Interviste

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 1)

Ciao Gavriel, grazie per averci fatto ascoltare il tuo nuovo singolo in anteprima, che uscirà il 31 Marzo 2018 su Spotify,

Dal titolo “PARLAME”

Da subito abbiamo capito che si tratta di una cosa particolare, tu come la descriveresti? 

la prima cosa che mi viene da dirti è che questo pezzo è nato in maniera del tutto spontanea senza prefissarmi nulla.  In una mattina ho prodotto e scritto tutta la canzone,  quasi per puro caso! Ho sempre desiderato spingere la mia voce verso il cantato, amo tutta la musica, sono nato ascoltando il rap, che poi mi ha dato modo di appassionarmi a qualsiasi tipo di musica, dall’house anni 90 al rock passando per i Led zeppelin, oasis, Radiohead. Amo i Pink Floyd, mi perdo nei loro viaggi. Dico questo per farti capire che sono influenzato da tantissime cose, non ho un modo per descriverla in una parola; Ha un suono fresco e riesce ad immergerti in un mood molto personale.

2)

Da quanto abbiamo capito sei partito dal rap, ma si capisce dalla tua risposta che non ascolti solo un genere musicale e dato che hai prodotto tu la base del tuo pezzo intuiamo anche che ti piace sperimentare.

Come credi che le persone prenderanno questa tua evoluzione? E sopratutto credi che verrai etichettato in qualche modo?

Ormai tutto è etichettato, per qualsiasi cosa che esce su internet ci sono milioni di ragazzi che commentano, criticano, espongono le loro idee, il che va bene, ma molti aprono la bocca su cose che non conoscono minimamente, quindi mi fa poca differenza, provo a fare la mia musica senza pensare troppo, non so come la prenderanno, a me piace, questo è il mio primo obbiettivo poi viene tutto il resto, se stai li a pensarci troppo su cosa vuole la gente e cosa penserà finisci in un incubo.

3)

A me ha fatto un’ottima impressione, mi chiedevo la scelta di usare il dialetto napoletano, è voluta? 

 

La scelta del napoletano non è stata per niente voluta ma è solo successa, è stata una cosa del tutto spontanea nonostante i miei ultimi testi siano del tutto in italiano, la mia mente ha creato questo viaggio, mosso da sentimenti e esperienze, la cantavo e mi scrivevo le parole. Tutto suonava come doveva, intonazioni, ritmica, tutto. Ne sono stato sorpreso anche io inizialmente ma credo che così dovesse andare, sicuramente sarebbe uscita una canzone del tutto diversa se l’avessi scritta in italiano.

DSC_5591Ph Simone Galizzo

4)

Prima di questa canzone hai sempre fatto rap, credi che continuerai a farlo o ti cimenterai in altri generi?!

Amo il rap e non credo si possa smettere da un giorno all’altro, però io non mi limito mai anzi, la cosa migliore che mi succede è sperimentare, spingermi sempre poco più in su, anche senza sapere bene dove mi porti. Non so cosa succederà sicuramente sono propenso a provare altre cose, a mischiarmi con altri generi, non mi dispiacerebbe, mai dire mai.

Come si dice, sogno in grande ma la realtà delle cose è costruirsi tutto da soli, nessuno ti aiuta, sta a te credere e creare quello che la tua testa vuole. Staremo a vedere.

5)

Per te la musica è più un hobby o la prendi seriamente come un lavoro?! 

Purtroppo non è un lavoro, non mi ci guadagno il pane con la musica, ma paradossalmente lo prendo come un lavoro, ascolto, produco, scrivo sempre, non passa un giorno che non mi perdo nel mio studio, appena posso sono pronto a immergermi. 

Qualcuno direbbe è droga, per me è peggio, non faccio nulla con più spontaneità di produrre, creare melodie, scrivere testi. 

Il mio obbiettivo è creare qualcosa di positivo e concreto con la musica, arrivare dove la mia testa mi sussurra, e ,perché no, farlo diventare un lavoro, è l’obbiettivo di molti, no?! 

6)

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?

Ci sono varie cose a cui sto lavorando, mi sto cimentando in cose nuove e diverse e quindi non so ancora quale sarà il risultato. 

  

7)

E il video uscirà?!

Prima di quanto pensiate!

Ti auguriamo un in bocca al lupo per il tuo nuovo  super singolo!

Ci vediamo il 31 su Spotify!

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Ph Simone Galizzo

Fonte foto: Ph Nicola Pagano, grapich Raffaele Micillo

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 Gabriele Ferrantelli(Gabriele Unknò) giovane talento napoletano, appassionato fin da piccolo di musica , in giovane età scopre il genere Hip Hopmusica Black. All’età di 17 anni inizia a scrivere i primi testi e a produrre la sua musica.

Da quando hai iniziato a sentire il bisogno di esternare  le tue emozioni, i tuoi pensieri attraverso il rap?!

Non ho precisamente bene in mente il momento in cui ho deciso di fare rap, ho iniziato  con i graffiti insieme ad amici, ho sempre ascoltato rap, sia italiano che americano, credo sia stata una cosa così naturale che forse non me ne sono reso manco conto, ma da quando ho iniziato non ho mai smesso. Ora non ne riesco a fare a meno, con il rap entro in un universo parallelo  che mi porta una pace e serenità assoluta, come se si fermasse il tempo, e lì riesco a trovare il mio spazio.

Raccontaci un po’ la tua carriera, dai primi progetti alle collaborazioni?

Ho inziato con l’uscita di alcuni singoli, subito dopo producendo il mio primo mixtape “La ginestra sul vesuvio” ricordo che feci anche delle copie fisiche. Dopo inziai oltre a fare il rap anche a produrre basi, feci un progetto di 10 track chiamato “Trashold”, con basi prodotte da me e 10 featuring con alcuni dei ragazzi della scena partenopea. Tutto registrato e mixato nel mio home studio, che tutt’ora ho. Da lì iniziai a progettare un mio eventuale disco, nel mentre continuavo a collaborare con amici e ragazzi di zona. Inizio 2016 ho fatto uscire “HARDANGEL Ep” 6 track, 5 prodotte da me e una prodotta da un producer romano, tutto caricato su bandcamp in freedownload: https://uennekappa.bandcamp.com/releases  . Da inizio 2016 ho fatto uscire vari singoli, l’ultimo pezzo uscito inizio novembre scorso, è stato “100”, ed ora eccomi con il disco.

Da pochi giorni è  uscito il tuo primo disco, ci racconti come è nato?

E’ una lunga storia, ho inizato circa 2 anni fà. Quando ancora non hai mai fatto un disco, non sai a cosa vai incontro, coincidere tutto non è facile. E’ una gioia ma allo stesso tempo lo vivi come un parto di un figlio, non so se ho reso l’idea. Inizi a decidere le basi, i featuring, scrivi, modifica, non ho idea di quanti fogli ho strappato.  Per Mettere tutte queste cose insieme ci impieghi tempo, non si fa tutto su due piedi. Devi viverlo per capire fino in fondo cosa significhi, ma sicuramente E’ stata una grande esperienza che mi ha fatto aprire gli occhi su tante cose..

Avere il disco tra le mani, è una grande soddisfazione. Il mio primo figlio.

Credo che la soddisfazione più grande è aver collaborato il Rapper\producer  ICEONE nel mio disco,uno delle colonne portanti dell’Hip Hop Italiano. Mi ha prodotto la prima traccia. C’è una bella storia sotto, il primo pezzo Hip Hop che ascoltai quando ancora non sapevo cosa era l’Hip Hop fu “Quelli che ben pensano” di Frenkie Hi-NRG, traccia prodotta da Iceone; 10 anni dopo (circa) registrare su una sua produzione è stata pura magia. Collaborare con ALE ZIN & DJ UNCINO from SANGUEMOSTRO, 2 grandi pilastri della scena è stato super, senza alcun ombra di dubbio. Ricordo quando ascoltavo “E cos nost” dei Sangue Mostro ero bimbo, direi che ne ho fatta di strada. All interno del disco ho collaborato con tantissime persone, da Oyoshe a Pepp-Oh, Jbone, Lena Cota, Apoc.. giusto per citare alcuni.

Abbiamo ascoltato in anteprima il tuo disco, hai deciso di dargli un’impronta molto classica, come mai questa scelta?

Si, sono sempre stato attratto dal classic rap, ho ascoltato sin dall’inizio rap americano, la storia, è tutto partito da lì, i classici anni 90 sono robe che non si ripeteranno più.  Questo disco per me è il primo dei tanti tasselli che voglio andare a mettere nella mia carriera musicale. Ho deciso di dargli l’impronta classica perchè è proprio da lì che voglio partire, per finire chissà dove. Non mi è mai interessato cosa andasse di moda, mi piace avere nuove influenze, scoprire nuovi suoni, sperimentare, questo si. So bene cosa voglio per me, l’importante è averlo sempre bene fisso in mente.

l rap in Italia si sta evolvendo, con nuove sonorità e nuove tendenze, cosa ne pensi?Ti piacerebbe sperimentare queste nuove influenze?

Si, in realtà da poche settimane è uscito il mio singolo “100” che è un pezzo ben diverso dal mio disco (qui puoi ascoltarlo: https://www.youtube.com/watch?v=vLaOUDsOfVY ). Credo che a parte tutto chi fa musica, dovrebbe sempre sperimentare, rimanere ancorato a uno stile  per alcuni aspetti ti limita ma ognuno ha un suo gusto, ed’è giusto che sia così. Io sento il bisogno di sperimentare cose nuove, amo mettermi in gioco, variare e scoprire nuove metriche e flow. Da qualche anno in Italia molti rapper hanno iniziato ad usare  L’autotune, secondo il mio modesto parere, è un vero e proprio strumento, se usato con correttezza e con il giusto dosaggio, si riescono ad avere effetti molto interessanti. Se invece lo usi senza contengno, fai solo guai.

Grazie per il tempo che ci hai dedicato, quali sono i tuoi progetti futuri?

Per ora mi dedicherò al disco, farò uscire altri estratti video nei mesi che verranno, questo è solo l’inizio, poco ma sicuro, ho tanto da dire e presto lo capiranno tutti.

Qui lo snippet dell’album!

Qui la pagina Facebook

grazie per lo spazio dedicatomi! alla prossima!

Claudio Gervasio

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Si sa, la passione per il Napoli non ha confini. Si dice che i napoletani siano ovunque e in effetti non pensiamo esista un luogo del globo terracqueo dove non sventoli la bandiera della napoletanità.

La storia che vi raccontiamo oggi però è diversa, non è solo una passione calcistica, un mero passatempo tra il lavoro e gli impegni familiari, qui lo sport, il calcio e il Napoli, sono uno strumento sociale speciale.

Abbiamo intervistato Tullio, napoletano D.O.C. e tifoso del Napoli (le due cose per noi sono sinonimi) che a Sabana Perdida, un sobborgo degradato e violento a nord di Santodomingo. Una specie di favela, o callejon come dicono in Sud America.

Qui trovate la loro pagina facebook.

Raccontaci un po’, come è nata l’idea di formare un Napoli Club proprio lì?

La cosa è nata da un motivo molto semplice, mi ero stufato di vedere le partite da solo.

E poi?

E poi ho pensato: i bimbi sono il futuro, adesso provo a trasmettergli una passione, vediamo se atticchisce.

Sembra di si.

Si, si ora sono appassionatissimi. Sabana Perdida è un barrio, una zona povera. La mia è una maniera per dare loro qualcosa trasferendo un’emozione. Adesso sono loro a chiedermi del Napoli e non io a dirlo.

Dalle foto su Facebook vedo che ci sono anche degli adulti, sono pure loro tifosi?

Si, Certamente! Anche se la maggioranza sono bambini.

Come hai fatto a coinvolgerli così tanto?

All’ inizio ogni partita del Napoli era pizza per tutto il quartiere.

Pizza?

Si. Ogni vittoria del Napoli pizza gratis per tutti.

Caspita, ci stai rimettendo allora.

Ora no, solo all’inizio. Pensa che alla vittoria della Coppa Italia c’è stata una festa in tutto il barrio, indescivibile.

Ora sono i protagonisti del Club?

Si, ora si. Dovresti vedere, ora conoscono tutti i giocatori, capiscono i movimenti.  Il calcio qui non esiste per niente. Da poco il Barcellona ha fondato una scuola calcio, ma resta a Santodomingo uno sport per ricchi.

Io attraverso il Napoli provo ad educarli ad un valore. Il Napoli è uno spazio che li porta via anche per 90 minuti alla settimana da una realtà che viverla fa male. Bisogna che capiscano che con l’impegno e il sacrificio si può andare avanti. La vita non può essere solo droga o salari da fame o darsi ad un turista. Lo sport ti fa capire questo.

Complimenti, sei davvero ammirevole.

Diciamo che ho insegnato loro che il Napoli è il riscatto, simile al loro e che le altre, la Juve in primis sono come i loro politici: ladri e corrotti.

Ha funzionato vedo.

Si si. Pensa che il mio socio era juventino. Oggi è un figlio del Vesuvio con tanto di sciarpa e biglietto in Curva B per Napoli Torino. Non lo facevamo entrare in casa.

Grande Tullio, hai tutta la nostra ammirazione e rispetto. Ci vediamo presto, magari via Skype.

Si, certo! Spero di farveli conoscere presto, sono davvero incredibili, tutti agghindati con le maglie e i gadget che gli porta quanto torno a Napoli.

Uno spettacolo!

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Dialogo con l'inventore di un genere tv

25/11/2012, Milano, presentazione del movimento di opinione di Emilio Fede 'Vogliamo Vivere'.

«Oggi Berlusconi ha subito un’operazione chirurgica, ma gli ho mandato soltanto un messaggio. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono era per il suo compleanno quando facemmo una lunghissima chiacchierata». 

Ho l’occasione di intervistare Emilio Fede, uno dei giornalisti più importanti e soprattutto discussi della storia italiana. E poi, diciamoci la verità, dici Fede e pensi a Berlusconi, pensi a Berlusconi e dici Fede. Un rapporto inscindibile quello dell’ex premier e dell’ex direttore del Tg4 nell’immaginario collettivo. E allora che domande potrei porgli per non far risultare questo dialogo scontato? Gli chiedo di Ruby, di processi o di alte morbosità che sono già apparse negli anni scorsi su rotocalchi e quotidiani?Tra l’altro non sono un appassionato di gossip, né di un giornalismo che vuole mettere spalle al muro l’intervistato con fare accusatorio. Ci sono colleghi poco stimati che, pensando così di dimostrare qualche capacità maggiore, si mettono a “sparare sulla croce rossa” del malcapitato avviluppato in qualche caso mediatico. In genere sono quelli che sanno essere molto forti con i deboli e molto deboli con i forti… E allora – nella convinzione di ritenermi un napoletano d’amore di Bellavistiana memoria, così come lo è il nostro soldatoinnamorato.it – ho deciso di fare il tutt’altro. Poi voi lettori giudicherete.

Il libro di Fede "Se tornassi ad Arcore"
Il libro di Fede “Se tornassi ad Arcore”

Emilio Fede oggi ha 84 anni. Di spirito ne dimostra 60 di meno. Tendono tutti a ricordare il suo ultimo ventennio insieme a Berlusconi quale giornalista “devoto al padrone“. Molti meno ricordano tutto ciò che quest’uomo ha dato al giornalismo italiano, annoverato a ragione da molti critici televisivi ed esperti, come inventore di un genere poi ricopiato o imitato, spesso male, da altri.

«Quando Enzo Biagi compì 80 anni – dice Fede oggi – si organizzò una grande festa in un teatro di Milano per rendergli onore. Lui – ricorda commosso – volle che solo cinque giornalisti salissero sul palco con lui: e fra questi c’ero io». Fede è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro: “Se tornassi ad Arcore”. Giovedì farà tappa anche a Napoli dove al Tennis Club di viale Dorn racconterà la sua storia.

Arcore pure nel titolo, ma allora direttore, la tua è una vera e propria fissa con Berlusconi? 

«In realtà – racconta Fede – di Berlusconi si parla pochissimo nel libro. Il titolo dovrebbe continuare: “Se tornassi ad Arcore sono ca… vostri!”. Vorrei solo spiegare che chi, con una lettera anonima, mi ha fatto estromettere da Mediaset ha commesso una ca…ta mostruosa. Ma ti rendi conto di cosa ho rappresentato io per il giornalismo italiano?».

Eh si, assunto da Enzo Biagi, inviato in Africa per la Rai per circa otto anni in oltre 40 Paesi…

«Sono stato il primo a conoscere Gheddafi, l’imperatore di Etiopia chiedeva che soltanto io l’intervistassi. Potrei raccontarne tante, sono stato tra i pochi a raccontare l’Africa nell’epoca della post-colonizzazione. Ho persino contratto una malattia nel Continente nero e sono dovuto ritornare».

Poi l’esperienza con Zavoli e la conduzione del Tg1. Sarai ricordato anche come il primo conduttore italiano di un Tg a colori. 

«Penso si possa ben dire, come molti mi riconoscono, che Emilio Fede è la storia del giornalismo italiano».

I momenti più emozionanti?

«Quando ho condotto il Tg1 erano momenti durissimi per l’Italia, ci fu la crisi della P2 ad esempio. Ho ancora conservata una lettera di Bernabei in cui mi ringraziava per il servizio reso al Paese perché le cose sarebbero potute precipitare in maniera diversa. Ma i momenti più emozionanti sono stati certamente il terremoto del Belice e la tragedia di Alfredino Rampi a Vermincino.  Per il racconto del terremoto, nonostante le immagini strazianti di distruzione che arrivavano, cercai in ogni modo di non mandare nel panico la popolazione. Ma ti rendi conto che responsabilità si aveva allora nel condurre un Tg?»

Per la no-stop di 18 ore da Vermicino dopo la caduta di Alfredino Rampi nel pozzo, 26 milioni di telespettatori incollati davanti alla tua edizione speciale…

«Appunto. E ricordo quando mi chiamò Maccanico, allora Segretario Generale al Quirinale, per dirmi che sul posto stava per arrivare Pertini. Pensavamo tutti – dice visibilmente commosso – di raccontare un fatto di vita, invece raccontammo un fatto di morte».

E poi Mediaset, oggi tutti ricordano l’Emilio Fede del Tg4.

«E sbagliano! Dimenticano il mio Studio Aperto, fui il primo a dare la notizia dello scoppio della Prima Guerra del Golfo». 

Beh anche il primo a rendere noto del rapimento in Iraq dei nostri due piloti, Bellini e Cocciolone…

«Con il Tg1 dall’altro lato che cercava di calunniarmi dicendo che la notizia non fosse vera…».

E oggi che giornalismo si fa?

«Beh credo che l’80% dei miei colleghi sia totalmente incapace. Del resto giornalisti si nasce, non lo si diventa. Però ci sono ottimi professionisti sia a Sky con giornaliste bravissime e bellissime, alla Rai c’è Bianca Berlinguer che è molto capace, a La 7 una fuoriclasse come Lilly Gruber, a Mediaset Mimun fa un ottimo telegiornale ed è molto bravo Capuozzo per gli approfondimenti».

E se dovesse dare un consiglio alle nuove leve? 

«Quello che dicevo io ai “miei ragazzi”: quando uscite portatevi un cestino!».

Cioè?

«Portatevi un cestino e metteteci dentro tutti gli aggettivi! La realtà non ha bisogno di aggettivi per essere spiegata, a quello ci pensano le immagini. Poi se c’è da trasmettere un’emozione ci sono le espressioni, il viso, la mimica, il sorriso, il sudore e, se capita, gli occhi lucidi. Ma avviene spontaneamente, non si può studiare a tavolino. Per questo si nasce giornalisti, non ci si diventa. Bisogna avere un fuoco dentro, una passione».

Direttore, però si parla di te sempre per Berlusconi…

«Viviamo in simbiosi anche processualmente. A lui danno 7 anni e a me altrettanti, lui viene assolto e a me annullano il processo. Comunque la mia vita, si, è stata per molto tempo legata a lui e io non rinnegherò mai il nostro rapporto, anche se ormai ci sentiamo e vediamo raramente».

Però non lavori più a Mediaset…

«La vivo come la più grande ingiustizia della mia vita. Ma chi mi ha fatto fuori la pagherà cara. Non possono dipingere me come un mostro dopo tutto quello che ho dato al giornalismo italiano e che sento ancora di poter dare».

A proposito di giornalisti italiani, ha seguito la vicenda di Mentana che abbiamo intervistato l’altro giorno? Ha fatto una gaffe con i napoletani dando del ‘Pulcinella’ ad un collega napoletano?

«Non lo so, va detto che spesso su internet si scatenano spesso polemiche assurde. Posso solo dire che io, avendo moglie napoletana (l’ex senatrice Diana de Feo n.d.r.) sono innamoratissimo di Napoli. Al punto che l’ultima parte del mio libro l’ho dedicata proprio a questa città che amo e mi emoziona incredibilmente. Anzi posso dirti una cosa?».

Prego

«Quello che guadagnerò con “Se tornassi ad Arcore”, con il mio libro, il ricavato lo donerò a qualche famiglia povera napoletana».  

Eh, mi sa che per raggiungerne un bel po’ questo libro deve vendere tanto, oppure ne devi scrivere qualcuno in più…

«E io per questo ho concluso il libro citando Eduardo: “Adda passà ‘a nuttata”».

Speriamo direttò, ma i tempi sono cambiati, per fortuna stiamo meno “inguaiati” rispetto al dopoguerra. E per te quando passerà la nottata?

«Quando tornerò a Mediaset…».

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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14/02/2014, Milano, trasmissione televisiva Le invasioni barbariche. Nella foto Enrico Mentana

«Mi riferivo a Raffaele Auriemma, non a tutti i napoletani e trovo assurdo che si sia scatenata tutta questa polemica sui social network». Lo dice in esclusiva a SoldatoInnamorato.it  Enrico Mentana, direttore del Tg La 7, ospite lo scorso lunedì nel programma di Pierluigi Pardo, Tiki Taka, in onda su Italia 1.

Pulcinella“. E’ questa la parolina di Enrico Mentana rivolta l’altra sera al giornalista-tifoso Raffaele Auriemma e che ha sollevato la solita bufera sui social network. Una consuetudine ormai insopportabile. Del resto – come abbiamo scritto anche altre volte – col vittimismo dei napoletani ci campano famiglie intere, siti web, riviste, sgallettati, personaggetti, selvagge Lucarelli, massimi Giletti e affini. Se una sottospecie di vip ha un problema di popolarità basta che parli male di Napoli e torna in un batter d’occhio alla ribalta nazionale. Mediaticamente funziona quasi di più parlare male di Napoli che per una zizzacchiona uscirle a colpi di hashtag e ammiccamenti equivoci…

Per certo non era alla ricerca, né aveva bisogno di effimera pubblicità, Enrico Mentana, tra i più noti e capaci giornalisti italiani. «Devo cercare di essere sempre equilibrato occupandomi di giornalismo politico – dice  al telefono – almeno sul calcio credo di potermi concedere la libertà e il divertimento di essere apertamente tifoso per una squadra».

Però, direttore, riferendoti ad Auriemma, lo hai appellato con Pulcinella. Non è un’offesa, però è una tipica maschera napoletana spesso usata in senso dispregiativo per descrivere i napoletani come un popolo poco serio. 

«Non so chi sia Auriemma, non lo conoscevo e non lo conosco – precisa – nei talk sportivi ognuno recita una parte: chi fa il tifoso del Milan, chi dell’Inter, chi del Napoli…  Dicevo soltanto di voler affrontare l’argomento con obiettività e senza partigianerie. Il Pulcinella significava questo: è come se il fiorentino fosse rappresentato da Stenterello, Meneghino rappresentasse il milanese e Pantalone il veneziano».

Quindi è stato frainteso?  

«Non dico di essere stato frainteso, perché se è così ho le mie colpe, ma che da una semplice frase debba nascere tutto questo caos certamente lo trovo eccessivo».

Auriemma durante il programma ha detto che non finisce qui

«Ripeto, non conosco questo signore, né lo conoscevo prima. Non so cosa voglia dire, ma faccia come crede. Mi sorprende di più che alcuni napoletani possano risentirsi per una mia parola. Anziché irretirsi perché una città bella e importante come Napoli potrebbe essere rappresentata assai meglio…»

Pentito?

«Ma no! Semmai deluso. Trovo incredibile che per una parola possa scatenarsi tutto questo. E pensare che un anno e mezzo fa diventai il paladino dei napoletani perché difesi Napoli per delle affermazioni del ministro Alfano. E’ una distorsione che a volte generano i social network, ma trovo assurdo che proprio io possa passare per anti-napoletano».

Lasciamo stare questa storia che, anche secondo il sottoscritto, lascia il tempo che trova. Ma alla fine il Napoli ha meritato di vincere?

«Il Napoli è una grande squadra, ha un fenomeno davanti come Higuain e tra l’altro Lunedì mancavano anche Mertens e Gabbiadini. Orsato è un grande arbitro, ha preso una decisione legittima sull’espulsione di Nagatomo. Ci sta che l’Inter possa aver perso, ma ci sta anche dire che abbia giocato una buona partita. Certo, forse dovremmo imparare a vivere almeno il calcio in maniera sì appassionata, ma anche con un po’ più di leggerezza».

Un messaggio, per concludere, ai napoletani?

«Ribadisco solo che se io do del “fesso” a qualcuno, magari napoletano, l’ho detto alla persona. Poi che la persona sia napoletana, milanese, francese o siciliana è del tutto secondario. Non capisco perché i napoletani possano essersi sentiti offesi».

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Il napoletano andato a Mosca e passato dal guadagnare 6000 euro al mese come chef personale a stella della tv con Masterchef Kids Russia.

Dal nostro inviato a Mosca:

Giuseppe D’Angelo è un uomo d’amore, prima di essere un rinomato chef e giudice di Masterchef Kids Russia. Napoletano, sempre sorridente, dai modi affabili, mi incontra al Culinaryon, più di una semplice scuola di cucina, ma vera e propria Mecca di chi vuole preparare divertendosi a Mosca.

Giuseppe, buongiorno. Raccontaci, come sei arrivato qua?

È una lunga storia, stiamo parlando di sette anni fa, stavo iniziando a capire cosa volevo fare da grande, mi trovavo ancora nel dilemma «andiamo a fare l’avvocato, mi aggrego allo studio di famiglia» … certo, lo studio di famiglia (dove non ho mai lavorato) rappresentava una sicurezza, ma mi trovavo in una sorta di flipper, chiuso, che era casa, tribunale, ufficio, carino, senza dubbio, perché ci sono gli amici, una bella vita sociale, però alla fine io volevo sempre viaggiare. Così 8 anni fa mi sono trovato in India con il mio “baba” che mi aiutava nella meditazione e mi fece una domanda “Giuseppe, tu quando sei felice? Puoi rispondermi anche non subito, quando torni al tramonto me lo dici”. Torno, allora mi fa, “c’hai pensato?” e rispondo “Baba, io in verità sono felice quando cucino”. Questo discorso mi fece pensare, tornai in Italia, dove già avevo lavorato come cuoco di bordo: yacht di lusso, barche, ogni anno sempre più grandi. Un bell’ambiente, vacanza lavoro, fin quando non mi trovai su un trimarano di 34 metri in Sardegna, una barca da 20.000 euro a settimana fittata da un russo, che su due settimane venne tre giorni, e noi mangiavamo scampi, aragoste, vongole ogni giorno…

Una vita dura…

Eh, che vita triste che facevamo come staff! Io comunque avevo già pianificato di cambiare la mia vita, avevo un paio d’amici a New York e avevo già preso il biglietto per il 14 novembre, con tragedie familiari varie…. Intanto però mi stavo formando già da tempo in cucina: mi ero appassionato non solo a preparare, ma anche a studiare, avendo una mentalità accademica, e proprio per questo mi sono formato all’Accademia di Rossano Boscolo, dove ti insegnano non solo come e cosa mettere in pentola, ma a gestire costi e spese, un elemento sempre più importante per la cucina contemporanea.

Praticamente ti danno un’impostazione manageriale…

Sì, ormai cucinare non è più solo l’arte di saper preparare, ma anche di dirigere: fai conto che ora qua ho 32 chef con me, aiutati da 12/16 sottochef. Si tratta di dover gestire le risorse umane e non solo, fare il brand chef nel mio caso vuol dire anche come distribuire i prodotti, saper scegliere le giuste dosi, senza perderne in sapori e qualità.

Soprattutto ora che la crisi in Russia rende i clienti più attenti a cosa ordinare…

Certo, in un contesto simile la qualità deve accompagnarsi con un oculato bilanciamento delle spese, per farti un esempio: prima prendevo i pomodori siciliani, all’epoca stavano 12 euro al chilo, però poi ho imparato come forse è meglio mettere qualche pomodoro in meno e un pochino di astice in più, paradossalmente si riesce a contenere meglio il prezzo finale…

Intanto però mi stavi dicendo del russo e della barca…

Quello è stato un successo, la svolta: una sera, parlando del più e del meno, questo magnate mi chiede che piani avessi per i prossimi mesi, e gli dico di New York, e lui mi fa “A kakoi N’ju-Jork? Ko mne, na Rublevku!” (Ma qua New York? Vienitene da me, alla Rublovka, sobborgo per oligarchi nei pressi di Mosca). Uà! Subito accettai, anche perché parliamo di un noto imprenditore delle telecomunicazioni, ma avevo qualche remora ad andare in Russia: ero stato lì quando avevo 16 anni, al tramonto dell’esperienza sovietica, e mi era restata impressa una scena straziante. Eravamo con papà vicino il GUM, i grandi magazzini, e vedo una vecchietta piangere davanti a tre pezzi di carne di cavallo sopra a una sedia: chiedo lumi al traduttore, e lui mi dice “una volta avevamo i coupon sotto il socialismo, ora non abbiamo soldi”. Ingenuamente e forse un po’ da sbruffone, porgo qualche rublo alla vecchietta, che si ritrae offesa, dicendomi “noi siamo russi, siamo poveri ma abbiamo la nostra dignità!”. Questa frase mi è rimbombata dentro per anni.

Da film. E quando sei arrivato qua?

Sono atterrato a Sheremetyevo il 6 ottobre, un freddo cane, già stava nevicando, accolto dalle guardie del corpo del mio nuovo datore di lavoro. Per farti capire, saliamo su una Cayenne, con questi qua armati, e arriviamo a questa villa, fatta a Roma, smontata, mandata a Mosca e rimontata poi in questo sobborgo. Una casa favolosa, con piscina da 30 metri, sale… insomma, una reggia, con 12 persone che mangiavano a ogni ora del giorno e della notte.

Insomma, 24 ore al giorno!

Più o meno sì, ben pagato certo, con uno stipendio da 6000 euro con vitto e alloggio, però quando ti arriva la bambina che ti chiede in inglese di prepararle le cupcakes o di fare in 40 minuti un branzino al sale di 2 chili, capisci che è dura, poi solo il boss parlava in italiano con un accento milanese… un po’ inizi ad avvertire la voglia di voler socializzare, vedere gente, capire cosa succede in città, ma era come stare in una prigione dorata.

Da cui sei andato via poi.

Sì, anche perché a me piace stare in mezzo alle persone, e a quel punto ho pensato di provare a vedere come sarebbe andata qua. A New York non sono andato, e ancora oggi la mia cara amica Annachiara Villa mi rimprovera per questo, e con un po’ di soldi che avevo da parte ho iniziato a girare. E ho trovato il mio primo impiego come chef a Ufa.

Lontanuccio: Ufa è in Bashkiria, quasi sotto gli Urali!

Però è stata una fortuna e sai perché? Mosca è molto selettiva, e a uno chef si chiede da subito tanto; anche il più piccolo caffè ha una forte attenzione a come vengono presentati i piatti e a quali spese si deve andare incontro. E a me questo è sempre piaciuto, anche nei locali più economici il cibo viene presentato con gusto, e mammà mi ha dato il gusto, e l’ho usato per metterci il mio tocco personale. A Ufa ho imparato la lingua, ma soprattutto a come prendere i russi, che sono simili a noi però…

Tengono le loro caratteristiche…

Esattamente, ma quando li sai pigliare, li conquisti. Poi mi chiamò un amico da Mosca, e tornai per aprire il caffè Produkty, all’Ottobre Rosso (complesso di caffè, ristoranti, uffici e club nel centro cittadino, prende il suo nome dalla fabbrica di cioccolato), da dove mi allontanai perché iniziarono a non curare troppo la qualità e io sono poco incline ai compromessi. Successivamente sono stato lo chef del “Tutto bene” a Moskva-city, e poi di “Pane e olio”, e infine mi sono completamente dedicato al progetto di “Culinaryon”.

Culinaryon sta avendo un grande successo, ho visto che avete aperto anche a Singapore

E’ un progetto innovativo e rivoluzionario, fattura 6 milioni di euro annui solo a Mosca, e qui registriamo 3500/4000 presenze al mese. Anche a Singapore inizia a girare bene, con 200/300 persone ad evento, e con picchi di 500 al giorno, infatti appena finiranno le riprese di Masterchef Kids dovrò volare lì. Il nostro format, che presto aprirà a Houston e a Londra, prova a coinvolgere tutti: dal postino all’executive manager, dall’usciere al direttore. E’ bello vedere come tutti insieme preparano la cheese cake o fanno la pasta, divertendosi. “Cooking is fun” è il nostro motto, e ‘a verè comme se divertono!

Una filosofia d’amore, per dirla alla Bellavista!

Assolutamente, la cucina è amore: io ho iniziato con mamma e papà, e andavo con mio padre a Porta Nolana o sotto Natale a Pozzuoli per comprare il pesce, poi anche in Sicilia (mio nonno è siciliano) è così, ma se ci pensi anche in Russia si preparano i pelmeny (specie di ravioli di carne) in famiglia. Che poi i fast-food vogliano distruggere questo, è un altro discorso, ma la cucina è affar di famiglia, e oggi, quando anche sul lavoro tendiamo a vederci come parte di una famiglia, permette al nostro modello di poter sopravvivere.

E cosa ci puoi raccontare della tua esperienza a Masterchef Kids? Soprattutto la parte che tocca i bambini immagino sia alquanto complessa…

Con mia moglie guardiamo sempre Masterchef, e posso definirmi un vero fan, mi piace guardarlo, e quando è arrivata la chiamata per me è stata la realizzazione di un sogno, come essere incoronato Papa. E’ chiaro che con i bambini, come si vede anche nelle altre edizioni straniere, bisogna essere molto attenti e delicati, perché bisogna stimolarli, dargli addosso gli farebbe del male, quindi dedico molta cura a quest’aspetto di come incentivarli. Ed è bello vedere come ti preparano piatti molto elaborati, che non ti aspetti, ti viene da pensare “ma da dove siete usciti?”: certo, non hanno la percezione delle dosi, e i loro recettori della salinità sono molto più bassi, ma la fantasia dei bimbi è illimitata, fanno cose straordinarie, e si vede anche nelle lezioni da Culinaryon, dove preparano pizze con disegnini molto belli. Non nego che poi decidere chi debba abbandonare il programma (si divide in 13 puntate, e ogni volta escono 2 concorrenti) mi faccia stringere il cuore…

Tu sei un grande tifoso del Napoli, e sei orgoglioso delle tue origini: che cosa ti piace preparare dei nostri piatti tipici?

L’altra sera con mia moglie ho preparato un piatto che mammà mi faceva sempre da piccolo: la polpetta al sugo! Un piatto che non si ordina mai al ristorante, perché fatto con gli scarti (e le mie le ho fatte con il controfiletto), ma che a casa è molto buono, infatti devo dire a mamma di farmele trovare! Poi adoro preparare il risotto alla pescatora e lo spaghetto alle vongole, sempre presenti nei menù dei ristoranti dove ho lavorato.

La mia cucina è quella di mamma, semplicemente un poco più sexy, ed è grazie a mia madre che sono qui, perché mi ha insegnato a cucinare. Grazie e Forza Napoli!

Giovanni Savino

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Il dialogo tra tifosi

Maurizio De Giovanni

Doveva essere un’intervista, invece poi è diventato un lungo dialogo tra due tifosi, due innamorati pazzi del Napoli. Lui non era più il celebre Maurizio De Giovanni, scrittore e creatore di personaggi meravigliosi come Lojacono e Ricciardi. Io non ero più il giornalista che voleva conoscere fatti, dettagli e retroscena della querelle tra lui e Il Mattino di cui avevo scritto – non concordando con le posizioni dello scrittore partenopeo – due giorni fa. Eravamo due persone che volevano chiarirsi, parlare.

Squilla il telefono, De Giovanni risponde: “Ah signor Di Giacomo, se preferisce chiamarmi sul fisso, le do il numero di casa, 081…“. Gli chiedo subito se fosse riferito a Il Mattino quel post su Facebook scritto nel corso di Napoli – Lazio: “Non perdonerò mai chi non ha lasciato che scrivessi tutto questo. Mai”. “Io ero a Taormina per il festival, in albergo ad urlare come un pazzo per i gol del Napoli – racconta –  sull’onda dell’entusiasmo ho scritto quel post. Mi sarebbe piaciuto scrivere sul Mattino di Sarri, della sua umiltà nel rivedere le proprie scelte passando dal 4-3-1-2 al 4-3-3. Ma guardi – mi confessa – io uso i social network in maniera disinvolta. Non mi sento depositario di nessuna verità universale, non mi rendo conto che certe mie frasi messe su Facebook possano avere risalto. Io non mi sento un personaggio noto, lo sono semmai i miei personaggi, Ricciardi e Lojacono“.

De Giovanni mi ribadisce il suo piacere nel poter condividere sul quotidiano più importante della città i propri sentimenti di tifoso. Io gli faccio notare che però un giornale ha codici e regole da rispettare e che forse quella sua frase finale in cui indicava Juliano e Ferlaino tifosi del Napoli, intendendo che probabilmente De Laurentiis non lo fosse, non poteva passare così facilmente. Soprattutto in un contesto in cui in città si respira un bruttissimo clima nei confronti del presidente del Napoli che viene costantemente minacciato. “Si, questo lo capisco – replica – però bisogna separare chi come me compie una critica da chi invece minaccia ed insulta, ad esempio, per l’incendio del suo yacht“. Concordiamo.

Ma è giustificato questo odio verso De Laurentiis? Gli chiedo. “Il tifoso deve fare il tifoso – mi risponde – deve sostenere la squadra fino al 90′, ma dal minuto successivo ha il diritto di criticare, certo, senza offendere. Io dico solo che De Laurentiis è un imprenditore che non rischia di suo, basti pensare che l’85% del bilancio della Filmauro è costituito dal Calcio Napoli. Nelle ultime due partite in casa – contro Bruges e Lazio – si sono registrati 12.000 e 20.000 spettatori. Un motivo per questa disaffezione ci sarà”.

 Si, ma non si può non considerare che negli ormai 90 anni di storia del club, De Laurentiis abbia raggiunto risultati straordinari: sei qualificazioni consecutive in Europa, tre trofei, una semifinale di Europa League Invece allo stadio, a differenza di qualche anno fa, si canta sempre quel “Devi vincere”, un coro che contrasta con la storia del club. “Su questo non c’è dubbio – e aggiunge – ormai in tutti i settori c’è questa triste convinzione che se non si vince si perde. Certo, bisogna sempre vedere in che modo si perde: perché perdere ottenendo un secondo o un terzo posto è completamente differente che farlo se si arriva più giù. Vi è una proporzionalità anche nelle sconfitte”.

 E quando De Laurentiis rivendica i successi del club, rispetto al declino della città? “Ma chi l’ha detto che Napoli sia una città in declino? Ma ora vorrei sapere quante volte lui è passato davanti alla 167 a Secondigliano o a Scampia, che ne sa lui della nostra città se non la vive? Il club non ha una sede in città, i calciatori sono rintanati in provincia di Caserta a Castelvolturno, non si consente mai ad un giocatore di essere ospite in qualche programma televisivo come accade altrove. È un discorso che non ha senso: De Laurentiis è presidente di una squadra che si chiama Napoli e che a Napoli viene solo a giocare due partite al mese, per il resto è totalmente avulso dalla città. Lui non può considerare la squadra di calcio come qualcosa di estraneo al contesto. Cosa fa il Napoli per la città? C’è qualche progetto o iniziativa sociale del club per migliorare il posto in cui opera? Io sono napoletano e, anche se mi converrebbe per lavoro vivere a Roma, non lascerò mai questa città. Allora potrei dire anch’io che sono tra i primi cinque scrittori italiani e che sono meglio del resto della città. Ma che razza di ragionamento è? Non riesco proprio a capirlo”.

 Cerco di riportare il dialogo sul calcio, ma secondo lei il Napoli dove si piazzerà quest’anno? “Roma, Juve e Inter sono più forti di noi, i nerazzurri hanno anche il vantaggio enorme di non giocare le coppe. Penso che potremmo arrivare dal terzo al sesto posto”. E allora gli confesso, ma le fa così schifo che il nostro Napoli parta ad inizio campionato per arrivare dal terzo al sesto posto? Sarebbe questo lo scandalo? Raccontandogli poi la mia storia di tifoso poco più che trentenne, di quelli che hanno visto Diego e poi tutto il declino fino alla serie C. E che quindi non mi fa così schifo la statura attuale del Napoli. “Ma lei su questo ha ragione, a me non fa assolutamente schifo la dimensione attuale del Napoli. Il calcio è qualcosa di effimero, eppure è quella cosa che ci fa ridere, piangere di gioia, ci fa urlare, disperare. Insomma il tifo ci fa emozionare e le emozioni sono una parte essenziale della nostra vita, non sono effimere. Io non posso ragionare solo parlando di soldi, bilanci ed essere razionale di fronte alla serietà delle emozioni. Il Napoli non è solo un’impresa è una realtà che ha a che fare con le emozioni della gente, è una passione collettiva e non si può consentire che qualcuno giochi con le nostre emozioni”. Non concordo completamente, però mi emoziono mentre dice queste cose. Tanto. Ci sono momenti in cui due persone non solo si conoscono, ma si riconoscono, magari non concordano. Però sintonizzano le anime su una stessa frequenza.

Gli racconto il motivo per cui è nato soldatoinnamorato, un modo per cercare di ragionare su Napoli e sul Napoli senza eccessivi clamori. Perché resto convinto che il modo di presentare le notizie da parte dei tantissimi siti web e testate sia uno dei motivi della frenesia dei tifosi. Titoli eclatanti rispetto a minime notizie che raccontano di un accanimento che forse non ha diritto di esistere. E poi che soldatoinnamorato vuole raccontare la città a proprio modo. “Certo, purché non si pretenda di raccontare la “vera Napoli” – e qui il discorso lambisce il caso Bindi – perché la “vera Napoli” non esiste. C’è la Napoli di Saviano, quella di Erri De Luca, quella di Salvatore Di Giacomo, quella di Benedetto Croce, quella di Eduardo, di Pino Daniele, di Totò, la mia. Ma non esiste la vera Napoli, una città multiforme che sfugge a qualsiasi catalogazione”. Si, cerchiamo di raccontare anche questo gli dico. Un po’ come quando Paolo Sindaco Russo scrisse che il ragù è il Santo Graal dei napoletani perché in realtà non esiste una vera ricetta. Sorride. “Lo so lo so. E aggiungerei che il vero ragù è quello che deve bruciare lo stomaco per giorni. Perché una cosa tanto buona va pagata con qualche sacrificio”. Sorridiamo, io con qualche languore.

Ormai la conversazione, dimenticata la querelle sul Mattino, è in discesa. Gli chiedo allora a quale tradizione napoletana lui si sente più legato: “Il casatiello – risponde perentoriamente – una prova posteriore dell’esistenza di Dio – la crosta del casatiello…”. Lo fermo, gli chiedo se fosse disponibile a parlarne con l’esperto, Paolo Sindaco Russo, per la sua rubrica “Il pranzo della Domenica”. Ne è felice.

E invece, tornando al calcio, tra i mortali, a quale giocatore del Napoli è più legato. “Tra i mortali certamente Bruno Giordano, classe ribalda, scugnizza, follia del campione unita ad una situazione personale e familiare straziante. Lui in campo parlava la stessa lingua di Diego. Mentre tra i giocatori recenti mi sono innamorato di Lavezzi, della sua follia inutile. Quando segnò quel gol a Cagliari all’ultimo minuto provai emozioni che non sentivo da anni. Ho amato Lavezzi”.

Progetti futuri? “La Rai inizierà a girare il prossimo mese “I bastardi di Pizzofalcone” che andrà in onda il prossimo anno. E così avverrà più in là per Ricciardi e Lojacono. Ma per il momento il progetto più importante è battere sabato la Juventus!”.

Me l’ha raccontata come è andata con Il Mattino. Ma ormai è acqua passata. Parliamo della brutta vicenda che ha coinvolto Erri De Luca, processato per aver espresso un’opinione. Discutiamo di tanto altro mentre in sottofondo sento in casa sua un cane che abbaia. E poi, soprattutto, gli ho riconosciuto più volte nel corso della conversazione una signorilità d’animo e una galanteria poco comune nel concedermi un’intervista dopo che il sottoscritto lo aveva aspramente criticato per quella vicenda. Restiamo ognuno con le proprie ragioni, ma in fondo non interessava a nessuno dei due “tenere ragione”. Siamo due persone che per un’ora della loro vita hanno parlato di alcune passioni comuni: Napoli, il Napoli, la bellezza, il cibo, la scrittura e tanto altro. Lui però era Maurizio De Giovanni. Ed è un regalo raro poter trascorrere un’ora così con una persona bella. Al di là di qualsiasi notorietà. Grazie.

Valentino Di Giacomo

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La parola all'esperto

Marco Bellinazzo

Nato a Napoli e cresciuto in quel rione Sanità assurto anche in queste ore alle cronache nazionali per l’omicidio del giovanissimo Genny. Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24Ore e autore di un seguitissimo blog, può definirsi senza rischio di smentite il massimo esperto di calcio&finanza. Si è laureato alla Federico II in Giurisprudenza studiando proprio il fallimento del Napoli con la curiosità di capire come fosse stato possibile che la squadra in cui ha giocato Maradona potesse scomparire. “Sarebbe bastato chiedere a Ferlaino – dice oggi Bellinazzo – il quale ha spiegato anche di recente che quella società incassava 25 miliardi di lire e ne spendeva 35 in ingaggi. Se solo ci fossero stati i diritti tv“… Marco è infatti tifosissimo del Napoli di cui ha parlato anche in diversi libri. L’ultima sua fatica editoriale è “Goal economy“, un libro interessantissimo non solo per gli appassionati di calcio, ma per chi vuole comprendere meglio le relazioni tra i grossi gruppi finanziari dell’economia mondiale e di questo sport che muove e fa muovere capitali sempre più ingenti. Più che un libro, questo di Bellinazzo, è diventata ormai una sorta di “bibbia” anche in diversi corsi universitari.

Goal Economy, l'ultimo libro di Marco Bellinazzo
Goal Economy, l’ultimo libro di Marco Bellinazzo

Negli ultimi anni assistiamo ad una mutazione antropologica del tifoso: da semplice sostenitore ad “azionista figurato” di un’impresa a scopo di lucro che è la propria squadra del cuore. Ormai il tifoso, durante il calciomercato, non ragiona più soltanto su quale calciatore preferirebbe vedere nella propria squadra, ma valuta anche i costi di cartellino e ingaggio. Ad esempio su Soriano, Maksimovic e Romagnoli era frequente leggere sui social che questi calciatori costassero troppo rispetto al loro reale valore tecnico. Secondo te il tifoso ha gli strumenti adeguati da parte dell’informazione sportiva per giudicare tali parametri?

Il salto culturale è positivo. Vincere è quello che conta di più. Per tutti i tifosi. È quello che ci fa appassionare a uno sport, naturalmente. Ma oggi ci si sente partecipi di una comunità che è consapevole di essere la vera “proprietaria” di una squadra. E la sostenibilità economica dei progetti sportivi è diventata perciò un valore importante. Tuttavia, questo percorso è appena agli inizi in Italia e non sempre l’informazione sportiva tiene il passo.

In questi anni, anche grazie al tuo blog e i tuoi libri, c’è molta più chiarezza su tanti aspetti economici che riguardano il “retrobottega” di una società professionistica. È il giornalismo sportivo del futuro quello che tu hai iniziato a fare? Ti senti un apripista?

Mi si riconosce un po’ questo ruolo e lo accetto con tutte le responsabilità che comporta. Non sono il depositario di nessuna verità e gli errori sono dietro l’angolo. Ma lavoro sempre per dare il massimo e con la massima buona fede. Non so se questo è il futuro del giornalismo sportivo. Ma certo conoscere e capire gli ingranaggi economici oggi è indispensabile anche per i giornalisti sportivi. Fino a pochi anni fa non era certo così.

E-Book di Marco Bellinazzo
E-Book di Marco Bellinazzo

Sei stato colui che ha scritto uno splendido ebook: “Da Maradona a Messi: benedetti diritti d’immagine”. Ecco, quella dei diritti è una questione che ha tenuto banco anche quest’anno con la telenovela Soriano e in precedenza per il caso Astori. Fa bene De Laurentiis a tenere così tanto ai diritti d’immagine?

Dipende ovviamente dalle situazioni. Se vuoi per te i diritti d’immagine devi pagare stipendi più alti. Diciamo che occorre farli fruttare. Altrimenti è un’inutile forzatura.

Lo chiedo al tifoso, oltre che all’esperto: in città serpeggia un evidente malumore nei confronti del presidente. Eppure il Napoli nei suoi ormai 90 anni di storia non è mai stato per così tanto tempo ai vertici del campionato e da sei anni consecutivi si qualifica in Europa. C’è irriconoscenza oppure, anche in base a dati economici, il Napoli può realmente puntare al tricolore come chiedono molti tifosi?

I tifosi hanno negli occhi le vittorie dell’era Maradona e vorrebbero tornare a vincere. Purtroppo ho l’impressione che siano state sprecate occasioni irripetibili in queste stagioni, subito dopo Calciopoli. Le gerarchie del calcio italiano legate alla forza economica dei club si stanno lentamente ristabilendo. E potrebbe esserci sempre meno spazio per il Napoli. Detto ciò, De Laurentiis ha avuto grandi meriti nel far rinascere il Napoli e nel gestirlo con un’attenzione particolare ai conti. Ma la storia del Napoli prescinde dai presidenti.

Tra le critiche più frequenti nei confronti di De Laurentiis  vi è la sua “gestione familiare”. È davvero una gestione familiare quella del Napoli? E, in tal caso, tale gestione a tuo giudizio  ha ottenuto più benefici o danni per il futuro del calcio a Napoli.

Basta guadare la composizione del cda del Napoli ultra-familiare. In una prima fase era forse necessario amministrare il club con assoluto centralismo. Ma un club da oltre 100 milioni di fatturato annuo non può continuare a essere guidato con la formula dell’”uomo solo al comando”. L’era Maradona è stata anche contrassegnata da una società con figure professionali di grande spessore.

Perché il Napoli difficilmente acquista calciatori svincolati o a parametro zero? Qualche tempo fa De Laurentiis rimproverò a Bigon di non aver “pensato” a Tevez o Pogba. C’è forse dietro queste scelte di acquistare solo giocatori sotto contratto un’esigenza di bilancio?

Non credo. È solo una questione di opportunità. E poi se non crei situazioni ambientali di livello europeo e prospettive degne di un club europeo è difficile che certi giocatori accettino di venire.

Il Napoli non ha una sede, non ha un centro di allenamento né uno stadio di proprietà. Se De Laurentiis decidesse di vendere il Napoli, cosa venderebbe?

Un parco giocatori ancora di buon livello e un brand con un fascino rilevante. Nel mondo resta la squadra di Maradona anche se questo legame è stato reciso dall’attuale proprietà. 

Sulla questione stadio come si sta muovendo il Napoli

Non bene, direi. O almeno non con l’ambizione che mi aspetterei da un uomo come De Laurentiis. Ma penso che le colpe vadano suddivise con il Comune.

A quale giocatore del Napoli sei legato di più sia del passato che del presente. Dire Maradona non vale…

Allora dico Careca e Lavezzi.

Cosa pensi farà il Napoli di Sarri? Sei fiducioso su questa squadra?

Come tutti sono in attesa di capire come evolverà. Qualcosa si è visto nelle prime due partite, ma ho paura che manchino pedine fondamentali. Tutto dipenderà dalla forza mentale di resistere con lucidità alla pressione della piazza.

Un tuo giudizio sulla gestione Benitez.

Ho visto partite memorabili e sprazzi di gioco europeo. Quindi positivo. Resta l’amarezza per un progetto incompiuto e l’immenso danno economico delle due mancate qualificazioni in Champions in un solo anno. Ma le responsabilità vanno divise con società e squadra. Se c’è una cosa che mi ha profondamente deluso, per un uomo della sua preparazione e intelligenza, è stata l’incapacità di adattarsi alla realtà italiana e la scarsa flessibilità nell’impiego di schemi e rosa.

 

Una tradizione napoletana alla quale proprio non puoi rinunciare. La tua canzone preferita, il tuo cibo preferito, un posto di Napoli che ti fa sempre e comunque innamorare.  

Più che altro non posso rinunciare all’intera gamma della gastronomia napoletana. Così come alla musica di Pino Daniele. Ogni volta che posso torno a Napoli per passeggiare sul lungomare e tra i miei vicoli…

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Il "signore" del giornalismo partenopeo

Giustino Fabrizio

Giustino Fabrizio è un “signore” del giornalismo napoletano. Un uomo di garbo, poche parole necessarie, un professionista come ce ne sono pochi. E’ stato direttore della redazione napoletana di Repubblica dal 2004 fino a quest’anno, quando ha lasciato l’onore e l’onere nelle mani esperte e sagge del collega Ottavio Ragone. Giustino è uno di quegli uomini che insegna più con i fatti che con le parole, attraverso l’esempio, come i galantuomini di un tempo passato. Giornalista di concretezza e serietà, in una Napoli spesso più incline alle emozioni e alla fantasia. Tra i motivi che probabilmente gli hanno consentito di dirigere una delle più importanti redazioni partenopee per oltre dieci anni.

Gli esordi con Repubblica a Roma con Scalfari, poi direttore della redazione napoletana. In precedenza hai diretto la redazione palermitana: quali differenze ci sono nel fare giornalismo ai massimi livelli in tre città diverse? E’ sempre lo stesso mestiere, oppure ogni città ha le sue particolarità nel doverle raccontare?

A Roma non mi occupavo direttamente della cronaca cittadina, come invece ho fatto a Palermo e a Napoli. Ma la specificità del rapporto di Repubblica con i suoi lettori, appassionati ed esigenti, l’ho vissuta inalterata in tutti e tre i contesti. Il lettore-tipo, cioè colui che consideriamo il nostro target, la persona a cui ci rivolgiamo idealmente quando scegliamo le notizie, è molto simile nelle tre città, con pochissimi elementi di differenza. Direi che i tre lettori-tipo hanno molti più punti d’intesa con la comunità dei lettori di Repubblica che con quella degli abitanti della propria città. 

Per un brevissimo periodo ho avuto il piacere e l’onore di vivere anch’io la tua redazione. Ricordo, ma forse mi sbaglio, di una tua predilezione nel portare all’attenzione dei lettori non soltanto le solite cronache politiche zeppe di retroscena che riempivano spesso invece le pagine di altri quotidiani, ti piaceva far luce e dare risalto alle “piccole” notizie di cronaca, ai problemi comuni dei cittadini napoletani. E’ soltanto una mia impressione o  hai cercato di fare, per così dire, un racconto generale di questa città anche e soprattutto fuori dalle beghe dei palazzi della politica?

Repubblica è un giornale che punta molto sulla politica. Io credo che la politica che interessa al lettore sia però quella dei fatti e non quella delle dichiarazioni degli esponenti del ceto politico. Il giornalismo si basa su storie e personaggi, che vanno cercati in tutte le pieghe della cronaca.

La notizia data che in questi anni ti ha creato più grattacapi o problemi e quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Non c’è né l’una né l’altra. Il giornalista ha, deve avere, un rapporto non emotivo con i fatti. Si dice che sia cinico, ma l’emozione tocca al lettore, mentre il professionista, qualunque mestiere faccia, deve possedere freddezza e lucidità. Fai quel che devi, cioè pubblica, e poi accada quel che accada.

Com’è la situazione del giornalismo a Napoli? Si fa ancora un buon servizio ai lettori secondo te?

Non ho alcun titolo per giudicare il lavoro dei miei colleghi, per cui ti dirò una cosa ovvia: ci sono esempi di ottimo giornalismo e altri di pessimo.

Rispetto a quando hai iniziato la tua avventura alla guida di Repubblica e quando poi quest’anno hai terminato il tuo incarico, Napoli è cambiata in meglio o in peggio?

Come vivibilità in peggio, come un po’ tutta l’Italia, soprattutto per effetto della crisi economica spaventosa degli ultimi 7-8 anni. Ma non dimentichiamo che l’apice negativo è stato raggiunto a metà degli anni Zero con la drammatica emergenza dei rifiuti, seguita a una feroce guerra di camorra a Scampia: sono stati quelli gli anni peggiori.

 A quale collega sei legato di più e a chi della tua redazione di Repubblica. Chi è stato il tuo maestro. 

Chi, come me, ha avuto la fortuna di lavorare a Repubblica per tanto tempo, poteva incontrare un maestro dietro a ogni scrivania. Ho imparato da tutti.

Il nostro sito, soldatoinnamorato.it parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifoso. Che ne pensi del Napoli di Sarri, dove potrà arrivare?

Penso che potrà arrivare lontano in campionato e nelle coppe. L’importante però è che ci arrivi prima che la stagione finisca.

In città vi è un diffuso malcontento nei confronti di De Laurentiis, alcuni probabilmente alimentati (soprattutto dalle curve del San Paolo) da parte della camorra. Eppure il Napoli non è mai stato così costantemente in alto, se si escludono gli anni maradoniani, non è un po’ troppo ingenerosa questa città nei confronti del presidente di calcio? E concordi con De Laurentiis quando cerca di rivendicare i successi del proprio club rispetto ai tanti insuccessi che ha vissuto la città di Napoli negli ultimi anni?

I riti e gli slogan che la camorra impone nelle due curve, soprattutto nella A, sono l’unico spettacolo del San Paolo più triste delle sconfitte del Napoli. Quando il Napoli era in serie C, la camorra non si vedeva. De Laurentiis ha ragione, ha preso una squadra fallita e l’ha portata stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo. La sua strategia è di tenere il Napoli costantemente in alto anziché fare una stagione strepitosa e poi tante mediocri o negative. Però è anche vero che conta più vincere un solo scudetto o una sola Champions che arrivare dieci volte secondi. Ogni anno sembra sempre che al Napoli manchi qualcosa per compiere l’impresa.

Chi è il calciatore a cui sei più affezionato? Dire Maradona non vale…

In ordine cronologico: Tacchi, Sivori, Riva, Tardelli, Careca, Hamsik.

Una tradizione o un’usanza partenopea alla quale proprio non puoi rinunciare.

La tolleranza e l’ironia.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Un professionista che racconta Napoli in Italia e nel mondo

Paolo Chiariello

Paolo Chiariello non è solo un ottimo e valido giornalista, inviato da Napoli per SkyTg24. È quel collega che speri sempre di beccare alle conferenze stampa per la sua simpatia, professionalità e umanità. È lui tra gli artefici ad aver realizzato il sogno della mia vita: conoscere Diego Armando Maradona, la prima volta infatti che ho potuto parlare con D10s lo devo a Paolo e per questo gli sarò sempre grato. Su quell’aneddoto ci sarebbe da scrivere.. ma lo faremo magari in un altro momento.

È difficile fare l’inviato da Napoli per una tv nazionale perché si è spesso costretti a raccontare il male che abita la nostra terra (blitz, arresti, malasanità, terra dei fuochi, violenze e omicidi) . Difficilmente puoi fare un servizio che parli bene di Napoli, anche se ti sarà capitato probabilmente. È distorto il criterio informativo nel dare le notizie oppure si può fare informazione anche dando notizie belle?

Premessa: rispondo a titolo personale perché sono un giornalista di Sky ma non ho la rappresentanza dell’azienda. Ciò detto Sky è aria pura, fresca nel giornalismo di questo Paese e non lo dico per contratto o perché sono un suo dipendente. Ho potuto raccontare il Paese (non solo Napoli o il Sud) senza retorica, senza infingimenti, senza edulcorare la realtà, senza pregiudizi. Raccontare Napoli, il Sud, l’Italia mi ha portato a dare conto della camorra sanguinaria, della mafia che va a braccetto con le istituzioni, della terra dei fuochi o della politica che smarrisce la sua nobiltà nell’essere luogo di rappresentazione di interessi legittimi e soluzione di problemi per diventare luogo di corruzione e malaffare. Fare questo, raccontare tutto ciò significa informare e dunque fare il proprio dovere. Napoli e il Sud non è solo questo ed è persino banale doverlo dire, ripetere sempre. Il sud è fatto anche di centri scientifici e di ricerca di eccellenza, cultura, bellezza, turismo, teatri, cinema, enogastronomia, accoglienza. Forse non lo si racconta bene. Forse non lo si racconta abbastanza. A Sky lo facciamo. Possiamo essere criticati per come lo facciamo, ma ce ne occupiamo. Altrove invece, e lo dico da napoletano, non da giornalista di Sky, si indugia in un racconto criminale esasperante del Sud che corrisponde ai cliché e ai pregiudizi di qualcuno e non alla realtà fattuale. Chi fa questo è in malafede. Chi dice che al Sud la mafia, la camorra, la cattiva politica sono invenzioni giornalistiche è ignorante, in malafede o connivente. Ciò detto ogni discussione su come i media vedono il sud e come sono organizzati per raccontare il Sud è auspicabile. Su questo avrei tante cose da dire. Non basta un’intervista per esaurire un argomento tanto serio.  

Noto però che cerchi sempre di usare i social network per dare sempre informazioni positive sulla nostra terra. L’ultima è la vicenda del turismo. Che impressione ti fa leggere sempre brutte storie sulla nostra regione?

C’è una componente cialtrona nel giornalismo napoletano che è dura a morire. E’ un filone di giornalismo spazzatura che si nutre delle cazzate che girano sul web, dei pregiudizi che alimentano altrove, di false rappresentazioni o distorsioni della realtà. Quando leggo del pane che si cuoce con la legna delle bare. Quando ogni anno a fine agosto leggo del mare di merda a Ischia o a Capri o a Baia Domizia o altre amenità mi fa rabbia non tanto e non solo perché le notizie spesso sono bufale ma perché non si va mai a fondo delle cause che alimentano certi filoni d’informazione. Perché non ci sono i depuratori che devono costruire e che sono anche stati finanziati dall’Unione Europea? È vero che mancano anche in altre regioni? Dove sono finiti quei finanziamenti? Che cosa c’è di vero nella storia delle bare usate per cuocere pane?  E potremmo andare avanti all’infinito con queste storielle. Ecco, dovessi rispondere in breve alla domanda che mi viene posta, e cioè “che effetto ti fa”?, la risposta è lapidaria: RABBIA.

Lavori per un network mondiale, quanto è difficile riuscire a far capire loro le bellezze di Napoli, che forse vedono la nostra città più secondo cliché che per come realmente è?

E’ semplice. Sky è il network che dà conto dei mille colori di Napoli. E li fa vedere, li analizza e li presenta tutti. C’è la fiction Gomorra e ci sono dieci documentari sulla Reggia di Caserta, gli Scavi di Pompei, il Cristo Velato, il Teatro San Carlo, la musica di Napoli, Pino Daniele. Napoli è meravigliosa perché è così, è un libro aperto per tutti quelli che non hanno pregiudizi. Napoli è l’abisso dell’aberrazione umana con certa feccia di criminalità senza scrupoli, ma è soprattutto la Grande Bellezza dell’arte, dei mestieri, delle antiche vestigia di popoli che sono passati di qua e ci hanno lasciato segni e sogni. Napoli è grandi uomini e grandi donne del passato e del presente. Napoli è musica. Napoli è… un sogno come diceva Pino Daniele. E lo è davvero.

Ciro e genny in una scena della serie TV
Ciro e genny in una scena della serie TV

Sky, come ricordavi, trasmette Gomorra. In un nostro articolo abbiamo detto che se alcuni comuni del napoletano rifiutano di far girare nel proprio territorio la bellissima serie di Sky Atlantic, allora cosa dovrebbe dire Gubbio con Don Matteo dove accade un omicidio a settimana per di più risolto da un prete? Trovi un buon racconto la serie Gomorra?

Trovo queste prese di posizione stucchevoli, poco serie, inutili, di persone in cerca di visibilità o capaci solo di fare ammuina. La risposta è nella vostra domanda. La fiction è certo una esasperazione della realtà. Ma Gomorra è un prodotto ben scritto, girato in maniera eccezionale, artisticamente un prodotto cinematografico di valore internazionale ed è intellettualmente onestissimo. Il regista, Stefano Sollima, è innamorato di Napoli. Gli attori sono tutti napoletani. La serie è girata a Napoli e altrove nel mondo. Racconta la camorra. Spesso devo dire che la realtà supera persino al fantasia della fiction. Tutte le polemiche intorno a Gomorra, spesso create ad arte da personaggi in cerca d’autore, sono parva materia.

Ti sei occupato in due libri “Monnezzopoli” e “Monnezza di Stato” scritto assieme allo scienziato Antonio Giordano della questione rifiuti.  Quanto c’è ancora da fare in questo contesto?

Tutto. La questione rifiuti, e cioè il ciclo dei rifiuti e la presa della criminalità in questo settore, è ancora tutta sul tavolo. E’ stato fatto tanto ma ancora non abbiamo un ciclo virtuoso dei rifiuti e non credo che siamo riusciti ad espellere la criminalità organizzata dal business della monnezza. Poi c’è la questione sanitaria, la tragedia ambientale, le bonifiche da fare… Non siamo all’anno zero ma abbiamo ancora tantissima strada da fare.

Il nostro sito parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifosissimo. Come vedi il Napoli di Sarri quest’anno?

Sono malato di calcio e di Napoli. Dico che Sarri può far bene. Che bisogna avere pazienza. Bisogna sperare che Higuain faccia sul serio. E sperare che De Laurentiis e De Magistris trovino un accordo per dare a Napoli e ai napoletani uno stadio degno della storia di una squadra di calcio che, nonostante i non tantissimi trofei, può annoverare tra le sue fila il più grande calciatore di tutti i tempi: DIEGO ARMANDO MARADONA.

Per concludere: una tradizione partenopea a cui proprio non puoi rinunciare?

La sfogliatella tutte le mattine. Il ragù la domenica. Il casatiello. La pastiera. Il Babà. Gli spaghetti. Passeggiare per i vicoli di Napoli. Andare allo Stadio. Fare il bagno a mare tutto l’anno. Ascoltare musica di Daniele, Bennato, NCCP, A67, Clementino. Andare al San Carlo. Mangiare una pizza sul lungomare ogni tanto. Ingozzarsi di pesce fresco, crudo, appena pescato. Andare sul Vesuvio. Emozionarmi negli Scavi di Pompei ogni volta. Cioè io posso rinunciare a tutto ma non a Napoli.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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