secco, quindi aggiungerei un mestolo di brodo. Non scuocete le verdure ovviamente, altrimenti si rischia una poltiglia. Una volta ultimata la cottura, salate e speziate, io uso il curry, ma si potrebbe anche usare la curcuma. Il cous cous va sgranato, non con la forchetta, vi prego, usate le mani, io sono una cinestetica, quindi il tatto per me è fondamentale. Prendete una grande piatto piano, acciambellate il cous cuos e riponete le verdure al centro. Buon Appetito, attenti a non bruciarvi le mani.

Con amore V.

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Nonno posso alzarmi da tavola?

Si concludeva così il pranzo della Domenica, chiedendo al capofamiglia il permesso di alzarmi da tavola, di solito dopo i dolci o la frutta e prima del caffè che comunque non prendevo. Ma fino a quel momento a tavola dovevamo rimanerci perché era il pranzo della domenica, il momento in cui la famiglia si riuniva, magari con l’aggiunta di qualche amico e si stava tutti insieme, con la televisione spenta e col telefono fuori posto (di cellullari manco a parlarne) e l’intrattenimento erano le chiacchiere. Ci si raccontava la settimana e soprattutto si mangiavano quelle cose che SOLO la domenica o alle feste comandate arrivavano a tavola. Il ragù, la genovese, la pasta al forno,l’arrosto morto, l’arista di maiale, il pesce, i frutti di mare e poi le paste. La domenica era il giorno in cui c’era il dolce, quando faceva caldo il gelato, altrimenti si vedevano solo ai compleanni e agli onomastici.

Ho sempre amato questo rito, mia nonna che già il venerdì aveva deciso cosa preparare, il sabato faceva la spesa pronta a modificare il programma in base a quello che si trovava in base a quello che trovava al mercato, la preparazione che iniziava il sabato e si concludeva la domenica poco prima di andare a tavola.

Il sabato i miei nonni ci regalavano sempre un magnifico siparietto che noi nipoti facemmo di tutto per non perdere:  quando mio nonno andava a fare la spesa al suo ritorno mia nonna puntualmente lo cazziava – Peppì è fatt’ n’atu guaio! – Non le andava mai bene niente, le cipolle se le aveva prese bianche servivano quelle rosse, la carne era stopposa, la verdura non era fresca… Ma poi chissà come maia tavola era tutto squisito.

A tavola il silenzio tecnologico veniva rotto solo dalla Radio a inizio partita, ma Antonio Fontana era uno di famiglia, poi ovviamente se eravamo allo stadio (cosa che poteva accadere anche 17 volte l’anno, il secondo veniva portato allo stadio sottoforma di marenna all’interno del panino, e il primo veniva mangiato arruscato in padella la sera… ma questa è un’altra storia.

Col tempo le cose sono un po’ cambiate, il pranzo domenicale si è ridimensionato, dolci e pastarelle si vedono in giro per casa anche nei feriali e ho preso l’abitudine di congelare le vaschette di ragù in modo da mangiarlo anche durante la settimana… Insomma il pranzo della domenica non è più quella bella riunione familiare che vedeva almeno una decina di partecipanti.

Ho un bambino di 3 anni cui sto insegnando a chiedere “Posso alzarmi da tavola” quando ha finito di mangiare, non so se è per scaricare su di lui questa forma di tortura che subivo o semplicemente voglio che impari l’importanza del “momento di tavola”.

Da oggi partirà una rubrica dedicata al “pranzo della domenica” intervisteremo persone comuni e personaggi famosi che ci racconteranno un po’ il loro pranzo della domenica, alla fine verrà sempre richiesta una ricetta per ispirare i nostri cari vecchi pranzi della domenica.

La prima ricetta è un omaggio a mia madre che, a differenza di sua madre (la nonna di cui sopra), non è un gran cuoca ma sulle frittate non la batte nessuno. Cottura interna perfetta compattezza invidiabile anche con la pasta lunga, croccante fuori e morbida dentro, provo a svelarvi i segreti del piatto tipico del lunedì (con la pasta avanzata).

Frittata di pasta avanzata

Ingredienti: pasta avanzata, un uovo per ogni 100 grammi di pasta circa, parmigiano grattugiato (quanto volete), sale (quanto basta), olio.

Sbattete bene le uova fino ad ottenere un liquido unico, senza grumi e senza macchie di albume non sciolto. Aggiungete un pizzico di sale e la pasta, se la pasta è lunga tagliatela un po’, renderà più pratico tagliare le fette e mangiarla. Mescolate bene e aggiungete il formaggio grattugiato poco alla volta mentre mescolate.

Fate scaldare la padella con un filo d’olio, a me la frittata piace alta, per cui uso padelle un po’ più piccole del necessario, ma è un fatto di gusto personale. Quando l’olio è caldo (potete verificare facendo cadere una goccia d’uovo sbattuto e vedere se cuoce subito), versate tutto il preparato nella padella.
Dopo la “botta” iniziale tenete la fiamma al minimo e coprite la padella con un coperchio, spostate la padella sul fornello in modo che ogni punto della padella sia a contatto con la fiamma viva per qualche minuto.

Quando la frittata inizia a formarsi e sentite che comincia ad essere un blocco unico giratela con l’aiuto di un piatto. Guardare la cottura del lato che prima era sotto vi aiuterà a capire i tempi per il lato che adesso sta a contatto con la fiamma, nel frattempo schiacciate la frittata con un mestolo e sentite se “frigge”, in tal caso vuol dire che c’è ancora dell’uovo crudo all’interno e deve cuocere un altro po’. Ultimata la cottura interna rifinite l’arruscatura a piacimento alzando la fiamma (bastano pochi secondi), fatte le fette, arrotolatele nella carta d’argento e portatele a lavoro, a scuola o dove vi pare e buon appetito!

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Ci sono delle regole in cucina che sono quasi sacre, per esempio: non mettere il formaggio sui frutti di mare, non bere vino bianco vicino alla carne alla brace, i veri rivoluzionari sono quelli che rompono gli schemi, sono quelli che sanno andare oltre.
Immaginate se 50 anni fa qualcuno vi avesse proposto un risotto con fragole e Champagne, minimo si sarebbe beccato due calci nel sedere, eppure oggi ci sono un infinità di ricette stravaganti che sono diventate di uso comune.


La mia passione per la cucina parte da lontano, mio nonno era uno chef e mia madre ha ereditato il suo sapere, in pratica io faccio parte della terza generazione di appassionati di cucina, anche se non lo faccio per mestiere, per tutta la vita mi sono dedicato alla cucina tradizionale, con l’intento di preservare le ricette e i suoi sapori originali.
Mia madre mi ha saputo trasmettere la sua arte , grazie a lei ho imparato la vecchia arte nel riciclare i cibi avanzati, oggi qualsiasi desiderio culinario può essere soddisfatto in qualsiasi momento. Ma una volta le cose erano diverse, per assaporare qualche specialità si doveva per forza di cose aspettare la domenica, oppure le feste comandate.


Il piatto più gettonato era il ragù che, se cucinato in abbondanza poteva essere servito fino al mercoledì, ma c’era un problema, perché oltre riscaldare la carne, come si potevano mangiare i maccheroni del giorno prima? Facile bastava mischiare dentro qualche uovo e la frittata di maccheroni era pronta.
Nelle feste natalizie lo spreco maggiore era rappresentato dal baccalà e capitone fritto, piatti che se anche non godevano di una grossa ammirazione venivano comunque cucinati per devozione.

Il giorno dopo gli avanzi venivano rielaborati, il primo diventava l’ingrediente principale di una ricetta che mia madre chiamava Baccala alla carrettiera, il capitone invece era la base di un piatto in carpione.
Negli anni grazie a questi insegnamenti ho potuto preservare la tradizione, ma mi hanno dato anche la possibilità di percorrere nuove strade, ecco perché dopo tanti anni di sperimentazione oggi sono arrivato ad inventare la granita di cozze.


La ricetta che vi vado a presentare è il mio orgoglio culinario, grazie ad essa sono riuscito ad avere grandi apprezzamenti da professionisti del settore e, a breve potrebbe essere inserita (con alcune personalizzazioni degli chef) nei menù di due ristoranti stellati, oggi vi voglio rendere partecipi della mia scoperta, perché sono sicuro che in cucina per prima cosa deve essere promossa la condivisione.


Per la prima parte basta seguire la vostra ricetta tradizionale del sorbetto al limone, la cosa fondamentale è la qualità dei limoni (io uso esclusivamente quelli di Sorrento) e il non eccedere con gli zuccheri, l’acido deve rimanere il sapore dominante. Più innovativo invece è il metodo si apertura delle cozze.

Per tre persone utilizziamo circa un paio di Kg di cozze di scoglie, più piccole ma più saporite, una volta sgusciate il peso sarà ridotto di circa un decimo.


Il segreto del successo di questa ricetta è il metodo di apertura delle cozze: preparate una brace con legno di albicocca e coprite la brace viva con altre foglie di limone umide, foderate un cestello per la cottura a vapore, con delle foglie di limone bagnate (stesso albero da cui avete preso il frutto), ponete le cozze nel suo interno, adagiate il cestello sopra alla griglia della brace , e aspettate la loro apertura, dopo che si saranno aperte aspettate che si raffreddino, sgusciate e mischiate tutto nel sorbetto al limone e mettete nelle parte bassa del frigo, prima di servire guarnite con foglioline di menta e grani di pepe e versate il succo delle cozze dal cestello ancora caldo per creare un contrasto freddo caldo che cristallizzerà i grassi.

Sembra complessa ma in realtà è molto semplice e regala molte soddisfazioni, ovviamente i miei sono consigli e potete perosnalizzarla come meglio credete.

Marco Manna

Mi scuso per le foto ma le ho fatte prima di guarnire, a breve manderò ricetta dettagliata

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Meeting di fruttariani di mare
Meeting di fruttariani di mare Foto di Andrea Donato Alemanno

C’è chi sceglie una dieta per dimagrire, chi fa scelte alimentari per motivi di salute, chi per moda e chi per motivi etici. Mai come in questo periodo storico l’idea che “siamo quello che mangiamo” è valida. Nei supermercati trovano sempre più spazio prodotti Cruelty Free destinati a un pubblico di vegani, sottoprodotti della soia per chi non ama il latte, barrette energetiche per sportivi, prodotti gluten free per celiaci etc. etc.


Fra amanti della dieta neolitica e onnivori selettivi avere ospiti a cena diventa sempre più complesso, trovare un menù che soddisfi tutti è oramai quasi impossibile. Ci sono poi estremismi come i fruttariani, i crudisti e addirittura i melariani (si nutrono solo di mele), che se non altro sono facili da accontentare, offrendo loro un bel cesto frutta, ma si perdono tutta la socialità di un bel pasto da sei portate frutta e dolci esclusi.


In questo marasma di scelte alimentari nasce la moda dell’estate 2015: il fruttarianesimo di mare.
La tendenza, nata sul litorale flegreo, si è presto estesa in tutta la Campania e ha raggiunto le coste di tutta Europa. Già da qualche anno alcuni hanno pensato di fare la scelta etica di mangiare solo frutti di mare: cozze, vongole, cannolicchi etc. hanno infatti proprietà prodigiose per la salute.
Il fruttarianesimo di mare permette comunque l’utilizzo di condimenti, come limone, olio, sale, pepe e peperoncino, e (anche se solo raramente) carboidrati come vermicelli o freselle. Un pasto tipico di un fruttariano di mare si compone di 3 portate: un antipasto, per esempio ricci di mare crudi, una portata principale, come un sotè di vongole o un’impepata di cozze e un frutto di mare per pulirsi la bocca, come i cannollicchi o le carnumme.

La comunità scientifica si è recentemente interessata al fenomeno tanto che il Dott. Colin Camptroppbell ha recentemente pubblicato il libro The Torregaveta Study dove spiega, e dimostra dati alla mano, i benefici dell’alimentazione fruttariana di mare.
Ovviamente anche all’interno di questa che per ora è solo una piccola minoranza stanno nascendo ulteriori divisioni, ci sono infatti i crudariani (non mangiano frutti di mare cotti), i puristi che non accettano condimenti, i limonariani che condiscono tutto con il limone e i falanghinisti che mangiano tutto ma solo accompagnando il pasto con Falanghina dei campi flegrei.

Noi abbiamo sperimentato per una sera questa dieta e oltra a trovarla estremamente gustosa, abbiamo notato estremi benefici sulle relazioni sociali, anche grazie all’effetto dei consigli dei Falanghinisti. Se proprio non volete convertirvi del tutto vi consigliamo di organizzare una serata con amici in un ristorante fruttariano di mare o anche sul terrazzo di qualche amico, scoprirete che non tutte queste scelte alimentari rendono isterici e ghettizzano, vi possiamo assicurare che poche cose rendono più felici e amichevoli di una bella impepata di cozze!

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

[NdA] Anche se dubito che qualcuno possa prendere sul serio questo articolo, a parte per l’invito finale. Onde evitare che qualche lettore decida realmente di mangiare solo cannolicchi per il resto della sua vita oppure vada in libreria a chiedere il libro di Colin Camptroppbell, lo specifico qui: è tutto una stronzata!

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In una mitica pubblicità di Tony Tamarro un ragazzino chiedeva alla madre “Mammà aggia ‘i a spiaggia, che me port’ ‘a magnà?” e una voce fuoricampo esclamava “Fatt’ na marenn’!
La marenna, come vedremo, è una delle soluzioni più pratiche per andare a mare, ma la cultura napoletana ci offre altre 4 valide alternative che vedremo nel dettaglio, qual è la vostra preferita?

Gattò di Patate – Lo sformato di patate farcito noto come Gattò (che da uno sparuto gruppo di persone viene ancora elegantemente pronunciato Cattò) è un tipico piatto estivo in quanto, oltre ad essere pratico da portare, è ottimo da mangiare anche freddo. L’impasto di patate, uova, latte e burro (anche se ne esistono diverse varianti) e il ripieno di salumi, formaggi grattugiati e a pezzi, e per gli amanti del macrobiotico, anche di uova sode lo rendono un piatto leggero, un simpatico pasto da fare al volo per poi correre a divertirsi con il gioco da spiaggia più amato da tutti: il 4 bastoni sotto l’ombrellone.
Frittata di Maccheroni – La regina è lei. Bianca o rossa, farcita o vuota, pasta lunga o pasta corta, alta o bassa, arruscata o sciuliariella, ogni mamma sa come piace al figlio e se i figli sono due ne fa una metà più bruciacchiata per il maggiore e una più crudarella per il piccolo. La frittata di pasta è pratica e veloce ma anche poetica, ricordate cosa stringeva nella mano la mitica Patrizia? La frittata di maccheroni ha una caratteristica unica nel suo genere: puoi portartene 146 spicchi fatti con 143 kg di pasta e 1460 uova, ma non ne riporterai indietro neanche un pezzettino.
MarennaAltrove ho scritto una famoso decalogo sulla marenna da stadio, articolo copiato un po’ ovunque, bene la marenna da mare è leggermente diversa, c’è più elasticità sui salumi per esempio, un must è il panino tonno e pomodoro. Nella marenna estiva sono graditissime le verdure di stagione: melanzane arrostite, parmigiana di melanzane, puparuolilli di ciumme, peperoni etc. le polpette al sugo sono perfette in ogni stagione, cotoletta e salsiccia sono energia per fare e per pensare ma, permettetemi un omaggio a mia nonna, la marenna con alici indorate e fritte con la spruzzata di limone rendeva spettacolare e meglio dei Caraibi anche un bagno fra gli scarichi delle navi da crociera al molo beverello (non l’ho mai provato ma immagino sia così). La marenna d’estate permette una vera sciccheria, sui cofani arroventati delle macchine si può ricreare un effetto panino alla piastra che rende la marenna più fragrante e gustosa.
Ruoto al forno – La pasta al forno, che il napoletano ha trasformato con una metonimia in Ruoto al Forno, è un piatto tipico della domenica in spiaggia. Fa contenti grandi e piccini, è comodo da portare e porzionare, si prepara rapidamente (bastano pochi minuti per preparare la salsa, friggere le melanzane, friggere le polpette, tagliare il fiordilatte, o altro latticino, grattugiare il formaggio, cuocere la pasta, assemblare il tutto e cuocerlo), per cui ogni mamma per praticità si sveglia alle 4 del mattino e lo prepara per tutta la famiglia, ne fa un po’ più pe’ chissà. Ovviamente non compare tutte le domeniche, e la famiglia che sfodera il suo ruoto al forno è la più invidiata della spiaggia, i meno timidi riescono anche a ottenere quella parte in più preparata pe’ chissà.
Frutti di mare – Purtroppo è una tradizione che sta sparendo, sono veramente pochissimi, praticamente nessuno, quelli che si armano di maschera pinne, coltello da cucina e retino per farfalle e vanno a staccare dagli scogli qualsiasi forma di vita, anche apparente. Tutto ai limiti della legalità, principianti si fermano alle cozze per cena, qualche patella o riccio per pranzo, i professionisti cacciano un repertorio di cozze pelose, uocchie ‘e Santa Lucia, carnumm’, patella reale etc. e tornati a riva (o in barca, perché di solito i migliori vanno in barca) armati di solo coltello e limone pasteggiano con eleganza. Ci si mette un po’ di fatica, ma quando oltre le cozze si raccoglie anche un polipetto o un rancio fellone, la gioia e doppia perché anche la cena è a posto, anche se il polipetto arriverà a casa senza ranfetelle, perché mangiate crude sono deliziose!

Paolo Sindaco Russo

 

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©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

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Salvatore Porzio frequenta questo mondo da molto prima che diventasse famoso e che gli fossero dedicati programmi in tv, con la squadra partecipa a campionati internazionali senza però mai tradire la sua Napoletanità, lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e farci presentare questa disciplina.

Sei reduce da due gare internazionali e hai portato a casa risultati importanti, cosa ci racconti di questa esperienza?

Aldilà dei risultati quello che mi piace di più delle competizioni di Barbecue è l’atmosfera che si viene a creare. Bene o male in questo ambiente ci si conosce tutti, anche fra i componenti dei team delle diverse nazioni. Stando insieme per due giorni ed una notte senza dormire attorno a Barbecue accesi si crea un affiatamento e un rapporto di amicizia che va oltre la competizione. Quello che dico sempre è che essendo una gara è ovvio che si parte per vincere ma di sicuro non si torna mai sconfitti.

Volendo comunque riportare dei risultati è stato bello arrivare primi nella categoria Chicken all’IBC di Perugia e secondi posto nella categoria Chef Choice al primo contest ad inviti organizzato dalla Distilleria Bonaventura Maschio.

 

Molte persone non hanno idea che esista il Barbecue come disciplina, come funziona una gara?

Le gare più importanti sono sanzionate dalla KCBS (Kansas City Barbecue Society), una associazione no profit americana che coordina migliaia di competizioni in tutto il mondo. Forma dei giudici, ultimamente ho preso anche io la certificazione per capire anche cosa succede dall’altra parte dell’oceano,  ha un sistema con il quale chi giudica non sa quale è il team che ha preparato la pietanza.

Le categorie di preparazioni KCBS sono standard per tutti i team e sono 4: Chicken (pollo), Ribs (costine di maiale), Pulled Pork (spalla di maiale) e Brisket (punta di petto di manzo). Tutti tagli di carne cosiddette “povere” ma che con la tecnica della cottura low and slow (a bassa temperatura per un tempo prolungato che può arrivare a 10/12 ore per il brisket) e con l’utilizzo dell’affumicatura acquistano morbidezza e gusto che li rendono piacevoli da mangiare.

I giudizi alle 4 preparazioni vengono dati secondo tre parametri che sono apparenza, gusto e tenerezza delle carni.

 

Com’è nata questa passione per l’american Barbecue?

Quasi dieci anni fa con la nascita del mio primo figlio ho cercato un hobby più casalingo rispetto a quello del mototurismo. Non sapendo che poi mi si sarebbe aperto un mondo, quello delle competizioni, che comunque ti porta a girare l’Italia e l’Europa.

Ovviamente tutto è iniziato con le ricerche in rete cercando il modo di autocostruirsi una griglia e finendo nel magico mondo delle cotture indirette ovvero dei barbecue con coperchio.

Nelle foto potete vedere il mio primo barbecue artiginale, fatto con una pentola capovolta.

Sei un Napoletano Doc, come riesci a integrare una tradizione culinaria così forte con una cucina (almeno all’apparenza) così lontana?

Anche se sono due culture molto lontane dal punto di vista culinario trovo un forte legame nella tecnica applicata per la preparazione della carne e, come dicevo prima, nell’utilizzo di tagli poveri ovvero non di prima scelta. Il Barbecue americano nasce nel sud tra gli schiavi che non disponendo di carni tenere scoprirono che cuocendo per lungo tempo e a bassa temperatura tagli “duri” questi acquisivano gusto e morbidezza.

Se penso al Re delle preparazioni partenopee non posso fare a meno di citare Lui, l’immancabile sulle tavole dei napoletani ogni domenica e ad ogni stagione: il Ragù.

La tecnica non è quella? Un pezzo di muscolo che si sfilaccia dopo aver “pippiato” a bassa temperatura fino a 8/10 ore.

Proprio come un Pulled Pork.

 

L’american Barbecue si sta diffondendo tantissimo, quali consigli ti senti di dare a chi si avvicina a questo mondo?
Ovviamente il consiglio “cheap” è quello di documentarsi in rete per iniziare e per capire di che strumenti si ha bisogno. Un kettle può costare tra i 200 e 300 euro ed utilizzarlo solo per grigliare sarebbe uno spreco.

Un altro sistema abbastanza più immediato è quello di partecipare ad un corso in modo da vedere praticamente come funziona la cottura indiretta, come si preparano le carni e come si gestiscono le temperature.

 

Qual è il tuo piatto forte? Ci racconti com’è nato?

Sembrerà strano ma non impazzisco per le preparazioni americane. Adoro le loro tecniche di cottura e di affumicatura ed ho sempre cercato di applicarle a preparazioni tipiche della tradizione italiana e napoletana.

Nel Barbecue è stato preparato di tutto ed il mio piatto forte è nato dalla ricerca di realizzare qualcosa che nessuno avesse mai realizzato prima. Sempre in tema di low and slow partenopeo ho pensato a Lei. La Regina delle preparazioni napoletane: A’ Genuves.

La cipolla che si disfa e perde l’acido per la lunga cottura, la carne che si intenerisce e cede tutti i suoi umori al sugo, l’affumicato che diventa l’ingrediente in più…..il paradiso.

Ne realizzo anche una versione panino con pepe e scaglie di parmigiano.

 

Una ricetta facile che tutti possono fare a casa?

Le alette di pollo, altro taglio povero utile anche per testare le prime cotture indirette.

Marinate con olio e salsa worchester e condite con un rub (mix di spezie) con gli aromi che più si gradiscono. Un successo sicuro.

Sei tifoso del Napoli?

Si dalla nascita ed il mio sogno è di “appicciare una furnacella” in curva B. Più furnacelle meno fumogeni.
Cosa cucineresti per Sarri e cosa per De Laurentiis?

Essendo cresciuto come il Mister all’ombra degli altoforni dell’italsider di Bagnoli gli proporrei una bella impepata di cozze affumicate. Pescate possibilmente sotto la tavola di mare di Trentaremi.

Al presidente penso che piaccia la bistecca, la T bone quella che ha anche il filetto attaccato.

 

Chi volesse saggiare i tuoi capolavori dove e quando ti può trovare?

Sono un po’ girovago, non ho un posto usuale dove faccio gli eventi ma giro varie strutture che mi ospitano.

I miei eventi li pubblico sulla mio profilo facebook o sulla mia pagina.

https://www.facebook.com/salvatore.porzio.7

https://www.facebook.com/FlashMobbq
Un saluto per gli amici di Soldato Innamorato?
Ciao ragazzi “a’ brace v’accumpagn!”

Noi a breve andremo a saggiare la Genovese affumicata e vi faremo sapere com’è, stay tuned!