La Canzone

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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto da Wikipedia

Il vero re napoletano del Festival è sicuramente lui.

Non stiamo parlando di Massimo Ranieri, né di Nino D’Angelo; gli stessi Mario Merola e Gigi D’Alessio in questo caso non possono competere.
L’assoluto protagonista campano a Sanremo è senza alcun dubbio Giuseppe Faiella, in arte Peppino Di Capri. Suo il record di partecipazioni, addirittura quindici, suo il record di successi, ben due, nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”.
Altro elemento straordinario è dato dal fatto che le sue partecipazioni abbracciano addirittura cinque decenni, in ognuno dei quali, dagli anni ’60 agli anni 2000, il nostro può vantare almeno una partecipazione. Purtroppo non vi è stato ancora un suo brano al Festival in questi anni ’10 del 2000, ma il decennio non è ancora concluso, quindi non disperiamo di rivederlo sul palco dell’Ariston, magari proprio l’anno prossimo, a 50 anni esatti dalla sua prima partecipazione avvenuta nel lontano 1967 in coppia con Dionne Warwick con il brano “Dedicato all’Amore”.
In Italia ci sono cantanti, musicisti, autori che, in virtù di falsi pregiudizi ed un sistema alterato di valori creato da critici musicali settari ed incompetenti, non raccolgono il plauso che la loro carriera meriterebbe. Non stiamo parlando del pubblico, che quasi sempre sa scegliere meglio di critici e discografici, ma dell’opinione comune dei cosiddetti “addetti ai lavori”, che spesso sembra relegare Giganti della musica italiana al ruolo di macchiette o di comparse.
Di Capri è tra questi, spesso guardato con distacco e con sarcasmo dalla critica, rappresenta invece un pilastro del panorama della musica Italiana.
L’uomo che visse, non due, ma almeno 10 volte. E’ stato rocker e cantante confidenziale, cantautore e interprete di classici napoletani, jazzista e leader di un gruppo, beat e autore di sigle televisive, attore, discografico e persino protagonista di un cartone animato.
Ha cantato a soli 5 anni per il Generale Clark e le sue truppe di stanza a Capri ma anche, unico italiano, sullo stesso palco dei Beatles. Famoso in Brasile e in Germania, in Giappone ed in Francia.
Tante le perle sanremesi, condite di ospitate anche queste nel segno della versatilità, da Proietti a Palatresi, da Petra Montecorvino a Pino Donaggio, con il quale nel 1971 presentò la bellissima “L’ultimo romantico”.   Tra tutte però ho voluto scegliere un brano del 1990, il cui titolo, “Evviva Maria”, aveva scatenato i maligni e gli ignoranti, i quali ironizzando avevano pensato ad una cantilena da processione o ad un canto ecclesiastico.
In realtà ci trovavamo in piena “era lambada” e Peppino, sempre sul pezzo con l’aiuto del fido Depsa, volle proporre la sua personale versione del ballo brasiliano; anche stavolta, con un abbinamento improbabile quanto efficace, gli furono affiancati infatti Kid Creole & The Coconuts.
Il risultato è un brano allegro e poetico, una ventata di aria fresca che, come Maria, dal mare irrompe sul palco di un teatro, non sempre frizzante e leggero come dovrebbe, portando gioia e semplicità come solo Di Capri sa fare.

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Cominciamo oggi una rubrica che durerà poco, fino al 13 febbraio precisamente, quando ci sarà la serata finale di Sanremo e Napoli sarà rappresentata da Clementino.

Prima del rapper Napoletano il palco dell’Ariston ha sempre ospitato artisti targati Na (e questa espressione viene proprio da una canzone Sanremese) e spesso si è sentito anche il nostro splendido dialetto. Abbiamo deciso di presentarvi alcune delle esibizioni più significative per raccontare la storia del rapporto fra la nostra città e il festival più amato/odiato d’Italia.

Iniziamo con un pezzo del 1989, quando Maradona, Careca e compagni spingevano il Napoli alla vittoria della Coppa Uefa e sul palco della città dei Fiori si presentava Marisa Laurito, l’attrice e Show Girl che aveva esordito con De Filippo e che pian piano si era trasformata in un’icona della Napoletanità più classica.

Marisa si presenta con un pezzo che sarebbe troppo limitante definire stile Arbore: Il Babà è una cosa seria, scritto da Salvatore Palomba, autore di canzoni storiche come Carmela resa celebre da Sergio Bruni, e Eduardo Alfieri, musicista autore delle colonne sonore dei film di Alfonso Brescia e di grandi successi di Mario Merola.

La scelta della Laurito è tanto coraggiosa quanto autoironica, strizza infatti l’occhio a tutti i cliché possibili e immaginabili, dal testo all’abito, dalle musiche all’atteggiamento Marisa, tanto che Beppe Grillo nel suo monologo le dedicherà una battuta: a mangiare la pummarola è rimasta solo lei, i Napoletani sono gente normalissima.

Sul palco quell’anno c’erano anche Carosone, Eduardo De Crescendo, Tullio De Piscopo e Peppino Di Capri a rappresentare la nostra città e l’inno agli stereotipi culinari partenopei si piazzò dodicesima, ma seconda in una immaginaria classifica fra i nostri concittadini, perchè solo Di Capri riuscì a piazzarsi, di poco, più in alto di lei, arrivò infatti undicesimo.

Adesso non resta che goderci la splendida performance della nostra Marisa!

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Scena tratta dalla vita reale di Giulietta

Oramai è una verità assodata, non più solo relegata a un semplice ma meraviglioso striscione. Vignette, battute, sfottò, articoli e libri ci ricordano inequivocabilmente che, al di là dei testi Shakespeariani, Giulietta è una grandissima zoccola, e Romeo tiene più corna di un cato di maruzze (secchio di lumache per chi ci legge da fuori regione).

Cerchiamo di capire però perchè al povero Romeo sia toccata questa sorte, forse anche più triste del tragico finale che gli tocca in teatro. Io una mia idea me la sono fatta e a quanto pare il buon William ha le sue responsabilità!

Potrà sembrare eretico dirlo ma se Giulietta ama concedersi a tutti, con una particolare predilezione per i Napoletani, Shakespeare ha le sue innegabili colpe. Non dovete sorprendervi, ma semplicemente guardare la realtà dei fatti: Romeo viene costretto dal poeta inglese ad usare frasi romantiche lunghissime, pensieri poco concreti e noiose elucubrazioni senza mai arrivare al sodo, e va bene che le donne amano la posia, va benissimo essere romantici, è sacrosanto cercare la parole più belle… Ma anche le donne sono fatte di carne e forse trovare un giusto equilibro fra poesia e istinto le rende ben più felici.

Ed ecco che la cultura e la musica Napoletana riesce a far ben coniugare le due cose, così mentre il buon Romeo perde tempo con gli sproloqui che gli impone l’autore, arriva, per esempio Franco Ricciardi, che dice la stessa cosa, in meno parole e rapidamente, senza perdere eleganza e poesia, passa ai fatti.

Non mi credete?

Ecco un esempio, se Romeo sotto al Balcone della sua amata si ferma a decantare questi stupendi versi

“Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l’oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell’astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala.”

Perde solo tempo! Il nostro Franco Ricciardi può usare la stessa immagine in modo più chiaro e concludere con un invito galante, come fa nella canzone Luna (Album – Fuoco 1995)

Stanott’ a luna nun’é asciuta, ma pecchè?
S’è mis’ scuorno ca nun é chiù bella ‘e te!
E si vuò tu facimm’ammore senza luna ‘a riva ‘e mare

Insomma, Giulietta da donna moderna ed emancipata apprezza le belle parole, ma a un certo punto anche lei va alla ricerca di piaceri più carnali,  che evidentemente noi Napoletani sappiamo regalarle più e meglio dei suoi compaesani!

Paolo Sindaco Russo

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Quando si parla del re della sceneggiata a Napoli il pensiero di (quasi) tutti si rivolge immediatamente a Mario Merola. Lui, ma soprattutto i suoi film, hanno senz’altro il merito di aver portato la sceneggiata oltre i confini della cultura Napoletana. Eppure il re non è stato sempre lui e forse, almeno secondo tanti, non lo è ancora oggi.

Parte proprio da qui La Sfida di Riccardo Rosa, da un sottotitolo che affronta l’antonomasia e cerca di ristabilire una situazione universalmente riconosciuta, almeno fino a qualche decennio fa: Pino Mauro è il re della sceneggiata.

Il libro è un romanzo biografico che ricostruisce la vita del cantante napoletano attraverso frammenti, tasselli all’apparenza disordinati, che vanno a comporre la storia affascinante e coinvolgente della voce di Villaricca.

La Sfida racconta la storia del re della sceneggiata viaggiando su tre binari paralleli: le donne (parlare di amori sarebbe troppo limitante), la vicenda giudiziaria e la carriera artistica. Dall’intreccio di questi tre percorsi narrativi viene fuori un libro che racconta non solo Pino Mauro, ma almeno mezzo secolo di Napoli. Difficile anche solo accennare ai tanti aneddoti e alle storie riportate nel libro senza anticipare nulla ai lettori (o spoilerare per dirla in modo webfriendly), ma basti citare gli incontri che vanno da Sergio Bruni a Gambino, da Carmelo Bene a Frank Sinatra per capire che quella di Pino Mauro non è una storia qualunque.

La Sfida non è solo una canzone, non è solo il titolo del libro, la sfida è forse l’intera esistenza di Pino Mauro che con una determinazione che a volte sfiorava la sfacciataggine ha sempre affrontato la vita a viso aperto. La sfida inoltre è anche quella di Riccardo Rosa, l’autore, che romanza, ma non inventa, offrendo una narrazione appassionata, senza mai scadere nell’esaltazione o peggio ancora nell’adulazione. Tutto ciò rende il libro avvincente e godibile anche per chi, come me, conosce pochissimo il protagonista, se non per un paio di modi di dire*.

Riccardo ricorda un po’ Furniculì Furniculà sul finale di No, Grazie! Il caffè mi rende nervoso, quando si rialza dopo gli spari a salve dei poliziotti ed esclama “Coccos’ a dicer’ contro ‘a sceneggiata?“anche se l’autore non ha nulla in comune né con Lello Arena (Riccardo per fisico e colori è palesemente figlio della Napoli normanna), né con Giuffrida, la sua difesa non è infatti oltranzista e ideologica, ma documentata e coinvolgente.

Paolo Sindaco Russo

*Anche dopo aver letto il libro l’origine dell’espressione “Stamm’ io e Pino Mauro” Rimane un mistero

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Spesso i critici musicali, con accostamenti anche forzati, hanno il vizio di avvicinare i protagonisti della musica italiana ai grandi della musica internazionale.
Quante volte abbiamo sentito dire che De Gregori è il Dylan italiano ( anche se a mio avviso l’unico italiano capace di emulare il grande Bob è Edoardo Bennato )? Altre volte ci hanno raccontato che i vari Morgan, Gazzè e Canzian sono la risposta italiana a Sting ( con cui hanno in comune il solo fatto di essere cantanti bassisti). Ed in questi casi a Sir Gordon è andata sicuramente meglio di quando, per doti vocali, gli hanno avvicinato Nek e Antonacci. Per non parlare dei parallelismi tra Ligabue e Springsteen, Baglioni e Gabriel, Zucchero e Joe Cocker, De Andrè e Cohen.
Diciamolo subito i parallelismi musicali sono una grande fesseria. Un modo semplicistico per definire universi spesso complessi e controversi, un tentativo di dribblare l’ascolto attento dell’attività di un artista, limitandosi ad appiccicare un’etichetta, un avatar. Lo sport preferito della peggiore casta giornalistica italiana, quella dei critici musicali, in assoluto i più presuntuosi, ignoranti ed incompetenti del mondo occidentale.
Detto questo, per una volta voglio vestire i panni del Luzzato Fegiz o della Venegoni della situazione e, per gioco, trovare anch’io 10 parallelismi improbabili ( o forse no ) tra grandi protagonisti della musica italiana e alcuni dei maggiori esponenti della musica napoletana contemporanea.

1) “Il Baglioni napoletano”. Sicuramente Gigi D’alessio farebbe carte false per questo appellativo, che spesso si è autoattribuito. Ma se c’è un grande napoletano che merita il paragone con il “Divo Claudio” è invece Nino D’Angelo. In comune hanno l’essere partiti da “‘nu jeans e ‘na maglietta/Questo piccolo Grande Amore”, “Pop Corn e Patatine/ Passerotto”, aver trovato giovanissimi il successo e non essersi fermati. Si sono messi in gioco, hanno vinto e puntato di nuovo quello che avevano guadagnato, rischiando di perdere tutto. Hanno scommesso e investito su stessi, alzando sempre l’asticella, raggiungendo con il lavoro e le capacità traguardi impensabili. Eterni ragazzi la cui musica non ha tempo.

2) “Il Sergio Endrigo partenopeo”. A fregiarsi di questo titolo è sicuramente il maestro Enzo Di Domenico. Temi, atmosfere, poesia sono simili. Il più introspettivo e crepuscolare dei cantautori italiani ed il più malinconico e profondo autore della canzone napoletana degli ultimi 30 anni.

3) Gigione è sicuramente il Raoul Casadei della Canzone napoletana. Allegria, balli, famiglia, amore, amicizia, doppi sensi. Filo diretto con il pubblico. Al pari dell’illustre collega romagnolo, il menestrello di Boscoreale vive in tournee. Si dice che spesso siano stati visti esibirsi lo stesso giorni in tre posti diversi.

4) Ecco stavolta voglio appropriarmi di un paragone già fatto e con cui mi trovo decisamente d’accordo. Per questo non ho remore a violare anche un’altra delle regole che mi ero imposto, omaggiando la grande Giulietta Sacco, l’Amalia Rodrigues italiana. Spesso dimenticata e sottovalutata è sicuramente la più importante esponente femminile della canzone napoletana dal dopoguerra ad oggi.

5) Tommy Riccio è l’irregolare dei cantautori napoletani, il “Califano” dei Neomelodici. Scomodo, senza filtri, a tratti geniale.

6) Rocco Hunt è ovviamente il Jovanotti partenopeo. I motivi di questo accostamento sono meno ovvi di quanto possiate pensare. Non è il rap ad accomunarli (nessuno dei due è un vero rapper), ma l’aver raggiunto un successo al di là dei propri effettivi meriti. Duettano con i grandi, godono di buona stampa, con grandi appoggi discografici. Per carità ragazzi simpatici, allegri, carismatici, ma musicalmente…

7) Gigi D’alessio rappresenta per la musica napoletana quello che Zucchero è per la musica italiana. E non chiedetemi il perché…

8) Franco Ricciardi è l’Eros Ramazzotti di Secondigliano. Il più international Pop dei neomelodici napoletani. Entrambi sempre sulla cresta dell’onda, forti di un pop in apparente evoluzione, ma sostanzialmente immutabile.

9) Nessuna affinità vocale, ma ad accomunarle è il ruolo di regine incontrastate delle rispettive scene musicali negli ultimi anni. Da una parte Laura Pausini dall’altro Maria Nazionale. Negli ultimi anni l’artista torrese si è tolta parecchie soddisfazioni, dalla nomination al David di Donatello alla partecipazione a Sanremo, dal tributo a Cesaria Evora alla collaborazione con De Gregori.

10) ‘O rre è semp ‘o rre. Mario Merola sta alla musica napoletana del dopoguerra come Claudio Villa alla musica italiana. Monarchi incontrastati, per atteggiamenti, carriera, repertorio. In un modo o nell’altro hanno condizionato ciò che è venuto dopo. Termini di paragone imprescindibili, idoli da adorare o totem da abbattere. Come spesso accade ai grandi, capaci di scatenare sentimenti contrastanti, ma mai indifferenza.

Giuseppe Ruggiero

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Paolo Russo

Avete mai sentito di un cantautore genovese che scrive una canzone in marchigiano? O di un esponente della “scuola romana” che canta in Veneto? Al contrario quasi tutti i grandi cantautori hanno scritto, composto o cantato una canzone in lingua napoletana. Questo perché gli altri sono solo dialetti, mentre quella napoletana è una lingua, nobile, musicale, colta, con cui ogni grande artista sente prima o poi il bisogno di misurarsi.

Non stiamo parlando di canzoni napoletane, classiche o moderne, reinterpretate, né di cover, ma di pezzi originali, scritti da questi autori direttamente in napoletano. Non sempre i risultati sono all’altezza, anzi spesso ci imbattiamo in tentativi velleitari e pronunce imbarazzanti, ma vale la pena elencare almeno 10 dei migliori brani del repertorio dei cantautori italiani scritti in napoletano.

1) Io partirei con uno degli episodi meglio riusciti in tal senso, il brano “Rosa”, piccolo capolavoro di Amedeo Minghi, contenuto nell’Album “le Nuvole e la Rosa” del 1988. Atmosfera da melodramma, o meglio da canzone classica napoletana, sia nel testo che nella parte musicale. Pronuncia non certo perfetta, ma apprezzabile, considerato che si tratta di un artista romano. Straordinario il gioco di citazioni e rimandi a grandi classici della musica partenopea, senza per questo risultare enfatico o ridondante. Rif. “Te voglie bene assaje“.

2) Nel repertorio di un grande cantautore lombardo, Angelo Branduardi, spicca invece un brano singolare, geniale e controverso come il suo autore. Si perché, accanto alle splendida musica del maestro di Cuggiolo, troviamo la poesia di Pasquale Panella. Autore di grandi testi, ermetici ma geniali, stravaganze linguistiche, giochi di parole apparentemente senza senso. In questo caso però il concetto viene ribaltato: parole di diversi idiomi ma con un senso compiuto. Fou de love  è un brano straordinario in cui convivono amore e follia, dove la lingua papartenopeo vive con quella inglese, spagnola e francese per esprimere un concetto universale come l’amore. “I fou de love appriess’ a te”: semplicemente fantastico. Rif. “Passione”

3) Mille male penziere è un brano del 2005 (album “Ti amo così”). Pezzo scritto, composto ed interpretato da Mango. Nello stesso album Pino interpreta un classico napoletano: “I’ te vurria vasà“. Questo brano ne sembra la naturale continuazione. Nel disco sono le ultime due tracce e tra le due non c’è spazio, per cui l’ascolto è un continuum. Ritmo incalzante, quasi ipnotico, che sa di musica popolare, di radici profonde, di antiche tradizioni. Amore intenso, quasi morboso, caldo. Una tentazione continua che non trova pace e il groove è caldo e scandito come un cuore caldo e palpitante. Rif. “I’ te vurria vasà“.

4) La bellissima Reginella Reginè di Baglioni, brano del 1995, si apre con una citazione esplicita della Reginela di Bovio, parafrasata nell’ouverture e richiamata più volte nello sviluppo del testo. Anche in questo caso emerge il grande rispetto con cui i grandi della musica italiana affrontano la musica napoletana. Il risultato è straordinario, una canzone moderna di atmosfera classica. Imperdibile. Rif. “Reginella“.

5) “A cchiù bella  capolavoro di Giuni Russo, contenuto nell’ultimo album dell’artista, che riesce a musicare magistralmente una bellissima poesia di Totò. Cosa aggiungere, sicuramente è a cchiù bella. Per chi non avesse la fortuna di conoscere questa splendida perla consiglio di ripescare l’ultimo splendido album della mai troppa rimpianta cantautrice siciliana. Brividi. Rif. “Malafemmena

6) Mischiare il genovese, il portoghese e il napoletano, lingue di mare, affini, assonanti, sorelle. Baccini ci riesce con l’aiuto del maestro Trampetti in un brano bellissimo del 1993 ” Portugal” contenuto nel fortunato Album ” Nudo”. Rif. “Tammurriata nera“.

7) Tutti conoscono Don Raffaè, forse la più conosciuta canzone in napoletano scritto da un cantautore “straniero”. Ma gli stessi autori, De Andrè e Bubola, hanno adattato un successo del grande Bob Dylan e nel brano “Avventura a Durango” del 1979 traducendo la parte in inglese in italiano, con un colpo di genio hanno usato il napoletano per le parti in ispano/messicano della canzone originale. Rif. “Lo Guarracino“.

8) Ha sempre detto che il suo sogno era di essere napoletano, dimostrandolo sia nelle scelte musicali che nelle interpretazioni. Qui non vogliamo parlare della celeberrima “Caruso”, ormai da considerarsi a pieno titolo un “classico” della canzone napoletana, ma segnalare un altro brano del grande Lucio Dalla, Nun parlà, poco conosciuto ma di straordinaria bellezza, contenuto nel’Album “ Canzoni” del 1996. Rif. “Luna rossa“.

9) Sfruttando le sue origini napoletane, il milanese professor Vecchioni, nel “Bandolero Stanco” del 1997, inserisce un divertissement riuscito e ben cantato: ‘O primm’ammore . Echi di Napoli con una punta di Dire Straits nel ritmo, nei temi, ma soprattutto nell’ironia. Top. Rif. ” ‘ o surdato ‘nnammurato

10)Tu si ‘na cosa grande” capolavoro del pugliese Domenico Modugno del 1964, è sicuramente il più importante episodio del genere che stiamo trattando, tanto da diventare, a pieno titolo, essa stessa un classico della canzone napoletana. Rif. “Tu si ‘na cosa grande“.

Provate a creare una playlist con le 10 canzoni consigliate, poi se la cosa vi è piaciuta potrei decidere di consigliarne altre 10 ( to be continued ).

Giuseppe Ruggiero

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Se “silenzio assenso” nel 2007 è stato un loro cavallo di battaglia, ecco che questa forma di fiducia ritorna.

Gli Epo, infatti, nel video con il quale annunciano la loro nuova scommessa, non dicono nulla! E nel partecipare la campagna di sottoscrizione tutto si basa su una una fiducia di fondo che la band napoletana, nata 15 anni fa, chiede ai tanti fan che da sempre la seguono. Perché la prospettiva è ritornare in studio in primavera.

E così, dopo tre dischi, cambiano i tempi e cambiano anche i modi per poter creare qualcosa di veramente nuovo che vuole fare anche della sua realizzazione un momento di condivisione. Sulla piattaforma Musicraiser si potrà dare un sostegno alla Band. Fino ad ora già è stato coperto il 57% della richieste. Ma la sottoscrizione non è fine a se stessa. La band napoletana ha pensato davvero a tutto. Infatti, si prevedono moltissime ricompense per chi versa una quota per il progetto.

Si va dal dowloand del disco fino all’essere accreditato come produttore esecutivo del disco, passando anche per la possibilità di fare un House Concert a Napoli e non solo! L’originalità non manca! E sicuramente, se le basi sono così entusiasmanti e coinvolgenti  il prossimo lavoro non potrà essere da meno!

Chiara Arcone

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Chiamateli dramma musicali, sceneggiate cinematografiche, musicarelli napoletani, in ogni caso i tanti film che, tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80, videro protagonisti cantanti e stelle della scena melodica partenopea, hanno finito col dare vita ad un genere autonomo, con le sue regole, i suoi topos e la sua dignità. Per questo è inutile che fate gli snob, fingendo di cadere dalle nuvole, siamo sicuri che, almeno una volta, anche voi vi siete lasciati catturare dalla magia di questi lungometraggi, apparentemente di poche pretese. Gli ingredienti erano semplici: isso (il cantante melodico o in seguito neomelodico), essa ( una bella ragazza con cui il protagonista ha un amore contrastato), o malamento/malamenta (spesso un attore importante anche bello ma che soccombeva di fronte al fascino dei vari Nino D’Angelo, Carmelo Zappulla, Pino Mauro oppure un’appariscente attrice che cercava di traviarli ).

Aggiungiamo una splendida Napoli sullo sfondo, una coppia comica e un pugno di grandi caratteristi, di cui era ricco il nostro cinema di quegli anni, ed il gioco è fatto. Dite che vi ricorda qualcosa? Infatti, come con la sceneggiata, con loro abbiamo sognato, pianto, riso, ci siamo emozionati, abbiamo palpitato e sospirato soddisfatti, quando la giusta punizione raggiungeva finalmente “o fetente” oppure quando i protagonisti si riappacificavano e ritrovavano.
Abbiamo perciò provato a fare un elenco dei 10 indimenticabili musicarelli napoletani

1) “Pover’ ammore”. Questo film del 1983 descrive mirabilmente l’emozionante e pedagogica parabola umana del protagonista, un convincente Carmelo Zappulla, il quale incontra Lisa, bella e affascinante, per la quale abbandona casa, moglie e figli, macchiandosi di azioni delle quali non si sarebbe mai creduto capace. Per fortuna ad un passo dalla rovina definitiva, la sua bambina riesce a ricondurlo alla ragione.
TAG: rovinafamiglie

2) “I figli non si toccano”-1979. Una banda di marsigliesi arriva a Napoli per sfidare Don Raffaele Sapienza (Pino Mauro), un contrabbandiere capo della “guaglioneria” napoletana. Gli infami uccidono uno dei suoi uomini in mare durante un conflitto a fuoco e per di più, rapiscono un bambino, figlio della sua ex donna. ‘O masto, con l’aiuto di una sorta di corte dei Miracoli raccattata tra chi vive ai limiti della legalità, si scatenerà e sgominerà gli avversari francesi.
TAG: ‘nfamità

3) “Celebrità” del 1981 è il primo e sicuramente il più significativo episodio della premiata ditta D’Angelo/Grassia. In questo film ci sono tutti gli ingredienti del genere: il giovane cantante che viene dalla gavetta, la malafemmena che lo allontana dagli affetti veri e semplici (la prima fidanzata e la mamma), portandoselo in quel luogo di perdizione chiamato Posillipo, grandi caratteristi (Crispo e la Sollazzo), la coppia comica ( i Fatebenefratelli), la tragedia finale ( la madre in fin di vita) prologo alla redenzione.
TAG: la sbandata

4) “La pagella” del 1981 è sicuramente il più polizziottesco dei musicarelli drammatici Napoletani. Infatti a Mario Trevi, il meccanico Salvatore, che perde tragicamente il figlio Gennarino durante una rapina, si affianca uno dei grandi interpreti del genere, il bravo attore francese Marc Porel, nei panni del commissario di polizia. I due sono amici nemici: il primo cerca vendetta, l’altro giustizia. E pensare che tutto era partito da un momento di gioia: Gennarino che porta una pagella di tutti 10, regalando soddisfazione ai suoi umili genitori. Il padre come premio lo porta in gioielleria a comprare un orologio d’oro e qui vanno incontro al loro triste destino. Momento topico del film: Salvatore che porta alla moglie la notizia del proprio figlio. ” Assù ( pausa)…Assù( altra lunga pausa)…Assù…Gennarino ( pausa lunghissima)…Assù Gennarino è muort'”.
TAG: traditor’

5) “O motorino”– 1984 Un meccanico che vive di espedienti e trucca i motorini, vorrebbe cercare fortuna come cantante. Purtroppo, entra in un brutto giro e va in carcere. La moglie, che aveva abbandonato il figlio da piccolo, per riconquistarne l’amore, gli regala un motorino. Il ragazzo avrà un terribile incidente e lotterà contro la morte. Ma, come spesso accade in questo genere di film, la circostanza dolorosa farà riavvicinare la famiglia, Film che contiene tutti gli ingredienti tipici del genere, le voci di Mario e Sal Da Vinci ( padre e figlio anche nella realtà ), l’avvenenza della malafammena Eleonora Vallone, la comicità di Crispo Sollazzo e dei Fatebenefratelli ed un cameo di Nunzio Gallo.
TAG: redenzione

6) Gli stessi ingredienti, grazie al comun denominatore di Ninì Grassia, imperatore del genere, si ritrovano anche in un film molto più recente “Annaré” del 1998, interpretato da Gigi D’Alessio. La trama ricalca quella degli illustri predecessori, ma il cast, oltre all’innesto di Biagio Izzo per i momenti comici, risalta soprattutto per le “straordinarie” interpretazioni di Fabio Testi, Maria Monsè, ma soprattutto di Amedeo Goria
TAG: bucie

7) “Pe’ sempe”, film del 1982 con protagonista il “maestro” Mauro Caputo, segue il grande successo del 33 giri omonimo, che nei primi 4 mesi del 1979 riuscì a vendere circa 200.000 copie , arrivando addirittura al primo posto in classifica in Italia. Questo scialbo melodramma si guadagna una menzione solo per questo e per i meriti musicali di Caputo. Per il resto imbarazzanti gli attori, la storia e le inquadrature. La stessa presenza dei grandi Mario Brega e Franco Citti viene sprecata con un improbabile e terribile doppiaggio in napoletano.
TAG: Perdono

8) “Lo scugnizzo” del 1979 è un po’ diverso dagli altri, se non altro per la mancanza di un cantante di grido come protagonista. Significativa è la presenza in produzione e regia degli altri due Triumviri del Genere ( il terzo è Ninì Grassia ), Ciro Ippolito e Alfonso Brescia. Protagonista e il piccolo Gennarino, artista di strada, orfano dei genitori, che va incontro ad una serie di peripezie per aiutare la sua benefattrice malata. A fare da angeli custodi al piccolo Marco Girondino ci sono Angela Luce e Nunzio Gallo.
TAG: Gennarino pane e vino

9) “‘O surdato ‘nnammurato” del 1983, sempre di Ninì Grassia, ricalca molto le storie dei musicarelli alla Morandi. Franco Cipriani, militare a Telese, tradisce la fidanzata con la figlia del Generale. La riconciliazione finale si chiude con una fuitina. Da ricordare la presenza degli immancabili Crispo e Sollazzo e di un giovanissimo Gino Rivieccio.
Tag: Servizio Militare

10) “O Zappatore”, 1980. Chiudiamo in bellezza con il più emblematico esempio di questi film, la sceneggiata che diventa cinema. Non mi dilungo su trama e interpreti ma segnalo l’indimenticabile: “Sangria?” “Eh.. sang’ e chi t’è muort’”. Sua Maestà Mario Merola non perdona nessuno, nemmeno gli spagnoli.
TAG: Sangria

Giuseppe Ruggiero

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Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino)

Mentre ero presa dalla mia influenza, mi sono riguardata tutta la serie di Gomorra: voi penserete ” e questo che c’entra con il mondo neomelodico ?”

Beh, nella serie non a caso ci sono diverse canzoni neomelodiche ma mentre la guardavo la mia mente è stata catturata da un motivetto cantato da Pietro Savastano:” agg bisogno e e me fa l’amante si no me mett na funa nganna“, da lì la mia mente ha iniziato a ragionare e da buona conoscitrice di canzoni neomelodiche, facendo un giro per la mia playlist, mi sono accorta che amori extra coniugali e tradimenti sono un grandissimo leitmotiv della musica napoletana. Passando dal Tommy Riccio che aveva bisogno di farsi l’amante al più moderno Rosario Miraggio che con Ida Rendano canta ‘la notte’, dove questa parte del giorno viene descritta come il momento più difficile da far passare per chi si ama in segreto; lo stesso Miraggio è la voce di più canzoni sul tema del tradimento e sull’essere dilaniati da una scelta che sembra irraggiungibile.

Poi abbiamo Alessio con ‘perché ti amo’, dove finalmente l’uomo indeciso sceglie la sua favolosa amante tanto da non aver paura di essere scoperto; dalla Sicilia Natale Galletta che ci canta ‘ti do la mia parola’ dove con parole affabili convince una donna a una fuitina con un ‘mai nessuno lo saprà di me ti puoi fidare dimme aró c’ammà ncuntra”. Credetemi, il repertorio è vastissimo: anche Nico Desideri è autore di numerose canzoni sugli amanti, quasi parlandone come vittime condannate da una società chiusa che non riesce a capire un sentimento troppo forte e sottolineando che i Paolo e Francesca napulitane per lo più soffrono dei pochi momenti passati insieme e si salutano con un nodo in gola, l’uocchie ‘nfuse ‘e chianto e maledicono l’amore. Il tema degli amanti è davvero un repertorio troppo vasto e ci vorrebbe un’analisi di ogni pezzo musicale. Ricordo ancora quella che mi suscitava più allegria, quando avevo i miei 14 anni: una canzone di Gianni Celeste intitolata “aspetto un bambino”, praticamente lui non avendo controllato la retromarcia fa il cosiddetto ‘guaio’ e rassicura la sua amante che provvederà in maniera illegittima alla crescita dalla criaturella.

Però ci sono anche casi di ribellione dove giustamente non ci si accontenta della mezz’ora o dell’incontro al motel sul doppio senso di Giugliano e per lo più sono le donne che non vogliono fare le amanti, già Nancy Coppola cantava qualche anno fa : ‘nun voglio fa l’amante te voglio o mi sultant so pronta a fa na guerra e t’o giuro nun m’arrenno’ , roba da fare invidia alla cronaca degli ultimi giorni dalla serie che la signora dei quartieri non le tagliava solo il dito ma tutt’o bracc.

Quella che personalmente su questo tema mi colpisce di più è la giovane Emiliana Cantone che nel suo ultimo lavoro canta : “sono mia e nun me spoglio pe n’ora per poi andare via“, a mio parere è una dichiarazione di femminismo puro dalla serie ma che te crir pesce a bror ca o tien sul tu.

Beh ragazzi dopo questo breve quadro volevo regalarvi, prima di lasciarvi, una breve top ten di canzoni su amori proibiti, possiamo considerare il tradimento come semplice strumento per scrivere canzoni neomelodiche o come un fenomeno sempre più esistente nella nostra società ? Cioè alla fine la mia domanda è : abbiamo tutti bisogno di farci l’amante?

1 sono mia
2 la notte rosario miraggio ft Ida rendano
2 rosario miraggio ft Teresa langella si rint o core tenisse sul a me
3 Rosario miraggio come puoi
4 Alessio perché ti amo
5 natale galletta ti do la mia parola
6 Nico desideri la sfortuna degli amanti
7 Nico desideri ce salutamme
8 gianni celeste aspetto un bambino
9 nun voglio fa l’amante nancy ft Nico desideri
10 tommy riccio aggio bisogno e me fa l’amante

Anna Savino

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