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Su Nino D’Angelo è stato già detto tanto, forse tutto, e non ha bisogno di presentazioni.

Dei suoi film abbiamo già parlato e nel 1986 il buon Nino non era è più il giovane talento della musica partenopea con il caschetto biondo, ma già un cantate affermato che era riuscito a costruire un proprio stile e stava traghettando la musica popolare napoletana dalla scenaggiata verso la musica leggera cantata in Napoletano.

L’arrivo all’Ariston di Nino fu l’affermazione di questa nuova realtà: la musica leggera, pop, cantata in Napoletano entrava nella vetrina più importante della canzone Italiana.
Era il 1986 a Napoli c’era Maradona la città stava vivendo un momento di riscatto, la presenza di Nino seguiva un po’ quella scia: io vengo al festival per quello che sono, non per quello che volete che io sia. Quello che affermerà in modo chiaro nel 1999 cantando Senza Giacca e Cravatta, Nino lo aveva già fatto nel 1986.

Nino si presenta al Festival con Vai, non uno dei suoi pezzi migliori ma sicuramente uno dei più orecchiabili, destinato al successo, almeno quello commerciale. Infatti così fu, Nino si piazzò settimo, quell’anno vinse Eros Ramazzotti, ma l’abum Cantautore riscosse un enorme successo e da lì partì per le prime grandissime tournée internazionali.

Vai, come spesso accade nelle canzoni del primo Nino D’Angelo, racconta della fine di un amore, di lei che se ne va senza scarpe pe nun se fa sentì. Non che il cantante venisse spesso lasciato dalle ragazze, anzi è noto per essere monogamo da quando era adolescente, ma Nino racconta spesso con tono ironico che i suoi impresari gli chiedevano di scrivere canzoni su amori che finiscono perchè vendevano di più e vai non fu un’eccezione.

Paolo Sindaco Russo

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Vedi Napoli e poi muori. Ritornello usurato che – pochi approfondiscono – cela un impercettibile retrogusto magico.
Come se una maledizione alla Final Destination possa capitare appena fuori il cerchio di questa città dai misteri millenari innervati nel sottosuolo. Noi di Soldato Innamorato abbiamo un approccio tendenzialmente razionale, ma da napoletani sappiamo anche quando fare gli scongiuri. Perché, come sentimento, l’occhio secco esiste eccome.
E quando a coltivarlo è un popolo coi nostri decibel emotivi, tu che ne sai che magari ci becca? Come chi ha abbandonato con poca diplomazia il Napoli sa bene. Malocchio? Alleanza con stregoni voodoo di Castelvolturno?
Da umili cronisti possiamo solo riportarvi alcuni fatti, nudi e crudi:
10) quando si parla di Lui, detentore di ogni 10tudine, il discorso magia è già implicito. Diego è stato fantasia che forza i campi di possibilità, leggi fisiche che si appannano e alchimia dell’incontro tra il suo Pibe e ogni oggetto sferico. Nel suo caso  parlare di yeta, come la jella è stata ribattezzata dai flussi migratori in Argentina, non ha senso. Napoli è stata per Maradona come l’isola di Lost per Locke. Dicevano che l’infortunio di Barcellona doveva essere il precoce punto finale della sua carriera. Ma l’amore di Napoli gli ha fatto da amuleto, lo ha tenuto lontano dal malocchio e gli ha permesso di scalare il mondo.
Lontano da qui la sua fortuna termina. Arresti, persecuzioni fiscali, ricoveri in case di recupero, poi il mondiale perso in finale, e un altro interrotto dall’antidoping. Lui continua a guardarsi indietro, all’ età dell’oro, a quell’isola fuori dal flusso temporale che è Napoli, con tanti rimpianti e un sospetto: ma non è che…?
(FILES) Argentinian soccer player Diego Maradona (C) is removed by police from a Buenos Aires apartment, 26 April 1991, after being arrested for possession of half-kilo of cocaine. Maradona was suspended by the Italian League 29 March 1991, after an analysis of his urine tested positive for cocaine. (Photo credit should read DANIEL LUNA/AFP/Getty Images)
Diego Maradona is removed by police from a Buenos Aires apartment, 26 April 1991, after being arrested for possession of half-kilo of cocaine. (DANIEL LUNA/AFP/Getty Images)
9) Acquistato da Berlusconi con un contratto miliardario, Nando De Napoli, indimenticabile regista del secondo scudetto del Napoli, era arrivato al Milan per sostituire Rickard e affiancare Albertini. Il malocchio post-Napoli però, quello non l’aveva calcolato. Ginocchio fracassato, ultime stagioni passate in tribuna come un vecchietto in pensione. Si ricicla come team manager della Reggiana ma anche qui la sfiga lo secuteja, non contenta, come una jena affamata, per regolare gli ultimi conti. La Reggiana fallisce, Nando perde tutti i capitali investiti. Abbandonato per sempre il calcio, le sue ultime dichiarazioni evocano finali da cinema neorealista:
“Ho deciso di tornare alle origini: mio padre aveva un bar, così io ho aperto un’enoteca con un amico, per poter gustare del buon vino”
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8) Altro addio turbolento, anche per colpe non sue, che ha generato risentimenti e rancori amplificati dal suo essere campano e dai troppi sbaciucchiamenti di maglia. La partenza di Fabio Quagliarella, necessario apripista all’arrivo del Matador Cavani, ha trasformato l’attaccante di Stabia in antipatico. Col senno di poi non poteva esserci operazione più indovinata, ma inutile provare a ragionare sulle intermittenze del disprezzo che, come l’amore, non conoscono ragione. Gli occhi secchi si sono abbattuti sulla sua vita più spietati della tempesta Jonas. L’attaccante che alla Juve sembrava destinato a realizzare il suo potenziale, appena lasciato il Napoli ha dovuto fronteggiare tremendi infortuni, lunghe attese in panchina e un rapido scivolamento dalla nazionale. Mentre misteriosi fenomeni di autocombustione si accanivano sulle sue imbarcazioni ormeggiate a Stabia…
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7) Con quei dribbling che scombinavano le difese e le espressioni da mandrillone che stordivano le signorine in discoteca, Ezequiel Lavezzi è riuscito a creare un’ identificazione col popolo napoletano che mancava da tempo. Poi qualcosa si è rotto. L’addio, quelle parole da fidanzato che fugge adducendo scuse. L’abbiamo presa male, c’è rimasta una ferita aperta che ha portato la più tremenda della maledizioni. La maledizione rabbiosa dell’amante abbandonato. Lavezzi, che si sentiva soffocato dal troppo affetto dei tifosi trova, già all’aereoporto di Parigi, qualcosa di più della libertà. In un atmosfera di surreale silenzio, senza uno straccio di tifoso ad attenderlo (anzi no, qualcuno c’è, che gli fa fare una foto con la sciarpa del Paris S. Gennar), torna a essere uno qualsiasi; il suo stesso talento diventa merce comune in una squadra di mostri. Se a Napoli era uno di noi, a Parigi lo prendono al massimo per un tamarro turco. E nella terra di quelli che la puzza ce l’hanno sotto il naso, ha capito che la privacy è un concetto inventato dai nordici per starsene soli. Ma, come Didone dopo l’abbandono, DeLa non risponde ai periodici inviti a tornare, lasciando l’ex numero 7 nel suo dorato anonimato nella mesta Parigi…
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6) Gli abbiamo voluto bene. Abbiamo apprezzato i suoi modi un po’ crudi ma concreti, il fuego che gli riscaldava la camicia, la bravura nell’amalgare e il miracolo di imporre in Europa una coppia di centrali come Gargano e Pazienza; doveva essere il nostro Wenger. Lui invece ci ha lasciati. Eccesso di pressioni ambientali? Senso di inadeguatezza per aspettative di vittoria? Voglia di altro? Non lo sapremo mai. Dopo la grigia parentesi milanese Walter Mazzarri si è dileguato; le squadre europee lo evitano come la peste. Qualcuno lo ha visto aggirarsi per gli stadi della terra di Albione con un blocchetto degli appunti. Negli occhi, narrano, l’espressione da zitella inacidita ha preso il posto di quella da giovane fidanzata indecisa…
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5) Ah si, poi ci sono gli SNOB. Quelli che a Napoli non ci sono voluti venire. Qualcuno ricorda Rolando Bianchi? Uno dei tanti che snobbò con troppa leggerezza le offerte del Napoli da poco in A perché ambiva a meglio. E’ finito nella discarica delle meteore calcistiche. A qualcuno è andata peggio, con lunghi infortuni (Maksimovic, Balzaretti), o sliding doors dal lato sbagliato (Montella, Spalletti).
4) L’hanno massacrato per un eccesso di reazione a un’offesa di Sarri. Qualcuno ha bisbigliato che l’offesa (finocchio) ha colpito un nervo scoperto. Altri hanno pensato di ricambiare vigliaccheria con vigliaccheria – anche se l’appello virale ai cuochi napoletani nel mondo (e si sa, sono la maggioranza) a sputargli nel piatto sembra troppo anche a noi goliardi di Soldato -. Anche Roberto Mancini ha lasciato Napoli, a modo suo. Per la precisione una napoletana. Sua moglie. Nel suo caso la sfortuna gli si è materializzata come un udienza che gli prescrive un assegno mensile alquanto fastidioso, 40.000 euro, da corrispondere a fine mese. Pervenutogli proprio il giorno dopo la litigata con Sarri in Coppa Italia. E allora noi che siamo signori e abbiamo cuore, vogliamo solidarizzare col Mancio. Perchè le squalifiche in Coppa Italia passano. Ma una sanguisuga, quando si attacca, non molla.
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3) Troppo lontana. Diceva di Napoli quando soffriva della nostalgia della famiglia a Liverpool (uno dei rari casi di saudade verso agglomerati urbani nordici e nebbiosi). Troppo timido di borsellino. Diceva del Presidente quando cianciava di “business plan” per spiegare le sue incertezze davanti alle avance del (cieco d’amore?) DeLa. L’osannato Benitez ha prima illuso e poi abbandonato, come una moderna Anna Karenina, la città che l’aveva accolto, coccolato, e anche un altro po’ ingrassato. E col personaggio di Tolstoj ha condiviso la mala sorte nella fuga. Neanche sbarcato, il patron del Real chiede (proprio a lui) di mettersi a dieta; poi viene snobbato dalla cricca dei campioni, e tra infortuni, amnesie da dilettante, sfiducia del pubblico, Rafa si è trasformato da profeta in patria a pacco inutile. Viene messo alla porta dopo pochi mesi, mentre un sognatore in tuta prendeva per mano la squadra lasciata da lui in crisi di fiducia per condurla a sognare l’indicibile.

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2) In relazione al 2 potevamo ghignare pensando a Domizzi, citare Maldonado, ma noi non siamo così banali, e questo numero vogliamo darlo a loro. I due Marò. Idoli di un culto tutto virtuale. Vittime di una collettiva amnesia. Quanti di voi stavano pensando a loro, adesso? Ecco! Lo sapevamo! Perché la mala sorte che hanno avuto è da record, ma nulla è peggio dell’essere dimenticati. Invece noi siamo carnali, solidarizziamo con le sfighe altrui e un pensiero, una colonnella, un hastag  o una caciotta per loro, qua a Napoli, non mancherà. Mai.

1) Il posto d’onore va a lui. Che dopo pochi mesi tra i crucchi ha sentito gli occhi secchi fermentargli addosso, gli infortuni sfiacchirlo, la polvere della panchina svuotargli l’anima e la freddezza dei tedeschi cagargli il cazzo. Pepe Reina ha meditato a lungo sulla lezione di magia nera travestita da battuta da film : Quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte”. Ha avuto l’intelligenza di ravvedersi prima che l’abbraccio collettivo della città si tramutasse in maluocchio. Al primo infortunio ha capito l’andazzo. Si è pentito. E ha cominciato a mandare messaggi d’amore, sinceri, per la città che già lo reclamava a difesa dei pali. Tornato come un re tra le braccia della sua Penelope, ha trovato la città pronta a riabbracciarlo e consegnarli il suo scettro. La lezione, almeno lui, l’ha capita. Perchè, come ammoniva anche Troisi:
Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova…
reina

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Tullio De Piscopo

Può accadere di essere figlio del percussionista del San Carlo di Napoli, avere il ritmo nel sangue, sognare di diventare come lui.
Può succedere di avere più talento di tuo padre, essere un batterista eccezionale, uno dei migliori italiani di sempre.

Magari hai cominciato suonando il Jazz in piccoli locali, insieme ad altri ragazzi della tua città, ma poi giovanissimo sei andato a cercare fortuna al Nord. Qui in poco tempo riesci a suonare nei migliori locali Jazz Torinesi e milanesi, dove vieni notato da un autorità del Jazz italiano dell’epoca, Franco Cerri che ti vuole con lui nel suo celebre quartetto. Arriva il successo!

Ti affermi come miglior percussionista italiano, ma non ti fermi, sperimenti, vai all’estero, in cerca di cambiamenti, di contaminazioni. Passi da Severino Gazzelloni a Quincy Jones, da Chet Baker ad Astor Piazzolla, da Dizzy Gillespie a Fabrizio De Andrè, da Billy Cobham ad Al Bano, da Morricone a Battiato.
Batti altre strade, componi colonne sonore importanti: “Mi Manda Picone”, “Naso di Cane”, “32 dicembre”; ti dedichi ad iniziative benefiche, promuovi ed aiuti l’Africa e la sua musica.

Poi arriva la consacrazione ed il piacere di vivere un’esperienza indimenticabile con altri giovani musicisti della tua terra. Una generazione irripetibile di talenti concentrati per un miracolo nello stesso tempo e nello stesso luogo: Rino Zurzolo, Joe Amoruso, James Senese, Tony Esposito e soprattutto Pino Daniele.
Sei tutto questo, ed anche molto altro. Sei Tullio De Piscopo, il più grande batterista e percussionista italiano di sempre.

Può succedere però che alla fine il successo, quello vero, la popolarità assoluta, la trasversalità, l’amore della gente, ti arrivi in una sera di febbraio del 1988, sul palco del Festival della canzone pop Italiana. Quell’anno il Festival parla napoletano: Di Capri, Alan Sorrenti, Buonocore, il vincitore Massimo Ranieri con Perdere l’amore.
Bastano però poche note di “Andamento Lento” per capire che il vero vincitore di quell’edizione sarà proprio De Piscopo. Resterà per mesi in cima alle classifiche, vincerà il Festivalbar, verrà esportato, imitato, suonato e cantato dappertutto.
Tullio a Sanremo tornerà altre volte, con alterne fortune, ma quel “vieni, vieni con me “ resterà inarrivabile.

Giuseppe Ruggiero

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Gli Squallor

Li ascoltavamo di nascosto per non farci scoprire dai grandi, ci passavamo cassette pluriregistrate, e quando Rete 4 in terza serata trasmetteva Arraphao eravamo tutti pronti a fare la nottata per non perderlo… Gli Squallor anche se nell’ombra, anche se qualcuno non aveva il coraggio di ammetterlo, hanno sempre fatto parte della nostra vita.

Da bambino ridevi per le parolacce, da ragazzo ridevi perchè ti immaginavi le situazioni che cantavano da grande ridi perchè le vivi.

Non hanno mai fatto un live, mai un video, apparivano nei film ma  alcuni di loro erano poco più di una comparsa, gli Squallor sono diventati mitici anche per questo: non c’erano (parafrasando Ti ho conosciuta in clubs). Eppure Pace, Savio, Bigazzi e Cerruti sono stati 4 dei pilastri fondamentali della musica Italiana di quasi mezzo secolo.

Non li abbiamo mai visti a Sanremo, eppure ci sono stati e anche spesso, così nel percorso che ci porta al Festival non possiamo non citare gli Squallor, anche se nonostante il gruppo cantasse in Napoletano, loro non erano tutto nati a Napoli, vediamo così come i 4 Squallor hanno fatto la storia delle kermesse sanremese.

Alfredo Cerruti è la voce narrante di tutte le marce degli Squallor, direttore artistico della CBS, poi della CGD e infine della Ricordi tanti dei talenti prodotti e lanciati da lui sono sbarcati a Sanremo, lui direttamente però ci arriva nel ’90 come autore televisivo. Cerruti era infatti fra gli autori e fra i giudici di “Il caso Sanremo” un programma che era una sorta di Pre-festival che ripresentava i vecchi successi sanremesi dividendoli in decadi.

Daniele Pace è milanese di origini pugliesi, ma ama cantare e scrivere in Napoletano. Quando nelle canzoni degli Squallor si sente una R Moscia è lui. Autore di grandissimi successi come Nessuno mi può giudicare e E la luna bussò o A far l’amore comincia tu Daniele Pace arriva al festival nel 1969 con Alla fine della strada, cantanta da Junior Magli, la stessa canzone reinterpreta in inglese da Tom Jones lo portò a vincere un Grammy (ma questa è un’altra storia…). ritornerà al Festival con canzoni scritte per Gigliola Cinquetti, i Camaleonti, Sandro Giacobbe fino ad arrivare al Festival dell’81 quando ottenne il successo internazionale con Sarà perchè ti amo cantata dai Ricchi e Poveri. Morirà di infarto nel’85.

Fra gli Squallor non poteva mancare un toscano, il fiorentino Giancarlo Bigazzi, è uno degli autori più apprezzati del panorama della musica leggera italiana e come produttore ha sempre lanciato artisti di grande personalità. Lisa Dagli occhi blu, Gente di Mare e Gli uomini non cambiano sono alcuni dei principali successi che vedono la sua firma. Al festival arriva con il Giardino dei Semplici, con Miele scritto con l’altro Squallor Totò Savio, e fra gli anni 80 e 90 ci tornerà spessissimo e sempre da protagonista: vince il festival con Si può dare di più, scritta per Tozzi, Morandi e Ruggeri, con Perchè lo fai cantata da  Masini arriva terzo, vince Sanremo giovani con Non amarmi cantata da Alenadro Baldi e Francesca Alotta, e mette la sua firma è sotto tanti altri successi Sanremesi come Non succederà più cantanta da Claudia Mori e una certa Rose Rosse cantata da Massimo Ranieri. L’ultima canzone che ha scritto è stata Cirano, del 1996 cantata da Guccini, ha proseguito la sua carriera come autore di colonne sonore di film fino al 2012, anno della sua scomparsa.

Totò Savio è la voce degli Squallor, quella meravigliosa voce roca e intensa che paragonava la luna a una scorza di limone. Autore e compositore anche lui di grandi successi come Se bruciasse la città il suo cammino al Festival inizia con un pezzo che ancora adesso conoscono tutti: Cuore Matto, del ’67 cantato da Little Tony. Nel suo sodalizio con Bigazzi come abbiamo visto porterà sulla riviera ligure i Camaleonti, ma i titoli più importanti portati sul palco dell’Ariston sono senza dubbio Una rosa blu, cantata da Zarrillo e l’immortale Maledetta Primavera cantata da Loretta Goggi.
Negli anni ’90 diventa il direttore dell’orchestra della Rai e la sua produzione come autore è limitata, fino agli anni ’90 quando gli viene diagnosticato un tumore alla gola che lo porterà alla morte nel 94.

Questo breve articolo non rende minimamente giustizia ai 4 Squallor, che hanno realmente animato e rivoluzionato la musica italiana, basta dare un’occhiata a wikipedia per rendersi conto di quanto siano stati prolifici senza  mai essere banali… e con tutto il rispetto per gli autori contemporanei ripensando a quello che hanno fatto viene naturale pensare che era meglio quando c’erano gli Squallor… Si, era meglio!

Paolo Sindaco Russo

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Quando ero piccolo pensavo esistessero i fagioli bianchi e i fagioli rossi, fu mia nonna materna a farmi scoprire ceci e lenticchie.

All’epoca degna compagna di questi piccoli semi era la pasta: tubettoni o quella ammescata ottenuta dai residui di altri formati per me primo esempio familiare di lotta agli sprechi alimentari e per diversi anni il mio orizzonte leguminoso si fermò a queste quattro tipologie.
Solo adolescente nei margini delle lunghe passeggiate in bici si insinuarono in quell’orizzonte le cicerchie evidentemente quelle Flegree coltivata nei terreni a ridosso del mare o sulle sponde dei laghi vulcanici dei Campi Ardenti.

Per le fave ho dovuto aspettare le giornate primaverili con gli amici fuori porta: Pasqua e Pasquetta se ne passavano tra lunghe pulizie delle cozze del Fusaro e a sgusciare baccelli di fave fresche nell’attesa del turno della propria squadra nell’improvvisato torneo di pallavolo. Crescevo e il mio panorama leguminoso si allargava al cannellino bianco si aggiungeva il fagiolo con l’occhio e nei primi viaggi aldilà dell’Atlantico i fagioli neri furono la mia scoperta dalle Americhe in un locale mex in un vicolo di Manhattan.

Solo conoscendo Slow Food ed entrando in questa grande associazione che si verifica la mia apertura celestiale leguminosa…per dirla alla Fazio. Riesco ad apprezzare e conoscere oltre 40 tipologie di legumi: il cannellino dente di morto di Acerra, il fagiolo a formella, quello di Controne e quelli di Casalbuono, il cece di Cicerale, la lenticchia di Valle Agricola e quella di Mormanno, la fava baiana e quella di Carpino, il lupino di Vairano e la roveja.

Oggi apprezzo di questi piccoli semi la loro quotidianità, la possibilità di utilizzarli per preparare piatti diversi e scoprire gusti e sapori variopinti e allora visto che non disdegno mai di mettermi ai fornelli provo pian piano a sostituire la carne con piatti a base di legumi, non solo zuppe e non più solo pasta ma anche polpette, falafel, pasticci, vellutate e sformati.

Il mio orizzonte è ormai ampio e come in una limpida giornata di marzo lascia trapelare anche i contenuti ambientali ed etici di queste scelte alimentari: la necessità di coltivare piante che fissano l’azoto, di sostituire le proteine animali con quelle vegetali per ridurre l’impatto degli allevamenti intensivi e le opportunità economiche per i territori marginali della nostra regione.

Sarà proprio in limpide giornate di marzo dal 4 al 6 per l’esattezza che a Napoli in Piazza Dante Slow Food Campania con Leguminosa (www.leguminosa.it) proverà ad allargare orizzonti gustativi, ludici e culturali di tutti coloro che vorranno scoprire i segreti delle civaie.
Ah già cosa sono le civaie?

Le civaie in termini agronomici sarebbero le leguminose, ma tu soldato innamorato a Piazza Dante ci…vaje?

Giuseppe Orefice

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In questi giorni sta per giungere all’aula del Senato il ddl Cirinnà relativo alle unioni civili, una normalizzazione della legislazione italiana nei confronti delle altre legislazioni europee, un passo avanti, piccolo ma pur sempre un passo avanti, nell’estensione dei diritti alla totalità della popolazione del nostro Paese. Al di là delle polemiche, delle manifestazioni pro e contro e delle divergenze di opinione che stanno caratterizzando la percezione di questo disegno di legge, vorrei proiettarmi in un futuro possibile e cercare di immaginare cosa succederebbe se le unioni civili, tra persone dello stesso sesso, facessero da apripista verso un vero e proprio matrimonio con tanto di cerimonia al comune e via discorrendo.

Sono certo che questa sarebbe una grande opportunità e un discreto allargamento del giro di affari per… i fotografi di cerimonia. Stando alle elaborazioni dei dati ISTAT, la percentuale di omosessuali in Italia si aggira intorno al 6,7% della popolazione. Dando per scontato che questa percentuale sia falsata a causa di mancate o false dichiarazioni, e che, nel momento in cui sia visto come ancora più legittimo, agli occhi dell’opinione pubblica, dichiararsi, queste cifre siano destinate a crescere, potremmo avere un buon 8-10% di incremento nella quantità di coppie che convolano a nozze annualmente (e immagino che nei primi tempi di una normalizzazione in questo senso, sarebbero tantissime le coppie omosessuali che decidono di sposarsi, portando a un boom dei matrimoni per un breve periodo).

Certo, sarebbe una grande opportunità per i fotografi matrimonialisti, ma immagino che tutto il comparto (che certo non langue, ma sicuramente gradirebbe un aumento del fatturato…) relativo ai matrimoni dovrebbe essere in fermento all’idea: abiti da sposi e spose, dedicati specificamente alle coppie gay e lesbiche; album appositi; catering, hotel e ristoranti che ampliano il ventaglio di offerte; bomboniere e regali di nozze dedicati… via via fino al dettaglio della coppia sulla torta nuziale, sarebbe un discreto ampliamento degli affari.

Probabilmente non tutti i fotografi di cerimonia ne beneficerebbero, però…

Anni fa in alcune diocesi o anche solo in qualche parrocchia, ai fotografi di matrimonio era richiesto una sorta di “patentino” rilasciato dalla Curia, se non semplicemente un avallo da parte del parroco. Non so se un fotografo che bazzica normalmente nelle chiese e cattedrali di una città e che cominci a fotografare matrimoni omosessuali riuscirebbe a mantenere buoni rapporti con la clientela e con i preti, per vedersi di conseguenza ridurre invece che ampliare la clientela. Potrebbe anche darsi che da parte di qualche prete particolarmente creativo possa venire redatta una “lista nera dei fotografi” da sconsigliare ai parrocchiani… Ma forse le coppie omosessuali cercherebbero all’interno della cerchia delle frequentazioni LGBT un fotografo gay (ma un fotografo dichiaratamente gay viene ammesso a fotografare in chiesa? Questa è una bella domanda…) e quindi quelli che potrebbero guadagnarci sarebbero molti meno della totalità del comparto. Ci potrebbe essere una sorta di boicottaggio anche da parte dei clienti più ferventemente cattolici, che snobberebbero le vetrine di un fotografo che espone coppie di giovani uomini sorridenti mano nella mano, o coppie di donne che si guardano languidamente negli occhi in una luce dorata… Di sicuro non riesco a immaginare che una coppia omosessuale, appena dovesse averne la possibilità, si metta a cercare un fotografo per la cerimonia facendo avanti e indietro via Duomo a Napoli, facendosi fare preventivi da fotografi cresciuti e pasciuti tra un negozio di paramenti sacri e l’arcidiocesi, all’ombra della cattedrale cittadina… ma non si sa mai, come si dice, i soldi non puzzano, e nel momento in cui la concorrenza si fa spietata e i pacchetti per i matrimoni sempre più a prezzi stracciati (be’, non proprio stracciati…), si cercherebbe di venire incontro alla nuova clientela.

Non so, ma ho come il sospetto che persino a certi parroci non dispiacerebbe poter celebrare nozze gay in chiesa, non tanto e non solo per le donazioni relative, ma anche come possibile premessa a un altro tipo di matrimonio che… ooops, forse ho parlato troppo.


Gianfranco Irlanda

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Foto da Wikipedia

Il vero re napoletano del Festival è sicuramente lui.

Non stiamo parlando di Massimo Ranieri, né di Nino D’Angelo; gli stessi Mario Merola e Gigi D’Alessio in questo caso non possono competere.
L’assoluto protagonista campano a Sanremo è senza alcun dubbio Giuseppe Faiella, in arte Peppino Di Capri. Suo il record di partecipazioni, addirittura quindici, suo il record di successi, ben due, nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”.
Altro elemento straordinario è dato dal fatto che le sue partecipazioni abbracciano addirittura cinque decenni, in ognuno dei quali, dagli anni ’60 agli anni 2000, il nostro può vantare almeno una partecipazione. Purtroppo non vi è stato ancora un suo brano al Festival in questi anni ’10 del 2000, ma il decennio non è ancora concluso, quindi non disperiamo di rivederlo sul palco dell’Ariston, magari proprio l’anno prossimo, a 50 anni esatti dalla sua prima partecipazione avvenuta nel lontano 1967 in coppia con Dionne Warwick con il brano “Dedicato all’Amore”.
In Italia ci sono cantanti, musicisti, autori che, in virtù di falsi pregiudizi ed un sistema alterato di valori creato da critici musicali settari ed incompetenti, non raccolgono il plauso che la loro carriera meriterebbe. Non stiamo parlando del pubblico, che quasi sempre sa scegliere meglio di critici e discografici, ma dell’opinione comune dei cosiddetti “addetti ai lavori”, che spesso sembra relegare Giganti della musica italiana al ruolo di macchiette o di comparse.
Di Capri è tra questi, spesso guardato con distacco e con sarcasmo dalla critica, rappresenta invece un pilastro del panorama della musica Italiana.
L’uomo che visse, non due, ma almeno 10 volte. E’ stato rocker e cantante confidenziale, cantautore e interprete di classici napoletani, jazzista e leader di un gruppo, beat e autore di sigle televisive, attore, discografico e persino protagonista di un cartone animato.
Ha cantato a soli 5 anni per il Generale Clark e le sue truppe di stanza a Capri ma anche, unico italiano, sullo stesso palco dei Beatles. Famoso in Brasile e in Germania, in Giappone ed in Francia.
Tante le perle sanremesi, condite di ospitate anche queste nel segno della versatilità, da Proietti a Palatresi, da Petra Montecorvino a Pino Donaggio, con il quale nel 1971 presentò la bellissima “L’ultimo romantico”.   Tra tutte però ho voluto scegliere un brano del 1990, il cui titolo, “Evviva Maria”, aveva scatenato i maligni e gli ignoranti, i quali ironizzando avevano pensato ad una cantilena da processione o ad un canto ecclesiastico.
In realtà ci trovavamo in piena “era lambada” e Peppino, sempre sul pezzo con l’aiuto del fido Depsa, volle proporre la sua personale versione del ballo brasiliano; anche stavolta, con un abbinamento improbabile quanto efficace, gli furono affiancati infatti Kid Creole & The Coconuts.
Il risultato è un brano allegro e poetico, una ventata di aria fresca che, come Maria, dal mare irrompe sul palco di un teatro, non sempre frizzante e leggero come dovrebbe, portando gioia e semplicità come solo Di Capri sa fare.

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Alessandro Cecchi Paone rappresenta da anni il volto noto della battaglia per i diritti dei gay in Italia.
Dopo i fatti di Napoli-Inter abbiamo intervistato Cecchi Paone proprio sulla vicenda Sarri-Mancini

Cosa pensi di questa vicenda?
“Che non tutti i mali vengono per nuocere. Se da questa storia triste si riesce a trarre un esempio positivo di tolleranza io sono felice. Il fatto che un allenatore famoso come Mancini abbia affermato che per lui essere gay non è motivo di vergogna ma di vanto, è un fatto positivo. Certo non occorre buttare la croce sul povero Sarri che da uomo italiano della sua età non si rende conto che una parola come quella può ferire tante persone che soffrono per tali stereotipi.”

Non pensi che Mancini l’abbia strumentalizzata per fini sportivi?
“Non lo so e non mi interessa. Ripeto, guardo al lato positivo della vicenda. Finalmente dopo Pirandelli e Marchisio anche un personaggio mediaticamente influente come Mancini si è schierato a favori dei LGBT.
Il calcio in Italia è uno potente strumento mediatico e spero che questo possa portare benefici.”

Come mai si fa tanta fatica a fare outing?
“Non lo so, ma penso che sia un fatto di ipocrisia. Quando all’epoca uscì il mio libro l’atleta innamorato dove dicevo che c’erano diversi calciatori gay la gente mi fermava per strada e mi chiedeva conferme su vari nomi. Sono cose risapute, ma nessuno esce allo scoperto.”

Pensi che un movimento rappresentato da Tavecchio possa tutelare la diversità di un calciatore?
“Personalmente non mi sento rappresentato in quanto tesserato (come presidente di una squadra di calcio) da personaggio come Tavecchio che si lascia andare ad espressioni sessiste omofobe e antisemite.
Detto ciò vedo che nel calcio ci sono persone sensibili al problema e penso che la maggioranza dell’opinione pubblica difenderebbe il calciatore.

Cosa proponi per mettere fine a questa stucchevole querelle Sarri-Mancini?
“Propongo a Sarri e al Napoli un’amichevole tra la mia squadra e gli Azzurri. Proporrei l’annullamento della squalifica a Sarri in cambio di un grande gesto di sensibilizzazione verso un tema che sta a cuore a tantissime persone. Sarebbe una bella festa di civiltà. ”

A proposito il 28 va in discussione in parlamento la legge Cirinnà, come credi andrà a finire?
“Spero che venga approvato. Il nostro paese è in enorme ritardo sui diritti civili. Penso che la maggioranza dei cittadini italiani sia favorevole a riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali.”

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Gigione

Stamattina fa nu sfaccim é fridd, come direbbe uno di quelli che parla bene e io ho ancora gli occhi chiusi ma chi sa perché, nella mia testa si è acceso il mio stereo mentale, quello che ogni tanto mi capita di svegliarmi con un motivetto in testa, la maggior parte delle volte dovuto a cose viste, ascoltate e vissute il giorno prima.
Stamattina è diverso forse sarà stato suggerito dal clima ma il motivetto che mi gira in testa fa così : “Sott’ O’Piumone facimm Ammore, a piett a nur, aneme e core, taggia mparà l’ammore come se fa”.
Non dovrei raccontarlo perché chi mi conosce sa benissimo cosa ascolto, i miei amici tante volte mi dicono che sono uno snob perché non ascolto i Negramaro, Modà, Jovanotti, LAPAUSINI, Emma Marrone, Tiziano Ferro, Ramazzotti e Mengoni.

Adesso potrebbero criticare queste mie conoscenze di musica neomelodica popolare ma che ci posso fare se Gigione questa mattina è riuscito ad entrare nel mio subconscio?
In verità non sono snob, perché non ho mai criticato i gusti musicali di nessuno, semplicemente mi limito a non comprare album delle persone sopraindicate e nonostante tutto però, sotto la doccia può capitare di canticchiare qualche motivetto di autori che non fanno parte della mia personale collezione musicale. La mia interpretazione di “nuvole e lenzuola” mi ha regalato delle enormi soddisfazioni: la zia che abita sopra di me mi ha minacciato più volte di scogliere i cani e di mandarmeli direttamente nella doccia. C’è anche chi ha insinuato che abitando a piano terra e con il bagno che affaccia sulla strada, la colpa per i continui incidenti che succedono fuori casa mia siano dovuti alle mie interpretazioni .

Personalmente ho sempre pensato che c’è una differenza tra essere un FAN e l’essere un semplice ascoltatore: il primo è pronto a comprare qualsiasi prodotto del suo mito e a fare centinaia di chilometri per ascoltarlo, il secondo invece si limita a selezionare alcune canzoni, magari assistendo anche a qualche concerto ma senza nessun sacrificio e soltanto per passare una serata diversa.
Anche io sono stato fan, ho seguito i Litfiba , CCCP, 99 posse e tanti altri girando mezza l’Italia, comprando tutto quello che si poteva comprare, dalle magliette fino alle tazze ma poi ho raggiunto la maturità musicale e ho smesso di essere fan e ho cominciato a divertirmi con tutto quello che capitava.

Erroneamente pensavo che “cultura” era un modo esclusivo di preservare le idee, l’arte e la musica di un certo livello ma poi con il tempo mi sono reso conto che non era solo questo, ma che il concetto si ampliava, da quello che mi sembrava essere elitario ed esclusivo, doveva arrivare ad abbracciare e a preservare tutte le forme di arte e di coinvolgimento popolare, perché ogni testimonianza può servire a capire le nostre origini e il nostro presente.
Questo ragionamento mi ha fatto capire che nessuno ha il diritto di sentirsi superiore ad un altro soltanto perchè veste, pensa, mangia e ascolta cose diverse da altri e, in ogni caso questo non ti fa essere portatore di “cultura” nel senso che si è voluto dare nel tempo a questo termine, al limite si potrebbe parlare di “Altra Cultura”.

Per questo motivo credo che Gigione debba essere rispettato per il suo lavoro così come penso che non si debbano dare giudizi affrettati su tutte quelle persone che seguono i suoi concerti o comprano i suoi CD.
Ognuno di noi ha il diritto di seguire quello che più crede opportuno senza correre il rischio di essere giudicato frettolosamente ignorante.
Adesso scusatemi ma vado fare una doccia in compagnia del mio stereo mentale…

Marco Manna

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Nicola Maldacea

E’ finalmente venne il tempo di Sanremo.
Il festival della canzone italiana, ormai alle porte, di frequente ha “cantato napoletano” trovando, quasi annualmente, tra i suoi protagonisti interpreti partenopei o comunque campani. Vi sarete però sicuramente accorti che, per scelta o per caso, negli ultimi anni la nostra musica è stata tenuta lontana dal palco dell’Ariston a beneficio di rapper e “amici”.
Quello che però molti non sanno è che il primo Festival della Canzone di Sanremo fu un festival tutto napoletano. Esattamente 20 anni prima della partenza dell’attuale competizione musicale, proprio nello storico Casinò municipale della città ligure, si tenne una rassegna canora interamente napoletana.
Va sottolineato che all’epoca musica popolare italiana e napoletana erano concetti coincidenti. La musica della “vecchia Napoli” negli anni trenta viveva un periodo d’oro, denso di attività e talento, una sorta di canto del cigno culminato in capolavori come Dicitenciello Vuje, Passione, Na sera ‘e Maggio e Signorinella, che sempre più estendevano all’intero scenario nazionale la supremazia delle “musiche e parole” napoletane.
Il Festival di Sanremo-napoletano fu ideato da Ernesto Murolo, poeta e giornalista partenopeo, nonché papà del grande Roberto.

Era il 1931 ed il vulcanico e discusso intellettuale, con l’aiuto del fido Ernesto Tagliaferri, grande musicista e direttore d’orchestra, ebbe l’intuizione di organizzare nella “città dei fiori” un festival di canzoni appunto tutte napoletane a cui parteciparono quasi esclusivamente cantanti partenopei.
Fu così che dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 “nella suggestiva cornice del Casinò Municipale di Sanremo” si svolse il Primo Festival di Sanremo.
In realtà si trattò di una kermesse di canzoni napoletane, senza classifica, giurie e vincitori, conclusasi con Napule ca se ne va, in omaggio ad una Napoli d’altri tempi, quasi a rappresentare la fine della “Napoli di una volta” che non riuscì a reggere l’impatto con la modernità.
Nonostante questo, la passerella di canzoni napoletane ebbe un discreto successo, merito anche dei nomi illustri che parteciparono. Una carrellata di personaggi originali e suggestivi.
La diva Ida Papaccio, in arte Ada Bruges, geniale e umorale, formosa e fatale.
L’esuberante e talentuoso Nicola Maldacea, il re delle “macchiette”, giocatore incallito che in una sola notte bruciò alla roulette l’intero compenso ricevuto.
Lo stornellatore fiorentino Carlo Buti, star internazionale, che interpretò “Adduormete cu’ mme”, scritta per l’occasione dal duo Murolo-Tagliaferri.
Il “maestro” Vittorio Parisi, in quel momento sicuramente il più famoso interprete della canzone napoletana, seguito da stuoli di ammiratori e ammiratrici.
E poi il tenore Mario Massa, Giorgio Schottler, Clara Loredano, Alfredo Sivoli, Ferdinando Rubino ed altri personaggi minori.
Dite che vi ricorda qualcosa?
Il seme era stato gettato ed a Sanremo, dove di fiori se ne intendono, lo conservarono con cura, lo innaffiarono e 20 anni dopo lo riproposero con successo. Un successo che tra cambiamenti, polemiche, snobbismi, vallette, cavalli pazzi, riserve indiane, eterni secondi e meteore dura ancora oggi. Un successo che però ha un’anima napoletana e che risale ad una vigilia di natale di tanti anni fa.

Giuseppe Ruggiero

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