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Dall'estetica al resultadismo

Dall’estetica al resultadismo. Il passaggio di consegne da Sarri ad Ancelotti altro non è che questo. Con l’arrivo di Sarri il Napoli puntava una piccola posta, come in una scommessa, sul proprio futuro. Con Ancelotti no, scompare il mesotes, la mezza misura. La pressione del risultato sarà la protagonista assoluta della scena come a Napoli è avvenuto forse solo 30 anni fa. Nessuna romanzata letteraria sul Comandante che guida le truppe per la presa del Palazzo, niente cliché del figlio di operai dell’Italisder di Bagnoli, dell’allenatore in tuta ex agente di cambio, la parolaccia, l’insulto, il lamento, l’inchino. Napoli passa dall’oleografia del Vesuvio e della pizza alla realtà, quella di tutti i giorni. Quella del parcheggiatore abusivo, della fila alle poste, dei conti a fine mese. E i conti saranno fatti e non ci sarà margine di errore. O tutto o niente.
Assumendo Ancelotti, De Laurentiis compie il più alto rischio d’impresa mai fatto. Stavolta ha deciso di far saltare il banco, prendere Carletto è come sbattere tutte le fiches sul tavolo da poker chiamando “la resta”. Anche al Texas Hold’em quando si va in all-in o si è abili bluffatori oppure devi avere un punto congruo per andarti a giocare tutto. Ora il Napoli si gioca tutto perché si gioca a vincere. Il progetto non c’è più, è nudo, l’unico che può coprirlo adesso è il risultato. Non più giochi di parole, di prospettive, tattiche verbali. Si gioca a vincere. E in una città come Napoli nulla è peggio dello sberleffo di chi alla domenica va in giro con l’abito della festa esibendo però le scarpe sporche. Non si guarda alla cravatta ben abbinata con la pochette o la camicia ben stirata. Tutti guarderanno la polvere sulle scarpe. O sei lazzaro o sei nobile di sangue purissimo e vai in carrozza. La mezza misura non esiste. Se ne sarà accorto De Laurentiis che dopo 14 anni di conduzione STREPITOSA del club viene ancora additato come “Pappone” per i suoi modi da parvenu.
Quel “Pappone”, stanco di essere preso per il culo dai tifosi, ma pure dallo stesso Sarri sul “Non prenderemo calciatori dal Barcellona”, vuole sbattere in faccia alla piazza la sua sete di vittoria. E ora saranno in tanti a salire sul carro, gli stessi saranno pronti a rinfacciargli l’azzardo al primo passo falso. Napoli è così e Sarri lo aveva capito più e meglio di Aurelio: il popolo ti vuole come loro, vuole sentirsi dire quello che pensa e vuole essere tenuto in considerazione. De Laurentiis invece – Vivaddio! – se ne fotte. Un Ferlaino, ad esempio, avrebbe tenuto Lavezzi a Napoli fino a 44 anni esibendolo a “erede di Maradona”, “scugnizzo figlio della Patria”. Aurelio no. Il Pocho lo ha venduto per tempo incassando i soldi che gli sono poi serviti per mettere mattoni al suo progetto.
Ora il progetto non esiste più. A Carletto non verrà perdonato nulla. Meno che a Benitez che, pur se un allenatore di degno pedigree, non aveva i mezzi per “dovere vincere”. Ecco perché, ora più che mai, il Napoli dovrebbe cominciare a sapersi strutturare meglio per proteggere il suo investimento. Un team manager, uno staff comunicazione capace di orientare l’agenda setting soprattutto.
De Laurentiis ha mandato via un allenatore che per tre anni consecutivi ha fatto il record di punti, lo ha sostituito con uno dei coach più vincenti in Europa. Non si va tanto lontano dalla realtà se si dice che il Napoli ha preso se non il Messi o il Ronaldo degli allenatori, qualcosa che gli si avvicina molto.
Non è più il Napoli adolescente di Sarri, stavolta sarà il Napoli ormai fattosi “uomo” di Ancelotti. E quando si diventa uomini cominciano insieme pure le responsabilità con affitti e bollette da pagare.
Non sono stato mazzarriano, non rafaelita, non sarrista. Non sarò Ancelottiano. Sono tifoso del Napoli. Mazzarri ha ottenuto risultati enormemente più alti dei mezzi a sua disposizione. Benitez ha portato calciatori di altissimo livello ed una mentalità europea. Sarri un gioco meraviglioso, unico, forse irripetibile. I tre predecessori di Ancelotti erano però ancorati ad un progetto di crescita. Ora il margine di quella crescita è arrivato al suo spazio minimo. Resta solo il passo successivo: vincere. Ecco perché sono enormemente felice dell’arrivo di Ancelotti, ma sono al contempo molto molto curioso di vedere le reazioni della piazza alle prime avvisaglie di crisi. Il rischio è tutto qui. Tutti dimenticano, purtroppo, che il Napoli non è finito con Lavezzi, Cavani, Higuain o Sarri e non finirà neppure dopo Ancelotti.
Poi, per parlare di Sarri – che personalmente mi è piaciuto molto molto poco per come ha immaturamente deciso di chiudere la sua avventura – ci sarà tempo. Ora, forza Carletto! Ma soprattutto forza Napoli. Vincere da oggi diventa un po’ più importante rispetto a ieri. Ce ne accorgeremo presto. 

Valentino Di Giacomo

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L'anno che verrà

«Sono sicuro che se il Napoli venderà alcuni calciatori, poi non li rimpiazzerà con altri del Barcellona». Maurizio Sarri, lucidissimo, ha motivato così la sua difficoltà a confermare la propria permanenza a Napoli. Ha ragione Sarri. La squadra che ha allenato fino ad oggi non può consentirsi l’acquisto di top-player già affermati. Anche se tra i rumors più frequenti di mercato si registrano sondaggi per il classe ’93 Andrè Gomes che milita proprio nella squadra catalana, ma il senso generale della frase di Sarri resta valido. 

Questo è il Napoli: prendere o lasciare. Un club che fattura un terzo della Juve e assai meno di Milan e Inter. E’ un’evidenza strutturale, di bacino d’utenza, di storia, tradizione, un dato di fatto incontrovertibile.  Immodificabile anche se “Il pappone caccia i soldi” quel gap strutturale è incolmabile economicamente. Gap colmato però tecnicamente, sul campo. Il Napoli è una società che riesce a tenersi ad alti livelli grazie al player-trading. Vende Lavezzi, coltiva Insigne; vende Cavani, compra Higuain alla metà della cifra incassata per il Matador; vende Higuain, compra Milik, Diawara, Rog e Zielinski. Ed è questo -fatalmente – l’unico modo per il club di De Laurentiis di riuscire a formare una squadra competitiva ogni anno consentendo ai giocatori “scontenti” di andar via. Dovrebbero assunti scontati, ma a Napoli paradossalmente tocca sempre ripeterlo.

L’unica eccezione nella breve storia di De Laurentiis al Napoli è stata rappresentata da questa stagione appena conclusa: il club ha deciso di riconfermare in blocco la squadra senza vendite eccellenti. Un piano che ha funzionato e che ha portato il Napoli al record storico di punti e, se vogliamo, ad un quasi-scudetto. E su quel “quasi” “forse” sono incisi altri fattori… Vedere Orsato e company. 

L’anno che verrà è probabile andranno via Jorginho, Mertens, sicuramente Reina, forse Callejon. Si cercherà di trattenere Koulibaly, ma è ovvio che se arrivassero offerte vicine ai 100 milioni di euro sarebbe complesso riuscire a tenere il colosso a Napoli. In questo però non dobbiamo sentirci “cenerentole”. Il Barcellona ha venduto Neymar, il Liverpool Coutinho, il Borussia Dortmund vende stabilmente i propri gioielli e così via. E’ la normalità. Così come è la normalità per un club serio essere capace di rimpiazzare i calciatori che vende. Sarebbe così una sciagura se andasse via Jorginho avendo già in rosa un Diawara rodato e 60 milioni in cassa da reinvestire? E sarebbe così una sciagura incassare 30 milioni per vendere Mertens che ha ormai superato i 30 anni avendo già in rosa un bomber come Milik? Eventualmente, cari tifosi, questa si definirebbe PROGRAMMAZIONE. Programmazione di altissimo livello.

E’ su questi punti che non si comprende il “papponismo” di Sarri. Insopportabile nei suoi lamenti, come quando perse la gara d’andata contro la Juve e dopo ben 3 (TRE) anni si presentò davanti alle telecamere piangendo la cessione di Higuain. Questo controcanto insopportabile verso la società che pure gli ha garantito uno stipendio fino ad oggi. Se non è convinto dell’operato di una società che è sempre riuscita a crescere è libero di andare via. Questa squadra ha sopportato gli addii di Lavezzi, Cavani, Higuain, Mazzarri, Benitez riuscendo sempre a restare a livelli più alti delle annate precedenti. Ci dispiacerà enormemente se andasse via Sarri, il mister ha prodotto probabilmente il più bel calcio della storia di questa squadra, ma non solo. Però ce ne faremo una ragione anche se con molto dispiacere. Poi è normale che il tifoso preferisce la rotta sicura, al mare aperto dell’incertezza. Ma la nave fino ad oggi ha dimostrato di saper valicare mari piuttosto tumultuosi.

Ci sta pure che Sarri voglia lasciare da “idolo”, pur non avendo vinto nulla. Nulla, manco una Coppa Italia. Ha potuto alimentare la sua immagine di idolo perché ha allenato il Napoli dove vincere non è l’unica cosa che conta. Altrove sarebbe stato trattato assai diversamente. 

Qui abbiamo sostenuto Sarri sin dal suo arrivo, lo faremo ancora con l’affetto enorme che quest’uomo suscita istintivamente e alla riconoscenza per il suo gioco meraviglioso. Ma ora tocca a lui scegliere. Il Napoli è questa dimensione qui. Non ne ha un’altra. Ed è questo il motivo per cui De Laurentiis ha spesso sollecitato Sarri ad utilizzare più uomini della rosa che, come si è visto, così scarsa non è se ha trovato Mario Rui dopo Ghoulam e Milik dopo Mertens o Zielinski dopo Hamsik. 

Ora ci auguriamo che De Laurentiis non giochi al ribasso sul futuro di questa squadra. Qualche cessione ce la aspettiamo e sarebbe fisiologica, ma attendiamo pure che a guidare la squadra possa essere un allenatore di livello internazionale. Non è più tempo dei Giampaolo e degli Inzaghi per dirlo con grande franchezza. E’ semmai il tempo degli Ancelotti e di top-trainer. Quello si. E il Napoli può attrarre grandi allenatori visto che giocherà ancora una volta la Champions ed ha una rosa di tutto rispetto.  

Ultima considerazione: ma Sarri ha un bidone al posto del cuore che non ha fatto entrare neppure per un minuto Christian Maggio, capitano e bandiera per 10 anni della nostra squadra? Questa davvero non l’abbiamo capita, come l’inutilizzo di Rog e Diawara per l’intera stagione. Poi non ci si può lamentare se un calciatore come Verdi, che non è proprio Cristiano Ronaldo, ha timore nel venire a Napoli perché ha paura di non giocare quanto vorrebbe e, peggio ancora, di “potersi giocare il posto” come avviene in qualsiasi squadra del mondo dalle terza categoria alla Serie A. Zielinski risolve la partita d’andata contro l’Atalanta e le successive è sempre in panchina, Diawara e Milik ti portano la vittoria con il Chievo e le partite dopo finiscono seduti in panca, Mario Rui utilizzato appena 6 minuti prima dell’infortunio di Ghoulam. A Napoli il posto in squadra non è quasi mai stato in discussione. Almeno lo scorso anno vedevamo un’alternanza Diawara/Jorginho o Zielinski/Allan/Hamsik. Quest’anno i numeri di maglia potevano essere assegnati dall’1 all’11 come 40 anni fa. Non sputiamo nel piatto in cui abbiamo mangiato deliziosamente, anzi. Ma come è facilmente comprensibile in questa “guerra di nervi” tra Aurelio e Maurizio le ragioni e i torti non sono da una sola parte. Ed è stupido quell’#IoStoConSarri o #IoStoConAurelio. L’importante ora è che il Napoli vada avanti. Con il vecchio Comandante o con uno nuovo per varcare le colonne d’Ercole. Il sogno non è finito ieri. Ne siamo certi.

Valentino Di Giacomo  

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E’ andato via come un ladro senza dire una parola. Era passato appena un mese dal giro dello stadio a cantare “Difendo la città”. Ieri indicava De Laurentiis, pensando che i napoletani siano veramente fessi e possano credere alla storiella montata ad arte che è stato il presidente a venderlo. Come un bambino che ruba la marmellata dalla credenza e vuole accusare il fratellino piccolo per dire il più classico dei “Non sono stato io” come un Bart Simpson qualsiasi. Higuain ha fatto una scelta professionale: è andato da via da ladro, di notte alla Juventus perché lì sapeva di poter vincere. Lo scrisse pure il fratello Nicolas in un tweet che senza l’aiuto degli arbitri a Napoli non è possibile vincere. Higuain – al di là delle ironie – ha fatto una scelta professionale comprensibile. Come comprensibile è stata la scelta di De Laurentiis di lasciarlo andare alla cifra di 90 milioni. Un calciatore alla soglia dei 30 anni.

Epperò, per dirla con Totò in “Miseria e Nobiltà, De Laurentiis è uomo. E’ uomo nel senso che lui i giri di campo a cantare “Difendo la città” non li ha mai fatti. Per questo lo apprezzo meno quando dice di voler vincere. Pure se forse, in cuor suo, davvero lo pensa. Ma, assai prima, il presidente ha sempre messo in testa la solidità del bilancio, la programmazione, il procedere un passo per volta. Lui ha detto che “il San Paolo è un cesso” e che i tifosi, prima del suo arrivo, “non hanno vinto un cazzo” a parte il periodo maradoniano. Ed ha ragione su tutto. A parte qualche “pippiata” di ragù via Twitter De Laurentiis non fa il marpione, non vellica la pancia del tifoso del “Devi vincere”. Lui mette in chiaro che per vincere ci vuole tempo e programmazione. Higuain no. Higuain prima canta “Difendo la città” e poi se ne va via. E poi ancora vuole pure essere accolto con il tappeto rosso. Se Spalletti per i 40 anni di Totti ha regalato un disco di Mia Martini, “Piccolo uomo”, lo stesso dovrebbe fare De Laurentiis a questo Bart Simpson un po’ cresciuto. Un uomo piccolo, incapace di prendersi le conseguenze delle scelte fatte.

Qui lo abbiamo scritto pure in estate. Per noi il Napoli ha fatto un affare a vendere Higuain. E abbiamo pure scritto che poco ci sono piaciuti i tifosi che innalzando il vessillo del “papponismo” si sono strappati i capelli per la cessione dell’argentino. Semmai siamo pronti a criticare il presidente se quella cessione non la farà fruttare. Per ora, a nostro modesto avviso, siamo dalla parte del presidente perché con i soldi incassati da Higuain ha comprato Milik, Zielinski, Rog e Diawara smentendo seccamente chi lo accusa di “mettersi i soldi in tasca”. Se la squadra il prossimo anno sarà ulteriormente rafforzata allora la cessione di Higuain sarà stata un affare. Se invece il giocattolo sarà nuovamente smantellato allora siamo pronti a ricrederci. Non è un dogma difendere “il pappone”. Ci piace invece valutare le cose in base agli accadimenti. E la cessione di Higuain era inevitabile. Oltre che un grandissimo affare. Lo ripetiamo.

Il prossimo anno la Juve avrà un attaccante trentenne e una difesa di ultra-trentenni, dovrà intervenire massicciamente per rinforzare il centrocampo. Sturaro, Lemina, Rincon nel Napoli non parteciperebbero neppure alle rotazioni. Il Napoli ha invece una squadra più giovane, in continua crescita. Dovrà sacrificare probabilmente Ghoulam. E poi vedremo la vicenda Mertens come andrà a finire. Perché Insigne lontano da Napoli proprio non lo immaginiamo. Vedremo che mercato farà il Napoli e lo giudicheremo anche in base a quella “dolorosa” cessione di Higuain. Perché se la squadra sarà ulteriormente rafforzata allora non potremo che dare atto al presidente di averci visto giusto.

Resta inteso che, come abbiamo scritto sin dall’estate, per noi la squadra di quest’anno è la più forte di sempre e sicuramente la più completa. Anche senza il Bart Simpson che, tra l’altro, ha segnato meno gol di Mertens in più partite giocate. Manca pochissimo per diventare un top club a tutti gli effetti. Un po’ di mentalità soprattutto. Quella che la Juve ha dimostrato di avere nelle due partite giocate al San Paolo. Ma il nostro percorso di crescita è solido.

E poi vanno dette altre cose. E’ vero che noi dobbiamo crescere in mentalità, ma deve crescere pure un po’ il calcio italiano. Ma che campionato sarebbe stato senza i soliti aiutini alla Juve? Vogliamo ricordarci di Inter-Juve o di Milan-Juve cosa è successo? E vogliamo ricordare che il Napoli è uscito dalla Coppa Italia perché nella partita d’andata Valeri in 40 secondi ha negato un rigore a noi e subito dopo ne ha dato uno inesistente alla Juve? Certo, per crescere dobbiamo pure imparare a non dare sempre la colpa all’arbitro. Ma non è neppure possibile pagare il salto di qualità a livello di mentalità di non protestare, omettendo dei FATTI. Come i rigori che quest’anno ci sono mancati sin dalla prima giornata a Pescara e poi a Genova contro i rossoblu. Sono fatti. Che poi noi per crescere non dobbiamo solo lamentarci è un altro capitolo.

Ad ogni modo resto convinto che noi napoletani dobbiamo imparare a volerci più bene. Tutte quelle sceneggiate in estate per la cessione di un moccosiello sono state eccessive. Il tempo è galantuomo. Noi qui crediamo che il Napoli possa fare grandi cose anche in futuro. Se poi per qualcuno è più importante il dato di fatto che pure quest’anno resteremo – per dirla con Mourinho – a zero tituli, è un’opinione rispettabilissima. Ma c’è modo e modo per non vincere nulla. E a noi sembra che il Napoli, pur non vincendo, stia costruendo qualcosa di grande. E, guardandoci in giro, tra cinesi, indonesiani e americani, non ci sembra che gli altri stiano facendo altrettanto. Ma potremmo sbagliarci eh. Proprio come ci siamo sbagliati sul conto di quel personaggio che difendeva la città…

Valentino Di Giacomo

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Le parole del presidente

Non si può non parlare di Real Madrid solo per il campo, lo abbiamo già fatto, ma ci sembrava impossibile non dedicare anche uno spazio alle parole che ieri De Laurentiis ha detto nel post-gara (Qui il video). Anche qui, come per la gara, c’è chi la vedrà in un modo e chi in un altro. Io ci ho visto tutto il meglio e tutto il peggio che sa regalare questo imprenditore che non abbiamo ancora capito se quando dice certe cose lo fa perché “ci è” o “ci fa”. Nel dubbio, dobbiamo prendere con le molle tutto quanto.

1)Il peggio è sicuramente quel provincialismo ostentato che non fa onore al presidente, al suo club e alla nostra città. Ma si può andare in tv dopo Napoli-Real Madrid (NAPOLI-REAL MADRID) e parlare degli spagnoli che hanno goduto del catering messo a disposizione dal Calcio Napoli? Immagino la scena e mi torna alla mente il film di Totò quando parla “dei famosi antipastini di mia moglie“, immagino gli spagnoli che mangiano con le posate legate con una catena al tavolo. Frase certamente detta per mettersi all’altezza del Comune che FINALMENTE ha ristrutturato i cessi nella tribuna stampa. Ma ha senso dirlo in tv? E’ stata la cosa peggiore dell’intera intervista.

2) C’è invece del bene e del male nelle parole contro i “giornali del nord”. De Laurentiis non ha fatto altro che raccontare un’evidenza: ci sono grandi poteri in Italia che non vedono di buon occhio l’ascesa del Napoli. Il presidente ha denunciato solo un’ovvietà. Un’ovvietà che però a questo punto nasconde una debolezza: certifica che il Napoli non conta nulla nei palazzi del potere e l’unico modo che ha per contare è portare dalla propria parte i propri “consumatori”, i “clienti”. Una specie di ritorsione (vedere il discorso sulle vendite in Campania della Gazzetta) nei confronti di questi poteri. Se da un lato piacciono le parole alla “Masaniello” di De Laurentiis, dall’altro certificano l’impotenza all’interno del sistema del presidente. Un dirigente di un’altra squadra quelle uscite in pubblico non le fa, resta in silenzio e poi, con accurate tecniche di moral suasion, prova a portare dalla propria parte i personaggi che contano all’interno dei “Palazzi”. Ma assistiamo, ancora una volta, ad una totale assenza di diplomazia.

3) De Laurentiis ha fatto bene nel continuare a recitare “la parte” del Napoli vittima di tutto e tutti. Lo aveva fatto contro la Rai per il caso telecronaca, lo aveva fatto contro gli arbitri dopo l’assurda direzione di Valeri in Coppa Italia contro la Juve e ha fatto bene ormai a tenere questa posizione. Se deve essere guerra, che guerra sia. L’importante ora è che si continui. Non sappiamo se sarà una buona strategia, ma sarebbe ancor peggio se (come purtroppo spesso è accaduto) mollasse la presa. In comunicazione anche difendere ostinatamente una posizione (giusta o sbagliata che sia) è sempre fruttuoso nel lungo periodo. Magari fidelizzi al tuo pensiero solo un piccolo gruppo di persone, ma la tua posizione da “probabile” diventa una “verità”. Quindi ora il presidente non ci deluda e continui tutte le volte che può nel recitare la parte di Masaniello. Qualora non lo facesse sarebbe un autogol gravissimo dal punto di vista comunicativo ancor peggio di alcune delle sue uscite infelici.

4)Proprio ieri non c’entrava una mazza il discorso del “Lavali col fuoco”. Se il presidente aveva qualcosa da dire doveva farlo sabato scorso contro la Roma quando quel coro schifoso è stato cantato più volte. De Laurentiis era allo stadio, dopo la gara avrebbe dovuto scendere negli spogliatoi e aprire il caso. Perché nella comunicazione i tempi sono più importanti dei contenuti. E l’autogol delle parole dopo la gara di Madrid sono frutto proprio dell’errato tempismo.

5)Capitolo Malfitano. Non so se il giornalista della Gazzetta sia juventino o meno. Ad ogni modo un giornalista fa il giornalista e non si è più bravi o più credibili se si tifa per una squadra o per un’altra. Se De Laurentiis vuole attaccare la Gazzetta e Malfitano non usi questi trucchetti, tanto più che l’auto del collega è stata bersagliata nei giorni scorsi da ignoti teppisti (la solidarietà umana e personale non viene meno neppure da noi). Detto questo, si può fare di Malfitano un martire, ma non certamente un santo (come pure qualche collega ha cercato di fare). Se De Laurentiis vuole criticare Malfitano lo faccia per come il giornalista svolge il proprio lavoro, non perché questi tifa per la Juve o per il Napoli. Del resto non ci vuole tanto per fare le pulci a Malfitano. Uno che lo scorso anno dopo 3 giornate criticava gli acquisti di Hysaj, Allan e Valdifiori e, SOPRATTUTTO, diceva che con Sarri il Napoli non sarebbe andato da nessuna parte. Beh, i fatti lo hanno sonoramente smentito. Malfitano è colui che dopo Juve-Napoli di Coppa Italia, tanto per muovere una critica come fa la gente che parla per far prendere aria alla bocca, scrisse che Sarri avrebbe dovuto impiegare Allan. E Allan era infortunato. Commenti che uno si aspetterebbe di ascoltare al Bar dello Sport il lunedì mattina sorseggiando un cappucciono. Altro che Gazzetta dello Sport. Insomma, di episodi particolari per criticare Malfitano ce ne sarebbero a volontà. Ma usare l’arma del tifo non è un comportamento da grande società. Anzi, è un comportamento che non ha senso se non quello di fomentare odio verso un personaggio attraverso trucchetti indegni.

6)Ecco, la sensazione finale è che il presidente di una grande società non vada in tv a fare certe dichiarazioni. C’è un provincialismo, una pressapochezza che non depongono a favore del presidente. Eppure il club ha i conti in ordine e la squadra è formata da grandissimi giocatori che da 7 anni giocano stabilmente in Europa. Sono i ragazzi che hanno messo paura al Real Madrid. Ma tutto questo non fa una grande società. Soprattutto nell’era della comunicazione. In sintesi: bene Aurelio, ma male Aurelio. Forse sarebbe il caso di assumere uno speaker in questi casi come funziona per le alte cariche politiche. Ieri il presidente ci ha ricordato che di margini per crescere ne abbiamo ancora. Assai più che in campo perché becchiamo due gol su calcio d’angolo.

Valentino Di Giacomo

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E’ vero che Aubameyang il presidente me lo aveva offerto, ma era in alternativa ad un altro attaccante (Icardi ndr.) che neppure è arrivato”. Con queste parole Maurizio Sarri vince per distacco il match mediatico con Aurelio De Laurentiis esponendo il numero 1 azzurro a quella che è incontrovertibilmente (e ci passerete il termine) una figura di merda. Una figura di merda gigantesca. Enorme. E non possiamo dire che non se la sia cercata.

Non possiamo sapere perché il presidente tenti ogni volta di rompere il giocattolo-Napoli con certe dichiarazioni ridicole che tentano di mettere alla berlina i propri allenatori. E’ accaduto con Mazzarri, è successo con Benitez e, oggi, avviene con Sarri. A De Laurentiis non va giù che ogni volta i propri allenatori gli sbattano in faccia quella che è la realtà, una realtà non amara, ma sacrosanta verità: il Napoli è una società che tenta di crescere attraverso la valorizzazione di giovani calciatori e che non può competere per tanti fattori, su tutti economici, con altre corazzate come ad esempio la Juventus. La Juve compra Higuain e Pjanic, il Napoli Rog, Milik e Diawara. E’ palese la differenza con l’impostazione societaria dei bianconeri. Ma, secondo De Laurentiis, questo non si può dire.

Probabilmente il presidente è animato da manie di una grandezza che non gli appartiene. E’ come quei ragazzini che ancora non si conoscono veramente e vogliono fare le “cose dei grandi” perché, dentro di sè, è così che si sentono. De Laurentiis probabilmente, in cuor suo, si sente alla pari di Agnelli, Berlusconi o Moratti (ma queste sono mie supposizioni). Altrimenti perché dovrebbe irretirsi se i propri allenatori rivendichino la realtà che il Napoli è un progetto costante, più che una squadra affermata che gioca solo e soltanto per la vittoria.

I meriti superlativi di De Laurentiis – che qui abbiamo sempre riconosciuto – vengono così vanificati da questo atteggiamento. De Laurentiis dovrebbe essere orgoglioso di quello che ha fatto a Napoli: ha portato il club stabilmente ai vertici europei, ha vinto trofei, ha sviluppato un modello aziendale invidiabile. Il Napoli è un gioiellino con i conti in ordine e una rosa altamente competitiva che lotta per alti risultati sportivi. Non ammettendo però il divario economico e organizzativo con altri club però il presidente dimostra di avere poca coscienza di sè e delle potenzialità della sua azienda che non sono infinite.

Che senso portare avanti questa querelle mediatica con il proprio allenatore? Proprio non riusciamo a spiegarcelo. Anche Sarri, da toscano adottivo e quindi con un carattere “fumantino”, manifesta dei limiti tutti suoi. Non c’è bisogno ogni volta di delegittimare la sua stessa rosa di calciatori ad ogni intervista o conferenza stampa. L’altra sera – dopo il match con la Lazio – il mister ha chiesto all’allenatore di “lavare i panni sporchi in famiglia”. Cominci pure lui ad adottare questo atteggiamento. Come abbiamo già scritto, il presidente e l’allenatore possono tranquillamente parlarsi nel chiuso degli uffici invece di alimentare queste polemiche sui media che sono controproducenti per tutti.

Certo, a noi sembra palese che il presidente possa solo ringraziare per il lavoro che sta svolgendo il proprio tecnico. E’ grazie a Sarri se De Laurentiis ha potuto vendere alla cifra record di 90 milioni quel tale Gonzalo Higuain che mai in carriera si è espresso a certi livelli. Il Napoli gioca un calcio godibilissimo, europeo, probabilmente il migliore della Serie A. I risultati non stanno arrivando per sfortuna, per errori individuali (Koulibaly con la Roma, Ghoulam con la Juve, Reina con la Lazio) e perché lì davanti, senza Milik, proprio non riusciamo ad essere incisivi. Ma, lo ripetiamo, ha ragione il mister quando dice che non può piovere per sempre e che, attraverso questa mole di gioco, prima o poi i risultati saranno la conseguenza di questo calcio meraviglioso da guardare.

Qui abbiamo sempre difeso De Laurentiis dalle critiche stucchevoli ed eccessive, accuse assurde e immeritate. Continueremo a farlo perché De Laurentiis ha portato il Napoli dove compete stare al Napoli. Che non significa quell’imbecille “devi vincere” che cantano i tifosi allo stadio. Se “devono vincere” questi tifosi indirizzino le proprie attenzioni verso altre squadre a strisce, magari bianconere. Oggi sembra andare tutto male, in moltissimi parlano e sparlano di questa squadra. Sabato sono arrivati persino i fischi ad una squadra che pure contro la Lazio ha giocato una partita eccellente guidata da quel Marek Hamsik pure lui oggetto saltuariamente delle invettive dei sedicenti tifosi. Tanto il momento per salire sul carro dei vincitori ci sarà sempre.

Abbiamo un grande presidente e probabilmente il miglior allenatore in 90 anni di storia del club. Se solo ne prendessero consapevolezza loro per primi e se non parlassero a vanvera allora le cose potranno solo migliorare. Ma se continuerà questo stupido stillicidio mediatico ci perderemo e ci perderanno tutti. Si è sempre in tempo a ravvedersi, basta volerlo.

Per ora il presidente ha trovato pane per i suoi denti. La battaglia non potrà vincerla mai contro Sarri. De Laurentiis è un grande manager ma parla troppo e promette stupidamente cose che non può mantenere: lo stadio, la scugnizzeria, il “vogliamo vincere” e potremmo continuare per pagine. A noi tifosi interessa quello che è il nostro “core business”: la squadra. E finché Sarri farà giocare la squadra così noi non potremo che essere dalla sua parte. Non siamo contro De Laurentiis, ma siamo con il Napoli. Cominci pure DeLa a stare dalla parte della sua squadra. Se non volesse farlo per rispetto di noi tifosi, lo faccia per rispetto della sua azienda. Così manda tutto allo sfascio.

Valentino Di Giacomo

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Il fenomeno "Ho visto Cavani"

Ieri pomeriggio Aurelio De Laurentiis ha scritto un comunicato sul sito ufficiale del Napoli per dire quanto sia “difficile” un ritorno di Cavani. Nello stesso comunicato ha anche citato Gabbiadini e Milik dicendo che loro rappresentano il futuro del club. Eppure niente. Secondo diversi giornalisti locali, la nota De Laurentiis l’avrebbe scritta per sviare e fare davvero il colpo a sorpresa riportando il Matador a Napoli.

Tutti sanno tutto e di tutto abbiamo letto. Oggi – secondo alcuni colleghi – Giuntoli, Chiavelli e qualche De Laurentiis-boy sarebbero in viaggio per Parigi. Cavani vuole assolutamente tornare per riabbracciare i figlioletti, avrebbe già accettato di ridursi l’ingaggio faraonico che percepisce a Parigi. Senza contare la “bomba” di Chiariello – sicuramente in buona fede – che ha indirettamente spedito una delegazione di tifosi all’esterno dell’Hotel Vesuvio perché era certo che fosse lì.

Alla fine del calciomercato PER FORTUNA mancano solo due giorni. E probabilmente il Napoli resterà in attacco con Gabbiadini e Milik. Non perché De Laurentiis non acquisterebbe Cavani, ma perché il Psg difficilmente riuscirebbe a trovare un sostituto all’altezza del Matador. Stesso discorso che può farsi per Kalinic, la Fiorentina avrebbe difficoltà a trovare un sostituto adeguato. Bisognava muoversi prima come abbiamo rimarcato nei giorni scorsi. Già perché qui quando c’è da criticare De Laurentiis lo si fa. Certo, senza isterismi.

Concentriamoci sulle priorità, come ha chiesto Sarri. Serve un difensore e speriamo che questa telenovela su Maksimovic si concluda al più presto. Servirebbe pure un altro terzino, magari anche un portiere all’altezza in grado di far da secondo a Reina che alle prime uscite non si è proprio distinto per impeccabilità… E siamo eufemistici.

Insomma, inutile sognare. Il Matador non verrà. Forse davvero Cavani era al Vesuvio l’altra sera, la pizzeria sui Campi Elisi che si chiama proprio così. Se volete incontrarlo qui c’è pure l’indirizzo. Poi chissà a volte i sogni si realizzano pure, ma se dovessimo sbilanciarci sul ritorno di Edi non ci scommetteremmo un euro.

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

E’ inutile addolcire la pillola. La scelta bianconera di GH ci dice due cose che non possono essere sottaciute se si vuole affrontare la vicenda con un minimo di onestà intellettuale. GH alla giuve ridimensiona, di molto, il Napoli e forse può finalmente far poggiare un po’ i piedi per terra ai tanti tifosi del “Devi vincere” ed “Aurelio Pappone” a cui tanto piace volare con la fantasia. La Juve in questa sessione di mercato ha acquistato i due calciatori più forti dalle sue dirette concorrenti, prima Pjanic e poi GH. Li ha ingaggiati con la clausola, li ha voluti e li ha presi senza fare troppe storie. Il Napoli è il Napoli, la Juve è la Juve. Il Napoli può coltivare i propri progetti vincenti nel lungo periodo, la Juve no. Perché chi “Deve vincere”, subito, sono i bianconeri, non noi.  La differenza sta tutta qui: loro comprano il campione di 29 anni pagandolo la cifra più alta mai vista nella storia del calcio italiano e noi questo tipi di acquisti non possiamo farne. Addossare ora colpe a De Laurentiis è da incapaci autentici. Il presidente ha fatto di tutto per trattenerlo, ma GH ha preso la propria decisione. Ad Aurelio va dato il merito di aver tenuto duro fino all’ultimo e di aver realizzato un affare sensazionale che assicurerà un futuro altrettanto importante al club.

L’altra verità che non è possibile sottacere è la scelta di GH. Ha scelto il club dove ha più possibilità di vincere, è un suo diritto. Ha scelto la strada più semplice, la vittoria sicura, a quella più difficile e che, se fosse accaduta, lo avrebbe consacrato nella storia del calcio e di questa città. GH nella storia del campionato italiano ci è già entrato lo scorso anno segnando 36 reti, nessuno meglio di lui. Lo ha fatto con la nostra maglia e di questo possiamo solo ringraziarlo, così come lui dovrà ringraziare noi. Dovrà essere grato a De Laurentiis che gli ha dato la possibilità di guadagnare TANTO e di averlo portato a Napoli quando a Madrid era un giocatore importante, ma non fondamentale. Deve ringraziare Sarri che lo ha messo al centro del progetto di gioco e che gli ha consentito di segnare una caterva di gol. Deve ringraziare Hamisk, Insigne, Callejon che tanto lo hanno agevolato. Dopo i ringraziamenti, però, si volta pagina.

Il Napoli, pur senza la sua stella, è una squadra già molto forte. Probabilmente a fare le veci di GH arriverà Bacca, ma questo lo vedremo e giudicheremo a tempo debito. Eppure, se proprio Bacca arrivasse, sarebbe la conferma ulteriore della poca chiarezza di De Laurentiis. Bacca costa 30 milioni ed ha 29 anni. I 30 milioni che spenderebbe il Napoli per Bacca equivarrebbero in proporzione ai 94 che spenderà la Juve per acquistare un giocatore che ha 29 anni come GH. Se De Laurentiis ha le idee chiare e non ha accusato troppo il colpo della cessione, dovrà necessariamente comprare un calciatore giovane e affermato. Icardi o Lukaku solo per fare due nomi. Oppure, se arrivasse Bacca, allora qui ci aspettiamo pure un Belotti o un Berardi: due dei giocatori più validi del nostro campionato.

Ad ogni modo la cessione di GH consente al Napoli di rinforzare per bene tutti i reparti. Ma il club azzurro dovrà essere intelligente nel non buttare soldi a casaccio. Servono giocatori già fatti, ma giovani e di prospettiva se si vuole salvaguardare sia l’aspetto sportivo che economico della società. Certo, ora da De Laurentiis ci aspettiamo veri investimenti. Vale a dire: spenda i soldi della clausola e pure quelli della Champions.  Fino ad ora ha acquistato Tonelli per 7,5 milioni e Giaccherini per 1,5. Qualche altro soldino oltre a quelli di GH, insomma, avanza. Altrimenti darà credito alle lagnanze “papponiste”. Almeno io, fino ad ora, ho sempre difeso il presidente. Oggi è lui che deve mettersi nelle condizioni di farsi difendere.

L’altra soluzione, che però certamente i coristi del “Devi vincere” non contemplano, è che il Napoli investa anche delle risorse per strutturarsi in maniera seria come club. E’ possibile investire nello stadio, in un centro sportivo all’avanguardia per far crescere i giovani. Certo, ne risentirebbero gli investimenti per la prima squadra, ma il club farebbe un passo ulteriore per guardare al futuro con ancor maggiore stabilità.

Mi fareste sicuramente notare che ho omesso di scrivere che la Juve per comprare il 29enne GH deve necessariamente vendere il 22enne Pogba. E’ vero. Ma un centrocampista, pur se bravo, non farà mai la differenza quanto un attaccante. La Juve fa un affare a vendere alle cifre che si leggono, così come lo fa il Napoli a vendere GH. Il sacrificio bianconero è intelligente nell’ottica di chi deve vincere SUBITO. Ai ripianamenti societari poi ci penseranno tra qualche anno. La loro squadra può permettersi di essere più vecchia della nostra. Noi, al momento, non possiamo.

Ad ogni modo, tanto più in questo momento, stringiamoci forte intorno alla squadra. Non serve a nessuno cominciare un’altra stagione tra strali di polemiche inutili e, come accaduto lo scorso anno, totalmente infondate. Qui giudicheremo con attenzione l’operato di De Laurentiis e non faremo sconti. Proprio come lui ha avuto il merito di non farne alla Juve.

Un argentino può giocare a Torino tanto più se si è come GH. Il bomber 29enne ha dimostrato benissimo la differenza che c’è tra l’essere corazon della Boca o del River. Lui è un Riverista squallido. Lui è lontano anni luce da Diego Armando Maradona. E ditemela adesso la storiella del drogato. Diego Armando Maradona è stato uno dei più grandi UOMINI sulla faccia della Terra, prima ancora di essere il più grande calciatore. Diego è l’essere umano migliore dell’Universo. E ora spero l’abbiano capito tutti. Altro che quel tipo che non merita neppure di essere nominato. Il calcio è cambiato, il cuore degli uomini piccoli non ha bandiere.

Valentino Di Giacomo

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La polemica

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

De Laurentiis ha detto merda, MERDA. Ha detto “12 anni fa stavate nella merda”. L’ha detto a Palummella, l’ha detto ai napoletani. Si, proprio ai napoletani, loro che sono abituati a vivere in una città modello, una città vincente perché è stata scelta persino da Dolce & Gabbana come scenario ideale per sfoggiare quegli abiti di indiscussa classe ed eleganza del “Made in Italy”…

I napoletani non sono mai contenti della loro squadra, sono invece felicissimi, con un orgoglio che a tratti raggiunge lo squallore più alto del provincialismo, delle sorti della propria città. E’ storia. A De Laurentiis è toccata la stessa sorte di Ferlaino e di quasi tutti i presidenti che hanno guidato il club in 90 anni di storia. Forse solo Achille Lauro si è salvato dalle lamentazioni ricorrenti dei tifosi. I napoletani del resto, popolo che amo e a cui sento di appartenere cromosomicamente, sono un popolo fesso e furbo, ottuso, incoerente, dove la fantasia e l’ingegno sono considerate acquisite per diritto di nascita e quasi mai per conoscenze apprese. Napoli è l’unica città borbonica dove il referendum del ’46 tra Repubblica e Monarchia vide la stracciante vittoria della casata dei Savoia. Si, quelli piemontesi. E’ muorto ‘o Re, evviva ‘o rre!

Eh già, a De Laurentiis è toccata la stessa sorte non solo di Ferlaino, ma persino di Maradona. Ma vogliamo dimenticarci cosa dicevano i napoletani di Diego? Non solo quando andò via e finì per essere, praticamente per tutti, un drogato. Ma anche quando giocava e si rendeva protagonista delle solite bizze. Perché non c’è riconoscenza. Maradona è bello oggi, con il ricordo, con il senno di poi. E per fortuna che non esistevano i social network alla fine degli anni ’80 altrimenti chissà quanto odio sarebbe riscontrabile oggi persino contro il Dio del calcio che ha dato TUTTO al Napoli e a Napoli, finanche inventando lui per primo la dignità calcistica.

Ecco, oggi in molti sui social sono scandalizzati da quelle parole di De Laurentiis. Che ha detto un’ovvietà: il Napoli 12 anni fa stava nella merda. Ne abbiamo scritto ieri, dichiarazioni sbagliate nella forma e giustissime nei contenuti.  In molti hanno rivendicato ancora una volta la parola “dignità”. Una dignità che non si riscontra per il pessimo servizio dei mezzi pubblici in città, che non esiste quando siamo costretti in auto a passare SEMPRE sulle stesse buche da trent’anni (un esempio per tutti: lo stradone di Agnano che dall’ippodromo porta a Bagnoli), una dignità che non viene invocata quando vediamo il pessimo stato in cui versano i nostri monumenti o le nostre opere d’arte.

Eh già, è più importante il calcio, la squadra, ‘o Napule! Un Napoli che, nonostante il “Pappone”, è tra i primi 15 club d’Europa e che qualche emozione pure ce l’ha regalata negli ultimi anni. Ma per molti ormai le emozioni, che dovrebbero essere il sale del calcio, non sono importanti. Serve solo vincere. Anzi si è obbligati a vincere in virtù di chissà quale ragionamento.

E’ antipatico De Laurentiis? Si, è antipatico. E’ antipatico pure a me. Ma in questi anni ha gestito i SUOI interessi in maniera impeccabile. E i SUOI interessi sono coincisi perfettamente con i nostri. Oggi abbiamo un Napoli che è tra le prime società d’Europa, guardiamo dall’alto in basso Milan, Inter, Roma e tante altre. La dimensione naturale del Napoli, per quanto oggi i napoletani vogliano fare voli di fantasia, è inferiore a quella dove De Laurentiis ha portato il club. Sono FATTI, EVIDENZE. Non opinioni.

Ora, cari napoletani, decidete: volete stare a farvi le cosiddette seghe mentali soffermandovi sulle cagate che dice il presidente, oppure godervi i risultati che tanti altri tifosi ci invidiano? E perché no? Magari imparando a fare sistema riusciremmo davvero a vincere. Magari dando forza al presidente, invece di attaccarlo. Tanto più nel momento in cui sta tentando in tutti i modi di far permanere in azzurro il più forte calciatore del campionato.

Fate come volete. Fatemi solo una cortesia: la parola dignità, rivendicatela per cose più importanti del calcio. Questa passione riversatela anche per la città. Visto che se forse noi napoletani avessimo comportamenti più DIGNITOSI, forse ne guadagneremmo tutti. Perché il problema è sempre lì: o per la squadra o per la città non siamo MAI capaci di fare sistema, ma soltanto di dividerci. E io mi vergogno per questo, non per le parole di un presidente di calcio che neppure scalfiscono il mio ESSERE NAPOLETANO.

Valentino Di Giacomo

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La provocazione

Eppure i tifosi del Napoli dovrebbero esserci ormai abituati alle estati del calciomercato. Ma, nonostante tutto, viviamo questo periodo sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Ogni anno è sempre la stessa storia: un centinaio di nomi accostati al club azzurro, trattative in cui “manca solo la firma”, “siamo ai dettagli”, “presto l’annuncio”. Delle svariate trattative di cui si parla ogni anno generalmente di vero c’è sempre molto poco, ma nel gioco del clickbaiting dei siti web che campano accalappiando lettori con mezzucci che fanno abbastanza rabbrividire, la storia si ripete ricorrentemente.

Anche quest’anno comunque non ci siamo fatti mancare nulla. Tra la telenovela Higuain, le interviste di Koulibaly, le insinuazioni su Hamsik. E poi le trattative infinite per Herrera, Zielinski, Witsel e compagnia bella. Per Zielinski qualcuno ha scritto che c’è una differenza di 300mila euro tra l’ingaggio che gli offre il Napoli e la richiesta del giocatore. Per Herrera, come si può vedere dalla foto e dall’articolo pubblicato dal Corriere dello Sport, mancano 2 milioni a De Laurentiis per portare il messicano in azzurro.

E allora ecco la genialata: poiché queste cifre non sarebbe impossibile raccoglierle attraverso una raccolta fondi, ecco la proposta di un tifoso nel fantasmagorico gruppo Facebook “Didì Vavà Pelè site ‘a uallera ‘e Cané”. Giuseppe Castellone propone di organizzare una colletta per raggiungere questa cifra. E’ vero, non è una cifra di poco conto, ma forse ne guadagnerebbe in salute il nostro fegato che non ce la fa più a sopportare questi supplizi. L’altra soluzione per campare meglio, altrimenti, è di chiudersi in casa e non ascoltare queste fantomatiche voci del calciomercato. Ma come si fa?

E allora, visto che Aurelio ancora non si è deciso a regalarci un acquisto di livello, facciamo partire una bella colletta? Un fundrising per acquistare il centrocampista. Da oggi chi vuole può fare un’offerta spontanea per l’acquisizione da parte del Napoli del centrocampista che stiamo cercando. Facciamo partire la campagna #UnEuroPerAurelio. Chi offre di più? E, mi raccomando, non fate i “papponi”, cacciate i soldi!

Valentino Di Giacomo

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Peppino Gagliardi

Gli anni del miracolo italiano, del boom economico, della televisione in quasi tutte le case, portano all’affermazione definitiva del Festival di Sanremo, rendendolo la messa laica e nazionalpopolare che conosciamo. Sono anni di cambiamento e di rivoluzioni ed anche la musica partenopea conosce un brusco cambio della guardia, portando alla ribalta cantautori ed interpreti raffinati, in continuità con la grande tradizione napoletana, ma anche giovani emergenti, amanti delle contaminazioni e dei nuovi ritmi che arrivavano dagli Stati Uniti.
Anche in questo caso ci teniamo a sottolineare la parzialità e la soggettività della nostra selezione e della nostra classifica dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1960 al 1969.

1. Sergio Bruni – Il Mare. Il primo posto va di diritto al più grande interprete della musica napoletana del dopoguerra. Bruni nel 1962 ottenne il secondo posto con “Tango Italiano” ed il terzo con “Gondolì gondolà”, ma la canzone più bella, tra le tante che portò a Sanremo in quegli anni, è sicuramente la poetica “il mare”

2. Mario Abbate – Vorrei fermare il tempo del 1963. Alle spalle di Bruni l’antagonista di sempre: Mario Abbate. La loro fu una rivalità alla Coppi e Bartali, che divise spesso il pubblico e la critica.

3. Fausto Cigliano – E se domani. Nel 1964 Cigliano, in coppia con Gene Pitney, presenta al Festival un brano bellissimo e moderno, forse troppo. La canzone è la famosissima “E se domani” che, come accade spesso ai capolavori, a Sanremo non ha fortuna, non viene ammessa alla serata finale e si piazza penultima nella graduatoria finale.
Qualche mese dopo una giovanissima cantante lombarda, una certa Mina, ripesca il brano che, riarrangiato, viene inserito nel suo primo album. Da quel giorno un successo che dura ancora oggi, facendone un classico della musica italiana.

4. Aurelio Fierro – Sole, pizza e amore del 1964. Questo brano segnò l’ultima partecipazione di Fierro a Sanremo, da quel momento in poi le sue energie si concentreranno sul Festival di Napoli, di cui per anni resterà dominatore incontrastato.

5. Peppino Gagliard i- Se tu non fossi qui. In quegli anni si faceva largo un altro grande protagonista della scena musicale italiana, un interprete rivoluzionario ed originale rispetto ai tempi, che forse proprio per questo non raggiunse subito il successo meritato. La sua migliore posizione a Sanremo in quegli anni fu questo decimo posto del 1966

6. Peppino Di Capri  – Dedicato all’amore. Nel 1967 esordisce a Sanremo, in coppia con Dionne Warwick, un artista che legherà fortemente il suo nome al Festival. Per Peppino Di Capri ci sarà l’esclusione dalla finale, ma arriveranno giorni migliori.

7. Massimo Ranieri – Da bambino. Nel 1968, in coppia con i Giganti, c’è l’esordio al Festival di un altro giovanissimo predestinato. A soli 17 anni Ranieri si classifica al settimo posto impressionando critica e pubblico per presenza scenica e maturità vocale.

8. The Showmen – Tu sei bella come sei. Dicevamo del cambiamento ed ecco che nel 1969 a Sanremo arriva un gruppo di Napoletani che fa “rhythm & blues”, mischiando per la prima volta Napoli e Stati Uniti. Musella, Senese, D’ Anna e gli altri apriranno la strada a musicalità nuove che negli anni ’70 porteranno fino a Pino Daniele.

9. Little Tony – Il cuore matto. Questo famosissimo brano del 1967 portato al successo dal cantante sammarinese ha un cuore napoletano. L’autore è Totò Savio, chitarrista, Maestro d’orchestra, musicista e paroliere, nonché fondatore e anima degli Squallor, come vi abbiamo raccontato in un’altra occasione.
10. Aurelio Fierro e Joe Sentieri – Cipria di Sole. Nonostante tutto, alla fine per Sanremo hanno scritto canzoni intellettuali, registi, giornalisti e scrittori. Nel 1962 a scrivere il testo di questa bella canzone sanremese fu nientemeno che Giuseppe Marotta.
L’autore de “L’oro di Napoli” aveva sempre guardato con curiosità e interesse al mondo delle canzonette, tanto da volersi misurare, un anno prima della sua morte, con la kermesse della città dei Fiori