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Succede che mi ero proposta di scrivere qualcosa sulla ragazza di diciannove anni morta a Napoli a causa di un aborto. Al Cardarelli, il più grande ospedale del sud. E potevo dire tante cose. Dal fatto che la fortuna è un fatto di geografia, alla malasanità, e invece ho notato un’altra cosa.

Succede che ho notato che in un solo periodo ho sentito di Gabriella, una donna, una diciannovenne. Di Ashley, una donna. Delle tante donne stuprate a Colonia la notte di Santo Stefano.

Donne, tante. E tanto distanti tra loro geograficamente. Tutte vittime di due violenze. Una fisica, per due di loro definitiva, l’altra mediatica.

Succede che le storie di queste donne si sono confuse tra il chiacchiericcio patinato dell’audience.

La storia di malasanità e di incapacità per una donna di autodeterminarsi in quanto tale, al sud, scegliendo liberamente di come disporre del suo corpo.

La storia di una ragazza ammazzata da un uomo.

La storia di donne stuprate a Colonia

E allora le distanze si accorciano e tutto il mondo diventa paese.

E mentre urlate che dovete difendere “le vostre donne”, una di queste muore in sala operatoria per una interruzione di gravidanza e i giornali cercano lo scoop della diciannovenne e le urla diventano folclore tra le mura di un ospedale.

E Ashley, da vittima di un omicidio, per la sola colpa della bellezza, diventa complice di un gioco erotico che solo voi avete creato. Andando a puntare ancora il dito contro il capro espiatorio della diversità che lava le vostre coscienze. Lo stesso che avete usato a Colonia.

Per questo succede che non riesco a parlare di Gabriella e di malasanità oggi. Ma riesco solo a pensare a quanta mala mentalità ci sia. Senza radici, senza bandiere. Ovunque.

E’ questo il filo rosso che ha collegato Napoli, Firenze ed è arrivato a Colonia. Un unico filo la cui matassa è la vostra vigliaccheria. La vigliaccheria degli uomini che non sanno amare. La vigliaccheria degli uomini che non sanno rispettare.

Chiara Arcone

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Vesuvio e Città Metropolitana di Napoli dal valico di Chiunzi © Gianfranco Irlanda

Nel brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles a un certo punto c’è una frase emblematica, “di notte sogno città che non hanno mai fine”… non so se fosse un desiderio o il paventare una sensazione da incubo, ma andiamo con ordine…

Quando nel 1998 partecipai come fotografo a un progetto che faceva capo alla facoltà di architettura e che si intitolava “Ai confini della città: il recupero delle aree dismesse a est e ovest di Napoli”, mi trovai a dover decidere quasi arbitrariamente dove questi “confini” fossero collocati. Se da un lato il compito era semplice, visto che a ovest Napoli si trova a lambire il mare con la spiaggia di Coroglio e l’area industriale era costituita principalmente dall’imponente e ben nota Italsider, dall’altro lato la questione era molto più complessa.

Essendo cresciuto a Ercolano, la questione del confine di un comune rispetto a un altro per me è sempre stata una questione di attribuzione di strade, angoli, marciapiedi, numeri civici, riconoscere certi segnali, individuare delle invisibili linee tracciate arbitrariamente, ad esempio per dire se si era a San Giovanni a Teduccio, quindi a Napoli, oppure a Portici o a San Giorgio a Cremano nel momento in cui si cammina nella zona di Croce del Lagno (per chi non lo sapesse, è dove si trova il Museo Ferroviario di Pietrarsa). L’abitato che si snoda ai piedi del Vesuvio, circondandolo e stringendo il vulcano come una morsa, è a tutti gli effetti un tutt’uno, e poco si comprende delle differenze tra i vari comuni che si susseguono. Comuni, potrei dire città, ma ora come ora fa tutto parte della Città Metropolitana di Napoli, quindi ragionare sulla Città di Ercolano piuttosto che su quella di Torre del Greco diventa più una questione identitaria che altro. In effetti le differenze ci sono, spesso sono profonde, ma sono anche impalpabili e spesso incomprensibili a un casuale osservatore.

Questo capita con tante altre grandi metropoli, certo, ma solo nel napoletano abbiamo una conurbazione che sfugge alle regole e fa diventare metropoli anche altri centri urbani, in una sorta di moltiplicazione frattale in cui tutto diventa centro e tutto contemporaneamente periferia di qualcos’altro… Se ci pensiamo, in effetti forse solo a Napoli (ma una sensazione del genere, molto ma molto più lieve, l’ho avuta anche a Istanbul) abbiamo pezzi di periferia, a livello sociale ed economico, che si ritrovano ghettizzati alle spalle di pezzi del centro storico, così come possiamo trovare delle situazioni di centralità localizzata in sprazzi lontanissimi da un qualsivoglia centro definito dell’area metropolitana. Quando mi trovavo a Milano anni fa, avevo una sensazione estremamente chiara e definita di dove cominciasse, o dove finisse, a seconda di come vogliamo vederla, l’area del centro, e dove arrivasse la periferia prima che iniziasse qualcosa d’altro.
A Napoli tutto questo non succede, e lo vediamo bene se ci affacciamo dal piazzale di San Martino: anche se ci allontaniamo per decine di km dal centro storico non riusciamo mai davvero ad avere la sensazione di un limes ben definito. Troviamo quasi subito una “periferia”, se così la si può definire, ma è in realtà una fascia di rimescolamento tra un comune e quello confinante, e spesso ci si ritrova al centro di un’altra città senza che questo abbia dissipato la sensazione di essere in una periferia, in una sorta di suburbia urbanissima, dove gli edifici istituzionali, il palazzo comunale ad esempio, hanno l’aria di essere stati presi a caso tra tanti altri edifici ugualmente anonimi e dimessi. Allo stesso modo, come ritroviamo pezzi di periferia nel centro cittadino – o nei centri cittadini, se vogliamo, in questa sorta di costellazione di realtà urbane interconnesse – riusciamo a trovare pezzi di campagna un po’ ovunque, piuttosto che ritrovarla integra e continua da un certo punto in poi, e aree non ben definite ma ugualmente trascurate. C’è, forse, una sorta di democraticità nel modo in cui le zone dell’area metropolitana partenopea sono trascurate e malmesse, e anche laddove ci fosse un po’ di cura in più sarebbe, ed è, una eccezione. Per trovare una situazione di “normalità”, o quasi, bisogna giungere alle montagne, solo lì l’urbanizzazione si arresta e ricominciamo a percepire delle aree differenti, a capire dove finisce, o dove comincia, una città.

Da sociologo sono sempre stato abbastanza convinto che l’ambiente ha un’influenza notevole sugli individui e sui gruppi, e il fatto che non siamo tutti completamente abbrutiti nonostante ci ritroviamo in una situazione così caotica anche a livello urbanistico mi lascia a volte stupefatto. Sicuramente siamo molto stressati, e ancora di più viviamo una inefficienza di fondo che rende difficile mantenere degli standard elevati in tantissime cose (penso solo a quanto possa essere efficiente qualcuno sul lavoro se ci mette un’ora e mezza a fare un tratto di strada che in condizioni ideali richiede al massimo venti minuti). Lo notavo anche rispetto ai milanesi, ci potrà essere una maggiore pressione sul lavoro (ma da quello che ne so è proprio il contrario…), magari ci sono distanze da coprire elevate per un pendolare (ma i mezzi si trovano agli orari previsti…) e anche lì la tangenziale si blocca nelle ore di punta (ma almeno quella non si paga…), ma non credo di aver mai visto un milanese stressato da Milano come città. Noi forse subiamo, a volte anche senza rendercene conto, l’assurda conformazione di un territorio evolutosi praticamente senza pianificazione, composto da una miriade di amministrazioni diverse ognuna andata per la propria strada per decenni. Non so quanto potrà migliorare le cose l’istituzione della città metropolitana, ma spero che si prenda coscienza una volta e per tutte che se non si migliora radicalmente l’ambiente in cui viviamo non si potranno mai migliorare le persone; né si può pretendere che i singoli, lasciati soli a combattere contro inefficienze sedimentate, possano fare qualcosa.

Gianfranco Irlanda

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Foto di Paolo Russo

Molti Italiani negli ultimi anni hanno imparato a conoscere la Croazia (Hrvatska) Le sue coste, i suoi villaggi turistici a basso costo sono diventati famosi. Ma nell’interno c’è un altro volto meno conosciuto , soprattutto quello di confine, la parte di frontiera con la Serbia e la Bosnia, le città di confine più famose sono Slavoski Brod, Sid, Vukovar, Osjiek. Quando cominciai ad andare con il camion, un grosso tratto lo dovevamo passare per fuori, passando paese per paese, perché l’autostrada veniva ricostruita dopo i bombardamenti. Ore interminabili a camminare sotto i 40 km orari, fare una sosta decente era un avvenimento, tante volte per andare in bagno bisognava fermarsi lungo una strada.

Fu proprio grazie ai miei bisogni fisiologici che scoprii la questione delle mine antiuomo. Vicino ai bordi delle strade di campagna era facile vedere cartelli con il simbolo del teschio e delle due osse incrociate, all’inizio non capivo, pensavo che fossero cartelli per intimidire chi volesse attraversare il confine illegalmente. Un giorno trovammo la solita strada chiusa, persone in divisa ci obbligavano a cambiare percorso. Quando arrivai sotto per chiedere informazioni al poliziotto, un militare con la sigla Unhcr leggendo la targa Italiana si presentò, era un militare Italiano di servizio nell’organizzazione mondiale dei rifugiati di guerra, ci spiego che tutto il confine era minato, e che loro si occupavano della bonifica dell’area. In quel momento capi che avevo corso un enorme pericolo nello scorreggiare all’area aperta, perché queii cartelli strambi servivano ad indicare i tratti minati.

D’allora sono passati più di 15 anni, stasera con stupore ho scoperto che molte zone di confine ancora oggi non sono state bonificate. Immediatamente non ho potuto fare a meno di pensare ai migranti in marcia, che da qualche giorno, dopo che l’Ungheria a chiuso il varco di Roszke , hanno cominciato a ripiegare sulla Croazia. In un primo momento i Croati s’erano dati disponibili a far passare i migranti, ma dopo il rifiuto della Slovenia e dell’Austria, anche loro hanno fatto un passo indietro, e da ieri hanno chiuso le dogane con la Serbia. A questo punto i disperati stanno cominciando ad entrare in Croazia tramite le terre di confine. Sono giorni convulsi dove ogni nazione cambia strategia con il passare delle ore. In mezzo a questo caos ci sono donne e bambini, gente pronta a tutto per raggiungere la meta. Questa Europa fino ad oggi non ha saputo dare risposte, non è mai stata capace di adottare politiche comuni che non riguardassero i soli scambi commerciali, adesso davanti a questi pericoli bisognerebbe mettere da parte tutti gli egoismi, per scongiurare delle tragedie umanitarie , la mia speranza e che davanti a delle vite umane, si riesca almeno in questo caso a trovare una soluzione comune, prima che si passi dall’emergenza al dramma.

Marco Manna

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Nel romanzo Baudolino di Umberto Eco il protagonista e alcuni suoi amici e compagni di studi nella Parigi del dodicesimo secolo, ispirandosi a racconti di viaggio e a cronache dei secoli precedenti inventano o reinventano luoghi favolosi, con città tempestate di gemme e abitate da esseri fantastici, per scoprire poi nell’arco di un lungo viaggio che i posti sognati erano incredibilmente deludenti.

Quando ero piccolo, e stiamo parlando di quando la televisione aveva solo due canali, uno dei miei passatempi era sfogliare le enciclopedie di famiglia, ancora prima di doverlo fare per qualche ricerca scolastica. Era intrigante e stimolante l’idea di un sapere ordinato in maniera alfabetica e che dava l’illusione di racchiudere tutto lo scibile o quasi. Le enciclopedie certo all’epoca non erano molto prodighe di immagini, ma Universo, che troneggiava con i suoi volumi rossi dalle scritte dorate su una mensola del tinello, sfoggiava addirittura tutte foto a colori.

Le immagini a volte erano approssimative, con colori spesso sbiaditi o improbabili – se qualcuno ha mai visto una cartolina degli anni tra i ’50 e i ’70 sa di cosa parlo – ma sicuramente accendevano la fantasia, e così facevano anche le cartine e i nomi elencati, primi fra tutti i toponimi. Un nome di un luogo da solo a volte basta a far venire la voglia di partire, in qualche caso senza sapere dove realmente si sta andando. Anche la descrizione enciclopedica, nel suo essere relativamente fredda, lasciava molto spazio all’immaginazione.

Nomi evocativi o misteriosi, come Alto Volta, Baden Baden, Carcassonne, Irkutsk, Potsdam, Quebec, Rocamadour, Selva di Teutoburgo, Zabriskie Point… ma anche gli italici Acquapendente, Barletta, Castelluccio, Isola delle Femmine, oppure Ronchi dei Legionari, San Lupo… magari un luogo nascondeva una delusione che si sarebbe svelata solo all’arrivo, oppure quella foto insulsa che accompagnava la voce non faceva altro che alimentare la voglia di conoscere meglio quel luogo, di correggere con l’esperienza la mancanza di informazioni visive. Questa forse è stata una delle motivazioni che hanno fatto nascere in me la voglia di diventare fotoreporter: il desiderio di documentare con le immagini posti che nessuno aveva mai visto tranne gli autoctoni, e di cui spesso nessuno aveva mai sentito parlare.

Dopo anni passati a cercare luoghi nascosti, e a verificare dal vivo la bellezza di posti resi mitici dalla inaccessibilità o dalla scarsa rappresentazione, mi rendo conto che tutta la forza dell’immaginazione sta venendo poco a poco a mancare. Moltiplichiamo l’immaginario con un eccesso di fantasy e di storie che diventano sempre più assurde e sempre più artificiali, perché, come recitava il titolo di un film della serie 007, “Il mondo non basta”. Sicuramente non basta più a scatenare l’immaginazione. Forse l’aspetto più triste e preoccupante di ciò che viene chiamato comunemente globalizzazione è la mancanza di barriere, intesa come assenza di una siepe leopardiana che possa generare fantasia e stimolare la voglia di conoscere cose ignote. Semplicemente, l’ignoto ci è ormai precluso, non per difetto ma per eccesso di rappresentazione.

Decenni addietro, non molto diversamente da quello che accadeva ai tempi di Baudolino, bisognava fare un minimo di sforzo anche solo per cercare un libro, magari in una biblioteca minore, che parlasse più estesamente di un luogo poco noto. Adesso basta farsi un giro su internet per avere accesso a una quantità fin troppo elevata di immagini e di notizie su un luogo, anche se spesso le notizie variano da fonte a fonte, e per farci un’idea precisa e non settaria di quello che stiamo indagando dovremmo conoscere un paio di lingue in più. Persino i capolavori dell’arte, che magari eravamo stimolati ad andare a vedere dal vivo da una foto imperfetta o semplicemente in bianco e nero, ci vengono sbattuti in faccia in altissima risoluzione, magari sotto casa, senza dover fare nemmeno lo sforzo del viaggio per visitare un museo o una remota pieve tra le montagne.

Ultimamente la barriera che dobbiamo affrontare risulta quindi essere l’eccesso di informazione e di immagini, e tante volte la loro discutibile accuratezza, piuttosto che la loro scarsità.
Guardando un luogo o un monumento attraverso le immagini inoculate in rete da gente incapace, spesso al sottoscritto passa la voglia di andare a vederlo dal vivo, piuttosto che il contrario. Allo stesso modo, provo una certa riottosità snob a dover condividere con torme di turistucoli armati di tablet sempre puntati davanti a sé l’esperienza di luoghi che conoscevo da piccolo come inaccessibili o quasi, e che magari sognavo di fotografare con uno zelo da far impallidire i fortunati colleghi del National Geographic Magazine.

La scomparsa della Frontiera, quindi? Dove andare a cercare ormai le mandrie di bisonti che scorrazzano quasi indisturbate per le praterie, dove si annida più il tempio coperto di vegetazione e di liane, che protegge ancora un idolo dimenticato? Forse dovremmo iniziare a ribaltare la prospettiva. Conosco gente di Napoli che è stata in almeno tre continenti in un numero incredibile di luoghi e non è mai salita sul Vesuvio, romani che magari hanno visitato tutta l’Asia e l’Africa e non sono mai stati a Fossanova o ad Anagni, e milanesi che non hanno mai attraversato a piedi Lorenteggio in vita loro.
Probabilmente la nuova frontiera del nostro immaginario dovremmo tracciarla sotto casa, ogni volta che mettiamo il piede fuori dalla porta, e cercare di vivere i luoghi che troppo spesso attraversiamo, dandoli per scontati, come se fossero il nostro personale Paese delle Meraviglie, scoprendo che, magari, è proprio così.

Gianfranco Irlanda

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