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attentati parigi

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L'incubo del terrorismo

«Per tutta la durata della guerra che si prevede lunghissima la vita cittadina si svolgerà su di un piano normale. I pubblici ritrovi, i teatri, cinema, ristoranti, locali notturni, sale da ballo ecc. svolgeranno i loro programmi normalmente e rispetteranno gli orari di apertura e chiusura come in tempo di pace». Parole tratte dalla scena principale di una commedia di Eduardo, «La paura numero uno», scritta dall’autore napoletano nel 1950.

Può sembrare una follia, ma probabilmente nessuno è riuscito a raccontare meglio del drammaturgo napoletano cosa sia accaduto in questi ultimi sedici anni da quelle sconvolgenti immagini degli aerei schiantati sul World Trade Center. In queste stesse ore, nel 2001, l’Occidente prendeva coscienza della minaccia del terrorismo islamico. Tutti noi temevamo per le nostre vite con il disvelarsi di una nuova era di terrore e paura. «La paura numero uno» si stava impossessando di noi. Avevamo la guerra in casa dopo 60 anni di pace relativa dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Una guerra – che gli analisti definiscono asimmetrica – in corso ancora oggi: Madrid, Parigi, Mosca, Bruxelles, Dacca, Melbourne, Istanbul, Tunisi. Tutti i continenti sono stati coinvolti e noi ci siamo ormai assuefatti alle immagini del terrore.

Siamo in guerra, ma tutto procede regolarmente e quasi dissimuliamo una relativa tranquillità, salvo rifugiarci nel fatalismo. Eppure restiamo sospettosi in ogni nostra azione quotidiana. Guardiamo circospetti i nostri vicini di posto sulla metro, ci informiamo su ogni minimo dettaglio quando dobbiamo scegliere la meta di un viaggio o di una vacanza, passeggiamo con il timore che l’irreparabile possa accadere anche a noi. La guerra ci può sorprendere in ogni istante, come è accaduto alla giovane Valeria Solesin mentre assisteva ad un concerto al Bataclan di Parigi. O come è successo a Carmen, Luca e Bruno mentre passeggiavano appena un mese fa sulla Rambla di Barcellona.

Quell’11 settembre ha cambiato per sempre la vita di tutti noi. Tra gli scampati dell’attentato in Spagna, alcune persone trovarono normale rinchiudersi nelle celle frigorifere dei ristoranti per sfuggire, dopo l’investimento, al pericolo che i terroristi potessero continuare la loro azione sparando sulla folla. Siamo così assuefatti al terrore che ci sembrano ormai normali anche queste reazioni. Viviamo nella morsa delle nostre mosse più istintive senza neppure rendercene conto. Come accadeva ai nostri nonni che correvano ai rifugi sotto i bombardamenti di tedeschi e americani. Scene mirabilmente raccontate da Eduardo in «Napoli Milionaria» nel 1945.

Cinque anni dopo da quella commedia, Eduardo prese a raccontare invece il dopoguerra. A raccontare paure che, senza accorgercene, viviamo ancora oggi. Con «La paura numero uno», il protagonista della commedia Matteo/Eduardo, vive nel terrore dello scoppio di una nuova guerra. Matteo Generoso trova sollievo soltanto quando un finto annuncio alla radio conferma che la guerra è scoppiata per davvero: un conflitto che coinvolge tutti i Paesi del mondo, ognuno contro l’altro. Trova paradossalmente sollievo perché riesce finalmente a liberarsi della paura di aver paura. Quella stessa paura della paura che spesso ci porta a fare i gesti più inconsulti e orribili, proprio come accade nel corso della commedia di Eduardo.

La paura di una guerra che c’è, ma non si vede, la si percepisce. Anche in quell’occasione Eduardo aveva previsto tutto. Noi viviamo così. Sono sedici anni che siamo in guerra, ma tutto sembra proseguire normalmente. Andiamo al teatro, al cinema, passeggiamo per strada anche se, dentro di noi, viviamo paure inconfessabili e di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Perché la guerra, proprio come per il Matteo Generoso di Eduardo, ci abita già dentro. 

Valentino Di Giacomo

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“Ti amo terrone, ti amo terrone, ti amo”. Ve lo ricordate quel coro di Mandorlini? Beh di certo in pochi lo avranno dimenticato. Per questo ieri ne abbiamo scritto. E’ il simbolo di questo Paese dove in uno stadio si canta la Marsigliese per ricordare le vittime degli attentati di Parigi, poi un minuto dopo in quello stesso stadio si consente a quegli stessi tifosi di inneggiare il solito coretto “Vesuvio lavali col fuoco“. E la colpa è di chi, pur avendo responsabilità per il ruolo che ricopre, anche mediaticamente, soffia sul fuoco invece che cercare di educare i tifosi ai valori dello sport.

Per carità nello sport conta pure vincere, oggi noi napoletani ci saremmo inquietati non poco se gli azzurri non fossero riusciti a scardinare la difesa veronese. Però, prima di tutto, ci sono dei criteri di civiltà che non possono essere dimenticati. I napoletani vanno in tutti gli stadi del nord a beccarsi questo genere di razzismo. Ormai è diventata una moda. E’ vero pure che ingigantire questo fenomeno è sbagliato: pure io allo stadio canto Roma o Milano in fiamme, poi ho tra i miei amici sia romani che milanesi e mai mi sognerei di augurargli il male. Ma il razzismo verso i napoletani dura da troppi anni e non si può derubricare a semplice “coro da stadio”. Resiste in troppe città italiane questo pregiudizio nei confronti dei meridionali, altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il motivo per cui in Italia esista ancora un partito denominato Lega Nord che basa la sua politica proprio con l’odio verso chi viene dal sud.

Tutto questo sentimento insopportabile alimenta (anche in me, non lo nascondo) un sentimento di anti-italianità da parte dei napoletani. E pensare che l’Unità d’Italia è avvenuta oltre 150 anni fa. E sorvoliamo sulle modalità di questa annessione perché altrimenti non la finiremmo più.

Se però questo razzismo continua è anche grazie ai vertici del nostro sport che mostrano una totale incapacità nel punire certi comportamenti. Oggi a Sky, dopo che Condò ha fatto notare i soliti cori contro i napoletani, Ilaria D’Amico non ha potuto dire o biascicare nulla di più intelligente di “Vabbé succede anche a Napoli in particolare più volte“. Il tutto per strizzare l’occhio, in nome del Dio Denaro, a quella parte di pubblico (E SONO TANTI) che proprio non sopporta i napoletani.

Qui a Napoli, anche attraverso il nostro sito con diversi articoli, non lodiamo i comportamenti beceri dei nostri ultrà quando commettono gesti incivili o intonano cori disdicevoli. Però questo lavoro va fatto ovunque, altrimenti la vinceranno sempre questi buzzurri che con lo sport non hanno nulla a che fare. I media, gli addetti ai lavori, la politica. Certo, se poi un allenatore del Verona, che lavora in una città ad alto tasso di razzismo, soffia sul fuoco anziché cercare di educare la propria tifoseria, allora la battaglia è proprio persa. “Ti amo terrone”, “Lavali col fuoco”, “Napoli colera”. Per quanto tempo ancora vogliamo andare avanti in questo modo? Fatecelo sapere. Lo capiremo quando anche stavolta, l’ennesima, non arriverà nessuna sanzione realmente incisiva verso chi canta queste schifezze insopportabili.

Valentino Di Giacomo

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La soluzione napoletana al terrorismo

Secondo un’interpretazione del Corano, probabilmente distorta, i kamikaze islamici che si uccidono negli attentati otterranno in paradiso di poter restare con 72 donne vergini. Vergini eh, si nun so’ vergini nun sò bbone… Addirittura in alcuni versi del Corano si fa accenno a donne dai seni “cresciuti”, “gonfi”, a “forma di pera”, “alte 60 cubiti” (circa 27 metri), “larghe 7 cubiti” (circa 3,2 metri)… Un container praticamente…

Sarà che il sottoscritto ha un approccio alle religioni certamente intimistico, ma anche abbastanza scettico allo stesso tempo: mi chiedo se certe “storie”, come pure quelle della mela di Eva e del serpente, della costola di Adamo e di tutto l’armamentario biblico possano essere considerate metafore o tuttalpiù favole. Insomma: si può credere a queste ricostruzioni di migliaia di anni fa?

E allora ogni tanto mi capita di voler fare le pulci a questi testi sacri. E, con tutto il rispetto, per dirla con il celebre tormentone dei Tre 3: “A mme me pare na strunzat!”. E volendo approfondire la questione ci sono alcune domande che mi sovvengono in merito a questa leggenda delle 72 vergini.

1) Se queste signorine sono in paradiso, saranno signorine morte. E se sono morte vergini una ragione ci dovrà pure essere… E’ assai probabile che non siano proprio delle top model…

2)Non so i musulmani, ma io ho difficoltà a gestire i rapporti con una sola donna che sinceramente mi sembrerebbe una condanna capitale dover avere a che fare contemporaneamente con 72 donne. Per non aprire l’argomento suocere…

3)Mettiamo il caso che queste 72 donne siano realmente vergini. Il terrorista mette fine alla propria vita per fare sesso 72 volte con una donna vergine? Perché la verginità dura una volta, fatta quella cosa là poi è tutto finito…

A questi interrogativi si aprono poi delle controproposte. Se invece di fare la guerra in Siria o in Iraq gli occidentali, invece dei soldati, assoldassero delle signorine per calmare un po’ i bollenti spiriti di questi kapikaz… mmm cioè kamikaze?? Certo, avremmo una certa difficoltà a reperire ben 72 signorine vergini…  Ma una soluzione si trova sempre: oggi la chirurgia fa miracoli e riesce a ricostruire pure quel pezzettino là. E non fa nulla se costa un po’ l’operazione, sicuramente avrà un costo minore di bombe, carri armati, droni e tutta quella roba là.

Chiedo scusa se ho affrontato questo argomento certamente serio e drammatico con un po’ di ironia napoletana. Ma dubito fortemente che qualsiasi Dio possa premiare, tanto più con zizze grosse o imeni spessi, chi uccidendosi uccide altre persone. Questo uccidere nel nome di un Dio, qualsiasi Egli sia, è una delle più grandi assurdità della razza umana.

E, per tornare ai nostri scherzi, rivolgiamo a questi potenziali kamikaze una domanda bellavistiana: “Ma vi conviene? Ne siete proprio sicuri?”. A questo punto facciamo tutti una colletta per comprare a questi ragazzi “Nu bell abbonamento da Natascia”…

vDG

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E lui ci scherza su

Giocatore di fama internazionale scambiato per terrorista. Capita anche questo nei giorni di paura e tensione successivi agli attacchi di Parigi. L’equivoco ha avuto come protagonista il centrocampista della Roma Radja Nainggolan, che martedì si trovava ad Anversa. Il mediano di origini indonesiane, approfittando dell’annullamento dell’amichevole tra Belgio e Spagna, stava trascorrendo una serata con famiglia e amici nella sua città natale quando al rientro in albergo si è trovato davanti alla sua stanza tre agenti di polizia. A chiamare le forze dell’ordine alcuni ospiti dell’hotel, allarmati da un soggetto sospetto e potenzialmente pericoloso. Ovviamente gli ufficiali hanno subito riconosciuto il giocatore, chiarendo l’equivoco e rassicurando la clientela. Gli agenti hanno quindi chiuso l’episodio posando con Nainggolan per una foto ricordo. “Evidentemente ho un look che fa paura – ha spiegato poi a ‘La Derniere Heure’ Nainggolan, noto per la sua cresta e i numerosi tatuaggi -. Meno male che i poliziotti mi hanno riconosciuto immediatamente”.

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La libertà di informazione

Qualcuno lo avrà già dimenticato, ma l’avventura di Sarri al Napoli non è cominciata nel migliore dei modi: non solo sul campo, ma nei rapporti con la stampa. Nel mese di agosto avvenne infatti una specie di (finto) ammutinamento da parte delle testate on line che parlano del Napoli. La maggior parte dei siti web decise di non prendere parte alla prima conferenza stampa di Maurizio Sarri in aperta polemica con la società. Uno sciopero al quale noi di SOLDATOINNAMORATO decidemmo di non aderire perché, come motivammo in un articolo, non abbiamo grande stima di certe testate che hanno ben presente il proprio diritto di informare, ma assai meno i doveri di come si fa informazione e di rispetto verso i lettori.

Di libertà di stampa si torna a parlare oggi per quell’orrido titolo di Libero l’indomani dell’attacco a Parigi: “BASTARDI ISLAMICI” ha titolato il quotidiano di Belpietro. Una petizione on line che ha raggiunto quasi centomila firme chiede ora la radiazione di Belpietro dall’Ordine dei Giornalisti.

In fondo è semplice raccogliere l’indignazione generale, sul web la cosa più facile è proprio quella di riscaldare gli animi degli utenti che navigano sui social che generalmente sono sempre pronti a scagliarsi in una scomposta reazione di richiesta di giustizia verso qualcosa o qualcuno. E così, nella foga del giustizialismo, fioccano le richieste e le petizioni verso il giornalista “antipatico” che deve essere radiato dall’albo, il politico che guadagna assai e deve andare in galera, il ministro che deve dimettersi. E’ facile richiederlo, basta un semplice click e ci si è lavati la coscienza. Come basta copiare un hashtag, tipo #PrayForParis, e si esprime facile e inservibile solidarietà ai cittadini parigini.

Quelli che partecipano a queste “cause” sono solitamente gli stessi che provocano queste storture dell’informazione. Perché oggi è molto semplice creare un sito internet o un quotidiano di successo: basta dimenticarsi di tutta la deontologia professionale che lo stesso Ordine dei Giornalisti obbliga ai propri iscritti tra i professionisti di sottoporsi ad un difficile esame scritto ed uno orale. I giornalisti sparano a zero su qualcosa o su qualcuno, alzano i toni, creano titoli ad effetto. Ma se lo fanno significa che questo modus agendi riscuote un interesse e una partecipazione da parte dei lettori. E così di scandalo in scandalo, di petizione in petizione, di “vergogna” in “vergogna”, di “a ladro a ladro”, muore ogni giorno il diritto di essere informati dei lettori.

Quanti di voi, ad esempio, hanno messo su Facebook “mi piace” ad alcune testate on line che tutti i giorni  e a tutte le ore accalappiano lettori con post di questo tipo: “Amoruso è più forte di Higuain. ECCO CHI LO HA DETTO“, “La nuova fiamma di Higuain è una bomba sexy, ECCO CHI E’“, “Il ministro mi ha chiesto dei soldi. TUTTA LA VERITA’ DI….”. Tutti artifici adoperati assolutamente contro ogni deontologia professionale per indurre i lettori a cliccare sulla notizia. E spesso la notizia contenuta è del tutto diversa da come era presentata nel titolo. Insomma, cari lettori, questo genere di operazioni è finalizzato a prendervi per il cu… (ci siamo capiti, no?). Eppure voi, ogni giorno, continuate a dare fiducia a questo genere di testate. Testate che hanno poi l’ardire anche di criticare, protestare, scioperare in nome persino della LIBERTA’ DI INFORMAZIONE, come accadde ad inizio campionato con Sarri.

E ora vi scandalizza che un quotidiano possa titolare “Bastardi Islamici” in prima pagina? Anche se sopra le righe almeno questa è un’opinione. Completamente al di sopra della “continenza verbale” che l’Ordine dei Giornalisti prescrive ai suoi iscritti, ma un’opinione. Mi piacerebbe sapere quante copie abbia venduto Libero quel giorno, così da capire se la strategia ha funzionato. In fondo sono i soldi che oggi comandano anche il mondo dell’informazione nonostante ci siano fondi destinati all’editoria che dovrebbero servire proprio per informare i lettori. INDIGNATEVI EH! Magari fate una petizione, on line, ca va sans dire…

Siamo sicuri che il problema siano i giornalisti? Non siamo forse noi stessi alla continua ed incessante ricerca di notizie originali, piccanti, clamorose? Non siamo forse noi che ci indigniamo per una notizia della quale, detto chiaramente, non ce ne può fregare una mazza come Fedele quando dice che Amoruso è più forte di Higuain? Cosa ha cambiato tale informazione nel nostro essere cittadini e tifosi?

Intanto in tutto questo bailamme le notizie magari che realmente dovrebbero interessarci scompaiono perché nessuno le legge. E’ avvenuto così persino con Gomorra: Saviano in fondo non ha detto nulla di differente di quanto si poteva leggere in molti articoli dei nostri quotidiani. Ma ci voleva la minaccia di morte verso lo scrittore… Sennò i fatti processuali della camorra non interessavano a nessuno…

Internet è una fantastica risorsa, dipende dall’uso che se ne fa. Invece di indignarci e fare petizioni stupide forse è il caso di fare un lavoro su noi stessi, da lettori, di selezionare soltanto fonti di informazioni credibili e che non cercano a tutti i costi di guadagnare un nostro click fornendoci notizie stupide, inutili e spesso false. Meditiamo tutti. Poi magari pensiamo a Belpietro e ai suoi “Bastardi” che hanno più gloria di lui.

Valentino Di Giacomo

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Di alcune sciocchezze dette da alcuni certi nostri politici nel proporre soluzioni ai pericoli del terrorismo ne abbiamo già parlato ieri. Del resto in Italia il dibattito politico si è incentrato per mesi sull’evenienza che tra i migranti potessero trovarsi dei pericolosi terroristi venuti nel nostro Paese per compiere attentati. Senza accorgerci che, come a Parigi dove la maggior parte degli attentatori era di nazionalità francese, in Italia qualora dovesse accadere la tragedia sarebbe ad opera di cittadini che già vivono nelle nostre città da generazioni.

In realtà questa in atto, volendola chiamare guerra, è assai più culturale che di meri interessi economici. Per una parte dell’Islam gli occidentali sono “infedeli”. La propaganda delle organizzazioni terroristiche ha vita facile nell’inculcare l’odio verso i “maiali occidentali” perché in tanti Paesi islamici vige la rigida legge della Shaaria. La Shaaria non è una legge dello Stato, ma un codice religioso che, a secondo delle interpretazioni, può essere usata come mezzo per consentirsi qualsiasi atto.

E’ un po’ come quando fino a qualche tempo fa la Chiesa dettava legge in Occidente. Da Enrico VIII in poi le cose sono però cambiate: prima in Inghilterra, poi in Francia con la Rivoluzione Francese che per prima ha inculcato i principi moderni di uno Stato laico. In Italia ci è voluto assai più tempo perché il Vaticano insiste direttamente sul nostro territorio. Per affermare i principi del “libera Chiesa in libero Stato” ci sono voluti i Patti Lateranensi di epoca mussoliniana. Il punto centrale è che in Occidente gli Stati hanno di frequente dichiarato “guerra” alla Chiesa: a volte in modo implicito, altre esplicitamente. La Francia è ad esempio tra i Paesi europei dove la laicità è un concetto così assimilato che partiti un po’ “baciapile” come esistono da noi sono quasi impossibili.

Nell’Islam è invece assai difficile trovare Stati che abbiano conservato una propria indipendenza rispetto alla religione e i suoi dogmi. In Siria e in Iraq dove padroneggia l’Isis, come dicevamo, vige la Shaaria, un codice religioso che obbliga tutti ad essere sudditi alla legge di un Dio spesso interpretato secondo convenienze. Ne è una dimostrazione la guerra che da secoli coinvolge Sciiti e Sunniti, così come per loro non è impossibile pensare ad un “Stato Islamico” transnazionale.

Il calendario islamico segna la data 1437: un medioevo non solo formale, ma che spesso è nei fatti. Eppure i tanti islamici che vivono nelle nostre città sono spesso integrati alla nostra cultura. La loro emancipazione dai rigidi dettami religiosi riesce facilmente qui in Occidente, ma in tanti Paesi è impossibile attuare questa rivoluzione. Tutto ciò contrasta in maniera incredibile con la modernità dei mezzi usati dall’Isis: non quella delle armi convenzionali, ma dalla propaganda. Siti internet, merchandising con i loghi del califfato, account Twitter e Facebook usati da esperti social editor.

Il problema non è su quale Dio sia più giusto o quale testo biblico sia più fedele. Non è una questione di Corano o di Bibbia. Nulla cambierà finché i principi laici non riusciranno a penetrare in tanti Stati islamici che pongono ancora la Moschea al centro del villaggio e delle abitudini quotidiane. Un tempo anche noi non mangiavamo carne di venerdì… Un tempo facevamo le Crociate. Ma, appunto, eravamo nel Medioevo… Noi non possiamo fare guerra all’Islam, sono gli islamici che dovrebbero ricercare il proprio Rinascimento e la propria laicità. Non si uccide in nome di Dio.

vDG

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Mentre Parigi era sotto attacco allo Stade de France si giocava Francia – Germania. Un match al quale ha assistito anche il presidente transalpino Hollande, prima di lasciare l’impianto a partita in corso per provvedere a presiedere un vertice sulla sicurezza. In campo le due squadre schieravano tra gli altri Varane, Evra, Pogba, Diarra, Ben Arfa, Coman, Mangala, Cissoko, Rudiger, Boateng, Khedira, Gundogan, Sané. Cosa hanno in comune tutti questi calciatori? Hanno tutti la cittadinanza dei due Paesi, ma ognuno di loro ha origini africane o di altre etnie extra-europee. Eppure sono idoli nei loro Paesi, come in Italia lo sono o aspirano a diventarlo El Sharaawi, Balotelli, Okaka e tanti altri.

Quasi come se non se accorgesse l’Europa ha tra i propri cittadini persone che derivano da ogni parte del mondo. E soprattutto sono tutti cittadini che si sentono europei al pari di chi è nato a queste latitudini. Basta fare un giro nelle scuole e in un appello di classe ai soliti Esposito, Scognamiglio o Russo si troveranno i Mohammed, Konate o Yu Ming.

Non sono e non si sentono bimbi differenti da altri. E’ frequente che questi bambini siano italiani ormai da più di due generazioni: sono italiani, ma i loro cromosomi si sono scaldati in passato al sole della Libia, del Marocco, dell’Algeria o si sono nutriti di riso e spezie a noi sconosciute.

E’ imbarazzante che dinanzi ad una tragedia certi nostri politici parlino di chiudere le frontiere, di bombardare lo “Stato Islamico” come se questo fantomatico Paese esistesse realmente. Da Gasparri a Salvini tante sono state le uscite infelici di chi dovrebbe amministrare per nostro conto la res publica. Tutte parole al vento nel tentativo di risultare originali e acchiappare qualche voto stimolando gli istinti più bassi.

Non sanno forse questi soggetti che chi si è fatto esplodere a Parigi, chi ha sparato era probabilmente francese da oltre quattro o cinque generazioni. Come cittadini francesi era Amhedi Coulibaly, colui che solo pochi mesi fa assaltò, sempre in Francia, un supermercato il giorno della strage di Charlie Hebdo.

Così come, se un giorno dovesse accadere un attentato in Italia e chiaramente ci auguriamo che ciò non avvenga mai, i responsabili saranno soggetti allevati probabilmente nelle nostre scuole e che avranno pregato nelle Moschee presenti nelle nostre città.

Non ci accorgiamo che i Rudiger, i Varane, i Khedira, gli Okaka o gli El Sharaawi sono semplicemente ragazzi più fortunati di altri che per volere del destino giocano a calcio anziché prestarsi al fondamentalismo e al fanatismo di un dio che attraverso la malvagità di certi animi non è più un Dio.

Mi colpiscono le morti, le scene raccapriccianti quando avvengono questi episodi eclatanti. Mi addolorano. Ma mi spaventa assai di più la risposta che noi offriamo a queste tragedie. Risposte di istinto, di pancia, di totale assenza di ragionamento.

Mi lasciano un vuoto triste i tanti commenti che compaiono sui social network, anche quelli che rincorrono hashtag da milioni di retweet o milioni di “mi piace“. Quello più gettonato oggi è #PrayforParis. Così come la scorsa volta vennero riempite le bacheche a furia di #JesuisCharlie. A che servono mi chiedo? Si può partecipare a queste tragedie con un hashtag?

Le immagini che vediamo alla tv e sul computer sembrano quelle dei videogiochi. Una delle tecniche di reclutamento dell’Isis con i più piccoli avviene proprio attraverso dei war-games: si gioca alla guerra per poi farla davvero. Chi ha visto l’immagine di Coulibaly che davanti al supermercato parigino spara ad un poliziotto dice che siano identiche a quelle di un videogame.

Virtuale appare il sangue, virtuale è pure la solidarietà e la compassione di chi scrive sui social. Virtuali sono poi le soluzioni proposte da alcuni nostri politici che identificano per davvero l’Islamic State su una cartina geografica come il Kamatchka del Risiko da bombardare con i carrarmatini neri. E’ tutto un gioco. Non è vero finché ciò che vediamo è trasmesso su uno schermo. Chissà se un giorno dovessero presentarsi davanti a noi, nella vita reale, immagini del genere riusciremmo a percepirle sul serio come reali e non come un film o un reportage di telegiornale.

La propaganda delle immagini cruente è il primo obiettivo delle organizzazioni terroristiche. Instillano paura, incertezze nella nostra vita quotidiana. E, forse, ci fanno apparire la nostra vita vissuta guardando gli schermi più elettrizzante ed anche più sicura di quanto lo sia prendere un autobus, un caffè al bar o assistere ad un concerto in un teatro.

Eppure il nostro impegno quotidiano, alla faccia di qualche politico chiacchierone, dovrebbe essere di non rinunciare alle nostre emozioni reali. Non a quelle suscitate da un commento su Facebook o da un hashtag su Twitter. Emozioni reali, sentimenti reali. Non questa fredda propaganda della solidarietà inservibile proprio come certe soluzioni proposte da alcuni nostri parlamentari.

Valentino Di Giacomo

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