Lifestyle

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Franz Kafka, by Robert Crumb, all rights reserved

– Ci sarebbe da capire che tipo di strategia adottare prima di chiamare i giornalisti – suggerisce l’avvocato – e poi, insomma, è davvero certa di quello che ha visto? –
Lei sta provando ad articolare una risposta, ma è assalita dall’ennesima ondata di lacrime. Bisbigliano. Eppure Benito Annunziata, dal fresco della sua camera da letto riesce sentire ogni fruscio, ogni respiro, fino alla goccia di sudore che attraversa la fronte di sua moglie, Matilde, che prova ad affrontare l’imprevedibile coi mezzi che ha.
L’ avvocato, in cucina con lei, avanza di qualche centimetro per occupare il suo campo visivo.
– Bisogna gestire l’effetto sorpresa. Tutto quello che uscirà da quella stanza, ogni brandello o anteprima del tesoro che c’è lì dentro dovrà essere venduto a peso d’oro. –
Il suo campo sensoriale si è allargato. Riesce a sentire le vibrazioni della strada, la vicina che sale le scale. L’odore del caffè del ragazzo al primo piano, il suo ciabattare indolente.
Ma non riesce a divincolarsi.
La stessa metamorfosi che l’ha fatto risvegliare, dopo una notte di sogni indigesti, in un disgustoso mostriciattolo violaceo, l’ha imprigionato nel suo stesso letto, con la gabbia toracica che si è allargata a dismisura incuneandosi nel materasso.
– …come farò? – farfuglia Matilde – Ho solo questa casa che non vale più niente. Infiltrazioni ovunque, caldaia da buttare. Guardi la cucina. –
L’appartamento che ha ereditato da suo padre è al terzo piano di un edificio nella parte alta di Caivano. A volte ha la sensazione che c’è qualcosa di labirintico e inesplorato, in quell’edificio, che l’impegno ininterrotto del lavoro non gli ha mai dato il tempo di approfondire. La preoccupazione di Matilde è palpabile. L’avvocato è una antica conoscenza. Hanno frequentato, da ragazzi, la stessa scuola senza celarsi un sereno disprezzo.
– Io lo sapevo che prima o poi mi metteva nei guai. –
L’avvocato, che nel tempo ha costruito un personaggio di empatica professionalità sta provando a tranquillizzarla con un paziente ascolto.
– Non vale niente, non ha mai saputo cosa vuole, mai. –
– Non sia troppo severa. –
Qualcuno si muove, nell’edificio. Forse intuiscono un’anomalia. Sono le nove e trentacinque e Benito ha già accumulato un notevole ritardo al lavoro.
– Non è toccato a lei svegliarsi con un … coso così al suo fianco. –
Matilde ha le sue ragioni. Non è mai stato un buon marito. Non sa mantenere l’attenzione. I sentimenti che prova per lei sono intermittenti, qualcosa che può liquefarsi e ricostruirsi giorno dopo giorno. A volte è assalito dall’impulso di scappare da lei.
– …quelle zampe che si muovevano, e la bava! –
– Esiste una tradizione letteraria di tutto rispetto riguardo a queste cose, deve provare a intuire il meraviglioso potenziale di una situazione che può cambiare la vostra vita. Ma, mi dica bene, in cosa si è trasformato, suo marito? –
La metamorfosi è in atto. Può sentire i suoi circuiti cerebrali prendere possesso delle aree dedicate al movimento. Sente. La sua coscienza continua a espandersi. La struttura a telaio dell’edificio percorsa da un esercito di formiche in fuga verso l’alto. Ci sono conti che non tornano, in quel palazzo. Punti segreti. Vani, botole. Parti murate. Le formiche non si fermano. Anche l’edificio è fatto per espandersi. Ci sono connessioni inaspettate, cunicoli e gallerie che confluiscono al fondo sotteraneo di Caivano.
– …che faccio adesso? Non ho mai lavorato, i bambini sono piccoli. –
A Benito il solo pensare alla sua vita, all’insieme di compiti e impegni che gli permettono di portare avanti la famiglia – la sveglia alle tre del mattino, il percorso notturno verso il mercato ortofrutticolo dove gestisce un banchetto di frutta all’ingrosso, l’estenuante lotta al ribasso cui si riduce ogni sua relazione, e le chiamate notturne dei fornitori dalla Sicilia, l’orribile, interminabile serie di imprevisti che non gli lasciano un momento di respiro, lo devasta.
– … e la voce, era un ghigno, il ghigno di una … rana impazzita.
Stanno parlando di lui. Nell’appartamento a fianco. Nel cortile, che inizia a popolarsi dei primi curiosi.
Il sonno l’ha ristorato. Nuove forze, una diversa flessibilità degli arti, gli danno la certezza che adesso può sollevarsi da solo.
– … Maria De Filippi non può essere la dimensione di questa notizia. Deve pensare al mondo. A quello che può significare per il mondo. CNN.BBC. FOX. Un’ asta tra colossi dell’informazione. Può essere l’inizio di una … nuova era… la mutazione genetica che riscrive la Storia!
Pian pianino. Strisciando sul dorso riesce a scivolare sul suo fianco e a scendere dal letto con un unico balzo.
– … forse è stato il soffritto, lui non si contiene, io non ho mai capito tutto quest’amore per le frattaglie, sono innaturali, hanno qualcosa di disumano. –
Atterra con un tonfo umidiccio di pesce battuto. Ha fame. Fagiolioni, scarole, peperoni, zucchine. Una voglia famelica di verdure.
Deve prendere confidenza col suo nuovo corpo ma è impacciato da qualcosa. Fra poco sarà popolare. La calca ha riempito il patio e lui non ha nessuna voglia di essere ancora in camera quando arriveranno.
– Dobbiamo solo mettere giù un accordo per iscritto. Serve per garantirle la titolarità dei diritti di immagine. –
Diritti di immagine. Un’idea che da sola gli fa venire il bruciore stomaco.
– …giusto una quindicina di capitoli, può leggerli con calma. Da come ne parla non mi sembra proprio un insetto. –
Ha una coda. Una grossa coda, è adesso che ce l’ha sa di averla sempre voluta.
Può muoverla. È questo che è diventato?
– Gli ha fatto già una foto? –
Un grossa lucertola. O forse no.
– Dovevo? –
Qualcosa di ancora più bello.
– mmm… no, no. Possiamo farlo insieme. –
La potenza dei suoi passi scuote il parquet. È potente. Avvicina il muso alla porta. Ha sempre detestato quell’uomo. L’ha visto crescere, giorno dopo giorno. Emergere come un bubbone, dal nulla del paese, strisciando, creando alleanze, piaceri, legami e tenendosi alla larga da ogni fatica.
– Non deve aver paura, io e Benito eravamo amici, sa? –
Si avvicinano alla porta. Può quasi vederlo, l’avvocato, muoversi con disinvoltura dentro casa sua, Matilde che si aggiusta i capelli, si è già affidata a lui, è sempre andata così, lui che beccava le ragazze più carine senza il minimo sforzo e Benito che finiva a crucciarsi, in segreto, solo.
La porta si apre.
Era un po’ che non si vedevano così da vicino. Ha messo una barbettina degradante e gli occhiali con la montatura in osso.
Da come lo fissa anche l’avvocato deve essere abbastanza colpito dal suo nuovo look.
L’ha sempre schifato.
L’ avvocato D’Amato.
Stù strunz.
Una cosa che gli parte dallo stomaco.
Una fiamma.
Non può fermarla.

È continua, potenzialmente infinita. Attraversa l’avvocato illuminando il corridoio con una luce blu, mentre Matilde grida come una posseduta, e le formiche si disperdono con una traiettoria radiale sulle pareti dell’edificio, scappano tutte, e invece la gente sale, fra un poco saranno lì, l’avvocato è un tizzone ardente.
Si sente forte, stare in quella casa non ha più senso, è cambiato, cambiato dentro, per sempre. Gli serve cibo. Ma prima aria.

Al telegiornale delle 11, qualcuno dei testimoni intervistati parlerà di stormi di uccelli preistorici volteggianti nei cieli cittadini.
La signora Tuccillo, dirimpettaia degli Annunziata, riferirà di aver visto una specie di dinosauro viola emergere dalla finestra del signor Benito.
È rimasta ferma, dirà, gli occhi spalancati e l’innaffiatoio penzolante in una mano, ma quando lo ha visto appoggiare le zampe con le unghie uncinate sulla ringhiera del balcone, distendere le ali e spiccare il volo non ha avuto dubbi.
– Quello era un drago vero. Altro che cazzi. Come in Game of Thrones.
Il che, cronache alla mano, farà registrare l’evento come il primo avvistamento ufficiale di un drago nel comune di Caivano.

Benito è, ormai da anni, abituato a viaggiare di notte, quando a muoversi per le stradine semisterrate della provincia è solo una minoranza di studenti nottambuli di ritorno a casa e lavoratori come lui, che preparano il cibo per il risveglio del paese. Si è così assuefatto alla calma residuale della notte che il giorno è diventato insopportabile. Così, da qualche mese ma sempre più frequente, dopo aver rimesso a posto il lettore cd del suo vecchio furgone, lo stereo che procede a sbalzi sulle buche e gli affioramenti che collegano Caivano ai paesi limitrofi della periferia Nord di Napoli, trasmette, sempre, musiche di Morricone. Il traffico nervoso sulle strade esauste della periferia, l’arrancare degli anziani, le facce assenti e aggressive e inebetite e le pelli ingiallite degli abitanti di Caivano, diventano i personaggi di un unico dramma collettivo. È il solo modo che ha per accettarli e, a modo suo, compatirli. Sono le note che sente, in un loop infinito, mentre spiega le ali sulla cittadina, e i movimenti delle ali sono il ricordo di un potenziale, o di un sogno, e Benito, a modo suo, indirizza a Caivano il suo ultimo addio.

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60 anni sono un traguardo importante e come tutti i momenti importanti vanno condivisi con le persone che si amano, con i parenti e con gli amici più cari ma anche con le persone che semplicemente hanno condiviso con noi momenti significativi della nostra vita.

Per una persona come Nino D’angelo, artista con oltre 35 dischi all’attivo e più di 20 film interpretati, scegliere con chi festeggiare i 60 anni non deve essere stato facile, e quindi, fedele al suo modo di essere, ha optato per la scelta più semplice e di cuore, Nino ha scelto di festeggiare con il popolo delle sue canzoni e lo ha fatto in un posto che fino ad oggi lo aveva visto inspiegabilmente solo spettatore, e mai protagonista: lo Stadio San Paolo, o meglio la Curva B, quella che lui ha cantato più di 30 anni fa in una canzone che rimane per molti tifosi l’unico vero Inno della squadra e che è senza dubbio la più bella canzone scritta sul Napoli.

Nino invita i fan a festeggiare con lui, organizza una festa più che un concerto, nonostante le sue canzoni siano state le protagoniste, nonostante la scelta di una scaletta perfetta, nonostante i meravigliosi duetti, fra cui una splendida versione di ‘A storia ‘e nisciuno con Fortunato Cerlino e il due pezzi con Maria Nazionale che sembrava Napoli fatta donna. Prima della musica, forse per la prima volta in un concerto, c’era lui, Nino, sinceramente commosso che con la voce rotta dall’emozione ha trasformato il pubblico del San Paolo da spettatori in invitati al suo compleanno.

Non a caso parola più pronunciata durante tutta la serata è Grazie, Nino ringrazia di cuore il pubblico e lo fa con sincerità, non riesce a trattenere le lacrime guardando quella curva che ha iniziato a frequentare da bambino oggi piena di gente venuta solo per lui per fargli gli auguri e regalargli una delle serate più belle della sua vita. In tanti anni che frequento stadi, palazzetti e concerti vari non mi era mai capitato di vedere tanta umanità su un palco, e se il concerto è stato memorabile quei momenti di familiarità e unione vissuti al San Paolo hanno reso Nino 6.0 un evento unico e probabilmente irripetibile. Perché al netto di tutti i grandissimi talenti e artisti di ogni genere che Napoli ha avuto, ha e avrà nella sua storia, difficilmente vedrà un fenomeno così popolare e così importante per la sua cultura come Nino D’Angelo.

Perché Nino è uno di quei pochi artisti che possono vantare di essere letteralmente cresciuti con il pubblico, uno di quei rarissimi artisti che nonostante sia ormai una leggenda vivente ha l’umiltà di capire che niente gli è dovuto. Sono orgoglioso di essere stato il riscatto ‘e chi nun ten’ nient’ quanti possono affermare una cosa del genere senza retorica? Nino partendo dal nulla  a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 ha rilanciato la musica melodica in Napoletano, superando la sceneggiata e restituendo alla lingua Napoletana quella dimensione di lingua di espressione artistica di tutto il meridione. E se la critica con un certo snobismo ha sempre snobbato il fenomeno Nino D’Angelo, il popolo lo ha subito accolto con affetto già dai primi album.

Perché il popolo trova finalmente una voce bella che racconta in modo semplice, ma sempre ispirato, le storie di ogni giorno tipiche del meridione, anche le storie d’amore sono descrizioni del quotidiano, senza la ricerca di concetti universali, Nino racconta di primi amici, di ribaltabili calati, di spinelli, di tradimenti, di amori estivi  e lo fa con una vena poetica degna del miglior cantautorato italiano, ma nella lingua di chi quelle storie le vive ogni giorno, ed è forse quello che di cui Napoli e il sud avevano bisogno in quel momento.

Tutto quello che è venuto dopo Nino, i cosiddetti neomelodici, che vi piaccia o no, sono quelli che hanno tenuta in vita la cultura, la lingua e la musica Napoletana molto più dei tanti fenomeni di nicchia esaltati dall’intelighenzia. Il motivo è semplice: la cultura Napoletana è per diffusione essenzialmente popolare e se oggi a Roma, Taranto, Palermo e in tutto il sud ci sono artisti che usano come lingua di espressione il Napoletano il merito non è di certo dei tanti bellissimi fenomeni indie, alternativi o altro, ma di chi saputo far rinascere in chiave contemporanea la musica napoletana.

E ieri finalmente “il popolo delle sue canzoni”, come lo ha chiamato più volte Nino dal palco, ha potuto abbracciarlo e ringraziarlo per questo, per essere da oltre 40 anni la voce più schietta, sincera e al contempo ispirata, emozionante ed emozionata della nostra città.

Paolo Sindaco Russo

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Dal nostro inviato a Mosca

Il polverone scatenato dalla trasmissione Rai “Parliamone sabato” sulle fidanzate dell’est Europa, oltre ad essere stupido, indice di razzismo e orientalismo su cui si potrebbero a lungo citare Frantz Fanon e Edward Said, non tiene conto di un fatto: quanto elencato dai poco scrupolosi autori del programma non corrisponde a verità. E qui non parlo di quante meravigliose donne qui siano delle vere professioniste dei propri settori, riescano a insegnare, curare, dirigere con grande abilità. No, vorrei andare a smontare gli odiosi stereotipi della trasmissione. Non inizio nemmeno dal punto 2, dove si vede che non si è mai stati in Russia o in Polonia: il concetto di “abiti per casa” (домашняя одежда) esiste e per uomo e per donna. Ecco la mia rettifica semiseria.
Il punto 3: non sono gelose, e io sono biondo e magro. Ho avuto sceneggiate degne di Regina Bianchi per aver scambiato due chiacchiere con colleghe; un mio caro amico, per venire a farsi un paio di birre con me e un altro moscovita partenopeo, si è visto piombare l’allora partner in birreria per “controllare”.
Prendiamo poi il punto 4, dove si legge che “sono disposte a far comandare il proprio uomo”: chi scrive conosce personalmente illustri colonnelli delle Forze Armate russe, esimi accademici, egregi medici, tremebondi di fronte all’ennesima ramanzina della Nadya o Tanya di turno. D’altronde, non è sorprendente, in una situazione sociale dove negli ultimi venticinque anni il numero di divorzi è aumentato, e dove la “femminilizzazione” della famiglia è argomento assai studiato; inoltre, quanto asserito dal programma presenta uno stigma di certo poco positivo.
Il punto 6 poi è fantascientifico: non hanno mai assistito a capricci, polemiche, che spesso non sono legate a dinamiche di relazioni amorose. Chi scrive più volte ha visto quanto sia difficile, per un’impiegata o collega donna, ammettere di aver commesso un banale errore.
Insomma, non solo razzista, sessista e patriarcale ma anche bugiardi. Complimenti al servizio pubblico, e non fate le valigie: qui non troverete geishe ubbidienti e innamorate di voi, come siete chiaviche là, lo sarete qua, mai però quanto gli autori di quella trasmissione.

Giovanni Savino

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©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Paolo Russo

Dopo il secondo parto,ho notato alcune dinamiche che si ripetono,indipendentemente dall’ospedale in cui dai alla luce tuo figlio. Ed ecco…le cose vanno più o meno così.

Quando a Napoli partorisci,lo fai sempre in grande compagnia.

Orde di parenti di 1º,2º e 10º grado che attendono fuori la sala parto e accalappiano chiunque esca da lì per chiedere insistentemente,anche solo dopo 5 minuti dall’ingresso della partoriente: “È nato? Ci sono novità?” Come se per un parto ci volessero 5 minuti di orologio 😱

Quando la partoriente finalmente esce stremata dopo un trauma fisico e psicologico,ecco che i suoi parenti,supportati dai parenti sconosciuti delle altre famiglie,fanno alla malcapitata in barella la domanda fatidica: ” È STATO DOLOROSO?”

Che cazzo di domanda è “è stato doloroso”?? Prova tu a farti uscire un supersantos dal naso! E sono stata fin troppo elegante!

La neomamma in stato confusionale non ha la forza fisica di mandare a quel paese nessuno e di solito guarda i suddetti con occhi pietosi,sperando che qualcun altro risponda per lei qualsiasi cosa,pur di evitare di farlo lei.

Appena la mamma entra in camera,lei non esiste più. Inizia direttamente il treno di parenti,amici,amici dei parenti,parenti di amici,signore della stanza accanto,del reparto di sopra e di sotto che desiderano venire a vedere il nuovo nato. Ma non solo! Ognuno di loro pensa di avere il diritto di urlargli nelle orecchie,mentre dorme :”È un bambino bellissimo!”

Cavolo,avete mai visto un bambino appena uscito dalla panza della mamma? Diciamo la verità: un bambino con poche ore di vita è tutto raggrinzito ed anche un po’ bruttino,un misto tra un ranocchietto ed una persona anziana piena di rughe!

Le TORTURE CINESI continuano poi con chi arriva ed inizia a toccargli i piedini e le mani,lo vuole prendere in braccio,lo vorrebbe baciare con rossetti ed imbelletti sulla pelle delicata,lo vorrebbe tenere dopo aver fatto un bagno nel profumo con il rischio di irritargli olfatto e vista.

Perché naturalmente a Napoli i bambini appena nati sono bambolotti da spupazzare e condividere,tipo Ciccio Bello. Mica si comprende che i primi giorni di vita i neonati necessitano della vicinanza esclusiva dei genitori e di tanta serenità!

In quella sede iniziano poi gli SCONTRI TRA FAMIGLIE per l’APPARTENENZA al proprio patrimonio genetico. La suocera asserisce,ancor prima di averlo guardato,che il neonato è identico al proprio figlio,sia nei caratteri fisici che nei gesti. “Guarda,mette la mano in fronte come mio figlio quando riflette!” (Perché chiaramente quella mano in fronte la mette SOLO E SOLTANTO il nipote,nessun altro bambino al mondo!!  La mamma della partoriente invece parte in quarta: identica a mia figlia,dorme come lei! (Sempre perché chiaramente nessun altro bimbo dorme tanto appena nato!

Dopo aver portato ogni genere di dolci,frittate e pizze, ed aver invaso con la propria presenza la stanza della partoriente (che invece avrebbe bisogno di privacy e riposo!!),lo strazio si conclude con i parenti che danno CONSIGLI ALLA NEOMAMMA su come,dove e quando allattare,su come cambiargli il pannolino, su come evitare il “vizio delle braccia” (che non esiste), su come coprire il neonato fino al collo oppure come scoprirlo fino ai piedi.

Non so come noi mamme riusciamo a trovare sempre la pazienza ed il sorriso di affrontare tutto questo. E qui aggiungo in tono serio: ognuno fa il genitore come meglio crede. I nostri piccoli appena nati sono scombussolati ed inermi, penso sempre che bisogna provare a proteggerli dall’affetto quando diventa invadenza. Ma,a prescindere da tutto,noi mamme impariamo ad esserlo insieme ad i nostri figli. Lasciateci seguire il nostro istinto,lasciateci fare, lasciateci sbagliare.

A Napoli più o meno le cose vanno come ho descritto,è una questione culturale che si tramanda di generazione in generazione. E va bene così,è un modo tutto nostro per esprimere affetto e gioia per i nuovi arrivati!

Stefania Coratella

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– Ma, precisamente, da chi l’hai saputo?
– Mia madre, gliel’ha detto la tua.
– Io veramente sono a Napoli. Non so che le prende, ha vergogna di me!

Ero al telefono con Andrea De Lanza. Sua madre era una donna vecchio stampo. Grossa, viso di marmo, illimitata propensione al risparmio e alle vesti coi fiori. Quando il suo figlio più brillante le aveva comunicato di volersi trasferire in città per lavorare in un bar (un bar! – aveva confessato a sua sorella in uno sfogo telefonico – dopo tutti gli anni all’università!), la donna aveva vissuto un disastro interiore che aveva provato a soffocare chiudendosi in un lungo silenzio e nella negazione più cocciuta.
A chiunque gli chiedesse del figlio lei rispondeva che se n’era andato. Via. Lontano da tutto. A Londra. E basta. Non accettava altre domande.
Ma era legittimo, logico, si chiedeva Andrea, farsi carico del ridimensionamento di un intero mondo, o forse era meglio provare a vivere, vivere e basta, visto che tutto era così effimero?
Lui ragionava così (vabè, passando per una serie di argomentazioni decisamente più complicate ma, vi prego di andare sulla fiducia, il succo era questo).
E stava bene. Alle sei del mattino era al bar, dove lavorava part-time fino alle due. Per pranzo si spostava al molo Beverello, a mangiare un panino guardando le navi crociera e l’andirvieni dei turisti per le isole. Poi andava alla Biblioteca Nazionale a leggere i suoi filosofi preferiti o risaliva verso casa con percorsi che erano dettati dalle sue profonde meditazioni sull’universo.
Si può essere filosofi a Napoli, staccati da qualsiasi ambiente accademico e scaraventati in un bar del centro con ritmi disumani? Andrea pensava di si, e aveva deciso di dedicare il suo tempo all’unica cosa che davvero riusciva a farlo sentire se stesso: l’esercizio, libero da tutto, del pensiero. Io, a modo mio, gli invidiavo il coraggio.
Guardava, assorbiva, prendeva appunti mentali. Riusciva a isolarsi da tutto, a intuire invisibili schemi.
Finché giungeva ai Quartieri Spagnoli, nel basso che aveva affittato a un prezzo ridicolo da due sorelle ottantenni. I suoi libri, una scrivania, un lettino usato rimediato su un annuncio. Le piantine di basilico e i pomodori che coltivava in un orticello che si era inventato all’esterno e che le vecchiette accettavano volentieri in cambio di un piatto di pasta e quattro chiacchiere serali (sono ottime allieve, mi diceva, anche se di base tendono verso la scuola di Marco Aurelio). Niente tivù o giornali. Il suo mondo era tutto lì.
Ovviamente anche lui aveva i suoi bisogni. Ma aveva trovato la sua soluzione.
– Per quello c’é Natasha.
Natasha era cresciuta nelle pianure del Khurgan, ma Andrea l’aveva conosciuta ai Ponti Rossi e aveva deciso, istantaneamente, che era esattamente quello che ci voleva per lui. Il completamento della sua vita speculativa.
Andrea, che coi suoi jeans logori e il viso eternamente pallido era a secco di attenzioni femminili da ere geologiche, quando ad accoglierlo nel suo appartamentino vide Natasha, coi suoi boccoli biondi e l’accento russo, Natasha con quel seno esagerato, ma, soprattutto, completamente nuda, benedetta figliola, a parte i braccialetti d’oro e le zeppe che la proiettavano su altezze mitologiche, visse un tipo di gioia di cui si scoprì tremendamente a secco.
E vogliamo parlare di quando il fresco alito di pesca si posò sul suo collo, o dell’ondata di vita, potere e risvegliamento chimico quando mise le mani su quel culo di marmo?
Da quant’ è che non stava così? Probabilmente dai tempi delle sei sorelle di Casavatore. Anche lui si era innamorato della prima, solo che a differenza mia ci era uscito insieme, e la cosa l’aveva segnato per sempre. Ma di questo era impossibile farlo parlare.
– E’ il passato, Cristiano. (vedi “Una pornostar a Casavatore”)
Il presente era Natasha. La chiamava una volta a settimana, si imbarcava nella concatenazione di tram e autobus che lo conducevano al Corso Malta e da lì faceva l’ultimo chilometro a piedi. Natasha era gentile e non gli metteva fretta. E alla fine, si diceva, praticava prezzi ragionevoli.

Tutto perfetto?

All’apparenza si, ma quando conosci una persona come le tue tasche, quando l’hai vista puntualmente risucchiata negli stessi errori senza venirne a capo, allora puoi prevederne ogni mossa con la microscopica esattezza di un giocatore di Lemming. L’equilibrio di Andrea era un palazzo di cristallo costruito su una discarica. La caduta era li, dietro l’angolo, ad aspettarlo col suo abbraccio mortale.
La incontrò al mercato rionale. Capelli raccolti, un sacchetto di frutta e uno sfilatino sottobraccio come una qualsiasi abitante dei Quartieri. Come ci era finita lì?
– Mi sono trasferita.
Andrea non ci poteva credere. Quella semplice notizia fece sbocciare qualcosa di nuovo, un germoglio che sgomitava per prendere il posto del loro rigido rapporto mercenario. Qualcosa che non era ancora speranza ma ci andava vicino.
– Tu che fai? gli chiese lei.
(il sottinteso era abbastanza chiaro, ma Andrea esitò, non sapeva come inquadrare la proposta, e fu lì che si scoprì pronto a sperare in altro)
– Vieni da me.
La nuova casa era un appartamento al sesto piano dalle parti di via Scura, rimesso a nuovo con gran gusto. Ormai, dovette constatare, anche lei viveva meglio di lui.
Quando si rivestì gli venne spontaneo chiederle: che ne dici se usciamo insieme, qualche volta?
Certo, rispose lei, congedandolo col solito sorriso.
La vicinanza con Natasha contaminò il suo stile di vita e deformò i suoi spazi. Non riusciva a studiare, la concentrazione si era spappolata. Aristotele e Deleuze non gli erano di aiuto. Anche le nonnine avevano intuito qualcosa: ‘o guaglione è distratt, si dicevano sghignazzando o intonando vecchie hit di Nino D’Angelo. E le coppiette, che al centro di Napoli erano ovunque, e che un tempo guardava con sguardo così atarassico, adesso gli facevano sentire una rabbia sorda come se fosse rimasto l’ultimo uomo non accoppiato sulla terra. Cominciò a bruciare il suo piccolo fondo delle emergenze per vederla più spesso. Intensificò i suoi inviti, ma Natasha da quando si era trasferita ai Quartieri era sempre stanca e lo rimbalzava sistematicamente.
– Non pensi mai, tipo, di trovarti un fidanzato? le chiese una volta.
– Col mestiere che faccio?
Andrea fece un lungo sospiro. Se solo avesse avuto il reddito adatto se la sarebbe presa tutta per sè.
– Tutti hanno bisogno di qualcuno, disse mestamente.
Natasha si sollevò sui gomiti presa dall’ispirazione.
– Portami al ristorante!
– Adesso?
– E quando?
Era ancora incredulo mentre Natasha sgusciava dal letto zompettando verso il bagno. Per avere trent’anni era in forma pazzesca.
Per non dire di quando furono sull’autobus verso Mergellina. Era lì, a fianco a lui.
Maglietta e pantaloncino e quelle gambe chilometriche accavallate sul sedili e il tatuaggio sulla caviglia: era il re dell’autobus. Insieme erano un miracolo.
Nel groviglio di emozioni che sentiva addosso, tra cui, mi confessò, c’era soprattutto paura, paura che finisse all’improvviso, trovarono spazio anche altri pensieri – l’idea che stavano facendo qualcosa di unico, una pugnalata a quella città e a quegli autobus e alla tristezza, e un senso di gratitudine verso il cosmo, che a volte gli sembrava la spietata successione di algoritmi e a volte lo specchio di una volontà che lo conduceva a espiare oscure colpe oppure, dal nulla, poteva donargli giornate come quella -.
Eccoli al ristorante, Natasha che brilla come una stella mentre divora un piatto di gamberi da quaranta euro.
– Dovresti provare a tirare via qualche pelo, gli disse mentre gli esaminava il volto.
Andrea non era male, e non lo dico perché è il mio amico. Era vispo, aveva sempre la battuta pronta e un fisico asciutto. Non parliamo del topo di biblioteca inguardabile. Poteva raccontare per ore parti dell’Antico Testamento o di Plotino o del colonialismo facendo divertirti. Solo che c’era sempre qualcosa. Piccoli dettagli tipo la cura di sé dove intuivi che era fuori dal circolo delle persone normali. Lo percepivi subito e lo tenevi alla larga.
– Altro vino? chiese il cameriere rivolgendosi a lei, che ordinò vodka e una porzione di tiramisù.
Natasha gli raccontò della sua famiglia in Russia, del suo primo fidanzato e della vita nei bordelli in Svizzera.
– Dovresti vederla, la Svizzera. Secondo me è il posto per te. Questa città ti consuma.
Oltre a sua madre, era più o meno quello che gli diceva chiunque, compreso le nonnine dei Quartieri, ma detto da lei aveva un’ altra risonanza. Il conto fu un salasso, e mentre uscivano i camerieri la squadrarono ignorandolo apertamente.
– Grazie di tutto, sei stato gentilissimo, gli disse appena furono fuori.
– Non… torni?
– E’ che l’autobus a quest’ora è scomodo. Mica ti dispiace?
Ad aspettarla c’era un tipo in moto.
– Certo che no, disse con una stupida voce amichevole.
Il tipo la tirò a sé stringendole una chiappa, poi lanciò uno sorriso ad Andrea e le stampò un bacio in bocca. Lo riconobbe, era nella paranza del quartiere.
Natasha gli fece ciao ciao con la mano, poi la moto sparì nel traffico.
Camminò un po’ vicino al mare per smaltire la rabbia, prese il primo tram senza neanche guardare. Mentre veniva scorazzato per la città si sentiva secco, senza vita. I suoi pensieri erano scomparsi. E in fondo che c’era da capire?
ADL ti bastoneremo. Lesse su uno striscione appeso a Palazzo Reale. Era firmato Quartieri Spagnoli. Una cosa senza senso.
L’autobus lo conduceva in parti della città che non aveva mai visto. In fondo, pensò, per lui quella città era sempre stata aliena e incomprensibile.
ADL pappone. Lesse ancora. Sembravano rivolti a lui.
Possibile che qualcuno volesse comunicargli qualcosa? ADL, Andrea De Lanza. Che assurdità.
Ma non importava. Nulla era più importante. Neanche i suoi pensieri.
ADL vattene. Sempre la stessa firma, la città sembrava tappezzata.
C’erano forze ben più grandi dietro quel “Quartieri Spagnoli” che gli mandavano messaggi in un codice oscuro, o forse no, decodificare non era impossibile, forse stava impazzendo, in ogni caso, si, voleva andare via, doveva cambiare vita.
Il tuo progetto un vero fallimento… si, vabé, chiuse gli occhi, il volto rigato di lacrime. Pappone? Lui! Assurdo. Non avete capito niente. Li riaprì solo al capolinea.
Mi chiamò dopo qualche giorno.
Aveva fatto le valigie.
– Starò un po’ in Germania, ho degli zii, imparo la lingua. Poi non so, Londra, la Svizzera, vedrò. Sai? Forse posso fare a meno anche dei libri, per un po’, il mondo stesso è un libro, servono solo gli occhiali giusti.
A volte lo immagino lì, sui monti svizzeri, a fare il barista, o l’insegnante, nella pace della natura. Lui. I suoi pensieri. E Natasha.

La sfida era dura ma intrigante: Natasha, uno delle tante invenzioni geniali del film “Così Parlò Bellavista”, e anche l’unica non ancora comparsa su schermo. Abbiamo provata a re-immaginarla negli anni ’10, in un contesto in cui tutto, anche la filosofia spicciola, è completamente cambiato, e Walton Zed ci ha messo del suo donandoci un ritratto di bellezza che, come suo solito, è una porta per altri mondi.

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– Mò è inutile questa faccia, io pensavo di averti capito ma invece non avevo capito niente!

– …

– Per te è tutto facile, o saje perchè? Tu non tieni sentimenti, tu nun tieni niente! Mi hanno detto pensa a te, alla tua vita. Certo che ci penso, io volto sempre pagina, figurati, è un’abitudine, ma che vvuò fa, stà vota fa chiù male, ci vorrà più tempo, ma camminerò a testa alta nun te preoccupà. Certo che pure tu, proprje cù chella aviva i?

– …

– …

– È questo che vorrebbe dirgli?

– È un pensiero ricorrente. Fantastico di potergli parlare. Dottò non è facile, io ci provo a dimenticare, sto provando in tutti i modi, ma me lo trovo sempre davanti, e la tivù, e il web, je nun cià faccio a vederlo con quella maglia, mi fa una reazione chimica, bello e buono mentre sto in cucina parlo con la televisione, parlo coi giornalisti sportivi! E poi penso, ma perchè devo dimenticare? Ma perchè solo perchè se si è fatto comprare da quelle grandi chiaviche io mi devo pure sottrarre il piacere di andarmi a rivedere una rovesciata, un guizzo in area, nà cavalcata da centrocampo? Je tenevo tutto catalogato! È normale! Noi siamo costretti a godere di gioie microscopoche, delle soddisfazioni da incorniciare e numerare, e mò perchè è stato na granda latrina, io mi dovrei pure perdere il piacere di rivedere quei gol? E quando l’avimmo nato accussì? Ma voi ve lo ricordate quando arrivò a Napoli, prima che si facesse crescere la barba? ‘O primmo gol cà Roma?

– …

– Si vabbè, lui è un mercenario, e io avrei dovuto impararare. Non è la prima vota che ci abbandonano. Ma che ci posso fà? Io con tutto quello che ho sofferto sono sempre pronto ad amare. Sono così. Ditemi, dottò, sò sbagliato? O forse tengo nù core?

– Non è sbagliato. La sua sofferenza è naturale. Ha perso una presenza importante della sua vita. Dobbiamo solo capire che peso è bene dare a tutto questo.

– Dottò, non lo so qual è il giusto peso. Ma ‘o Napoli è a vita mia. Ho sbagliato ad amare? Cambierò. Ma prima mi devo togliere qualche sfizio. Lo sto riempiendo di insulti dottò. Social, pagine ufficiali. Uocchie sicche non ve lo dico nemmeno. Adda murì. Pure questo è ammore.
Lui non risponde. Tutta questa debolezza gli fa specie. Lui vive di certezze, redditi garantiti, io ho troppe incertezze e dipendenze.

(…)

– E sò pure fesso! Mi metto nei suoi panni! Penso: quando l’amore finisce non è tradimento. Forse l’ha fatto proprio per farsi disprezzare, per farmi dimenticare prima. Mi consolo pensando che bello e forte come l’abbiamo visto noi non l’avrà più nessuno, che come si è sentito amato qua sò pò sulo sunnà, ma chill uocchie, dottò io sarò pure fesso ma gli occhi non mentono, voi sapete leggere i sentimenti, ve lo ricordate quando veniva a cantare sotto a quella curva? Ve lo ricordate?

(…)

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"Eruzione solare", dipinto a mano by Walton Zed
Con Toni esco ogni tanto, uscite innocenti. Ci guardiamo in giro, flirt, chiacchiere soprattutto. Possiamo parlare di ogni cosa, non importa. Possiamo parlare per ore.
E’ così che la incontro, in un localino buio al centro città. È insieme a certi ragazzini con la cresta e i collanoni a vista. Dalle casse slabbrate esce fuori un reggaeton fuori moda.
Potrebbe far finta di non vedermi, in fondo ci conoscevamo in un’altra vita. Adesso è una star. Invece mi viene incontro, una lama di luce rossa la attraversa e quasi mi viene un infarto. Parliamo giusto un attimo, ho gli occhi del cosmo puntati addosso e non so che dire. Dice che è tornata, per un po’. Ha bisogno di pace. A Casavatore? le chiedo. Non mostra di cogliere l’ironia.
– Sisi, ti chiamo, mi dice, così parliamo.
– A faccia rò cazzo, commenta Toni quando restiamo soli.
Ma ci gioca, sappiamo benissimo che non chiamerà mai. Quando torno a casa ho già dimenticato tutto, o quasi. Fabiana dorme, i fogli degli appunti e i calcoli per la tesi hanno coperto la scrivania.
Penso che avrei voluto dirle: indovina chi ho incontrato?
Ma già che non ho sonno mi metto al pc. Scarico un po’ di video. C’è n’è uno dove gira in un quartiere di favelas in toppino e pantaloncini microscopici. Non è fisicata, non è rifatta, è una bella ragazza, con quell’aria da sporcacciona che la rende l’incarnazione della vicina di pianerottolo ideale. In un altro è con due californiani prelevati direttamente da Baywatch. Passo la notte così e quasi non me ne accorgo. Ripenso a quando viveva a Casavatore. All’epoca si chiamava Carla. Era la quarta di sei sorelle. Così belle che quando ne incrociavi una stavi male come se un’occasione del genere non ti potesse capitare mai più. Loro erano così. Fecero impazzire mezzo paese e poi scomparvero.
La chiamata arriva dopo due giorni. Decidiamo di bere qualcosa. Non esito neanche un attimo, scelgo pure un posticino vista mare, anche se una volta lì mi rendo conto che il posto è un po’ troppo altolocato. Troppo in vista. Camerieri e clienti ci guardano tutto il tempo. E io sono un imbranato che nelle occasioni importanti dà il suo peggio.
Per fortuna lei ha voglia di raccontare. Mi racconta del suo primo fidanzato. Me la rido. Lo ricordo benissimo. Un biondino scipito. Quand’erano insieme passava il tempo a guardarsi intorno come se una cellula di alieni fosse pronta a piombare da una capsula spia a portargliela via. Renato.
– Si, un orrore. E mamma, sorella, cugini, peggio ancora. Sempre addosso. Gli dicevo che per il sesso era presto solo per vederlo uscire di testa, poi per dispetto andavo con chiunque.
Mi racconta della sua fuga a Milano. L’artista, lo chiama, uno pittore da strapazzo che la costringe a chiavate infinite e la caccia di casa appena finisce la passione. Non senza un bonus sorpresa. Aveva filmato tutto. Decine di video sparpagliati per il web, quel testa di cazzo aveva venduto quei filmini ai siti di mezza Europa. E poi la chiamata che le cambia la vita.  Il primo provino. E’ così che comincia tutto.
– E ora stai bevendo con una diva del porno internazionale, fa ridacchiando.
Solo che adesso, mi confessa, ha una crisi di vocazione. Sono incredulo.
– Vuoi cambiare lavoro?
– Questo no, però dovrei differenziare. Ci vuole innovazione, senò col boom dell’amatoriale vieni sepolta da altre facce e non sei più nessuno. Io ho esplorato tutto, dalle saghe fantasy al lesbo, ma ormai è saturo. Ci vuole un’idea, mi segui? Un’idea così potente che prima che il mondo metabolizzi quello che sta succedendo io l’ho già legata col lucchetto al mio nome. E io ce l’ho.
Si accende la sigaretta, assapora la boccata coi pensieri su un altro pianeta. Un tipo dal tavolo accanto viene a salutarla con un inchino.
– Ed è un segreto?
– Di te posso fidarmi. Cos’è che nel porno non si vede mai, ci hai mai pensato?
– Non saprei, i preliminari?
– Troppo sopravvalutati. Ma quando hai due tipi che fanno sesso come fosse normale farlo col tecnico delle antenne o con quella che hai appena incontrato sul tram, l’emozione che viene sottratta è l’eccitazione prima di scoprire se scatterà o no la scintilla. Pensa come sarebbe un porno autentico, crudo. Non i reality fatti a tavolino. Una raccolta di filmati dove una pornostar famosa si porta a letto gente incontrata per puro caso. Prova a immaginare. Ecco, vorrei produrre una raccolta di filmini così e lanciarli sul mercato.
Quando intuisco di cosa sta parlando ammutolisco.
– Senza dimenticare che ho una passione per i miei paesani. Giuro. Mi fanno svalvolare. Che dici, convincerò qualcuno?
Non so quante sfumature cromatiche può toccare una faccia ma credo che sto scorazzando su tutto il catalogo. Il suo sguardo mi rivolta come un guanto. Inutile fare il bravo ragazzo con lei. Allunga la mano per carezzarmi le nocche. Trattengo il fiato. Non ha reggiseno.
– Cristiano – mi fa sottovoce – ti sto prendendo in giro.
Scoppia a ridere.
Ride come una ragazzina, una risata sincera, prolungata. Mi unisco a lei, e da qui la serata ingrana. Siamo sciolti, siamo giovani, ci raccontiamo.
– E le tue sorelle?
– Non mi dire. Avevi anche tu una cotta per loro. Quale?
– La prima.
– Sei vecchietto allora, è stata pochissimo a Casavatore.
– A volte mi chiedo dove siano finite.
– A dire la verità, non abbiamo ottimi rapporti. Ma se lo chiedono tutti.
La riaccompagno a casa sul tardi, abbiamo bevuto abbastanza, siamo elettrici.  Quando stiamo per salutarci fa quello sguardo lì. Solo che io niente, non riesco a muovere un dito e perdo l’attimo. Bloccato come un coglione. Forse è che non ho voglia di dovermi giustificare con Fabiana. Lei avverte qualcosa: ciao allora, eh, mi fa.
– Ciao.
 Finisce così.
Il giorno dopo un messaggio sul cellulare. E’ Toni.
Dice solo: alto livello.
Non capisco.
Quando torno dal lavoro la casa è deserta. Mi guardo intorno nel panico. Fabiana è scomparsa portandosi via tutte le sue cose. Libri, appunti, vestiti. Manco il pappagallo m’ha lasciato. Poi chiama Toni.
– Tu mi devi dire come hai fatto, uagliò.
– Fatto cosa?
– La foto! Non hai visto ancora? Sei un grande. Mi hai fatto morire. Qualcuno deve averti taggato.
Adesso la vedo anch’io. Fabiana l’ha messa in bella vista sul desktop. Io e Carla. Al baretto a Posillipo. Dovevo pensarci.
Immortalati mentre ci sfioriamo le mani. E quella faccia da provolone. Dio.
Ora se c’è una cosa da imparare da questa storia è: attenti ragazzi. Non si può concedere una faccia da provolone così. Neanche davanti alla fica più scelta del multiverso. Bisogna stare attenti. Loro vedono tutto. E si finisce col darle un vantaggio spropositato. Bisogna gareggiare ad armi pari.
Ma adesso quello che chiunque, chiunque con una dotazione minima di sale in zucca, farebbe è chiamare subito Fabiana. Negare tutto fino alla noia e andare a riprendersi la propria donna ovunque sia. Ma non è quello che faccio io.
Io telefono Carla.
Che quando sente la storia dice solo:
– Vieni da me.
In macchina mi sembra di volare. Vorrà parlare? mi chiedo. O forse è una forma di risarcimento. Non m’importa. Sto per lanciarmi nell’abisso e non m’importa. Sono un pazzo. Consapevole ma pazzo.
Voglio solo una cosa. E’ tornata in quel palazzo scalcinato dove viveva con la vecchia zia – o era la nonna? – e le sorelle. Nelle scale c’è puzza di marcio e chiuso e piscio.
Busso, lei mi apre quasi subito. Ha addosso i pantaloni della tuta e una maglietta turistica con la scritta Paris, ma il trucco è perfetto, leggero ovunque tranne che per il rosso acceso del rossetto. È la prima volta che entro in quella casa, ma è come se la conoscessi.
Vi siete mai chiesti cosa provereste a vivere un porno in prima persona? Intendo, vivere la situazione come fosse vera. Beh, io lo so.
– Preferisci come nei film o normale? Non pensarci troppo, tanto passerai il resto della vita a chiederti come poteva essere l’altra opzione.
Forse rispondo nel modo più banale. Chissà.
Mi avvolge le braccia intorno al collo.
Mi sciolgo.
Fuori è tutto coperto. Nubi grigio metallo, e dopo un po’ viene giù una tempesta estiva di quelle che devastano. Io sono nel posto migliore dove passarla.
Ancora adesso, che tutto è finito, ogni volta che c’è una tempesta così, il pensiero va sempre lì.
Chissà—
(Walton Zedd è un alieno, un artista lontano da tutti i canoni , talento e energia allo stato puro uniti a una distanza abissale dallo showbiz che è diventato l’arte;  felice di poterlo ospitare nel mio racconto e di cimentarmi a dar storia alle sue splendide fanciulle. Potete seguire le sue tavole sulla pagina Walton Zedd)

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Foto www.paliodelgrano.it

Chi si aspetta la solita sagra con prodotti locali, bancarelle con canestri e vimini e barattoli di conserve sott’olio e artisti più o meno noti che si alternano sul palco ha sicuramente sbagliato strada. Campidigrano è un evento, o meglio una serie di eventi, che si inserisce nel percorso che porta al Paliodelgrano, oramai giunto alla sua dodicesima edizione.

La settimana dal 10 al 17 luglio a Caselle di Pittari si susseguiranno una serie di attività, laboratori, incontri e discussioni a tema sulla smart rurality e sulla smart community. Gli organizzatori partono da una serie di domande che saranno la base delle riflessioni sviluppate e prodotte nella settimana:

Ma veramente per Smart community – smart city – smart rurality intendiamo una gara tra chi ha il gadget elettronico più lungo o forse vale la pena affrontare il tema dei territori intelligenti, magari interconnessi da reti di cumparaggio?

Cosa ci significa questa retorica dei makers, dei fablab se non siamo in gradi di trascorrere più tempo con le persone che sanno fare le cose e meno ad ascoltare i discorsi dei manager?

Che cos’è lo Storytelling se non l’arte di raccontare, di fare i “cunti”, i conti… ovvero di governare gli open data trasmettendoli oralmente, per prossimità?

E anche il claim di quest’anno qioca sul dualismo tecnologia/ruralità: “Stay ‘Nnanz”.

La scleta del claim la spiegano gli stessi organizzatori, Capidigrano propone una visione della contemporaneità come una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; piú precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Pensiamo che coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.

Sicuramente merita attenzione e molto probabilmente la partecipazione anche dei non addetti ai lavori. Partecipare a una scuola di sopravvivenza nel mondo dell’immaginario uniformato dove fare esercizio creativo per prepararsi alla resistenza ludica all’oppressione sicuramente sarà un’esperienza unica, tanto divertente quanto formativa… senza neanche citare la meraviglia del posto.
#CampDiGrano è Uno strumento di critica radicale dei luoghi comuni, degli stereotipi sociali e di tutto ciò che ha veicolato e veicola il fallimento del presente.

Per chi fosse interessato, o semplicemente curioso può scaricare il programma, inviare la propria adesione o trovare tutte le info sui siti di questi eventi da non perdere (http://www.campdigrano.it e www.paliodelgrano.it)

 

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Il nuovo album di Tony (originale)

Tony Tammaro ha tradito! Si è venduto!  Non ci credo, mi è caduto un mito!

Sono queste le frasi che leggo e sento da qualche giorno, da quando si è diffusa la notizia che Tony Tammaro canterà sul palco del concerto di fine campagna elettorale per Lettieri. Scandalo! Il cantastorie più amato della napoletanità contemporanea ha deluso parecchi fan con questa scelta, a loro dire, degna del peggior mercenario e meritevole della peggior social-indignazione.

Eppure è normalissimo che i cantanti possano essere ospitati sui palchi della campagna elettorale, anche se in passato hanno cantato per partiti rivali. Che lo si faccia per affinità politica, per convenienza o per commissione è una libera scelta del cantante che, non dimentichiamolo, è un lavoro come un altro.

Certamente meno faticoso che andare in miniera, probabilmente meno stressante di un call center e non sempre più reddizio di un lavoro “normale”, ma nonostante sia un’attività che può sembrare divertente, anche fare il cantante è un lavoro, come il ballerino, l’attore, il comico, etc. e soprattutto anche il cantante paga le bollette, le rate dell’auto, l’affitto o il mutuo… insomma anche è una persona che lavora e ha una vita normale.

E la serata di Tony Tammaro sul palco di Lettieri non è nulla di più e nulla di meno di una giornata di lavoro, che l’autore di Patrizia e altri pezzi cult per almeno 3 generezioni avrebbe potuto rifiutare o meno, ma questa rimane una sua scelta.
Ora provo a girarvi la domanda: quanti di voi possono permettersi di rifiutare un lavoro? Quanti di  voi si assicurano che il committente sia politicamente in linea con le vostre opinioni?
Al di là di qualche risposta ipocrita credo nessuno.

Ed è proprio di questo che stiamo parlando: lavoro. Per quanto possa avere successo ed essere per molti di noi, me in primis, un mito assoluto Tony non è di certo Bono Vox o Madonna e non credo possa rinunciare a una serata con tanta leggerezza, considerando che oggi quasi tutti i cantanti e musicisti vivono principalmente di live molto più che di vendite.

Probabilmente, mai come in questo caso, è evidente una cosa, che passando dal palco dei CARC e dei Centri Sociali a quello di Lettieri, Tony Tammaro è l’esatto opposto di un venduto: è uno ca nun se ne fott’ proprio, nel senso buono, genuino del termine, è uno che si è chiamato fuori dalla bagarre elettorale e dal tifo partitico (che è molto lontano dal fare politica) e che fa semplicemente e onestamente il proprio lavoro.

Io non andrò a sentire Tony a questo evento, come non sono andato (e non andrò) a sentire Franco Ricciardi per De Magistris e a nessun altro concerto di questa campagna elettorale. Anche se sono artisti che seguo e ammiro  preferisco vederli quando il palco è loro ma da qui a perdere la mia stima o al sentirmi deluso per la loro partecipazione ce ne passa.

Forse non c’entra molto ma pensando all’ipocrisia di certe reazioni mi risuona un motivetto in testa:
A gent’ fanno tant’ ‘e signur ‘e po’ se fotton ‘e mellun!

Mentre come nella canzone Tony i suoi melloni se li guadagna onestamente, anche se a qualcuno può non piacere quello che fa.

Paolo Sindaco Russo

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L’ultimo fotogramma della serie Gomorra è un blink, il riverbero di uno schema nervoso, il riflesso incondizionato di un animale morto o lo spiraglio di sicurezza per il prosieguo della serie più attesa dell’anno. Non sappiamo se Genny Savastano è ancora vivo ma abbiamo la calda intuizione che il personaggio pazientemente costruito nella sua educazione criminale, la nemesi di Ciro l’Immortale non può uscire di scena così (anche se a quel punto sarà lecito nutrire un dubbio: chi è IL VERO immortale?)

Fermiamoci un attimino qui, vi avviseremo per tempo del rischio spoiler, e aggrappiamoci a una certezza: se c’è una cosa che Ciro stesso ha spiegato a Genny è che per finire un cristiano ci vuole una botta in testa.

Eviteremo le polemiche insulse sulla rappresentazione di Napoli che può dare una serie televisiva che sta alla nostra città come i comics di Spider-Man a New York. That’s entertainment, arricchita di meticolosa ricerca sul campo, rappresentazione sui meccanismi del potere oscuro – l’ oggetto preferito di ogni serialità -. Tutto ciò che vogliamo è sapere dove ci porterà la storia.

E nell’ attesa bruciante, col do-mi-fa-la-sol della sua musica che ancora risuona in noi, a distanza di un anno e mezzo, proliferano le indiscrezioni. Appunti di sceneggiatura che viaggiano nelle ramificazioni più criptate della Rete, cercano conferme, evitano i sospetti di fake e si coagulano attorno alle controprove più disparate. Stile, coerenza narrativa. Sono stralci, frammenti catturati dai tentacoli informatici.
Bozze rifiutate dalla casa madre che rivelano le intenzioni degli Autori più dello stesso filmato. Oppure opzioni di strategia narrativa pilotate da chi tiene i fili dell’ Intrattenimento per testare le reazioni del Pubblico. La condizione indispensabile è la segretezza, la capacità di rimanere in sgabuzzini della Rete. Fuori dai grandi flussi. Pubblicarle è un rischio ma ci permette di entrare per la prima volta nel laboratorio di scrittura di Gomorra.

Si riparte, dopo il climax raggiunto nel finale della prima, con un passo indietro. Analessi. Soffermandosi sul passato dei personaggi proprio quando la storia è al culmine, come nella grande tradizione narrativa che va dall’ Eneide a Lost passando per Il Padrino.
Insomma la seconda stagione dovrebbe cominciare con un ghiotto prequel. E se non vi piacciono gli spoiler è davvero il caso di fermarvi

QUI

Ci siete ancora ? E allora tenetevi forte e buon divertimento, la seconda stagione partirà col botto.

SCENA 1

Due bambini, di spalle. La camera li segue mentre scavalcano un muretto di periferia. Vediamo le loro gambette arrampicarsi goffamente, superare il muretto, atterrare su un prato, salire su un poggio di campagna. Calzini nei sandali e pantaloncini corti. Giungono nei pressi di un albero. Attraverso una scaletta naturale intagliata nel fusto salgono fino in cima.

SCENA 2

Due uomini, dall’ alto di una montagna. Davanti a loro una splendida, infinita distesa di campagna. Mentre il sole fiammeggiante alle loro spalle allarga e distende all’infinito le loro ombre sul territorio in un beffardo Brockengespenst di Goethe. L’uomo più anziano è immerso in un cappotto nero, ha la voce impastata e un accento napoletano pessimo, come un americano costretto a risiedere per decadi che non ha mai risolto i suoi difetti di accento. La pelle del viso da poco sbarbata. Lo sguardo proiettato in un altro mondo mentre parla, avvolto in una nuvola di fumo.

VECCHIO: Non è campagna che vedi uagliò. Qua c’è il futuro. Scelte che una volta che hai fatto non torni indietro. Simmo nuje che cumannammo dinto a sti terre. Possiamo decidere di farci coltivazioni. Viti. Centro di ricerca tecnologica. O pure un bordello. Migliaia di prostitute da tutto il mondo. Che ce vò? Abbiamo i politici, le tivvù, dalla nostra parte. Si può fare. Ce piensi? Venessero turisti da tutto il mondo.

Primo piano di un giovane don Pietro Savastano, trentenne.

PIETRO SAVASTANO: E’ chesto che facimmo papà? Un bordello?

VECCHIO: Nu dicere strunzat. Che vuò fà? Ti vuoi mettere a sunà ‘a chitarra pe’ i turisti? Strunzo comme sì fussi capace.

PIETRO SAVASTANO: …

VECCHIO: A che cazz ce servono e turist a nùje? ‘e turisti rompono sulo ‘o cazzo.

Il vecchio dimostra una forza insospettata divellendo a mani nude un grosso ramo da un arbusto.

VECCHIO: Mò te spiego bbuono. Stamm a sentì.

SCENA 3
Primissimo piano di Salvatore Conte. Seduto a tavola. Capelli corti e senza barba sembra più giovane. L’occhio va avanti e indietro mentre un Requiem in D Minor giunge al culmine. E’ nervoso mentre fuma un pacchetto di Marlboro mosce e una donna, una sventola dalla scollatura accecante e l’ accento spagnolo gli serve un fritto misto.

DONNA : Ma tu sei sicuro?

SALVATORE CONTE: Sò sicuro.

DONNA: Ma perché, la paella che ho fatto non ti piace?

SALVATORE CONTE: Certo che mi piace.

DONNA: Ah si?

SALVATORE CONTE: Je vaco pazzo pe’ ‘a paella.

DONNA: E allora?

SALVATORE CONTE: Ogni anno pigl’ na cosa ca me piace assaj e facc’ vot’ e ne fà a meno.

DONNA: Ah si? E già sai quale sarà la prossima?

Inquadratura sulla perfetta scollatura della donna.

SCENA 1

In cima all’albero c’è una casupola. La casa sull’albero che sogna ogni bambino. Più o meno. Due mani grassottelle aprono un catenaccio arrugginito.

BAMBINO 1: Questa casa è un segreto, vabuò? Non glielo devi dì a nessuno. Senò scompare.

BAMBINO 2: Vabuò.

BAMBINO 1: Vieni.

Il Bambino 2, un piccoletto calvo come Crillin, si guarda intorno senza parole. La miniabitazione ha i parati rosa ed è arredata stile casa di Barbie. Il Bambino 1, chiattoncello e rosso in viso, ride sonoramente, a occhi chiusi.

BAMBINO 2: E che rè stà cosa Genny??

SCENA 2
Savastano padre traccia disegni sul terreno. Due punti, A e B.

SAVASTANO SENIOR: Chisto è ‘o punto A e chisto ‘o punto B. Loro dicono che ci vuole una linea retta per fare la strada, ma a nuje nun ce ne fotte nù cazzo e chello ca diceno loro, perchè là sopra ci sono arrivati cò e voti nuosti. Guarda.

Il vecchio disegna delle linee alla cazzo di cane, spirali senza senso che coprono tutto il perimetro tra A e B.

SAVASTANO SENIOR: Ogni chilometro sò miliardi che traseno rinto a sacca nostra, mò capisci comme se fa? ‘O futuro. ‘Mpàrati, strunz.

SCENA 4:
Siamo nel presente. Pietro Savastano, appena entrato nella Bmw si rivolge a Malammore, il killer che l’ha appena fatto evadere.

PIETRO SAVASTANO: Allora?

MALAMMORE: Sò muorti tutti quanti Don Piè.

PIETRO SAVASTANO: E che rire a fà?

MALAMMORE : Perchè mò che Salvatore Conte è venuto a Napoli, nuje ce ne putimmo je. Nun ce lega chiù niente. Sordi ‘e tenimmo. Ce ne jammo a Spagna.

PIETRO SAVASTANO: E ‘a banda nostra?

MALAMMORE: Nun ve preoccupate on Piè, nessun problema.

PIETRO SAVASTANO.: Sei sicuro?

MALAMMORE: Tenimmo ‘e meglio musicisti. Putimmo fa nù tour pe tutta l’Andalusia. Guardate che vi aggio purtato.

Pietro Savastano si gira dietro. Sorride. Imbraccia la chitarra acustica e comincia a suonare un pezzo di flamenco con insospettabile perizia tecnica.

SCENA 1

Buio.

CIRO: Perchè hai spento la luce, puparuò?

GENNY: Pecchè te voglio fa verè na cosa. Ma nun te preoccupa, cà stammo o sicuro. Nemmeno o terremoto ce po’ fa male.

CIRO: Lo sai che mi dicono le suore all’orfanotrofio? : “o terremoto e vulere e Dio, fa bene alla terra, comm quando una persona sta male”.

GENNY: Io all’orfanotrofio nun te faccio tornare chiù. Rimani con me.

CIRO: Veramente?

GENNY: Te posso chiammà Noemi?

CIRO: Ma che… oooo, ma che rè stu coso?

GENNY: Statte zitto.

CIRO: No, oh, noooooo!

GENNY: STATTE ZITTO! Biiiive!

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