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alessandro siani

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L'amara verità

Avete visto il titolo e avete pensato: “Fammi vedere questo fesso dove vuole arrivare”. E allora ve lo spiego. Milano è più bella di Napoli e i milanesi sono meglio dei napoletani. E’ così e non può essere altrimenti. Me ne accorgo ogni volta che vado nel capoluogo lombardo. Ci sono ritornato per fare una bella intervista che qui su SoldatoInnamorato vi mostreremo tra qualche giorno. Certo, nella città meneghina non ci sta il Vesuvio e il lungomare (per giunta liberato), fa freddo già ora che noi andiamo ancora a mare e d’inverno ci si puzza del santissimo freddo. Per non parlare della nebbia eh! 

Ecco, spazzati via tutti i cliché, ora possiamo ragionare. Ah, non ho parlato di pizza, sfogliatelle, caffè e mozzarelle perché qualche fesso che importa o qualche “emigrato” lo si trova. 

A Milano sono civili. Te ne accorgi dalle scale mobili in metropolitana: chi vuole andare con le proprie gambe cammina a sinistra, chi si sfasterea si ferma a destra. Ora pensate a tutte le (rare) metropolitane perse a Napoli perché da capre ci si mette tutti fermi sia a destra che a sinistra.

Ah, a Milano le metropolitane passano come la leggenda di Mussolini sui treni in orario.

Puoi arrivare da un punto all’altro della città senza mai abbandonare la Milano tube. Sui marciapiedi difficilmente becchi qualcuno che si ferma come un coglione al centro impedendo agli altri di passare o due persone che si piantano a chiacchierare nel bel mezzo. Si chiamano MARCIA A PIEDI, quindi camminano. Se devono guardare una vetrina ci si fermano davanti lasciando passare chi deve proseguire la propria passeggiata. 

A Milano difficilmente si trovano quei puzzati di fame che incontriamo sulle nostre tangenziali che per non comprare una lampadina (che costa dai 3 ai 30 euro) marciano con gli abbaglianti appicciati. A Milano il rosso è rosso, il verde è verde. Chi viene da destra ha la precedenza. 

A Milano il Comune aiuta il cittadino in tutto: dalla scuola, agli asili nido, alla sanità. Se vai in ospedale dicendo che hai dolore ai reni non ti liquidano – senza fare nessun accertamento – dicendo che è un’infezione e ti prescrivono medicinali, a tentativo. Se a Milano hai i calcoli renali – come ho dovuto scoprire io attraverso esami privati perché all’ospedale San Paolo di Napoli al pronto soccorso teneno che fa e quindi al massimo ti palpeggiano la parte – ti fanno le ecografie e cercano di capire che tieni. Gratis. 

A Milano sanno vendersi pure quello che non tengono. La nostra via dei Mille è assai meglio della gettonatissima via Montenapoleone. Ma Milano è “la capitale della moda”, nonostante a Napoli ci sono tra i migliori stilisti del mondo: chiedere a Isaia, Kiton o a Marinella. 

Noi invece ci siamo assuefatti al cliché che loro devono avere l’organizzazione e noi poiché pensiamo di essere bravi, intelligenti, simpatici (e soprattutto furbi), dobbiamo campare con quello che il Padreterno ci ha dato. Uno stereotipo alimentato da film di merda come Benvenuti al Sud o Benvenuti al Nord con il sempre pessimo Alessandro Siani che personalmente mi fa artisticamente schifo proprio per quella maschera del napoletano co ‘o core bbuono. Che poi vi do una notizia: se viaggiate un poco troverete città che sono naturalmente altrettanto belle come Napoli. Faccio solo qualche esempio:  Lisbona, Rio de Janeiro e Istanbul. E popoli meravigliosi ovunque, basta saper cercare.

Insomma in virtù della bellezza noi dobbiamo sopportare l’inciviltà, la maleducazione, la disorganizzazione. E in fondo lo consideriamo il giusto prezzo per godere delle bellezze di Napoli. Magari beandoci delle storie di Bellavista che alla Rinascente “si praticano solo prezzi fissi” e che i vari Cazzaniga sono una maniata di imbecilli. I furbi siamo noi. 

Per anni mi sono beato pure io della bellezza della mia città. Considero valore (per dirla con il napoletano rinnegante Erri De Luca) fare come oggi che al 4 ottobre posso ancora farmi i bagni a mare. Anche questa è vivibilità, lo penso e continuo a pensarlo. Come penso pure che Napoli sia meglio di Roma in tutto e per tutto avendo abitato nella capitale per diversi anni. 

Ma proprio perché “la base” l’abbiamo, noi che ci crediamo così furbi, non sarebbe invece intelligente costruire tutto il resto? Basterebbe semplicemente avere rispetto degli altri ed educazione. Quella stessa educazione che i napo-milanesi sanno avere quando si trasferiscono al Nord: il napoletano – per usare un altro abituale cliché – che quando va a Milano non butta la carta a terra. Non la butta perché a Milano hanno creato un valore che è quello della civiltà, del rispetto, dell’educazione. Tutti valori che noi invece abbiamo buttato nel cesso perché si deve guidare con il faro scassato e restare fermi a sinistra sulle scale mobili. 

Forse se invece di perdere tempo sui social a bearci delle nostre bellezze, provassimo a renderle fruibili e magari crearne di altre, saremmo veramente un grande popolo. Una città bella, vivibile e, per giunta, senza nebbia. Perché non è vero – come è comodo credere – che la colpa è solo dei politici, della politica, dei mariuoli in Parlamento. Vuole farcelo credere pure il sindaco a cui piacciono i corni giganti su via Caracciolo e le lettere strappalacrime che valgono medaglie d’oro di banalità. La colpa è nostra che in fondo abbiamo una città abitata per gran parte da stupidi, incivili, miserabili e ignoranti. Che per giunta pensano pure di essere furbi. 

Milano è meglio di Napoli. E gli abitanti di Milano sono meglio di quelli di Partenope. Fatevene una ragione. Altrimenti proviamo a cambiare.

Valentino Di Giacomo

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Pacco, doppio pacco e contropaccotto. C’è tutta una cinematografia che ha auto-ironizzato su certe forme di sostentamento che sono esistite ed esistono a Napoli. Il film del fantastico Nanni Loy è solo un esempio. Si potrebbe continuare anche con qualche episodio dei film di De Crescenzo. Fino ad arrivare a Troisi e Lello Arena che hanno cercato, a colpi di memorabili sketch e battute, di esorcizzare il classico luogo comune del napoletano furbo.

Il napoletano è furbo. E’ credenza popolare che sia così. C’è una città in Italia e nel mondo dove la storia indica con inappellabile sentenza che la furbizia appartenga agli abitanti di questo luogo. E, per certi versi, questa cosa deve pur avere delle motivazioni a cui appigliarsi per essere ormai ritenuta una sorta di tautologia in tutto il mondo. Quanto erano furbi, ad esempio, quei napoletani che qualche anno fa si rendevano protagonisti in ogni telegiornale (a tutte le ore e per molti giorni) mentre indossavano una maglietta con il disegno di una cintura di sicurezza. Acuto stratagemma adoperato da alcuni (personalmente li ricordo però solo al telegiornale) per sfuggire alle multe quando diventò obbligatorio l’utilizzo di questo dispositivo di sicurezza.

E quanto sono stati furbi quei politici napoletani che in seguito al tragico sisma dell’80 permisero a  migliaia di aziende del Nord di venire al Sud per cominciare la ricostruzione? Solo cominciare: perchè come ormai la storia ci racconta esistono luoghi dove ancora nulla è stato ricostruito. Per non parlare di quelle aziende che aprirono i battenti in pochi giorni incassando i lauti incentivi statali e per poi dichiarare dopo poco tempo strani fallimenti: tutto sulle spalle della fulgida furbizia dei napoletani.
Furbi anche coloro che votavano Achille Lauro con l’escamotage della scarpa: una donata prima del voto e una dopo. Oggi vale ancora meno il massimo diritto e dovere che la democrazia e lo Stato ci assegnano per partecipare alla cosa pubblica: un biglietto per una partita del Napoli e le urne sono piene di volontari proprio come gli spalti di uno stadio.
Di esempi come questi è ricca la storia della nostra città. Perchè, diciamolo chiaramente, il napoletano più che essere furbo è molto capace di ostentare stupide furbizie. Su aneddoti raccontati con spavalderia e vanto da amici e conoscenti che con qualche macchinazione riuscivano a non pagare il biglietto del bus e della metro o a sfuggire al controllore potrei ad esempio scriverne libri interi.
Ci piace ostentarla la furbizia. E siamo furbi soprattutto tra di noi: in quella legge non scritta del “ti fotto prima che tu fotta me”. Salvo poi essere gentili, ospitali e quasi mielosi con chiunque abbia una parlata forestiera. A patto che, chiaramente, l’ingenuo turista si sottoponga all’esercizio di biascicare qualche frase in dialetto e che ammetta la superiorità mondiale del nostro caffè, della pizza e della mozzarella. Quasi come se avessimo bisogno di qualche sorta di legittimazione da parte di altri dimenticando che questa città è stata uno dei primi centri culturali europei. E non migliaia di anni fa, ma più di recente. Dimenticando che ancora oggi ci sono eccellenze e una qualità della vita che in altri posti possono solo invidiare. Goethe, tedesco di Germania, ne scrisse qualcosina in proposito…
Furbi e simpatici: questo siamo. E poco importa se altri che passano per seri e irreprensibili stacanovisti adottino spesso furbizie ben più ingegnose delle nostre.
Siamo furbi, è vero. E, come accade per i massimi concetti filosofici, ogni aggettivo porta però con sé il proprio opposto. Noi siamo furbi e fessi allo stesso tempo.

Per parlare di calcio, come questo spazio imporrebbe, noi siamo i più furbi e meno furbi della storia. Come quando Carmando racconta in molte interviste del celebre episodio della monetina di Alemao: anche il mitico Salvatore non manca di ostentare la furbizia inutile di noi meridionali. “Gli dissi di restare a terra” – racconta il massaggiatore degli anni d’oro. Salvo omettere che una monetina di 100 lire che ti piomba a distanza sulla testa possa realmente far male una persona a prescindere che il danno lo causi oppure no. Offrendo così il pretesto, in modo sì poco furbo, a tanti millantatori di dire che il secondo scudetto lo abbiamo rubato… omettendo tra l’altro che anche senza quel punto in più in classifica il campionato lo avremmo vinto lo stesso. E, sempre per restare al calcio, che dire di quando il furboFerlaino racconta dei controlli antidoping di Maradona e dell’uso di pompe e pompette? Anche qui dimenticando che l’uso continuato della cocaina porta dei danni al fisico anzichè dei vantaggi. E che il doping è un’altra cosa: quello serve per incrementare le prestazioni, non per inficiarle. Ma per tanti avventori Maradona era “dopato”… Ignorando la differenza tra “dopato” e “drogato”: dovrebbero anzi ringraziare che Diego facesse uso di quella merda altrimenti di scudetti ne avremmo vinti almeno il doppio.

Ma, ne sono certo, anche quando ci offenderanno ancora, come nel caso del pessimo servizio di Striscia sui portoghesi in metro o sullo schifo di lavoro fatto da Giletti qualche tempo fa nel suo programma, saremo capaci di usare la nostra lucida ironia e quella simpatia furba di cui abbondiamo. Del resto, cari amici napoletani e miei concittadini, quanto vi piace quella schifezza di comico di Siani che ogni volta fa la solita squallida battuta dello scippo al “milanese” della telecamera o della macchina fotografica? Ridete, ridete pure! Prima o poi vi accorgerete che gli altri non ridono con noi, ma ridono di noi! Quanto è poco furbo ostentare la propria furbizia!! Questo Abete, Giletti e tutta questa vrancata di sciacalli mediatici lo sanno, noi dobbiamo impararlo ancora. Qui nessuno vuole mettere la testa sotto la sabbia, altrimenti appena ieri non avremmo scritto questo pezzo sulla terra dei fuochi e sulle manchevolezze di giornali e lettori, ma c’è differenza tra fare GIORNALISMO e fare sensazionalismo solo per giocare a quel gioco facile facile del buttare la merda su Napoli. Poi, per carità, spesso siamo noi stessi con tanti nostri comportamenti a buttarci la merda addosso. Su questo non ci piove.

Valentino Di Giacomo

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Il regresso della nostra lingua e dei costumi

Dalla Russia il nostro soldato innamorato, Giovanni Savino, ci scrive della napoletanità vissuta all’estero con un’ironia e un’arguzia favolose (ormai sta diventando una delle mie rubriche preferite). Del resto il legame tra la gelida ex Unione Sovietica e Napoli è un rapporto saldo: basti pensare che l’inno della canzone classica napoletana, o comunque la melodia più celebre al mondo, fu scritta proprio a Odessa, nell’attuale Ucraina. ‘O sole mio, ca va sans dire.

Nella sua rubrica, Giovanni ci racconta pure del suo chitemmuorto interiore. Un termine che effettivamente alberga ormai abitualmente dentro di noi e che ci sussurriamo ad ogni ostacolo, minimo o insormontabile, che la vita ci presenta davanti: dalla scella pezzata e fradicia che incontriamo sull’autobus o in metrò, al gol subito dal Napoli fino ad arrivare alle bollette della luce o del gas troppo alte. In tutte queste e altre circostanze la risposta è univoca: ma che chitemmuort!

Eppure, ma Giovanni magari saprà spiegarmelo con più abilità, questa parola fino a pochi anni fa era orribile e impronunciabile. Sarà, che a casa, mia madre pretendeva e pretende persino oggi che non si parli in dialetto (il che mi ha portato ad amare il napoletano ancor di più), ma ho memoria anche di quando giocavo a pallone da bambino in mezzo alla strada, ovvero quando il declamare i defunti altrui fosse l’offesa più potente per eccellenza. Forse solo le allusioni alle madri o alle sorelle ottenevano maggiori reazioni. Insomma, per parole del genere si finiva irrimediabilmente a mazzate e nessuno interveniva per spartire o per sedare gli animi perché l’accusa era talmente grave che meritava di essere lavata con i paccheri e i calci.

Credo che venti o trent’anni fa questa invocazione non fosse così sdoganata. Oggi possiamo scriverla qui sul nostro sito con leggerezza. Sapendo che i tempi ce lo consentono, sapendo che probabilmente il 90% dei napoletani usa questa imprecazione per liberarsi dai pesi e dai guai della vita. Possiamo scriverla perchè ogni parolaccia, per quanto sia pessima e volgare, con l’uso tende a depotenziarsi. Potremmo citare cazzo, sfaccimma, vaffanculo ecc, ormai entrati nel vocabolario comune. Il vafammocc, ad esempio, avendo un uso meno inflazionato rispetto al vaffanculo (anche per motivi di citazioni cinematografiche) è considerato più offensivo. Eppure il senso, pure se con diversi “obiettivi”, è più o meno lo stesso. L’uso e l’abuso di una parola depotenzia. E così è stato pure per il chitemmuorto in questione.

A me non fa impazzire questa che ritengo un’involuzione dei costumi. E non sto facendo il maestrino tutto casa&chiesa, perchè io non sono esente dal pronunciare queste parole anche con una certa frequenza. Noto soltanto che con certe parole si va un po’ perdendo quella leggerezza e quell’ironia che prima contraddistingueva il nostro popolo.

Di questa involuzione di costumi, e qui penso che attirerò diverse critiche, credo che il primissimo responsabile sia Alessandro Siani. No, non l’ultimo pietoso e indecente Siani con i suoi film retorici e mielosi oppure quello che a Sanremo avrebbe meritato per quel suo sketch vergognoso la pena della sedia elettrica, per difetto di pena. Parlo del primo Alessandro Siani che dal programma cult “Telegaribaldi” (in onda a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i 2000) inventò il personaggio del guappariello in discoteca. “O frat tuoj ‘e caiii“, “E chi nun te ‘o dice cu ‘a mano aizat” e tutto quel genere di varie amenità.

Siani in realtà non ha fatto nulla di nuovo, se non prendere a modello dei personaggi esistenti dalla strada e portarli nei suoi sketch in tv. Il problema è che la tv, soprattutto nelle nuove generazioni, genera emulazioni. Ed è per questo che ci troviamo una generazione di 20enni o 30enni che parlano come imbecilli, ignorando purtroppo tutte quelle sfumature fantastiche e ironiche della più antica napoletanità che di certo era meno aggressiva e imbelle di adesso. Insomma, se prima in strada di certi “personaggetti” (come direbbe il Crozza – De Luca) ne incontravi una decina, oggi, grazie allo sdoganamento di Siani vogliono tutti parlare così. Perchè fondamentalmente erano divertenti gli sketch di Siani, in fondo la colpa non è nemmeno sua perché l’emulazione è una conseguenza inevitabile e necessaria che le storture dei media riescono a generare.

Vincenzo_Salemme_4Passare da Eduardo a Totò, da Troisi a Siani è stato per Napoli un regresso, assai più che un progresso. Oggi, tra i pochi che conservano la classicità della nostra lingua all’interno del mondo dello spettacolo, forse ci è rimasto tra i più celebri soltanto Vincenzo Salemme. Il regista, originario di Bacoli, non sarà diventato un’icona come più illustri colleghi. Eppure la sua lingua napoletana è verace, genuina, non artefatta. Rispetta i canoni della macchietta e anche del teatro storico napoletano. Non è un caso che Salemme abbia lavorato proprio con Eduardo. Celebre la sua comparsa nel “Sindaco del Rione Sanità” dove in coppia con Marzio Honorato interpretavano ‘O Night e ‘O Palummiello.

Mi è simpatico Siani, è un bravo ragazzo. Eppure se dovessi dire il mio chitemmuorto, oggi metaforicamente lo rivolgerei a lui. La mia Napoli, la mia napoletanità è distante anni luce da questa aggressiva e imbelle rappresentazione che ne distorce l’immagine.

Valentino Di Giacomo

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