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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

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ALTO FEST, ideato e diretto da TeatrInGestAzione, giunto quest’anno alla V edizione, è un insieme di performance ed exhibit di arte, teatro, musica, recitazione e creatività realizzati in appartamenti e contesti privati e/o pubblici da parte di artisti e creativi provenienti da ogni parte del mondo

ALTO FEST attraverso le sue azioni artistiche si pone l’obiettivo di ridisegnare la relazione con i luoghi, di sovvertire l’uso di spazi e l’attribuzione fissa di ruoli, di osare sconfinamenti mai sperimentati | il Festival è costruito assieme ai cittadini di Napoli, che nelle loro case e spazi privati (appartamenti, terrazzi, sotterranei, cortili, interi condomini, laboratori artigianali…) ospitano opere e performance di artisti internazionali

Le foto del Festival sono state relizzate dai solci di Flegrea PHOTO, partner ufficiale per la documentazione fotografica ed artistica degli eventi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Non ne è consentita la riproduzione anche parziale.

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Nel romanzo Baudolino di Umberto Eco il protagonista e alcuni suoi amici e compagni di studi nella Parigi del dodicesimo secolo, ispirandosi a racconti di viaggio e a cronache dei secoli precedenti inventano o reinventano luoghi favolosi, con città tempestate di gemme e abitate da esseri fantastici, per scoprire poi nell’arco di un lungo viaggio che i posti sognati erano incredibilmente deludenti.

Quando ero piccolo, e stiamo parlando di quando la televisione aveva solo due canali, uno dei miei passatempi era sfogliare le enciclopedie di famiglia, ancora prima di doverlo fare per qualche ricerca scolastica. Era intrigante e stimolante l’idea di un sapere ordinato in maniera alfabetica e che dava l’illusione di racchiudere tutto lo scibile o quasi. Le enciclopedie certo all’epoca non erano molto prodighe di immagini, ma Universo, che troneggiava con i suoi volumi rossi dalle scritte dorate su una mensola del tinello, sfoggiava addirittura tutte foto a colori.

Le immagini a volte erano approssimative, con colori spesso sbiaditi o improbabili – se qualcuno ha mai visto una cartolina degli anni tra i ’50 e i ’70 sa di cosa parlo – ma sicuramente accendevano la fantasia, e così facevano anche le cartine e i nomi elencati, primi fra tutti i toponimi. Un nome di un luogo da solo a volte basta a far venire la voglia di partire, in qualche caso senza sapere dove realmente si sta andando. Anche la descrizione enciclopedica, nel suo essere relativamente fredda, lasciava molto spazio all’immaginazione.

Nomi evocativi o misteriosi, come Alto Volta, Baden Baden, Carcassonne, Irkutsk, Potsdam, Quebec, Rocamadour, Selva di Teutoburgo, Zabriskie Point… ma anche gli italici Acquapendente, Barletta, Castelluccio, Isola delle Femmine, oppure Ronchi dei Legionari, San Lupo… magari un luogo nascondeva una delusione che si sarebbe svelata solo all’arrivo, oppure quella foto insulsa che accompagnava la voce non faceva altro che alimentare la voglia di conoscere meglio quel luogo, di correggere con l’esperienza la mancanza di informazioni visive. Questa forse è stata una delle motivazioni che hanno fatto nascere in me la voglia di diventare fotoreporter: il desiderio di documentare con le immagini posti che nessuno aveva mai visto tranne gli autoctoni, e di cui spesso nessuno aveva mai sentito parlare.

Dopo anni passati a cercare luoghi nascosti, e a verificare dal vivo la bellezza di posti resi mitici dalla inaccessibilità o dalla scarsa rappresentazione, mi rendo conto che tutta la forza dell’immaginazione sta venendo poco a poco a mancare. Moltiplichiamo l’immaginario con un eccesso di fantasy e di storie che diventano sempre più assurde e sempre più artificiali, perché, come recitava il titolo di un film della serie 007, “Il mondo non basta”. Sicuramente non basta più a scatenare l’immaginazione. Forse l’aspetto più triste e preoccupante di ciò che viene chiamato comunemente globalizzazione è la mancanza di barriere, intesa come assenza di una siepe leopardiana che possa generare fantasia e stimolare la voglia di conoscere cose ignote. Semplicemente, l’ignoto ci è ormai precluso, non per difetto ma per eccesso di rappresentazione.

Decenni addietro, non molto diversamente da quello che accadeva ai tempi di Baudolino, bisognava fare un minimo di sforzo anche solo per cercare un libro, magari in una biblioteca minore, che parlasse più estesamente di un luogo poco noto. Adesso basta farsi un giro su internet per avere accesso a una quantità fin troppo elevata di immagini e di notizie su un luogo, anche se spesso le notizie variano da fonte a fonte, e per farci un’idea precisa e non settaria di quello che stiamo indagando dovremmo conoscere un paio di lingue in più. Persino i capolavori dell’arte, che magari eravamo stimolati ad andare a vedere dal vivo da una foto imperfetta o semplicemente in bianco e nero, ci vengono sbattuti in faccia in altissima risoluzione, magari sotto casa, senza dover fare nemmeno lo sforzo del viaggio per visitare un museo o una remota pieve tra le montagne.

Ultimamente la barriera che dobbiamo affrontare risulta quindi essere l’eccesso di informazione e di immagini, e tante volte la loro discutibile accuratezza, piuttosto che la loro scarsità.
Guardando un luogo o un monumento attraverso le immagini inoculate in rete da gente incapace, spesso al sottoscritto passa la voglia di andare a vederlo dal vivo, piuttosto che il contrario. Allo stesso modo, provo una certa riottosità snob a dover condividere con torme di turistucoli armati di tablet sempre puntati davanti a sé l’esperienza di luoghi che conoscevo da piccolo come inaccessibili o quasi, e che magari sognavo di fotografare con uno zelo da far impallidire i fortunati colleghi del National Geographic Magazine.

La scomparsa della Frontiera, quindi? Dove andare a cercare ormai le mandrie di bisonti che scorrazzano quasi indisturbate per le praterie, dove si annida più il tempio coperto di vegetazione e di liane, che protegge ancora un idolo dimenticato? Forse dovremmo iniziare a ribaltare la prospettiva. Conosco gente di Napoli che è stata in almeno tre continenti in un numero incredibile di luoghi e non è mai salita sul Vesuvio, romani che magari hanno visitato tutta l’Asia e l’Africa e non sono mai stati a Fossanova o ad Anagni, e milanesi che non hanno mai attraversato a piedi Lorenteggio in vita loro.
Probabilmente la nuova frontiera del nostro immaginario dovremmo tracciarla sotto casa, ogni volta che mettiamo il piede fuori dalla porta, e cercare di vivere i luoghi che troppo spesso attraversiamo, dandoli per scontati, come se fossero il nostro personale Paese delle Meraviglie, scoprendo che, magari, è proprio così.

Gianfranco Irlanda

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Salvatore Porzio frequenta questo mondo da molto prima che diventasse famoso e che gli fossero dedicati programmi in tv, con la squadra partecipa a campionati internazionali senza però mai tradire la sua Napoletanità, lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e farci presentare questa disciplina.

Sei reduce da due gare internazionali e hai portato a casa risultati importanti, cosa ci racconti di questa esperienza?

Aldilà dei risultati quello che mi piace di più delle competizioni di Barbecue è l’atmosfera che si viene a creare. Bene o male in questo ambiente ci si conosce tutti, anche fra i componenti dei team delle diverse nazioni. Stando insieme per due giorni ed una notte senza dormire attorno a Barbecue accesi si crea un affiatamento e un rapporto di amicizia che va oltre la competizione. Quello che dico sempre è che essendo una gara è ovvio che si parte per vincere ma di sicuro non si torna mai sconfitti.

Volendo comunque riportare dei risultati è stato bello arrivare primi nella categoria Chicken all’IBC di Perugia e secondi posto nella categoria Chef Choice al primo contest ad inviti organizzato dalla Distilleria Bonaventura Maschio.

 

Molte persone non hanno idea che esista il Barbecue come disciplina, come funziona una gara?

Le gare più importanti sono sanzionate dalla KCBS (Kansas City Barbecue Society), una associazione no profit americana che coordina migliaia di competizioni in tutto il mondo. Forma dei giudici, ultimamente ho preso anche io la certificazione per capire anche cosa succede dall’altra parte dell’oceano,  ha un sistema con il quale chi giudica non sa quale è il team che ha preparato la pietanza.

Le categorie di preparazioni KCBS sono standard per tutti i team e sono 4: Chicken (pollo), Ribs (costine di maiale), Pulled Pork (spalla di maiale) e Brisket (punta di petto di manzo). Tutti tagli di carne cosiddette “povere” ma che con la tecnica della cottura low and slow (a bassa temperatura per un tempo prolungato che può arrivare a 10/12 ore per il brisket) e con l’utilizzo dell’affumicatura acquistano morbidezza e gusto che li rendono piacevoli da mangiare.

I giudizi alle 4 preparazioni vengono dati secondo tre parametri che sono apparenza, gusto e tenerezza delle carni.

 

Com’è nata questa passione per l’american Barbecue?

Quasi dieci anni fa con la nascita del mio primo figlio ho cercato un hobby più casalingo rispetto a quello del mototurismo. Non sapendo che poi mi si sarebbe aperto un mondo, quello delle competizioni, che comunque ti porta a girare l’Italia e l’Europa.

Ovviamente tutto è iniziato con le ricerche in rete cercando il modo di autocostruirsi una griglia e finendo nel magico mondo delle cotture indirette ovvero dei barbecue con coperchio.

Nelle foto potete vedere il mio primo barbecue artiginale, fatto con una pentola capovolta.

Sei un Napoletano Doc, come riesci a integrare una tradizione culinaria così forte con una cucina (almeno all’apparenza) così lontana?

Anche se sono due culture molto lontane dal punto di vista culinario trovo un forte legame nella tecnica applicata per la preparazione della carne e, come dicevo prima, nell’utilizzo di tagli poveri ovvero non di prima scelta. Il Barbecue americano nasce nel sud tra gli schiavi che non disponendo di carni tenere scoprirono che cuocendo per lungo tempo e a bassa temperatura tagli “duri” questi acquisivano gusto e morbidezza.

Se penso al Re delle preparazioni partenopee non posso fare a meno di citare Lui, l’immancabile sulle tavole dei napoletani ogni domenica e ad ogni stagione: il Ragù.

La tecnica non è quella? Un pezzo di muscolo che si sfilaccia dopo aver “pippiato” a bassa temperatura fino a 8/10 ore.

Proprio come un Pulled Pork.

 

L’american Barbecue si sta diffondendo tantissimo, quali consigli ti senti di dare a chi si avvicina a questo mondo?
Ovviamente il consiglio “cheap” è quello di documentarsi in rete per iniziare e per capire di che strumenti si ha bisogno. Un kettle può costare tra i 200 e 300 euro ed utilizzarlo solo per grigliare sarebbe uno spreco.

Un altro sistema abbastanza più immediato è quello di partecipare ad un corso in modo da vedere praticamente come funziona la cottura indiretta, come si preparano le carni e come si gestiscono le temperature.

 

Qual è il tuo piatto forte? Ci racconti com’è nato?

Sembrerà strano ma non impazzisco per le preparazioni americane. Adoro le loro tecniche di cottura e di affumicatura ed ho sempre cercato di applicarle a preparazioni tipiche della tradizione italiana e napoletana.

Nel Barbecue è stato preparato di tutto ed il mio piatto forte è nato dalla ricerca di realizzare qualcosa che nessuno avesse mai realizzato prima. Sempre in tema di low and slow partenopeo ho pensato a Lei. La Regina delle preparazioni napoletane: A’ Genuves.

La cipolla che si disfa e perde l’acido per la lunga cottura, la carne che si intenerisce e cede tutti i suoi umori al sugo, l’affumicato che diventa l’ingrediente in più…..il paradiso.

Ne realizzo anche una versione panino con pepe e scaglie di parmigiano.

 

Una ricetta facile che tutti possono fare a casa?

Le alette di pollo, altro taglio povero utile anche per testare le prime cotture indirette.

Marinate con olio e salsa worchester e condite con un rub (mix di spezie) con gli aromi che più si gradiscono. Un successo sicuro.

Sei tifoso del Napoli?

Si dalla nascita ed il mio sogno è di “appicciare una furnacella” in curva B. Più furnacelle meno fumogeni.
Cosa cucineresti per Sarri e cosa per De Laurentiis?

Essendo cresciuto come il Mister all’ombra degli altoforni dell’italsider di Bagnoli gli proporrei una bella impepata di cozze affumicate. Pescate possibilmente sotto la tavola di mare di Trentaremi.

Al presidente penso che piaccia la bistecca, la T bone quella che ha anche il filetto attaccato.

 

Chi volesse saggiare i tuoi capolavori dove e quando ti può trovare?

Sono un po’ girovago, non ho un posto usuale dove faccio gli eventi ma giro varie strutture che mi ospitano.

I miei eventi li pubblico sulla mio profilo facebook o sulla mia pagina.

https://www.facebook.com/salvatore.porzio.7

https://www.facebook.com/FlashMobbq
Un saluto per gli amici di Soldato Innamorato?
Ciao ragazzi “a’ brace v’accumpagn!”

Noi a breve andremo a saggiare la Genovese affumicata e vi faremo sapere com’è, stay tuned!

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È il motivo per cui vengo qui. Ci pensavo oggi mentre ero incolonnato sotto al sole cocente alla malefica uscita di Peschiera del Garda.
Per un Napoletano vivere al Nord è diverso, perché ci sentiamo competitivi e vorremmo dimostrarlo a tutti sempre ma in realtà non facciamo altro che scontrarci continuamente con luoghi comuni, maldicenze e continui atteggiamenti diffidenti che puoi cancellare solo col tempo, facendoti conoscere e non sbagliando mai.
Dimaro, oggi sembra una NAPOLI in miniatura senza mare e circondata dal verde.
Dimaro sa accoglierti con l’azzurro ovunque e con sorrisi veri perché ormai qui tifano tutti NAPOLI!
A Dimaro, sei tanto al Nord ma riesci a sentirti tanto importante… Semplicemente perché sei Napoletano.
Vi lascio qualche scatto di oggi.
Un abbraccio azzurro!

Pierfilippo Cutrì

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In questi giorni la rete si è svegliata con la paura di non poter più condividere foto a causa di una vera o presunta proposta di legge europea di armonizzazione del diritto di autore riguardante quella che si definisce “libertà di paesaggio”; secondo i pessimisti si tratta di un tentativo, l’ennesimo, di dare una stretta alla libertà di espressione tramite vincoli che implicherebbero l’autorizzazione dei detentori del diritto di autore nel momento in cui si volesse pubblicare la foto di un edificio o di un manufatto, anche visibile da luoghi pubblici (parte del paesaggio, appunto…), nel momento in cui ci fosse anche la remota possibilità di un utilizzo commerciale (come ad esempio implicato dalla pubblicazione di immagini su facebook).

In realtà sembra che le cose non stiano esattamente in questi termini, ma non voglio entrare nel merito degli aspetti burocratico-legislativi della faccenda, vorrei piuttosto fare una riflessione da fotografo.

Per anni una delle mie principali attività come professionista è stata proprio quella di fotografare edifici e ambienti costruiti, sia per privati che per istituzioni come università. Mi sono trovato a fotografare chiese e beni ecclesiastici, edifici storici, centri commerciali, palazzi più o meno recenti, rovine romane, cimiteri e persino linee costiere, da terra, dal mare e dall’aria.

La maggior parte delle volte avevo l’autorizzazione (quasi sempre in forma scritta), ma la cosa paradossale è che questo non mi salvava da divieti, impedimenti, persino ripicche da parte di chi doveva, di volta in volta, “salvaguardare” il bene, a volte impedendomi fisicamente di scattare foto.

Nonostante ciò riuscivo quasi sempre a fotografare quello che serviva, ma si è giunti a volte a situazioni estreme tipo custodi che mi seguivano e controllavano a vista, dicendo “sì, è vero, avete l’autorizzazione della soprintendenza, ma non potete fotografare dentro le case” (scavi di Ercolano, 1997; il giorno prima senza cavalletto fotografavo tutto quello che volevo dentro e fuori…), oppure che addirittura mi si impedisse di scattare foto alle mie foto esposte (stanze di Palazzo Reale di Napoli, dicembre 1998). A volte erano i parroci ad essere restii, nel momento in cui si procedeva con le schedature per la soprintendenza (e questo ci fa capire come mai tanto spesso i ladri hanno vita facile, nel momento in cui rubano statue, busti e quadri dalle chiese, quando questi non sono mai stati documentati e schedati…)
Posso capire i casi dei centri commerciali, anche per questioni di sicurezza, ma se tante volte avessi voluto ottenere la foto senza autorizzazione sarebbe stato persino più facile, bastava attraversare la strada e non dare troppo nell’occhio… certo un “pesce piccolo” ha meno mezzi e possibilità di mettersi a fare la rassegna stampa di tutto quanto viene pubblicato al mondo per sapere se la foto di un suo manufatto è stata pubblicata senza autorizzazione, mentre magari una grande firma di architetti americana ha più mezzi e più capacità economica di cercare e perseguire i “trasgressori” (basta farsi un giro su youtube per vedere cosa resiste, come certi film completi, e cosa invece viene sistematicamente eliminato – vedi i prodotti Disney o Lucasfilm – per farsi un’idea di cosa significhi avere un enorme potere economico per far valere i propri diritti…), nonostante alla fin fine la circolazione delle immagini in rete è un mezzo per farsi tanta pubblicità in maniera indiretta.

Insomma, sono seccature sia che si abbia l’autorizzazione sia che questa manchi…

Vorrei però per un attimo ribaltare la situazione.
Quella che si chiama “libertà di panorama” è una libertà zoppa. Stiamo ragionando sulla possibilità di fotografare un luogo in cui è presente un manufatto coperto da diritto d’autore, ma nessuno si sta chiedendo se chi sta fotografando vuole davvero inserirlo nell’inquadratura oppure piuttosto non lo prende come un “male necessario” perché semplicemente non ha alcuna alternativa.
A me nessuno viene a chiedere se il panorama libero, un paesaggio incontaminato, possa essere deturpato dalla presenza di un edificio, di una fabbrica, di un grattacielo scintillante, che sia di autore noto o meno. In teoria ci sono vincoli paesaggistici, ma fin troppo spesso se un’opera è considerata di pubblica utilità, oppure è fortemente voluta da un’istituzione o amministrazione pubblica, allora il paesaggio diventa un elemento sacrificabile.

Negli anni ’60 Pasolini girò una serie di documentari, uno di questi mi è rimasto incredibilmente impresso. Erano gli anni dei primi ecomostri, uno di questi era un edificio, un triste palazzo residenziale che deturpa il panorama di Orte, molto ben visibile da chi percorre quella che una volta si chiamava l’Autostrada del Sole, la A1, allora ancora Milano-Roma. L’edificio è ancora lì, certo mi consola che spesso questi mostri vengono abbattuti, ma tante volte resistono imperituri peggio di monumenti ai caduti di guerre perfettamente inutili.

Troppe volte ho vissuto questa sensazione di sfregio, invasione, violenza nei confronti della bellezza, l’equivalente visivo di una radiolina che gracchia note odiose due ombrelloni più in là, quando il rumore di fondo è un piacevole suono di risacca, o di un motociclista che sfreccia rombando in una stradina montana maestosamente silenziosa.

Quasi ti immagini che, come al passaggio del motociclista gli animali scappino nel sottobosco per cercare luoghi più tranquilli, la fauna e la flora si ritraggano di fronte all’invasione delle architetture firmate, e persino i piccioni evitino il “bosco verticale” di Porta Garibaldi, tanto per dirne una…

Gli amici architetti magari avranno da ridire in questo senso, ovviamente si fanno studi sull’impatto ambientale e paesaggistico quando si progetta un nuovo edificio (a New York ma immagino anche in tante altre metropoli c’è la famigerata “tassa sull’ombra”, un contentino per quelli che vivono nelle zone in cui il sole non arriverà più a causa dell’ombra proiettata da edifici più alti), ma ciò non toglie che troppo spesso si dà importanza, “valore”, ai diritti del singolo in quanto autore dimenticandosi del diritto di una collettività, soprattutto il diritto a conservare gli aspetti simbolici e identitari dei propri luoghi di appartenenza.

Gli esempi in questo senso sarebbero molteplici, ma come al solito vado alla mia personale banca dati, la mia esperienza, per dirne un paio. Per tanti anni sono andato a passare le vacanze nel parco nazionale d’Abruzzo, passando per una strada che comprendeva un perverso incrocio che si mangiava minuti preziosi proprio al centro del comune di Venafro (IS). Bene, arrivare nella valle di Venafro significava iniziare a percepire le montagne, il paesaggio “incontaminato” o quasi, e la valle sbucava da dietro una curva e si svelava in tutta la sua ampiezza… finché al centro non ci hanno piazzato un cementificio. Esatto, al centro. Non nascosto in un angolo, né occultato in alcun modo. Al centro. Non c’è modo di eliminarlo visivamente. Non credo che gli “autori” abbiano interesse a richiedere il diritto di autore per quel bubbone, ma dovremmo essere noi, fotografi, cittadini, turisti, tutti a chiedere i danni per una scelta così infelice e così brutale nello scippo di un pezzo di paesaggio. Un altro caso, questa volta d’autore, il rifacimento di piazzale Tecchio nel quartiere di Fuorigrotta, Napoli. Mentre prima del 1990 il piazzale era uno spiazzo scenografico che dal palazzo del politecnico scendeva a mostrare gli edifici della mostra d’oltremare, verso una sorta di piazza San Marco rifatta secondo una visione metafisica dettata dalla retorica fascista del tempo, cionondimeno piacevole perché ragionata, una prospettiva che si chiudeva con in lontananza l’edificio del Teatro Mediterraneo, dai lavori di rifacimento della piazza pensati per i mondiali del ’90 lo spazio si presenta frammentato, pieno di spazi morti, ancora non finito dopo 25 anni… imperfetto, malandato ancora prima di essere terminato, pieno di elementi di disturbo alla vista, addirittura modificato nella sua altimetria tanto da ostacolare quella che era una perfetta scenografia… Cosa faccio, chiedo i danni allo studio di architetti che ha ripensato il luogo, complici le amministrazioni e la politica del tempo? Forse dovrei…
Se “libertà di panorama” ha da essere, che sia piena e completa. Vorrei essere libero di guardare il pinnacolo su cui sorge Orte senza dover vedere quell’orrore che gli si affianca, e mi rammarico di non aver visto Londra prima che ci piazzassero quella ruota da luna park del London Eye (da cui, orrore, non fanno fotografare se non per uso privato… come se poi un professionista si mettesse a fare panorami da dietro un vetro fortemente distorcente e nemmeno troppo pulito per poi vendere gli scatti… ma andiamo!). Si parla troppo di libertà, ma non ci si rende conto semplicemente che la libertà che ci viene data (non “che abbiamo” in quanto diritto, ci viene elargita, e spesso col contagocce) è insignificante rispetto a ciò a cui in realtà avremmo diritto.
Se le foto servono a qualcosa, servono almeno a testimoniare lo stato dei luoghi prima che venissero deturpati, e questo è quello che dovremmo cercare di mantenere vivo nella memoria, prima che l’assuefazione e il disinteresse prendano il sopravvento.

Gianfranco Irlanda

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Ci sono popoli d’amore e popoli di libertà, è la prima istantanea che mi venne in mente appena messo piede a Victoria Station qualche primavera fa, il primo sguardo verso questo fiume di persone che correva, ovunque, senza guardarsi.

Quella fu la prima immagine di benvenuto all’estero, di un animo Partenopeo che qualche anno fa prese uno zaino ed iniziò un percorso di viaggi.

Dopo quella ce ne furono molte altre, di station, scarpe consumate tra sorrisi che di straniero avevano nulla, porte aperte in case più familiari delle famiglie stesse, piazze che diventavano case col calore delle nuove mani tese tra lingue diverse.

Ci sono popoli d’amore e popoli di libertà mi è ritornata in mente tantissime altre volte, a ogni passo, nel bene e nel male, nei popoli d’amore e in quelli di libertà, perché la prima cosa che ho capito appena dopo la prima settimana là su al nord è che Napoli è proprio una madre, anzi una Malafemmena di quelle che ti fanno arrabbiare e andar via, ma mai puoi tralasciare un secondo, la porti dentro.

Stai luntano a chistu core ma a te vole cu o pensiero, è proprio più che una strofa.

Ho rivisto tratti della nostra filosofia Partenopea in tanti angoli in giro per questa Europa, in tanti volti, situazioni, scene, rughe, su e giù, negli occhi resistenti di chi ha poco e tira fuori tanto, negli occhi dei popoli lasciati soli, a sé, in chi si arrangia e tira a campare.

Uno dei tratti più salienti della vita partenopea è la nostra costante Resistenza Ordinaria, la fatica, l’arrangiarsi, molto difficile da ben tradurre in altre lingue. Ci sono luoghi che mi han dato immagini che mi riportavano a pensare a quelle di ordinaria Resistenza di tanti della mia madreterra. I volti di chi si arrangia tirando a campare la propria professione giorno per giorno, inventandosi un mestiere, un carretto o un tavolino in strade che diventano centri commerciali open air tra mille sfumature di vita.

In questa galleria ho cercato di raccogliere una decina di quei momenti, dal nord al sud passando per l’est e oltre di questa Critica Europa.

 

Peppe Iovino

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