Lifestyle

0 623
Andrea Papolino Foto di Kira Breschi

La Balloon Art altro non è che l’arte di decorare con i palloncini. Detto così può sembrare semplice, ma realizzare ciò di cui sono capaci i massimi artisti a livello internazionale è tutt’altro che banale. Già, perchè la Balloon Art, che nasce in America, ha anche i suoi campionati del mondo. Parliamo della World Balloon Convention (WBC) che quest’anno si terrà a New Orleans dal 6 al 10 aprile.

“E’ una grandissima competizione a cui partecipano team provenienti da tutto il mondo – spiega Andrea Papolino, che sarà uno dei due napoletani in gara con la nazionale italiana e che con la sua azienda Popo Art rappresenta un marchio leader del settore – Ogni squadra rappresenta una nazione in gara ed è composta da un minimo di 10 concorrenti che affronteranno varie sfide di loro competenza. La competizione dura nel suo complesso 27 ore consecutive. C’è emozione, ma anche tanta voglia di vincere L’Italia capitanata dal duo Alessandro Patanè – Enza Mondello punta a bissare il successo del 2010. – Non sarà semplice – Avverte Papolino – Parliamo dell’elite a livello mondiale di questa disciplina e ci sono rivali di altissimo livello, come ad esempio i russi, campioni in carica. – La nazionale italiana affronterà la Kermes statunitense con tanto entusiasmo e voglia di fare arte e spettacolo, ben conscia di ciò che serve per primeggiare – Nel Balloon art ci sono alcuni ingredienti fondamentali: occorre un 50% di fantasia,  un 40% di tecnica e un 10% di pura anima. Il mio slogan da sempre è: dai forma a ciò che hai in testa” Conclude Andrea Papolino.

0 628
Antonio Cozzolino, brigante, detto "Pilone"

Un giorno, quando il numero di storie diverrà infinito e tutto sarà stato già narrato – o rinarrato – più che gli scrittori conteranno i recensori, le guide per orientarci nella ricerca di bellezza, o decenza, nel mare iperdenso di narrazioni inutili.
La storiografia moderna ci offre grandi racconti dei macroflussi, da Le Goff alle complesse ricostruzioni di Braudel. Carmine Cimmino, insegnante e storico vesuviano, ha fatto una scelta, considerando le opzioni di inquadratura, estrema. Raccontare la Storia e le storie di un singolo punticino dell’universo. Un comune, Ottaviano. Ma farlo così in profondità da trovare connessioni con tutto il resto.
Raccoglie e ordina documenti, restituisce una storia minuta, di territori rimasti feudo fino all’Ottocento, con assetti proprietari regolati dalle strategie di espansione di monasteri e congreghe (“La luce della memoria”, ediz. Erasmus); ricostruisce la struttura del potere, i meccanismi economici, la pietosa vita delle masse popolari trattate come greggi, la camorra come propaggine della violenza medioevale (“La vita quotidiana sotto il Vesuvio”). Alcuni brani somigliano a estratti di cronaca recente:

“L’amalgama che dopo il 1830 tenne insieme una parte della borghesia e la legò ai destini dei Borbone fu la politica del disordine regolato, della controllata licenza, in cui ciascuno piegava la legge e il bene pubblico al servizio dei suoi interessi particolari. Alla polizia era affidato il compito di impedire che questa licenza minaciasse, da una parte, la sicurezza della monarchia e dall’altra opprimesse, oltre il limite della sopportazione, la classe ultima, che aveva anch’essa i suoi spazi nel sistema dell’illegalità. (…)
I gruppi di potere che muovono a piacimento la giostra degli appalti, dei servizi, dei dazi, delle appropriazioni di suolo pubblico, ora nascondono le loro trame dietro la legalità apparente garantita dalle carte, dall’ignoranza degli altri, dal fatto che i controllati sono anche controllori, dalla solidità di un circuito così inattaccabile che i suoi bastioni restano ancora oggi; ora, invece, tolgono ogni velo alla trame del malaffare, mostrano tutta intera la quantità dei ducati e delle lire che il potere corrotto porta nelle loro casse. Queste esibizioni procurano piacere (…) e generano negli altri quella paura che fa da solida base a ogni sistema di potere che voglia essere illegale “(op. cit.)

Dinamiche rimaste intatte da allora. Nella storia di Ottaviano è racchiusa la Storia di un Sud. Sapere chi eravamo fino all’altroieri ci aiuta a capire la parabola di una modernità già arrivata al capolinea e solo precariamente attaccata sui solidi millenari strati di MedioEvo rimasti sotto. Ci anticipa il disastro urbanistico e sociale.
Perchè trovare colpevoli è diventato un gesto automatico. Lo Stato. La mafia. E se scroprissimo che eravamo già così. Prima dell’Italia, prima ancora dei Borboni. Che la gestione del potere, che adesso etichettiamo con “democrazia”, è rimasta una storia di squilibri di potere e informazioni, ma anche un esercizio suicida dell’avidità e della prepotenza. Che molti dei danni non arrivano dall’alto, ma una comunità se li procura nella gestione delle risorse locali. Se scoprissimo che non tutte le storie si possono riscrivere. Saremmo in grado di accettare questa verità e di farne un qualsiasi uso proficuo?

Ho i miei motivatissimi dubbi ma me li tengo.

Carmine Cimmino l’ho conosciuto nel corso di un evento pubblico e ho dovuto scrivergli per ricevere le sue opere visto che sono quasi assenti dalle librerie, piccoli capolavori segreti per pochi adepti. È un uomo di grande gentilezza e di statura intellettuale rara. Ha dimostrato il coraggio, condizione morale della parrēsia, di denunciare le asimmetrie che gli son passate sotto gli occhi di storico.
Altre cose belle nei suoi libri: storie che si mescolano a leggende, come quella della latitanza e uccisione del brigante Pilone, o dei contadini di Sant’Anastasia che per 70 anni hanno atteso l’assegnazione di terre tolte, per legge, al potere feudale perché venissero devolute agli indigenti. La struggente bellezza di cerreti e vigneti prima delle colate di cemento; immersioni nella filosofia dei napoletani; ricostruzioni, con dettaglio enciclopedico, della storia di vini e strade.

“Il Vesuvio appariva a viaggiatori e pittori come un gigantesco vigneto: In ogni stagione dell’anno, il suo colore era quello dei pampini.”

E’ proprio quando racconta delle aziende vinicole, della montagna in grado di produrre frutta e verdure di ogni tipo, della passione e la fatica di chi dalla terra ha creato capolavori, esportando e affermando nel mondo modelli aziendali, che pare quasi di leggere che esistono si dei trend inarrestabili ma il futuro non è scritto, mai, e non è il ghetto globale al quale già troppi, in Campania, nel sud Italia, nel sud del mondo, si sono rassegnati.

0 1274
Marco Manna

Vi ricordate la famosa frase che storicamente viene attribuita al duce, al nonn, e a diverse altre figure del passato?

La frase é questa: “Ci sono in palio mille lire per chi si fa i cazzi suoi

Mi ha sempre affascinato, per questo anche io come i vecchi di un tempo ho voluto fare questa prova di sociologia. Però ho subito incontrato due problemi da risolvere, il primo è che sono contro i giochi a premi, e il secondo è che con l’entrata in vigore della moneta unica, le mille lire sono andate fuori corso.

Allora nel lontano 2002 decisi di trovare un altro strumento per dare vita al mio esperimento: mi feci crescere la barba. Decisi di tagliarla solo quando qualcuno che non vedevo da tempo non mi avesse più fatto le fatidiche 10 domande che si fanno a gli uomini barbuti, quelle riassunte nel perfetto decalogo della pagina Avere la Barba

1. Quando la tagli?

2. Perché non la tagli?

3. Ma non ti fa caldo?

4. Ma sei hipster?

5. Sei un talebano?

6. Pensi di essere bello con la barba lunga? (Secondo me stai meglio senza)

7. Ma non è sporca? Ma la lavi?

8. Ma come fai a mangiare?

9. Ma hai la barba perché è di moda?

10. Non hai soldi per andare da barbiere? (Certe persone aggiungono che in caso me la tagliano loro gratis)

La leggenda vuole che le mille lire siano ancora la in attesa del vincitore, come la mia barba che nel frattempo cresce sempre di più.

Marco Manna

0 1187

0 5330

La diffusione di internet, e più specificamente, dei social-network, ha riacceso l’interesse per le lingue nelle masse di non specialisti, in particolare verso i suoi aspetti curiosi, o aneddotici.
Non poteva mancare il napoletano, lingua di un popolo che ha nel racconto e nella narrazione artistica un suo tratto distintivo.
Spesso, però, si corre il rischio di lasciare troppo spazio al fattariello curioso, senza approfondire gli aspetti tecnici, che danno statura scientifica alla nostra amata lingua. Lo scopo di questa rubrica è proprio questo, ricordarvi/ci che il napoletano è una delle tante lingue italiche e che va studiata, raccontata e indagata come prodotto della cultura neo-latina. Da studente, durante i primi anni, odiavo profondamente la linguistica, la ritenevo una cosa noiosa e ricca di terminologie incomprensibili. Per farmela piacere, ho iniziato ad applicarla alla realtà.
Se ci pensate bene, l’esercizio di una lingua è l’attività culturale che facciamo con maggiore frequenza, anche se siamo ignoranti.
Ogni volta che leggiamo, scriviamo o parliamo, mettiamo in moto un meccanismo millenario.
Torniamo al napoletano, chi di voi conosce l’espressione PESCE E PESCE?
In tempi in cui il nostro parlamento di affanna ad approvare un decreto di civiltà, l’espressione napoletana pesce e pesce racchiude in sé tutte le mille sfaccettature di una relazione omosessuale e non solo.
Fare pesce e pesce può avere infatti diversi significati:

1-Può essere indicato come relazione omosessuale tout court, incrociare e far strofinare due membri può essere un elemento base dei preliminari omosex.
2-Può indicare una relazione profonda tra due amici, una sorta di affinità elettiva, senza che ciò implichi la loro omosessualità. Chiara è la frase “facite sempre pesce e pesce tutt’e duje” riferita a due amici inseparabili.
3-Anche se raro, il detto è ascrivibile ad un rapporto di servilismo e piaggeria nei confronti di qualcuno: un superiore, un politico o in generale qualcuno dal quale vogliamo ottenere un favore o un “appoggio”. Tipico è il rimprovero “Eh bravo, stai sempre pesce e pesce c’o capo. Lecchino!”

Ma cosa è in linguistica pesce e pesce? Tecnicamente può essere una locuzione avverbiale (generata a sua volta da una metafora pesce=membro maschile), ovvero una frase fatta che ha la funzione di un avverbio. Volendoci sbilanciare, è ascrivibile al fenomeno della reduplicazione, ovvero la formazione di un nuovo significato con l’utilizzo di un solo sostantivo ripetuto, il quale preso singolarmente ha un senso del tutto diverso. Per capirci: pesce da solo ha significato erotico-ittico, pesce e pesce amicale-amoroso. In napoletano, a differenza dell’italiano, la reduplicazione è molto prolifica, altri esempi più noti: tann’ (allora, all’epoca) tann’ tann’ (in quel preciso momento, vico (vico, vicolo) vico- vico (dappertutto, ovunque).

Ricordate, il napoletano è una scienza.

0 826

 


Era l’amico dell’università. Mi aiutava con gli appunti, andavamo in giro per la provincia nelle sere senza donne. Era un fratello.
Parlavamo di tutto, nelle nostre sere perse, era un rincuorarsi in attesa di, credo, diventare grandi. Ci incontrammo per caso in una delle lunghe ore in treno verso Sud, quando i libri restavano in borsa e le pianure scorrevano dai finestrini, e fu come riprendere una conversazione interrotta da pochi minuti.  Si chiamava Valentino.

– Maurizio, ti ci vuole una chiattona, ti ricordi come mi dicevi? Non c’entra niente il fattore estetico o quanto sia davvero chiatta. La chiattona è quella che si vede inadeguata, che per sentirsi accettata si concede al primo appuntamento, che si prende cura di te e si tiene ogni genere di bugia, facevi tanto il filosofo. E dopo tanto consigliare, chi è che va a provarci con la chiattona del corso?
– Non farmici pensare!
– Dovevi essere proprio disperato, ma ti capisco, dovevi accumulare punti esperienza, va bene.
– Però di viso era carina.
– Ma ti disse no.
– Non ero convinto, le avevo chiesto di uscire per provare com’era, come se avessi già in tasca il si, e così il rifiuto è assicurato.
– E tu che ne sai?
– Perché, poi, passato qualche anno, ci sono uscito. E stavolta ero davvero, totalmente, disperato.
E questa è la storia che mi raccontò e che adesso provo a modo mio a riportarvi, eccetto per i nomi, fedelmente.

Io non lo so a che serve San Valentino,
se non che puoi stare con la disperazione,
l’unica cosa che può darti la spinta,
io ero a quel punto,
così senza appigli che qualunque cosa è meglio che star fermo,
lontano da casa e solo
un alieno depresso,
finisci nell’abisso se non hai le spalle forti,
puoi andare avanti anni luce senza vedere il buco nero che ti aspira da dentro,
fu lì che mi scrisse Carla,
mi disse: oh auguri,
si era ricordata di scrivermi per l’onomastico,
quando la chat si accese stavo guardando Maverick, senza audio,
al punto dove Mel Gibson prova a impiccarsi in groppa a un cavallo,
mi disse: mi trasferisco anch’io.
E poi: non è che poi ci fai pensiero, rimaniamo nell’orbita dell’amicizia;
e io pensai con tutto il cuore: meglio,
avevo fatto degli errori per arrivare a questo, gli errori ti si scrivono addosso e giungi
al punto in cui il gioco non è più scegliere, ma giocarsi bene quello che trovi,
cominciammo a vederci, mi faceva ascoltare il jazz, (associare una donna non a una canzone,
a un genere, il jazz era Carla e Carla il jazz)
poi le serate dopo il lavoro, più in soggiorno suo che da me,
seduti sulla moquette,
mi ascoltava,
con curiosità e sufficienza,
mescolate con arte,
e i Simpson e i film di samurai,
e le sessioni di Twin Peaks e pattinare sul ghiaccio,
perchè non provi a pettinarti così, ti faccio vedere,
andammo avanti così e un po’ alla volta mi accorsi che ero vivo,
certo c’era il discorso amicizia, quella linea di confine che si era costruita,
un campo di forza stile Donna Invisibile,
e il terrore
il panico
di farmi vedere con lei,
si
me ne accorsi un po’ alla volta ma una serie di inviti mancati li notò anche Carla,
saremmo andati avanti così
finché non ci fu mia madre e la storia dei panzerotti,
sempre così,
compariva ogni volta senza annunciarsi, solo che stavolta trovò
lei
il bello fu la reazione, la traformazione, di mamma
si sedette in soggiorno,
parlava a ruota libera
e intanto guardava Carla, guardavo mia madre,
Carla che dice: vabè vado a fare i crocchè, mia mamma che sorride,
e intuivo che le cose possono anche trovarsi il loro posto da sole,
senza per forza doversi sudare ogni centimetro,
e comunque quando mai aveva fatto i crocchè?
e mamma che guardava con occhio complice
stavamo dialogando senza i soliti filtri,
quanti filtri si vengono a creare coi genitori,
quanti sforzi facciamo per tenerli fuori dalle nostre tempeste,
inutili perché a loro basta uno sguardo, ognuno ha la sua ricetta
disse mia madre quando arrivarono i crocchè, ognuno ha la sua versione del crocchè di patate ma questo deve avere qualche ingrediente segreto perché è la perfezione, ricordavo quelli della nonna
i pomeriggi passati ad aspettare che l’olio di arachidi impregnasse il mondo
ma quanto si era fatta carina, adesso?
o lo era già,
non si capisce mai,
mia madre e il suo occhio complice,
c’erano arrivati in un battito di ciglia,
il crocché che ballava sui miei sensi con l’energia del brodo primordiale,
e la colata di mozzarella,
era quella,
la variabile che risolveva ogni equazione,
ci arrivo sempre tardi sulle cose, io,
forse è tutto qui, pensai, l’amore o
come lo vuoi chiamare,
quando trovi l’ormeggio,
ci si può arrivare anche così, imparando a conoscersi,
costruire un impalcatura di abitudini, e poi pensare a buttarci dentro
la musica
il contrabbasso di Mingus che mi ricordava le sue curve maestose,
Mingus, devi ascoltarlo il prima possibile, chiuditi al buio e ascoltalo
continuavo a farmi quella domanda, che stupido,
qual è l’ingrediente segreto?
e benedissi quel San Valentino fortunato, sperando che mia madre andasse via presto.
– E poi com’è finita?
– E com’è finita Maurizio, che siamo arrivati a Roma e io devo scendere. Ma vieni a trovarmi uagliò. Dobbiamo parlare come ai vecchi tempi.
Il treno si fermò, lo vidi scomparire in pochi minuti, come se non ci fosse mai stato. Non l’ho più visto, e di chiamarlo non c’è stato il tempo. A volte mi viene da pensare che sia stato uno dei suoi scherzi, altre lo immagino con Carla, la chiattona, in un mattino così, e allora so che ovunque egli sia, è felice.

0 597
Foto di Generoso Fummo

E’ da tempo che ho obbligato me stessa ad osservare meglio ciò che mi circonda, a guardare la strada che percorro, i palazzi, gli spazi, i dettagli della città. Ma per quanto impegno possa metterci, mi sono resa conto che non è mai abbastanza, che ci saranno sempre cose nuove da scoprire anche laddove pensavi di aver visto tutto. E in questo caso la “scoperta” che ho fatto mi ha lasciata letteralmente senza parole! Un’amica un giorno mi manda un video. “Vedi che sicuramente ‘sta cosa ti interesserà!”. E c’aveva ragione!
“Il lavoro per l’uomo è una missione. Si lavora non solo per mangiare, ma perchè tu hai pure bisogno di dare un senso alle cose” e Carmine Cervone ci crede veramente a ciò che dice. Ha preso un’arte di famiglia, quella della tipografia, e l’ha fatta diventare la sua ragione di vita.

Percorro via Anticaglia, entrandoci da via Duomo, e dopo un centinaio di metri sulla destra mi ritrovo una bottega come tante in questa zona, senza un’insegna sgargiante nè particolari richiami che possano catturare il passante distratto. Ma ecco la scoperta! Il tempo si è letteralmente fermato, un profumo di inchiostro e carta e storia mi invade i pensieri. Le macchine del secolo scorso lavorano, con lentezza, con cura, strafottenti del progresso e della tecnologia. Un torchio tipografico, unico a Napoli, datato 1840, la Linotype, la Stella Heidelberg, il tagliacarte, la trancia per la doratura, tutte datate intorno agli anni ’30 del ‘900. Qui si stampa ogni cosa, dai bigliettini da visita alle tesi di laurea. Tutto viene creato curando i più minimi dettagli e solo guardandoti attorno capisci che il prodotto finale non è una semplice digitalizzazione di tasti asettici e impersonali ma un complesso meccanismo di composizione: qui si fa Arte!

Carmine è “‘nu personaggio, come lo definiremmo a Napoli, un carattere forte e con le idee ben chiare. Ha deciso di crederci fino in fondo e, con la stessa strafottenza delle sue creature, le sue macchine anti-globalizzazione, nella semi-illegalità, ogni giorno accende i motori e da vita alla sua passione. “Esisto, ma in fondo non esisto” mi dice, perchè il suo problema fondamentale è burocratico-legale, le sue macchine non sono più a norma, pertanto non possono essere inquadrate legalmente. Tutti sanno che lui è lì, lo sanno dal 2000, da quando ha riassemblato vecchi rottami e pezzi di macchine in disuso ridandole vita. Lo sa benissimo l’amministrazione comunale che ha recentemente incontrato Carmine per discutere del suo ambizioso e affascinante progetto di trasformare la chiesa di Santa Maria della Vittoria e Santissima Trinità all’Anticaglia in un “Museo della Tipografia”. Ma la burocrazia nostrana non è particolarmente celere nel suo operato; si tratterebbe, nel caso di Cervone, di studiare una formula ad hoc, un riconoscimento che gli permetta di operare ufficialmente e nella totale legalità.

La sua idea sarebbe quella di creare un Museo in Movimento, dove verrebbero non solo esposte le sue macchine ma i curiosi, i visitatori,  avrebbero la possibilità di vederle all’opera. In movimento proprio perchè resterebbero sempre in funzione, lì attive a produrre opere uniche. Si tratterebbe di un progetto realmente unico nel suo genere, col quale si riuscirebbe non solo a dare la possibilità di scoprire un’arte oramai dimenticata ma contemporaneamente a riqualificare una delle numerose chiese abbandonate in condizioni di totale degrado. Probabilmente l’ambizione sta proprio in questo, per la sua realizzazione dovrebbero attivarsi troppe realtà, ma, come si dice, mai porre limiti alla provvidenza.

Vuole mostrarmi la chiesa e ne approfittiamo per un caffè. Per strada una coppia di turisti ci chiede un’informazione, come si raggiunge vicoletto San Paolo e lui, con una gentilezza d’altri tempi, dà le indicazioni descrivendo tutti i dettagli utili per riconoscere la destinazione, paragonando la strada alla famosa biforcazione in cui Don Abbondio incontra i bravi. Lui ama i Promessi Sposi. Ama la Letteratura.

Mi racconta di quando un giorno decise di stampare col torchio fuori la bottega ed inevitabilmente nella mia mente le indimenticabili immagini di Totò e Peppino ne La Banda degli Onesti. Il torchio che gelosamente conserva nella sua bottega è, anche per l’occhio più ignorante, un vero spettacolo. Fu capace di arrevotare l’Anticaglia! Passanti, increduli, turisti, tutti attorno a lui ad ammirare una meraviglia in funzione.

Probabilmente qualcuno lo avrà definito pure “nu miezu pazz'” che al giorno d’oggi si ostina ad andare avanti per la sua strada solo per pura passione. Ma, francamente, ce ne fossero numerosi di pazzi come lui probabilmente, tante eccellenze non andrebbero dimenticate.

Officina d’Arti Grafiche di Carmine Cervone, strada dell’Anticaglia 12. Fateci un salto, per curiosità, per scoprire, per imparare, ne vale la pena. Garantisce Soldatoinnamorato!

Milly

0 1491
Peppino Gagliardi

Gli anni del miracolo italiano, del boom economico, della televisione in quasi tutte le case, portano all’affermazione definitiva del Festival di Sanremo, rendendolo la messa laica e nazionalpopolare che conosciamo. Sono anni di cambiamento e di rivoluzioni ed anche la musica partenopea conosce un brusco cambio della guardia, portando alla ribalta cantautori ed interpreti raffinati, in continuità con la grande tradizione napoletana, ma anche giovani emergenti, amanti delle contaminazioni e dei nuovi ritmi che arrivavano dagli Stati Uniti.
Anche in questo caso ci teniamo a sottolineare la parzialità e la soggettività della nostra selezione e della nostra classifica dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1960 al 1969.

1. Sergio Bruni – Il Mare. Il primo posto va di diritto al più grande interprete della musica napoletana del dopoguerra. Bruni nel 1962 ottenne il secondo posto con “Tango Italiano” ed il terzo con “Gondolì gondolà”, ma la canzone più bella, tra le tante che portò a Sanremo in quegli anni, è sicuramente la poetica “il mare”

2. Mario Abbate – Vorrei fermare il tempo del 1963. Alle spalle di Bruni l’antagonista di sempre: Mario Abbate. La loro fu una rivalità alla Coppi e Bartali, che divise spesso il pubblico e la critica.

3. Fausto Cigliano – E se domani. Nel 1964 Cigliano, in coppia con Gene Pitney, presenta al Festival un brano bellissimo e moderno, forse troppo. La canzone è la famosissima “E se domani” che, come accade spesso ai capolavori, a Sanremo non ha fortuna, non viene ammessa alla serata finale e si piazza penultima nella graduatoria finale.
Qualche mese dopo una giovanissima cantante lombarda, una certa Mina, ripesca il brano che, riarrangiato, viene inserito nel suo primo album. Da quel giorno un successo che dura ancora oggi, facendone un classico della musica italiana.

4. Aurelio Fierro – Sole, pizza e amore del 1964. Questo brano segnò l’ultima partecipazione di Fierro a Sanremo, da quel momento in poi le sue energie si concentreranno sul Festival di Napoli, di cui per anni resterà dominatore incontrastato.

5. Peppino Gagliard i- Se tu non fossi qui. In quegli anni si faceva largo un altro grande protagonista della scena musicale italiana, un interprete rivoluzionario ed originale rispetto ai tempi, che forse proprio per questo non raggiunse subito il successo meritato. La sua migliore posizione a Sanremo in quegli anni fu questo decimo posto del 1966

6. Peppino Di Capri  – Dedicato all’amore. Nel 1967 esordisce a Sanremo, in coppia con Dionne Warwick, un artista che legherà fortemente il suo nome al Festival. Per Peppino Di Capri ci sarà l’esclusione dalla finale, ma arriveranno giorni migliori.

7. Massimo Ranieri – Da bambino. Nel 1968, in coppia con i Giganti, c’è l’esordio al Festival di un altro giovanissimo predestinato. A soli 17 anni Ranieri si classifica al settimo posto impressionando critica e pubblico per presenza scenica e maturità vocale.

8. The Showmen – Tu sei bella come sei. Dicevamo del cambiamento ed ecco che nel 1969 a Sanremo arriva un gruppo di Napoletani che fa “rhythm & blues”, mischiando per la prima volta Napoli e Stati Uniti. Musella, Senese, D’ Anna e gli altri apriranno la strada a musicalità nuove che negli anni ’70 porteranno fino a Pino Daniele.

9. Little Tony – Il cuore matto. Questo famosissimo brano del 1967 portato al successo dal cantante sammarinese ha un cuore napoletano. L’autore è Totò Savio, chitarrista, Maestro d’orchestra, musicista e paroliere, nonché fondatore e anima degli Squallor, come vi abbiamo raccontato in un’altra occasione.
10. Aurelio Fierro e Joe Sentieri – Cipria di Sole. Nonostante tutto, alla fine per Sanremo hanno scritto canzoni intellettuali, registi, giornalisti e scrittori. Nel 1962 a scrivere il testo di questa bella canzone sanremese fu nientemeno che Giuseppe Marotta.
L’autore de “L’oro di Napoli” aveva sempre guardato con curiosità e interesse al mondo delle canzonette, tanto da volersi misurare, un anno prima della sua morte, con la kermesse della città dei Fiori

0 1302

Il 1951 è un anno particolarmente fortunato per la musica; nasceranno Baglioni, De Gregori, Fossati, Eduardo De Crescenzo, Massimo Ranieri, Sting, Bob Geldof, Jaco Pastorius Phil Collins, Chris Rea…a dire la verità pure Dodi Battaglia e Sandro Giacobbe, ma questa è un’altra storia.
In quell’anno nacque anche il Festival della Canzone Italiana che, come vi abbiamo raccontato, ha origini napoletane; vi presentiamo quindi una selezione ed una classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1951 al 1959.

1. Tullio Pane – Buongiorno Tristezza. Nel 1955 ci sarà la prima vittoria napoletana al Festival, ad ottenerla, in coppia con Claudio Villa, fu il maestro Tullio Pane con la famosa “Buongiorno tristezza”.

2. Nunzio Gallo – Corde della mia chitarra. Nel 1957, sempre in coppia con Claudio Villa altro vincitore napoletano ed altro pezzo storico, l’indimenticabile “Corde della mia chitarra”.

3. Aurelio Fierro – Timida serenata. Il 1958 è l’anno di Modugno, di “Volare”, forse il momento più alto vissuto dal festival nei suoi più di 60 anni di storia. Quel Festival però vide protagonisti cantanti e autori partenopei, come nel caso della bellissima “Timida serenata” scritta dal grande Nicola Salerno (Nisa) e interpretata da Aurelio Fierro.

4. Nilla Pizzi e Gino Latilla – Amare un altro/Amare un’altra. Vi chiederete cosa c’entra con Napoli il brano che raggiunse il terzo posto al Festival del 1958? L’autore, il napoletanissimo Riccardo Pazzaglia, poliedrico e geniale giornalista, scrittore regista e…si, quello del cavalluccio rosso, che tornerà spesso a Sanremo come autore di raffinati testi.

5. Flo Sandon’s/Natalino Otto – Con Te. Nel 1954 al nono posto si classificherà la canzone “Con te” affidata ad Achille Togliani ed al duo Natalino Otto e Flo Sandon’s. Quello che pochi sanno è che quel brano portava la firma di Antonio De Curtis. Totò aveva dedicato il brano alla sua compagna Franca Faldini.

6. Modugno/Johnny Dorelli – Piove. Anche la bellissima piove, canzone vincitrice dell’edizione 1959 del Festival è targata Na. L’autore, in coppia con Modugno, della celebre “Ciao, ciao bambina” è il grande Dino Verde. A titolo di cronaca gli stessi autori della splendida “resta cu’ mme”.

7. Fausto Cigliano – Sempre con te. In quello stesso anno al sesto posto, in coppia con Nilla Pizzi, si classificherà un altro grande interprete napoletano di quegli anni, Fausto Cigliano. Il brano è bellissimo anche perché segna il debutto a Sanremo, purtroppo solo come autore, di Roberto Murolo.

8. Aurelio Fierro – Lì per lì. Sempre nel 1959 al quinto posto si piazza Aurelio Fierro con un brano forse poco adatto al suo stile.

9. Mia Cara Napoli e Oro di Napoli 1951– Omaggio a Napoli in questi due brani interpretati da Nilla Pizzi la vincitrice con “Grazie dei Fiori”, che quell’anno partecipava con ben otto brani.

10. “Signore e signori buonasera, in diretta dal Casino Municipale di Sanremo…”
Tra i protagonisti di Sanremo anni ’50 c’è anche la storica “signorina buonasera” Nicoletta Orsomando da Casapulla, che affiancò Nunzio Filogamo nella conduzione del Festival 1957.

0 973

Era convinto che si potesse avere successo scrivendo e cantando canzoni in un misto di italiano e napoletano. Credeva talmente in quella formula innovativa, che lui definiva di “contaminazione”, da mettersi contro le case discografiche, che invece lo obbligavano a scegliere uno solo dei due “linguaggi”. Ma lui, caparbio, girava personalmente le radio di tutta Italia per promuovere i suoi dischi.
Ed in effetti aveva ragione, come dimostrò il successo di coloro che adottarono questa formula, Pino Daniele su tutti.
Ebbe anch’egli la sua stagione di gloria, ma purtroppo durò poco, coincidendo per lo più con le sue partecipazioni al Festival di Sanremo del 1978 e del 1979.
Stiamo parlando di Ciro Sebastianelli, un cantautore napoletano “sui generis”, uno strano miscuglio tra Murolo e Cocciante, tra Ranieri e Battisti.
Figura emblematica di quegli anni un po’ cialtroni, in cui per promuovere un 45 giri (“Laura”) dovevi fingerti “ragazzo padre”, in ossequio al testo della canzone, pur avendo già moglie e tre figli.
Anni strani in cui Gilberto Sebastianelli sceglieva come nome d’arte l’esotico “Ciro”, oppure si ritrovava al primo posto delle classifiche olandesi, mentre in Italia non se lo filava nessuno.
Scrisse pezzi per Loredana Bertè, collaborò con Cristiano Malgioglio, partecipò al Festivalbar con la sua canzone più nota,“Marta”, ma andò incontro ad un rapido declino.
Ci ha lasciato a soli 58 anni per problemi cardiaci nel 2009.
Ma il momento più alto della sua carriera resta il Festival di Sanremo del 1978.
Il suo brano “Il buio e tu” sfiorò la vittoria, staccato di un solo punto dai Matia Bazar, Anna Oxa e Rino Gaetano, arrivò quarto assoluto e secondo nella categoria “cantautori” alle spalle di “Gianna” di Rino Gaetano. Ilpezzo riscosse anche un grande successo di pubblico vendendo in pochi mesi 350mila copie.

Giuseppe Ruggiero

IN PRIMO PIANO

0 7225
Ho 35 anni, ho fatto in tempo ad avere Lui come idolo, i caroselli con via Caracciolo tutta azzurra e 127 scoperchiate, le lacrime...

0 432
Quando, due anni, fa Paolo Sindaco ed io decidemmo di far nascere questo sito web pensavamo di dover dare voce alla nostra passione comune...

0 1960
Pochi mesi fa il signor sindaco Luigi de Magistris, detto Masaniello, pubblicizzò l'iniziativa (meritoria) di un numero verde a cui telefonare per segnalare in...

0 1598
Non è il Centro Paradiso, ma Castelvolturno. Non c'è Ottavio Bianchi, ma Maurizio Sarri. Eppure Diego Armando Maradona è ormai praticamente un membro del...

0 5179
Tutti abbiamo un amico, o meglio un conoscente, che non ci sta molto simpatico,  Magari per le sue continue esternazioni fuori luogo, perchè è...