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L'incubo del terrorismo

«Per tutta la durata della guerra che si prevede lunghissima la vita cittadina si svolgerà su di un piano normale. I pubblici ritrovi, i teatri, cinema, ristoranti, locali notturni, sale da ballo ecc. svolgeranno i loro programmi normalmente e rispetteranno gli orari di apertura e chiusura come in tempo di pace». Parole tratte dalla scena principale di una commedia di Eduardo, «La paura numero uno», scritta dall’autore napoletano nel 1950.

Può sembrare una follia, ma probabilmente nessuno è riuscito a raccontare meglio del drammaturgo napoletano cosa sia accaduto in questi ultimi sedici anni da quelle sconvolgenti immagini degli aerei schiantati sul World Trade Center. In queste stesse ore, nel 2001, l’Occidente prendeva coscienza della minaccia del terrorismo islamico. Tutti noi temevamo per le nostre vite con il disvelarsi di una nuova era di terrore e paura. «La paura numero uno» si stava impossessando di noi. Avevamo la guerra in casa dopo 60 anni di pace relativa dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Una guerra – che gli analisti definiscono asimmetrica – in corso ancora oggi: Madrid, Parigi, Mosca, Bruxelles, Dacca, Melbourne, Istanbul, Tunisi. Tutti i continenti sono stati coinvolti e noi ci siamo ormai assuefatti alle immagini del terrore.

Siamo in guerra, ma tutto procede regolarmente e quasi dissimuliamo una relativa tranquillità, salvo rifugiarci nel fatalismo. Eppure restiamo sospettosi in ogni nostra azione quotidiana. Guardiamo circospetti i nostri vicini di posto sulla metro, ci informiamo su ogni minimo dettaglio quando dobbiamo scegliere la meta di un viaggio o di una vacanza, passeggiamo con il timore che l’irreparabile possa accadere anche a noi. La guerra ci può sorprendere in ogni istante, come è accaduto alla giovane Valeria Solesin mentre assisteva ad un concerto al Bataclan di Parigi. O come è successo a Carmen, Luca e Bruno mentre passeggiavano appena un mese fa sulla Rambla di Barcellona.

Quell’11 settembre ha cambiato per sempre la vita di tutti noi. Tra gli scampati dell’attentato in Spagna, alcune persone trovarono normale rinchiudersi nelle celle frigorifere dei ristoranti per sfuggire, dopo l’investimento, al pericolo che i terroristi potessero continuare la loro azione sparando sulla folla. Siamo così assuefatti al terrore che ci sembrano ormai normali anche queste reazioni. Viviamo nella morsa delle nostre mosse più istintive senza neppure rendercene conto. Come accadeva ai nostri nonni che correvano ai rifugi sotto i bombardamenti di tedeschi e americani. Scene mirabilmente raccontate da Eduardo in «Napoli Milionaria» nel 1945.

Cinque anni dopo da quella commedia, Eduardo prese a raccontare invece il dopoguerra. A raccontare paure che, senza accorgercene, viviamo ancora oggi. Con «La paura numero uno», il protagonista della commedia Matteo/Eduardo, vive nel terrore dello scoppio di una nuova guerra. Matteo Generoso trova sollievo soltanto quando un finto annuncio alla radio conferma che la guerra è scoppiata per davvero: un conflitto che coinvolge tutti i Paesi del mondo, ognuno contro l’altro. Trova paradossalmente sollievo perché riesce finalmente a liberarsi della paura di aver paura. Quella stessa paura della paura che spesso ci porta a fare i gesti più inconsulti e orribili, proprio come accade nel corso della commedia di Eduardo.

La paura di una guerra che c’è, ma non si vede, la si percepisce. Anche in quell’occasione Eduardo aveva previsto tutto. Noi viviamo così. Sono sedici anni che siamo in guerra, ma tutto sembra proseguire normalmente. Andiamo al teatro, al cinema, passeggiamo per strada anche se, dentro di noi, viviamo paure inconfessabili e di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Perché la guerra, proprio come per il Matteo Generoso di Eduardo, ci abita già dentro. 

Valentino Di Giacomo

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La soluzione napoletana al terrorismo

Secondo un’interpretazione del Corano, probabilmente distorta, i kamikaze islamici che si uccidono negli attentati otterranno in paradiso di poter restare con 72 donne vergini. Vergini eh, si nun so’ vergini nun sò bbone… Addirittura in alcuni versi del Corano si fa accenno a donne dai seni “cresciuti”, “gonfi”, a “forma di pera”, “alte 60 cubiti” (circa 27 metri), “larghe 7 cubiti” (circa 3,2 metri)… Un container praticamente…

Sarà che il sottoscritto ha un approccio alle religioni certamente intimistico, ma anche abbastanza scettico allo stesso tempo: mi chiedo se certe “storie”, come pure quelle della mela di Eva e del serpente, della costola di Adamo e di tutto l’armamentario biblico possano essere considerate metafore o tuttalpiù favole. Insomma: si può credere a queste ricostruzioni di migliaia di anni fa?

E allora ogni tanto mi capita di voler fare le pulci a questi testi sacri. E, con tutto il rispetto, per dirla con il celebre tormentone dei Tre 3: “A mme me pare na strunzat!”. E volendo approfondire la questione ci sono alcune domande che mi sovvengono in merito a questa leggenda delle 72 vergini.

1) Se queste signorine sono in paradiso, saranno signorine morte. E se sono morte vergini una ragione ci dovrà pure essere… E’ assai probabile che non siano proprio delle top model…

2)Non so i musulmani, ma io ho difficoltà a gestire i rapporti con una sola donna che sinceramente mi sembrerebbe una condanna capitale dover avere a che fare contemporaneamente con 72 donne. Per non aprire l’argomento suocere…

3)Mettiamo il caso che queste 72 donne siano realmente vergini. Il terrorista mette fine alla propria vita per fare sesso 72 volte con una donna vergine? Perché la verginità dura una volta, fatta quella cosa là poi è tutto finito…

A questi interrogativi si aprono poi delle controproposte. Se invece di fare la guerra in Siria o in Iraq gli occidentali, invece dei soldati, assoldassero delle signorine per calmare un po’ i bollenti spiriti di questi kapikaz… mmm cioè kamikaze?? Certo, avremmo una certa difficoltà a reperire ben 72 signorine vergini…  Ma una soluzione si trova sempre: oggi la chirurgia fa miracoli e riesce a ricostruire pure quel pezzettino là. E non fa nulla se costa un po’ l’operazione, sicuramente avrà un costo minore di bombe, carri armati, droni e tutta quella roba là.

Chiedo scusa se ho affrontato questo argomento certamente serio e drammatico con un po’ di ironia napoletana. Ma dubito fortemente che qualsiasi Dio possa premiare, tanto più con zizze grosse o imeni spessi, chi uccidendosi uccide altre persone. Questo uccidere nel nome di un Dio, qualsiasi Egli sia, è una delle più grandi assurdità della razza umana.

E, per tornare ai nostri scherzi, rivolgiamo a questi potenziali kamikaze una domanda bellavistiana: “Ma vi conviene? Ne siete proprio sicuri?”. A questo punto facciamo tutti una colletta per comprare a questi ragazzi “Nu bell abbonamento da Natascia”…

vDG

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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E lui ci scherza su

Giocatore di fama internazionale scambiato per terrorista. Capita anche questo nei giorni di paura e tensione successivi agli attacchi di Parigi. L’equivoco ha avuto come protagonista il centrocampista della Roma Radja Nainggolan, che martedì si trovava ad Anversa. Il mediano di origini indonesiane, approfittando dell’annullamento dell’amichevole tra Belgio e Spagna, stava trascorrendo una serata con famiglia e amici nella sua città natale quando al rientro in albergo si è trovato davanti alla sua stanza tre agenti di polizia. A chiamare le forze dell’ordine alcuni ospiti dell’hotel, allarmati da un soggetto sospetto e potenzialmente pericoloso. Ovviamente gli ufficiali hanno subito riconosciuto il giocatore, chiarendo l’equivoco e rassicurando la clientela. Gli agenti hanno quindi chiuso l’episodio posando con Nainggolan per una foto ricordo. “Evidentemente ho un look che fa paura – ha spiegato poi a ‘La Derniere Heure’ Nainggolan, noto per la sua cresta e i numerosi tatuaggi -. Meno male che i poliziotti mi hanno riconosciuto immediatamente”.

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Antonio Conte (foto da Flickr)

Dopo i fatti di venerdì notte e tutto quello che ne è conseguito, era pronosticabile che gli incontri fra Nazionali di questa settimana si sarebbero svolte in un clima che definire teso è quantomeno generoso. Le federazioni nazionali e la UEFA non hanno ritenuto opportuno annullare le amichevoli e gli spareggi europei in programma (passino gli spareggi che sarebbero difficili da riorganizzare, ma le amichevoli? Volontà di “non darla vinta ai terroristi” o diritti televisivi?), mantenendo giustamente la massima allerta presso gli stadi, considerati obiettivi sensibili. Così è stata annullata all’ultimo momento Germania-Olanda ad Hannover per un allarme bomba non ancora verificato nel momento in cui scrivo. In settimana tutti i vertici del calcio europeo e delle federazioni si sono espressi sulla decisione di non annullare il torneo della prossima estate in Francia; l’auspicio di chi scrive è che per allora sia possibile parlare e scrivere soltanto di sport per un mese intero.

SPAREGGI EUROPEI E QUALIFICAZIONI – Dopo le qualificazioni di Irlanda e Ungheria (una delle sorprese della nuova formula a 24 squadre, dopo decenni a bassi livelli nonostante una grande tradizione che trovò il suo apice nell’inumano Ferenc Puskas), ieri sera si sono qualificate per le fasi finali anche l’Ucraina e la Svezia ai danni di Slovenia e Danimarca. Nella sfida tra le due compagini scandinave ha brillato come sempre la stella di Zlatan Ibrahimovic: a trentaquattro anni lo svedese si conferma il centravanti più forte del mondo e decide la partita con una doppietta dopo il gol su rigore all’andata. Alle qualificazioni africane per i Mondiali, l’Algeria di Ghoulam travolge per sette a zero la Tanzania, con una doppietta del nostro terzino sinistro.

L’ITALIA – Per giudicare i progressi dell’Italia di Conte è necessario partire da due presupposti:

1) il Belgio è una delle Nazionali più forti d’Europa;

2) le amichevoli di questa settimana erano partite irrilevanti da usare per provare nuove soluzioni.

I risultati di queste due partite dunque non cambiano di una virgola le ambizioni degli azzurri; il problema è semmai capire quali siano. La Nazionale è solida e aggressiva (anche se la difesa inizia a traballare un pò troppo) e quando tutto sarà messo a punto definitivamente sarà ostica quanto la Juventus-schiacciasassi di Conte; è però evidente che difetta di qualità in attacco, con Candreva ed El Shaarawy in fase involutiva, un Eder in forma strepitosa che non durerà di certo fino alla prossima estate e un Pellè che se segnasse tanto quanto lavora per la squadra sarebbe un attaccante da 30 gol. L’impressione è che l’Insigne attuale servirebbe come il pane, ma il CT sembra essersela presa parecchio per il ritiro dell’altra volta; come si faccia a preferire un panchinaro del Monaco a un giocatore che ha fatto sei gol in dodici partite di Serie A per me rimane un mistero, ma contento lui… Quanto a Manolo Gabbiadini, in gol appena entrato ieri sera contro la Romania, il paradosso si ripropone anche in Nazionale: in tutta la Serie A l’unico attaccante in grado di relegarlo in panchina è proprio l’argentino colmo di rabbia in squadra con lui, e di conseguenza la Nazionale rischia di perdere una bocca da fuoco di prim’ordine (e sappiamo tutti quanto sia necessaria). Nell’attuale modulo del Napoli Manolo non ha spazio e Sarri -giustamente visti i risultati- non ha nessuna intenzione di cambiare le cose; per il bene del Napoli, del ragazzo e della Nazionale c’è da sperare che trovi più minuti nella seconda parte della stagione. Se decidesse l’Europa League con un gol, ad esempio…

Roberto Palmieri

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Foto di Peppe Iovino

Erano gli ultimo giorni di settembre del 2001, in un ostello a Lisbona diventato rifugio degli Erasmus in cerca di una stanza o di una casa da condividere.
Internet si usava ancora molto poco, chi aveva un cellulare lo usava solo per telefonare o mandare sms, le notizie si guardavano in TV o si leggevano sui giornali, alle volte non era semplice neanche sapere che aveva fatto il Napoli… In ostello arrivò un nuovo ragazzo Italiano, anche lui Erasmus, anche lui in cerca di una stanza, aveva con sé il Corriere della Sera e La Repubblica, li davano gratis in aereo, i voli costavano un botto e il Low Cost non esistevano. “La Fallaci ha scritto una cosa assurda, Medioevo puro!”.

Mi accaparro la preziosa copia del Giornale e dopo aver visto che il Chievo di Del Neri aveva vinto ancora mi buttai su La Rabbia e L’Orgoglio“, l’articolo che sarebbe poi diventato il libro che molti in questi giorni stanno citando, mi auguro almeno dopo averlo letto.

Medioevo, Antonio, il ragazzo siculo che studiava a Siena, aveva usato la parola giusta: guerre di religione, superiorirtà culturale… Crociate. In quel flusso di coscienza scritto con inquietante ordine e lucidità le parti moderate e condivisibili passavano in secondo piano, se il principale giornale italiano pubblicava un testo del genere e la firma non era una qualunque, ma quella di chi ha fatto la storia del giornalismo, c’era da riflettere, c’era da rimettere tutto in discussione, c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Ero uno studente di letteratura portoghese, la mia amica Livia, che all’epoca ancora chiamavo Professoressa Apa, mi aveva convertito in uno studente di letterature portoghesi, mi aveva fatto scoprire l’Africa, non solo quella lusofona, e per scoprirla era necessario un nuovo modo di guardare le cose, un approccio che si distaccava da quello filologico/comparatista che cercavo di utilizzare nel mio percorso di studi.

Quell’approccio, in quel momento storico, diventò per me fondamentale non solo dal punto di vista accademico ma soprattutto per guardare le cose. Non serviva di certo per capire che quel testo di Oriana fosse razzista, anche perché era lei la prima ad ammetterlo, non serviva di certo a capire i controsensi e gli errori presenti nella lettera, né tantomeno avrei dovuto pensare a una risposta, visto ci avevano già pensato pensatori come Umberto Eco e Tiziano Terzani, ma per me in quel momento era fondamentale per identificare quale fosse il vuoto più grande presente in quel testo, quale fosse l’omissione più grande dell’autrice della “Lettera a un bambino mai nato“: il colonialismo.

Troppo facile dimenticare le responsabilità storiche dell’occidente, troppo facile parlare di guerra di religione, di “noi” e “loro” quando per secoli gli stati europei hanno cercato di renderli “noi” distruggendo culture e identità, impossessandosi di risorse e ricchezze e limitando le possibilità di sviluppo al solo assoggettamento politico, economico e culturale; troppo semplicistico sperare negli equilibri politici quando i confini nazionali sono stati decisi a tavolino con il righello sulle cartine senza tenere conto di storia, lingua, cultura e identità dei popoli che li abitavano. Questa  dimenticanza nell’articolo è grave perchè il saltare a piè pari il fatto che l’occidente abbia mediamente costruito una situazione sociale, politica e culturale a dir poco instabile forse fa pendere l’ago della bilancia della responsabilità storica dalla nostra parte anche quando si parla di attualità… E non è un piccolo particolare [Cit. Giusy Ferreri]

Qualcuno in questi giorni ha auspicato che i testi di Oriana Fallaci diventino obbligatori in tutte le scuole, non sarebbe male soprattutto per il suo contributo alla laicità e al libero pensiero che è stato fondamentale, e che nonostante l’uso strumentale che oggi si fa dei suoi scritti rimane alla base della sua crociata, ma parallelamente bisognerebbe rendere obbligatori gli scritti di Fanon e Said (giusto per citarne due) e magari, almeno per ciò che riguarda le attività più elevate del nostro essere, inziare a parlare di culture e non di cultura.

Che poi Oriana parla di Quel becero con la camicia verde e la cravatta verde, non sa nemmeno quali siano i colori del tricolore, quando parla di chi dovrebbe tutolare la nostra identità nazionale e poi aggiunge che vorrebbe riportarci alle guerre tra Firenze e SienaMagari chi ha proposto l’obbligo di leggerla nella scuole ha saltato qualche rigo, sopratutto quelli in cui si parla di difesa della laicità dello stato.

In questi giorni stiamo leggendo le storie delle 130 vittime di Parigi, stiamo guardando i loro volti, tutto questo ci sconvolge perchè a Parigi ci siamo stati, perchè ci arriviamo con un volo da 30 euro, perchè ci abbiamo fatto l’erasmus, perchè ci abita il nostro amico, perchè ci abbiamo fatto il viaggio di nozze e perchè ci portiamo i nostri figli al parco giochi… È giusto, è sacrosanto è umano che sia così,  ed è lecito esprimere il proprio cordoglio anche nei modi più naif.

Ma non sentiremo mai le storie e forse non guarderemo mai i volti di chi morirà, o perderà tutto sotto le bombe degli aerei francesi, americani, russi e di chiunque altro si aggiungerà. 

Eppure in entrambi i casi ci sarà chi morirà per un retaggio storico, per decisioni politiche e per manovre economiche che possiamo solo parzialmente immaginare.

Noi come loro, loro come noi pedine contrapposte schierate sullo scacchiere da mani invisibili.

Paolo Sindaco Russo

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Mentre Parigi era sotto attacco allo Stade de France si giocava Francia – Germania. Un match al quale ha assistito anche il presidente transalpino Hollande, prima di lasciare l’impianto a partita in corso per provvedere a presiedere un vertice sulla sicurezza. In campo le due squadre schieravano tra gli altri Varane, Evra, Pogba, Diarra, Ben Arfa, Coman, Mangala, Cissoko, Rudiger, Boateng, Khedira, Gundogan, Sané. Cosa hanno in comune tutti questi calciatori? Hanno tutti la cittadinanza dei due Paesi, ma ognuno di loro ha origini africane o di altre etnie extra-europee. Eppure sono idoli nei loro Paesi, come in Italia lo sono o aspirano a diventarlo El Sharaawi, Balotelli, Okaka e tanti altri.

Quasi come se non se accorgesse l’Europa ha tra i propri cittadini persone che derivano da ogni parte del mondo. E soprattutto sono tutti cittadini che si sentono europei al pari di chi è nato a queste latitudini. Basta fare un giro nelle scuole e in un appello di classe ai soliti Esposito, Scognamiglio o Russo si troveranno i Mohammed, Konate o Yu Ming.

Non sono e non si sentono bimbi differenti da altri. E’ frequente che questi bambini siano italiani ormai da più di due generazioni: sono italiani, ma i loro cromosomi si sono scaldati in passato al sole della Libia, del Marocco, dell’Algeria o si sono nutriti di riso e spezie a noi sconosciute.

E’ imbarazzante che dinanzi ad una tragedia certi nostri politici parlino di chiudere le frontiere, di bombardare lo “Stato Islamico” come se questo fantomatico Paese esistesse realmente. Da Gasparri a Salvini tante sono state le uscite infelici di chi dovrebbe amministrare per nostro conto la res publica. Tutte parole al vento nel tentativo di risultare originali e acchiappare qualche voto stimolando gli istinti più bassi.

Non sanno forse questi soggetti che chi si è fatto esplodere a Parigi, chi ha sparato era probabilmente francese da oltre quattro o cinque generazioni. Come cittadini francesi era Amhedi Coulibaly, colui che solo pochi mesi fa assaltò, sempre in Francia, un supermercato il giorno della strage di Charlie Hebdo.

Così come, se un giorno dovesse accadere un attentato in Italia e chiaramente ci auguriamo che ciò non avvenga mai, i responsabili saranno soggetti allevati probabilmente nelle nostre scuole e che avranno pregato nelle Moschee presenti nelle nostre città.

Non ci accorgiamo che i Rudiger, i Varane, i Khedira, gli Okaka o gli El Sharaawi sono semplicemente ragazzi più fortunati di altri che per volere del destino giocano a calcio anziché prestarsi al fondamentalismo e al fanatismo di un dio che attraverso la malvagità di certi animi non è più un Dio.

Mi colpiscono le morti, le scene raccapriccianti quando avvengono questi episodi eclatanti. Mi addolorano. Ma mi spaventa assai di più la risposta che noi offriamo a queste tragedie. Risposte di istinto, di pancia, di totale assenza di ragionamento.

Mi lasciano un vuoto triste i tanti commenti che compaiono sui social network, anche quelli che rincorrono hashtag da milioni di retweet o milioni di “mi piace“. Quello più gettonato oggi è #PrayforParis. Così come la scorsa volta vennero riempite le bacheche a furia di #JesuisCharlie. A che servono mi chiedo? Si può partecipare a queste tragedie con un hashtag?

Le immagini che vediamo alla tv e sul computer sembrano quelle dei videogiochi. Una delle tecniche di reclutamento dell’Isis con i più piccoli avviene proprio attraverso dei war-games: si gioca alla guerra per poi farla davvero. Chi ha visto l’immagine di Coulibaly che davanti al supermercato parigino spara ad un poliziotto dice che siano identiche a quelle di un videogame.

Virtuale appare il sangue, virtuale è pure la solidarietà e la compassione di chi scrive sui social. Virtuali sono poi le soluzioni proposte da alcuni nostri politici che identificano per davvero l’Islamic State su una cartina geografica come il Kamatchka del Risiko da bombardare con i carrarmatini neri. E’ tutto un gioco. Non è vero finché ciò che vediamo è trasmesso su uno schermo. Chissà se un giorno dovessero presentarsi davanti a noi, nella vita reale, immagini del genere riusciremmo a percepirle sul serio come reali e non come un film o un reportage di telegiornale.

La propaganda delle immagini cruente è il primo obiettivo delle organizzazioni terroristiche. Instillano paura, incertezze nella nostra vita quotidiana. E, forse, ci fanno apparire la nostra vita vissuta guardando gli schermi più elettrizzante ed anche più sicura di quanto lo sia prendere un autobus, un caffè al bar o assistere ad un concerto in un teatro.

Eppure il nostro impegno quotidiano, alla faccia di qualche politico chiacchierone, dovrebbe essere di non rinunciare alle nostre emozioni reali. Non a quelle suscitate da un commento su Facebook o da un hashtag su Twitter. Emozioni reali, sentimenti reali. Non questa fredda propaganda della solidarietà inservibile proprio come certe soluzioni proposte da alcuni nostri parlamentari.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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