Foto

0 2015

Mi ripromettevo da tempo di scrivere un articolo sulla bellezza in fotografia, e su cosa essa comporta a seconda del contesto. Mi è giunto uno sprone inaspettato in questi giorni alla notizia della vittoria, da parte del fotogiornalista napoletano Salvatore Esposito, di un premio della Getty Images al Visa Pour l’Image di Perpignan, forse la rassegna dedicata al giornalismo per immagini più prestigiosa al mondo. Il lavoro, dal titolo “What is missing”, rappresenta il degrado di alcune zone di Napoli e viene legato alla assoluta mancanza delle istituzioni in quei quartieri. Questo premio (se volete vedere alcune delle immagini le trovate qui) è giunto con un tempismo quasi perfetto se consideriamo i fatti di cronaca a Napoli di questi giorni, e le dichiarazioni che da più parti giungono e suscitano polemiche (da Roberto Saviano a Rosy Bindi e via discorrendo), relativamente alla presenza endemica e inestirpabile o meno della camorra nella città. Faccio i miei complimenti a Salvatore per il premio, dalle immagini si nota un vero lavoro di approfondimento e di scavo nei meandri più bui della società partenopea. Le sue immagini sono molto forti, ben costruite, forse troppo… sono, paradossalmente ma forse neanche tanto, “belle foto”…

Già nel mio articolo precedente sull’uso dell’immagine nella cronaca e nell’informazione in generale avevo sfiorato l’argomento, ma stavolta vorrei soffermarmi un po’ di più sugli aspetti estetici contrapposti a quelli contenutistici.

Che significa fare una bella foto? Cosa è bello nella fotografia? Il soggetto? La composizione? I colori? Il significato? E, soprattutto, cosa fa funzionare una foto? Si adatta al contesto di fruizione, è utile allo scopo per cui è stata scattata?

Molte di queste domande forse non hanno una risposta univoca, e per ragionare approfonditamente in merito forse non basterebbe una tesi di dottorato. Ma su un paio di esse credo sia necessario soffermarsi un po’. Chi fa fotogiornalismo sa bene, o dovrebbe sapere, che un’immagine viene letta a seconda del contesto di fruizione (così come chi riporta affermazioni di qualcuno non dovrebbe isolarle dal contesto in cui sono state pronunciate). Il rischio è che ciò che viene detto, verbalmente o visivamente, possa essere male interpretato se non addirittura assumere un significato diverso o opposto rispetto alle intenzioni. Un po’ penso a Gomorra di Saviano. Etichettato furbescamente come “romanzo”, non diceva cose che non fossero già ampiamente conosciute dalla maggior parte dei napoletani, ma evidentemente era diretto, intenzionalmente o meno da parte dell’editore, a un pubblico più ampio, nazionale. Immagino che abbia contribuito a far conoscere un problema a tanti lettori che lo ignoravano, ma in tante persone potrebbe avere generato l’effetto di rafforzare convinzioni e un immaginario precostituito. Il trasformare il libro in film e poi in serie televisiva, fatta tra l’altro molto bene, aumenta lo scarto con la realtà. Diventa sempre più fiction e sempre meno informazione.

Cosa succede con la fotografia di cronaca? A fare delle immagini troppo riuscite, perfette, memorabili, “belle”, spesso si rischia di remare contro l’intenzione di rappresentare la realtà e, nel caso del degrado, della criminalità, delle problematiche sociali, contro il cercare di combattere il fenomeno, ammesso sempre che questa sia la vera intenzione… Già. L’intenzione. Purtroppo il rischio diventa questo. Si scattano foto a situazioni problematiche perché si vorrebbe testimoniarle e (spero) combatterle, ma troppe volte la fascinazione di quelle immagini rende arduo il compito, se non addirittura genera un risultato controproducente, e da quella fascinazione non sono immuni i fotografi stessi.

I fotografi di reportage di un certo tipo a volte in effetti si fanno prendere la mano dal voler ottenere una foto “bella” a tutti i costi, quella da primo premio, da pubblicazione sulla rivista Photo… ma bisogna chiedersi se la foto sia poi riuscita rispetto alle intenzioni iniziali. Esposito, e tanti altri come lui (per non parlare dei giudici di tanti contest sulla fotografia), troppo spesso non fanno che ragionare e muoversi all’interno di un discorso di enunciazione cristallizzato e precostituito, che rischia di diventare una forma di omologazione estetica che funziona solo in certi contesti. La “bella” foto del morto ammazzato, del tossicodipendente o del criminale con la pistola, diventa purtroppo l’immagine perfetta non per testimoniare una realtà (che non è nuova ormai a nessuno), ma per continuare nella scia di una pseudo informazione di facciata che serve a tante riviste per giustificare la pubblicità nella pagina di destra, quasi a volersi ammantare di una purezza e di una autorità che in realtà tanta stampa, cartacea e virtuale che sia, ha perso da tempo.

Chiudo spesso con un ricordo personale, spero per i lettori, oltre che per me, che non diventi un’abitudine, ma qui calza a pennello. In una delle prime edizioni del Festival della Fotografia di Roma, qualcosa come dodici o tredici anni fa ebbi modo di vedere una mostra di immagini, piuttosto insulse di primo acchito, in uno spazio un po’ reietto della stazione Termini. Erano immagini di persone, bambini, donne, uomini, faccende domestiche. A metà della visione lessi il cartello informativo: si trattava di immagini scattate da bambini immigrati con delle macchine usa e getta, nell’ambito di un progetto di integrazione degli immigrati. Quelle immagini testimoniavano davvero di una realtà, e lo facevano senza mediazioni estetiche, culturali, senza costruzioni se non intuitive dell’inquadratura, senza voler cercare la “bella” foto a tutti i costi.
Credo sia stato il più bel reportage che abbia mai visto. Bello perché riuscito.


Gianfranco Irlanda

0 1988

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni per le strade di Napoli, tra spari, inseguimenti, omicidi premeditati e non, terrorismo di strada, mi fa venire in mente una serie di paralleli che potrebbero sembrare forzati, se non addirittura inopportuni e fuori luogo, ma credo ci sia una verità di fondo per chi la vuole cogliere ed analizzare ulteriormente.

Non credo sia il caso di spingermi in qualche analisi sociologica affrettata e che si risolverebbe inevitabilmente in aria fritta, ma vorrei cercare di entrare, diciamo così dalla finestra, nella logica dei nostri tempi, almeno quella logica legata all’uso di determinati beni di consumo, e come queste abitudini possano risultare illuminanti nel momento in cui cerchiamo di comprendere determinati fenomeni, che magari a queste abitudini sembrano non particolarmente connessi.

Quello che una volta si poteva definire capitalismo, ma che adesso preferisco definire la macchina del consumo, intesa come quell’insieme di produzione di beni e servizi che non serve semplicemente a soddisfare i bisogni ma a crearne sempre di nuovi, in modo da poter perpetuare il meccanismo consumistico all’infinito (e ad alimentare sé stessa, alla fin fine), tende ad andare incontro, nel suo rivolgersi all’uomo massa (termine che sembra non passare mai di moda), al “minimo sforzo” del consumatore, ad assecondarlo. Cerca in tutti i modi, per non perdere clienti o per acquisirne sempre di nuovi, di abbracciare anche la potenziale clientela “analfabeta”. Non parlo semplicemente di coloro i quali davvero non sanno leggere e scrivere, per quanto sull’analfabetismo funzionale di una gran fascia della popolazione, in Italia, ci sarebbe da dire molto. Il cliente analfabeta è quello che non ha l’erudizione minima per poter accedere a un approccio utile, definiamolo anche questo funzionale, con l’oggetto di consumo. Qual è allora l’approccio della produzione, della macchina del consumo? L’oggetto deve essere semplice da usare, il consumatore non deve scervellarsi troppo, anzi. Se potenzialmente pericoloso deve essere il più possibile innocuo (quanto meno per l’utilizzatore…), e deve garantire una soddisfazione immediata senza che si ingenerino frustrazioni anche minime. Il consumatore in pratica deve essere imboccato col cucchiaino, e se questo non è d’argento almeno lo deve sembrare.

Qualche tempo fa, con un’amica biologa, si ragionava sulla possibilità che il meccanismo del mercato globale tendesse ad andare contro ai meccanismi della selezione naturale. In effetti, se ci ragioniamo un attimo, potremmo trovare delle prove. Le automobili odierne, tanto per fare un esempio, necessitano di poco sforzo nella guida, tendono a fare buona parte del lavoro e, soprattutto, a preservare il guidatore in caso di incidente. Questo vuol dire che il guidatore, che spesso l’incidente lo provoca, avrà più possibilità di sopravvivenza rispetto all’ignara vittima che tranquillamente passava col verde, nel momento in cui il guidatore stesso avrà bruciato un semaforo rosso… Il guidatore stesso proverà un senso di onnipotenza, dimenticando che chi sta facendo tutto il lavoro è la macchina, ovvero le persone che l’hanno progettata e costruita affinché egli, guidatore/consumatore, possa continuare a consumare in futuro. Dei passeggeri e dei terzi non gliene frega poi molto alla casa produttrice, in quanto quelli non sono consumatori se non potenzialmente. Insomma, l’evoluzione del mercato sta facendo sì che una gran massa di criminali alla guida di auto potenti e ingombranti abbia la meglio. Fortunatamente la maggior parte di questi fa il gradasso fintanto che la strada è dritta, per poi farsela addosso alla prima curva un po’ più impegnativa, là dove neppure la migliore autovettura può decidere il raggio di sterzata e l’anticipo della stessa, lo stacco dei freni, per riuscire a prenderla allegramente senza ritrovarsi in una scarpata.

Allo stesso modo, anche se in un senso molto meno cruento, succede con altri beni di consumo: le macchine fotografiche. Mi direte, che c’entrano le macchine fotografiche? C’entrano eccome, perché anch’esse rispondono, e contribuiscono, a questo accorciamento della curva di apprendimento generalizzata, facendo sì che tutti si possano sentire grandi fotografi (basta uno smartphone un po’ più evoluto, eh, non c’è bisogno della reflex…) senza dover fare chissà quale sforzo. Dobbiamo leggere un manuale se vogliamo tirare fuori il meglio dallo strumento (leggere?? un MANUALE???), ma senza nemmeno fare un minimo di sforzo possiamo accendere la fotocamera, metterla nella classica posizione verde del totale automatismo e ottenere delle foto decentissime. Poi quando ci viene lo sfizio e la impostiamo in manuale, allora ci rendiamo conto che era la macchina che faceva le foto, non noi, e che per fare di più dovremmo leggere, studiare, approfondire…

Evitando sillogismi (probabilmente sbagliati dalle premesse), mi viene da pensare che questo meccanismo di riduzione progressiva della curva di apprendimento stia diventando sempre più pervasivo in ogni aspetto del consumo, e ciò comporta un abbassamento a spirale dell’attenzione, della pazienza, della capacità di andare al di là delle apparenze e della superficie delle cose. Il consumo stesso deve essere effettuato rapidamente, non si può aspettare, bisogna essere al passo coi tempi, con le mode, con l’ultimo ritrovato tecnologico, in una corsa sempre più affannosa e disperata in cui restiamo, e inevitabilmente, sempre più indietro.

Chi sono le maggiori vittime di questo processo? Da quello che posso notare, sono sempre i soliti noti. Le fasce di popolazione meno scolarizzata, disagiate, che possono godere di meno anticorpi familiari, chiamiamoli così, nei confronti delle sollecitazioni pressanti del mercato. Mancando la capacità di attendere, di procrastinare il godimento effimero del bene di consumo, meccanismi che si innestano su un terreno fertilissimo fatto da tanti altri elementi e fattori, che non possiamo trattare in questo articolo, il consumatore di una certa fascia di popolazione si sente attratto irresistibilmente (e spesso culturalmente impossibilitato a dire di no) dalla via più semplice…
A costo di fare un esempio fuori luogo, ne “L’impero colpisce ancora”, il personaggio di Yoda, maestro Jedi isolatosi sul pianeta Dagobah, parlando del Lato Oscuro della Forza alla domanda del discepolo Luke se esso sia più forte, risponde che è “non più forte. Più facile. Più seducente.”

Temo che il mercato si innesti, di prepotenza a volte ma spesso subdolamente, in questa possibilità della via più facile, non opponendovisi ma assecondandola. Chiudo con un ricordo personale. Diversi anni fa mi capitò di fare un servizio sul carcere minorile di Nisida. Uno dei ragazzi detenuti, con una condanna per rapina a mano armata, si espresse in questi termini, che traduco alla lettera dal napoletano: “quando il venerdì, il sabato sera esci con una ragazza, devi spendere cento euro, no? Se non spendi almeno cento euro non sei nessuno”.

A voi le riflessioni.

Gianfranco Irlanda

0 3101

Non certo per indifferenza, ma perché orientato a distaccarmi dalla cronaca già da un po’ (ho smesso i panni del fotoreporter di professione nel 2007, anche se con un certo rammarico), avevo evitato di recente di affrontare le tematiche relative alle varie emergenze che segnano l’attualità di questo periodo. Purtroppo è bastata una fotografia a smuovermi, una foto triste, oltre che drammatica, ma soprattutto è stato il ripresentarsi (quasi ciclico) delle polemiche che accompagnano sempre la rappresentazione o non rappresentazione delle tragedie. Tragedie sempre altrui, sia ben chiaro: quando le tragedie ci riguardano di persona non stiamo lì a lambiccarci se qualcosa è opportuno o meno a livello mediatico. Abbiamo altro a cui pensare.

La foto in oggetto è quella del piccolo Aylan, un profugo di tre anni annegato, steso su una spiaggia turca, mentre insieme alla famiglia sfuggiva a una non vita, a una situazione di criticità che noi figli dell’occidente opulento probabilmente non riusciamo a immaginare. Forse non vogliamo immaginarla…
Non è la prima volta che accade, né purtroppo sarà l’ultima, sia come emergenza umanitaria sia come momento polemico nei confronti della foto di cronaca e dell’uso che se ne fa.

Dalla sua invenzione, la fotografia ha ambiguamente rivestito un doppio ruolo, paradossalmente contraddittorio: rappresentare meccanicamente, ovvero “oggettivamente” la realtà, e manipolarla fino a falsificarla. Nel momento in cui scattiamo una foto, necessariamente dovremmo avere un soggetto davanti all’obiettivo che andrà a formare un’immagine (nel caso della fotografia digitale le cose si complicano, ma per il momento lasciamo stare). Sembra semplice. Stiamo registrando la luce riflessa. Niente di più. Ma… Il “ma” viene da un fattore spesso trascurato, ovvero dalla necessaria presenza dell’operatore, ovvero del fotografo, con la sua esperienza (o inesperienza), la sua sensibilità, ma anche il suo punto di vista sulla situazione, le sue idee, le sue motivazioni, in breve la sua ideologia, se vogliamo usare un termine che di per sé può essere fuorviante. Ma ci aggiungerei il mestiere, la professionalità, la competenza, e anche, se vogliamo, l’umanità.

Le immagini delle tragedie che hanno accompagnato la storia della fotografia dal suo nascere, soprattutto immagini di guerra, sono state scattate per gli scopi più diversi. Propaganda, sensibilizzazione, dovere di cronaca, supporto alle vendite un po’ stanche di qualche testata, mobilitazione dell’opinione pubblica tutta, solleticamento della morbosità del lettore. Spesso agiscono su tutti questi livelli per diverse fasce di pubblico (dovrei chiamarli consumatori? be’…), e funzionano per ciascuno in modo diverso. Una stessa foto può essere pornografica per qualcuno, toccante per altri, suscitare indignazione per la situazione del soggetto rappresentato oppure sdegno per la sua presenza su una rivista “per famiglie”; qualcuno può trovare offensivo che venga pubblicato un seno nudo, con il rischio che possa essere visto da un bambino, ma non che si mostrino immagini di violenza, e viceversa. Le regole, anche quelle non scritte, variano a seconda del luogo, della cultura, o anche della fascia di popolazione. C’è però qualcosa da dire di generale.

Il mestiere del fotogiornalista è, nonostante le apparenze, un bruttissimo mestiere. Si viene messi davanti alla crudezza di una situazione (spesso rischiando in prima persona), non solo senza possibilità di girarsi dall’altra parte, perché si farebbe male il proprio lavoro, ma soprattutto con la necessità di renderla nel modo migliore affinché quella situazione possa essere compresa. Non stiamo parlando di intrattenimento, anche se una testata che si può anche mascherare da veicolo di informazione spesso lo pratica, ma di mettere la notizia davanti agli occhi dell’altro, di noi che stiamo a casa e quella situazione magari tendiamo a ignorarla, troppo spesso intorpiditi e instupiditi da milioni di altre notizie e stimoli e distrazioni e pensieri, con gli occhi e la mente che registrano allo stesso modo il morto ammazzato per una lite o una rapina nel paese vicino, la pubblicità del frollino per la colazione, il servizio sul divorzio dell’attrice famosa o quello sul doping del ciclista e così via.

Come può un fotografo riuscire a rendere partecipe un pubblico imbesuito e distratto? Renderlo partecipe, non semplicemente scioccarlo o inorridirlo o disgustarlo. Con una cosa che si chiama mestiere. Con la capacità comunicativa che una foto, e solo la foto, riesce ad avere. La fissità che si contrappone al flusso di parole e immagini che vengono prontamente sostituite da altre. La foto, nella sua testimonianza granitica, riesce laddove tanti articoli non possono, scavalcando la pigrizia che ci impedisce di leggere un articolo che magari non ci rassicura, anzi, magari ci indigna e ci smuove nel profondo talmente tanto che preferiremmo ignorarlo, perché vorremmo inconsciamente che certe cose non succedessero. E invece eccola lì, l’immagine emblematica, quella che da sola riesce a raccontare non solo una situazione, ma un’epoca, un modo di pensare, di vivere. E da sola può smuovere le coscienze.

Riemergono alla memoria immagini crude e meno crude… Robert Capa e il miliziano colpito a morte durante la guerra di Spagna; la foto del bombardamento al napalm scattata da Nick Ut, che ritrae la giovane Phan Thị Kim Phúc, vincitrice del Pulitzer nel 1972, e che insieme ad altri reportage dal Vietnam ha contribuito alla mobilitazione della popolazione contro la guerra; la foto della bimba sudanese che sembra assediata da un avvoltoio nell’altrettanto premiata immagine del 1993 di Kevin Carter, fotografo sudafricano che non ha retto agli orrori che aveva visto e alle polemiche suscitate dalla foto stessa e si è tolto la vita alcuni mesi dopo. Mi rimbomba nella memoria l’immagine simbolo del National Geographic Magazine, il ritratto della allora dodicenne afgana Sharbat Gula, fotografata da Steve McCurry nel 1984, attualmente talmente iconica da sembrare scontata, ma che non bisogna dimenticare pure rappresenta un dramma, essendo una testimonianza dell’esodo dall’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ma forse l’immagine più forte, e allo stesso tempo più “bella”, se posso esprimermi così, che mi viene in mente, tra tutte quelle di denuncia che ho visto, è quella di William Eugene Smith del 1971 che da sola ci parla di un dramma familiare, di una comunità e di una nazione, senza per questo spingere sulla morbosità o sugli aspetti tragici, anzi con la dolcezza infinita di una madre che ama la propria figlia, ed è l’immagine simbolo della tragedia di Minamata, in Giappone, in cui si sono verificati per decenni contaminazioni di mercurio nel ciclo alimentare dovuti a sversamenti incontrollati. La foto ritrae una ragazza affetta da contaminazione di mercurio mentre viene lavata nella vasca dalla madre. Tomoko Uemura in Her Bath è una foto estremamente commovente, una Pietà che nulla ha da invidiare a Michelangelo.

La domanda che sorge spontanea è: quale funziona meglio, l’immagine drammatica di Ut, quella atroce ma efficacissima di Carter, oppure quella in cui la tragedia è tutta nello sguardo di ghiaccio di una ragazza adolescente? Oppure la foto di Smith, nel suo essere pietosa e quasi caravaggesca? Ut correva, scappando, insieme alla ragazza, Smith ha vissuto due anni a Minamata, Capa in Spagna era a in prima linea a rischiare la pelle coi miliziani. Tutte quelle immagini sono servite a qualcosa: come leva sulla politica, a raccogliere fondi, a far partire volontari, ad agire sulla coscienza individuale e collettiva.
Non c’è una scelta, non c’è nemmeno una graduatoria. Ogni immagine testimonia del momento e della situazione, così come viene vista, o vissuta, dal fotografo incaricato di riportarla a un pubblico più vasto. Certo, è più facile poi fare
merchandising a posteriori con una foto meno cruda e più accattivante, ma questo non toglie valore alla stessa, se riesce a smuoverci dal nostro torpore.


Fino alla prossima emergenza.


Gianfranco Irlanda

0 1541


I buoni propositi ci accompagnano quasi tutto l’anno. A cominciare da quando si approssimano le festività natalizie – a volte le festività si approssimano presto, anche a novembre, quando iniziamo a vedere qualche vetrina, passato il furore di Halloween, popolarsi timidamente di qualche fiocco di neve o piccole stelle di Betlemme – nel momento in cui iniziamo a pensare all’arrivo del nuovo anno (come se un nuovo anno fosse una novità…. certo per noi che ne viviamo mediamente un’ottantina, ai primi 25-30 anni non ci abbiamo forse ancora fatto il callo); in seguito i buoni propositi si ripresentano quando si avvicina la primavera, per ripresentarsi imperterriti e mai sconfortati all’inizio dell’estate. Questi maledetti buoni propositi ritornano, protervi, al termine delle vacanze come se non ci fossero già abbastanza problemi a cui pensare.

Uno dei peggiori buoni propositi che devo affrontare puntualmente, visto che mi riguarda di persona, è caratterizzato dal desiderio di tante e tanti che, al rientro dalle vacanze, si rendono conto che le loro velleità relative alla fotografia sono state puntualmente e miseramente disattese dalla valanga di foto mal riuscite scattate in luoghi magari bellissimi, mitici, scenograficamente spettacolari e chi più ne ha più ne metta, e vorrebbero migliorare la qualità dei loro scatti…

Devo fare una precisazione: comunque sia, lode a quelli che si rendono conto che le loro foto non rispecchiano le aspettative e la bellezza dei luoghi visitati. Significa che hanno una certa sensibilità estetica e buon gusto, oltre che avere delle esigenze quanto meno superiori alla media. Gli altri, quelli che tornano dalle vacanze e postano su facebook e altrove le loro immagini senza nemmeno ruotarle affinché vengano viste dritte sullo schermo, be’, quelli sono senza speranza e non meritano attenzione da parte mia (e nemmeno da parte di parenti e amici su fb… se avete un minimo di buon cuore, e di autostima, bloccateli senza pietà, anche se loro non capiranno mai il motivo).

Perché il desiderio di quelli che vogliono migliorare le proprie foto mi riguarda di persona? Perché ho la ventura di condurre un corso di fotografia ormai da quasi sette anni, e spesso il desiderio degli allievi è, espresso o meno che sia, quello lodevole ma ambiguo di “migliorare le proprie foto”.

Pare facile…

Non voglio stare qui a scrivere un papiello relativo alla qualità minima che devono avere le immagini che mostriamo ad altri diversi da noi stessi (questa sarà materia per un articolo successivo…), quanto rendere partecipe chi legge di certi principi generali che caratterizzano la fotografia, in particolare quella delle vacanze, e la rendono diversa da una cosa che fa talmente parte di noi e che, per questo, diamo così tanto per scontata da… dimenticarne le peculiarità. Questa cosa è il nostro ricordo.

La fotografia, anche nella sua forma intrinsecamente legata alla memoria, quella che comunemente si chiama foto ricordo (e che spesso ultimamente prende la forma del selfie, o più in generale dell’immagine scattata con il cellulare e prontamente postata e condivisa), può permettersi anche con il massimo dello sforzo di riprodurre, e consentirne pertanto la memoria, in maniera “accurata” soltanto la nostra percezione visiva – in realtà non riproduce esattamente la nostra memoria visiva, in quanto l’immagine fotografica risponde a dei criteri che non corrispondono completamente a quelli della nostra visione, continua e binoculare, meno che mai alla nostra memoria in senso più ampio associata allo stimolo visivo. Il nostro ricordo, anche se fotograficamente catturato nel momento stesso in cui si forma, necessita di supporti che non sono meramente visivi, i quali supporti contribuiscono alla sua formazione e successiva riemersione. Quando rivediamo le foto che abbiamo scattato, si manifesta una piccola sinestesia: il senso visivo stimola un ricordo ben più ampio e articolato che mette in moto una quantità di altri ricordi che sono stati registrati dal cervello provenienti dagli altri sensi, magari nemmeno esattamente nello stesso momento, e che contribuiscono nell’insieme a formare in noi il ricordo come lo conosciamo. Sensazioni tattili, odori, suoni, sensazioni di benessere dovuti alla temperatura, alla compagnia, vengono prontamente e sistematicamente memorizzati e difficilmente possono essere cancellati, anche se non li sperimentiamo di continuo; così come succede alle sensazioni negative, che magari vengono relegate in secondo piano e che però il nostro subconscio tiene in riserva fino al momento in cui potrebbero tornare utili.

Purtroppo, tutto quello che non è registrato visivamente dalla fotografia non sarà percepibile a un osservatore terzo, e spesso anche noi, presto o tardi, dimenticheremo in parte o del tutto i motivi che ci hanno spinto a scattare quella determinata immagine. La foto della bella spiaggia della sperduta isola greca o della caletta di Stromboli probabilmente evocherà in chi l’ha scattata tante sensazioni differenti, e magari continuerà a farlo anche a vent’anni di distanza dal momento della ripresa, ma tante, troppe volte la sensazione, l’atmosfera che caratterizzava quel momento verrà persa, nonostante la fotografia sia stata presa proprio per testimoniarla. Dobbiamo tenere conto che, chiunque sia l’altro che guarda le nostre foto, non potrà mai percepire le particolarità che quella situazione rivestiva per noi, a meno che non riusciamo a comunicarle in qualche modo inserendo degli indizi visuali all’interno della foto stessa. Le fotografie, lungi dall’essere una rappresentazione oggettiva della realtà, diventano per un osservatore estraneo un rebus complesso, in cui la percezione visiva la fa da padrona, ed è soltanto per intuizioni degne del miglior detective che possiamo tentare di inferire qualche significato altro da ciò che vediamo, cercando di dare un senso diverso a quel tramonto uguale a milioni di altri, oppure alla foto del monumento volutamente o meno identica alle cartoline, ovvero alle migliaia di foto viste su internet. A meno che… chi le ha scattate non ci stia deliziando raccontandoci il dietro le quinte di ogni singola foto, mentre ce le mostra al pc in un’interminabile e soporifera sequenza, dopo averci subdolamente invitato a cena al rientro dalle vacanze…

Gianfranco Irlanda

 

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Quando visitiamo una città poco conosciuta, di solito, siamo molto indirizzati, nella lettura e nell’esplorazione del luogo, dalle immagini che avremo “assorbito” in precedenza, dalle foto sulle riviste o dai siti online prima di decidere il nostro itinerario, a quelle sulle guide turistiche quando cercavamo di informarci, non ultime le immagini di accompagnamento alle cartine rilasciate degli uffici del turismo. Spesso ci facciamo trasportare verso quei luoghi che abbiamo già incamerato e fatto nostri per accumulo, e questo guiderà quasi invariabilmente le nostre esplorazioni, almeno all’inizio, della città che stiamo visitando.

Come pensare che so, a Roma senza il Colosseo, Londra privata del Big Ben, oppure a Parigi senza farci spuntare da qualche parte la Tour Eiffel, come ben rappresentato nel film French Kiss, in cui una spaesata Meg Ryan non riesce mai a vedere realmente la Tour che vorrebbe fosse ben più presente, perché così aveva immaginato la città.

Immagino che lo stesso accada ai turisti che visitano Napoli, nel momento in cui alcune attrattive, molto iconiche, certo, vengono pompate e sottolineate visivamente a discapito di tante altre. Castel Nuovo, piazza del Plebiscito con il suo colonnato e la chiesa di San Francesco di Paola, il lungomare di via Caracciolo, oppure altre attrattive come il Cristo Velato, o i teschi del cimitero delle Fontanelle. Diventerebbe impensabile e quasi mortificante per un turista tornarsene a casa senza aver visto (e almeno nei limiti del possibile, fotografato…) almeno le principali attrattive del luogo, che poi di solito sono semplicemente quelle più scenografiche.

Anche a un Napoletano medio in fondo, i luoghi principali della città sono per così dire una sorta di vessillo da erigere nel momento in cui gli viene chiesto cosa visitare o cosa c’è da vedere in giro, in una sorta di “agenda setting” turistico da cui diventa difficile uscire. Difficile soprattutto perché alcune delle cose che potenzialmente potrebbero essere maggiormente caratterizzanti sono difficili da cogliere e ancora più difficile è spiegare come arrivarci…

Premetto che io non sono napoletano al 100%, essendo cresciuto in provincia (anche se molto più vicino al centro di Napoli di tanti che nel comune di Napoli risiedono…), e ho sempre visto ed esplorato la metropoli partenopea con gli occhi dello straniero che però ha delle radici profonde nel luogo. Quando iniziai a seguire i corsi universitari, nell’ormai lontano 1988, avevo delle ore di spacco, e quelle ore le iniziai a sfruttare per girovagare nei vicoli di quella Napoli che non conoscevo bene, intendo quella del Centro Antico e zone limitrofe, spingendomi anche altrove. All’epoca non portavo con me la macchina fotografica ovunque, come avrei iniziato a fare un paio di anni dopo, e quindi purtroppo non ho testimonianze di questi primi giri, ma quando finalmente cominciai a usare una fotocamera, una telemetro sovietica (no, non era una Zenit…) comprata sulle bancarelle dei mercatini di ex aderenti al Patto di Varsavia, volli rifare quei giri e ritornare sui luoghi di quelle prime esplorazioni.

Non avevo una guida turistica con me, e nemmeno le immagini tradizionali mi conducevano nell’esplorazione. Avevo però delle immagini che mi avevano affascinato, immagini che erano talmente presenti dentro di me che finii inconsapevolmente per fare delle foto quasi uguali. Le immagini provenivano da quello che per me è forse il testo che mi ha spronato verso la professione di fotoreporter, e cioè il libro fotografico “La Napoli di Bellavista” di Luciano de Crescenzo, una esplorazione dello scrittore e regista, in veste di fotografo, nella sua Napoli, una Napoli degli anni Settanta che ormai sembra completamente perduta. Il sottotitolo del libro “Sono figlio di persone antiche” ben si adattava alla mia personale esperienza, avendo nella memoria e nelle orecchie i racconti del tempo di guerra di mia madre, che l’aveva vissuta anche nei momenti tragici, ma che erano sempre racconti velati di nostalgia e percorsi da una sottile vena di commedia, come nella migliore tradizione del teatro di Eduardo de Filippo.

Quando mi mossi nelle esplorazioni fotografiche, nei primi anni Novanta, quella Napoli era ancora ben presente, anche se relegata in alcune “sacche” che si stavano restringendo. Non cercavo il Cristo Velato; cercavo, magari inconsapevolmente, il banco dell’acquafrescaia “Zi’ Nennella”, in piazzetta Teodoro Monticelli, dove più tardi avrei scoperto esserci l’unico palazzo civile di epoca angioina sopravvissuto a Napoli, palazzo Penne; trovavo vicoli che non avrei mai immaginato, come vico Paparelle al Pendino, o transitavo per strade dalla mitica toponomastica come vico Scassacocchi. Passavo tutti i giorni davanti al più commovente dei luoghi mitici della Napoli di una volta, l’Ospedale delle Bambole, che ancora resiste anche se in forma un po’ diversa, dove si poteva leggere il foglio di degenza di una bambola, affetta magari da Sindrome della Bambola Triste. Oppure mi trovavo a percorrere via Santa Maria Antesaecula, nel rione, ex borgo, della Sanità, che aveva visto i natali del principe Antonio de Curtis, ovvero Totò. Più avanti negli anni mi sono ritrovato a percorrere tramite le immagini i luoghi e le memorie di un altro archivio vivente, ormai non più tra noi, quel Vincenzo Leone che fu giovane scugnizzo ai tempi delle Quattro Giornate di Napoli e che mi ha fatto scoprire la sopravvivenza di un Vomero ancora in qualche punto ristretto zona agricola nonostante l’incombere dei palazzi di dodici piani e dei pilastri degli svincoli della tangenziale.

Esiste una geografia della memoria, in una città antica come Napoli, che difficilmente si ritrova in altri luoghi, soprattutto perché, tranne alcune zone, come quelle interessate dal Risanamento di fine Ottocento o della “city” di epoca fascista, ha mantenuto una struttura e una forma urbis pari pari ai tempi della Neapolis greca, trasformandosi per accumulo e solo raramente per abbattimento e ricostruzione. Anche laddove questo tipo di intervento è stato condotto, si pensi appunto al periodo del risanamento, esso venne compiuto solo sulle strade principali o quasi, lasciando che la Napoli descritta dalla Serao sopravvivesse ancora nei vicoletti e nelle strade e piazzette secondarie. Stiamo certo assistendo a delle lente trasformazioni della geografia umana, ma queste si ibridano alla presenza millenaria, difficilmente agiscono per scalzarla via. Le testimonianze fotografiche aiutano non poco a leggere le trasformazioni, o, come nel caso di Napoli, le persistenze (se non, in certi casi, l’immobilismo) nella forma e nella identità di un luogo.


Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Nell’era della condivisione globale abbiamo potuto verificare senza bisogno di ricerche accademiche quali sono gli interessi principali dei componenti la razza umana in merito alla loro volontà di mettersi in mostra nei confronti dei propri simili.
Abbiamo così potuto sperimentare (e molto spesso subire) una quantità di immagini che prima, in epoca analogica, ci erano fortunatamente negate. O che, quanto meno, riuscivamo a evitare… finché l’amico di turno al rientro dalle vacanze subdolamente ci invitava a cena e finivamo per essere moralmente obbligati a una narcisistica e soporifera proiezione di diapositive, ovviamente non selezionate: se erano stati scattati venti rullini ci venivano propinate 700 immagini, di cui 100 tramonti, 200 panorami quasi sempre tutti uguali (di cui un centinaio con la moglie/marito/fidanzata/fidanzato/figli sempre tagliati o troppo piccoli per essere visibili) e 300 immagini della “cultura locale” (che variava a seconda della meta scelta, ma la variabilità dei soggetti era inevitabilmente sconfitta dalla scarsa variabilità delle inquadrature); le restanti 100 immagini erano di solito scattate dai mezzi di trasporto e quindi assolutamente inutili ai fini di una comprensione di quello che era stato il motivo scatenante della pulsione a scattare.
“Fortunatamente”, quei tempi sono finiti. Adesso le immagini ci arrivano in diretta, spesso segnalate da avvisi che non riusciamo proprio a ignorare. Non c’è nemmeno più la sorpresa, dopo anni e anni di internet ormai le tipologie di immagini tendono a standardizzarsi, e possiamo anche anticipare, a seconda della persona che ha condiviso l’immagine, che immagine sarà stata postata; che sia sulla sua bacheca nel social network, in un messaggio collettivo o in un forum tematico, quasi sempre possiamo azzardare una ipotesi che si rivelerà molto spesso azzeccata.
Non nego che molto spesso alla terza immagine uguale alle precedenti mi viene l’orticaria, anche se si tratta di soggetti che possano suscitare in me un qualche interesse. L’unica eccezione di rilievo riguarda le immagini di cibo.
Eh, sì, devo ammetterlo. Quando ci sono foto di pietanze particolari – non certo l’ennesima immagine di una sfogliatella o di un babà – si scatena il mio interesse… Interesse non necessariamente fotografico, ma sicuramente gastronomico. Uno degli aspetti della cultura di un luogo che meglio ci parlano della popolazione e delle sue abitudini, dell’economia, della storia di quel gruppo è proprio il cibo. Per questo motivo le foto culinarie mi attirano molto, anche se le immagini sono discutibili. Ovviamente, una foto fatta bene e ben contestualizzata aiuta tantissimo nella percezione della pietanza e non solo, anche nel gradimento che l’immagine può suscitare nell’osservatore. Non dico che dovreste diventare tutti provetti esecutori della food photography, ma un minimo di accortezza è d’obbligo (come sempre, in fotografia…)
A tal proposito azzarderei un consiglio: se dovete fotografare il cibo, cercate di utilizzare un programma o una impostazione della macchina che tenda a dare una rappresentazione realistica o leggermente vivida dei colori. Il cibo fotografato senza colori può assomigliare pericolosamente a qualcosa che invece a volte ci capita di calpestare per strada, e non è una questione di poco conto… altra cosa che suggerirei sempre di fare è di cercare di contestualizzare la pietanza in qualche modo. Dare un’idea anche vaga dell’ambiente, far capire se si tratta di un ristorante di lusso oppure di una bettola di periferia, o ancora di un mercatino all’aperto, aiuterà l’osservatore ad avere una percezione migliore di quanto sta guardando. Sicuramente col cibo è ancora più difficile riuscire a dare una percezione anche solo parziale (pensate a ciò che non è trasmissibile fotograficamente, l’odore soprattutto), ma cercare anche solo la giusta tonalità di colore, calda magari con pietanze di carne, leggermente più fredda o neutra per gelati o prodotti freschi come verdure o insalate, potrà aiutare non poco chi osserva l’immagine a farsi un’idea.
E magari contribuirà a fargli venire l’acquolina in bocca…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Negli articoli precedenti forse sono apparso un po’ cattivo, nel mio cercare di gettare uno sguardo critico verso quelli che si accingono a partire portandosi dietro la macchina fotografica. Non volevo certo spegnere completamente gli entusiasmi, al limite li volevo raffreddare un po’, ma mi rendo conto di non essere venuto incontro alle esigenze di una buona parte di lettori.
Ebbene, nel mio intervento settimanale di quest’oggi cercherò invece di essere propositivo e dare qualche consiglio reale e soprattutto pratico (fuori tempo massimo, quasi, ma c’è tanta gente che in vacanza ancora non è andata, e poi sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli italiani si muove solo a ridosso di ferragosto…), stavolta senza facili ironie ma con un po’ di autoironia…

Il primo consiglio che posso dare a tutti è questo: partite leggeri.

Devo fare una confessione: sono il peggiore ascoltatore dei miei consigli. Quando devo organizzarmi per partire, nonostante le ottime intenzioni, tendo a portare con me almeno il doppio di quanto mi è realmente necessario. Ovviamente non lo consiglio a nessuno, significa avere con sé due corpi macchina, due esemplari per ogni obiettivo scelto o qualcosa del genere, e di conseguenza due borse fotografiche con relativa attrezzatura. Premessa, di solito mi muovo in auto, e nel bagagliaio riesco quasi sempre a trovare lo spazio utile per ficcarci qualcosa in più (non dirò quale auto ho e men che meno la targa, del resto ha i suoi 400.000 km e non attira molto i ladri; fatto sta che ha un bagagliaio modulare e c’entra di tutto). Per chi si sposta con altri mezzi le cose diventano molto complicate, per non parlare di chi vola low cost, ma ci arriveremo tra poco.

Che significa avere due di tutto? Non dico che porto con me due obiettivi uguali in tutto e per tutto, attenzione: avere un completo backup probabilmente lo fa (anzi lo faceva, nei tempi d’oro) solo qualche fotografo del National Geographic Magazine in missione per qualche mese sul campo. Il backup di cui parlo consiste nel riuscire a coprire e ad accavallare il più possibile (senza ovviamente esagerare) le lunghezze focali di cui si pensa di avere bisogno. Dovrei fare a questo punto, se fosse possibile, una premessa alla premessa, ricordando che quando ho iniziato a fotografare gli obiettivi a focale variabile, volgarmente detti zoom, non erano affatto la norma e soprattutto erano pochi quelli qualitativamente in grado di sostituire le lunghezze focali fisse più usate (se qualche lettore ha difficoltà a penetrare nel concetto di lunghezza focale, fissa o zoom che sia, suggerisco di fare una breve e illuminante ricerca su google…); preso come obiettivo cardine il 50mm, la cosiddetta focale normale, ci si abbinava un paio di obiettivi con cui si poteva fare quasi tutto, di solito per l’amatore erano il 135mm (la più lunga focale medio tele) e il 28, il primo vero grandangolare, ovvero una lunghezza focale più lunga, quindi una visione più stretta, e una più corta, quindi una visione più ampia rispetto alla focale di mezzo, il 50. Qualcuno, più interessato al reportage classico e alla ritrattistica, ambientata e non, poteva optare per la terna 24mm, 50mm e 100mm, coprendo una gamma di focali più tendente al grandangolare che al tele; in altri casi la scelta poteva essere 20mm, 35mm e 80/90/100mm (a seconda degli interessi specifici e dei gusti), spostandosi ancora di più sul grandangolare (paesaggistica urbana, interni, ritratti, col 35mm a fare le veci dell’obiettivo normale in versione larga). Gli utenti con meno mezzi, oppure più spesso i fotografi che usavano Leica a telemetro, tendevano a ridurre le opzioni, scegliendo solo due lunghezze focali (che potevano essere varie, ma di solito erano un grandangolare, dal 24 al 35 passando per il 28mm, e un medio tele tra gli 80 e i 100mm: la scelta è chiara, si poteva così scattare in interni o comunque vicino al soggetto, ed eventualmente usare il medio tele per isolare il soggetto dallo sfondo – più che avvicinarlo con un tele lungo). C’è da dire, e voglio sottolinearlo questo aspetto, che gli obiettivi fissi erano parecchio più luminosi dei corrispettivi zoom dell’epoca (questo vale anche adesso, anche se non nella stessa misura), ed erano magari tutti tra f/2.8 e f/1.4 (media f/2), mentre gli zoom se si andava bene erano f/4 costante su tutta l’escursione. Da queste abitudini sono nati gli zoom che si usavano, e si usano ancora sulle fotocamere digitali full frame, dalle escursioni “classiche” 35-70, 35-80, 28-70, 28-105, 24-90, eccetera… il marketing e anche le esigenze più spinte di parecchi amatori (alcuni pigri, altri giustamente stanchi di portarsi dietro quattro o cinque obiettivi pesanti e ingombranti) hanno portato agli zoom di lunghezze focali 28-200 prima e poi 28-300, coprendo parzialmente anche il territorio della fotografia sportiva e naturalistica, le lunghe focali. Per equivalenza, sono nati perciò molti obiettivi dedicati ai formati più piccoli, che coprivano esattamente gli stessi angoli di campo (la stessa visione, chiamiamola così, ma in effetti semplicemente la stessa inquadratura o ritaglio della realtà), e cioè il giustamente bistrattato 18-55 di corredo (dico giustamente perché terribilmente poco luminoso e, spesso, anche di scarsa qualità, soprattutto meccanica), equivalente quasi pari pari al 28-80 che era il corredo standard delle fotocamere di fascia economica nel tardo periodo analogico, ma anche i 18-200 (equivalenti ai 28-300) e tanti altri.

Mi direte voi, a questo punto, ma a che serve avere più obiettivi se con un 18-200/28-300 posso fare tutto? In effetti la sensazione di onnipotenza di un obiettivo dalle focali così estese viene presto a scontrarsi con i compromessi che gli sono connaturati. Scarsa luminosità (quindi difficoltà a scattare con scarsissima luce, anche con sensibilità estreme – vedi foto del cinghiale che accompagna questo articolo), maneggevolezza perfettibile, peso e ingombro non certo ridotti, sono tutti difetti presenti con gli obiettivi zoom, a maggior ragione con quelli pur di ottima qualità (e di enorme costo) che comunque non riescono ad eliminare tanti difetti che, già presenti nelle pari focali fisse, possono diventare estremamente pesanti su obiettivi frutto di troppi compromessi. In situazioni estreme avere una o due focali fisse, magari molto luminose o comunque qualitativamente molto buone, può tornare estremamente utile.

A questo punto ragioniamo su quello che mi sono portato in questo viaggio per l’Italia, alla ricerca di immagini di cento anni fa. Visto che il viaggio aveva uno scopo fotografico ben preciso, e che probabilmente sfocerà in una mostra, non potevo scendere troppo a compromessi, e la necessità di rifare letteralmente delle foto d’epoca di cui non si conosce la focale né il punto preciso da cui furono scattate rendeva necessario riuscire a coprire molte situazioni particolarmente ostiche (si tratta sia di cartoline, quindi foto scattate da professionisti, sia foto amatoriali, per cui le attrezzature in uso potevano essere parecchio diverse).
Ho quindi portato con me un obiettivo tutto fare, un 18-135 (qualitativamente buono ma non da urlo) che mi accompagna nelle escursioni in montagna, mentre in altre situazioni porto con me una terna di obiettivi meno ovvia, un 12-24 (zoom supergrandangolare), un 17-50/2.8 (zoom normale e luminoso) e un vecchio 75-150 a fuoco manuale che mi può tornare utile per isolare qualche soggetto. Ho ovviamente anche un vecchio 50 macro, f/4, leggero e poco ingombrante, che affianca il 18-135 nel caso voglia fare una macro “seria”, e… ultima ma non meno importante, ho sempre con me una compatta di buon livello (una Fujifilm X10), che mi affianca in auto quando non posso perdere tempo e mi accompagna la sera quando sarebbe troppo portarsi dietro tutta l’attrezzatura luminosa della reflex. Non dimentichiamo uno degli accessori più importanti, il cavalletto. Uno non enorme, ma robusto e solido come una roccia, che serva per un cielo stellato come per un panorama notturno (vedi foto delle stelle, scattata per 30 secondi… non gestibile se non con il cavalletto). Non porto tutto con me tutto il tempo, una parte resta in auto, altra in albergo nella valigia chiusa, e volta per volta, a seconda delle necessità, la composizione della borsa varia.
E sì, lo confesso, ho con me anche un classico 50mm f/1.4, perché… perché non si sa mai.

Certo, questo non lo definisco affatto un corredo “ideale” per un viaggio. La scelta che ritengo sempre migliore sarebbe avere una sola lunghezza focale e basta, che permetta di fare buona parte delle foto senza stare a pensarci troppo. Il rischio più grande quando si va in giro, specie in posti che non si conoscono, come spesso accade in viaggio, è di trovarsi di fronte una situazione imprevista e perdere tempo per decidere le impostazioni di macchina o l’inquadratura, non riuscendo a cogliere l’attimo. Credo fosse Robert Capa, un giorno, osservando in compagnia di un collega altri fotografi che giravano carichi di macchine ognuna con un obiettivo diverso, che affermò “chissà quante foto si perdono quelli…”
Certo mi rendo conto che un obiettivo solo può ingenerare parecchie frustrazioni, e sarebbe consigliabile, almeno psicologicamente, avere con sé almeno una coppia di obiettivi, se non si ha una idea chiara e non si è dei fotografi disciplinati come prussiani (anche se spesso si finirà per usarne quasi sempre uno).
Tanti anni fa giravo con una semplice compatta di buona qualità, dotata di un medio grandangolare (era la Yashica T-5 con obiettivo Carl-Zeiss Tessar T* 35/3.5, di una nitidezza spettacolare) e di un ausilio importante, un mirino a pozzetto che permetteva di inquadrare dall’alto senza portare la macchina all’occhio. Era la mia preferita per la street photography e soprattutto, avendo un obiettivo fisso, ormai ero talmente abituato a quel ritaglio della realtà da permettermi spessissimo di inquadrare senza guardare, scattando anche dietro di me o fuori dal finestrino mentre ero alla guida (vedi foto degli scooter sul lungomare…)
Più di recente mi sono trovato a girare per Istanbul scegliendo di portare la sola compatta X10, con zoom (equivalente) 28-100/2-2.8, che mi ha consentito di fare un po’ di tutto senza dover stare troppo carico e riuscendo nel caso anche a scattare qualche foto valida (ero turista, in questo caso, e reduce da tre voli low-cost uno dietro l’altro, non potevo esagerare col peso). Cosa mi è mancato in questo caso? Be’, forse la possibilità di scattare di notte senza sottostare a una perdita di qualità, e magari qualche volta un tele stretto per isolare i soggetti (precisiamo: non faccio ritratti di nascosto col tele, come succede a troppi miei allievi, quelli si fanno da vicino col grandangolare…), ma almeno non mi sono sentito troppo frustrato.

Gianfranco Irlanda

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Nel mio articolo precedente ho voluto un po’ prendere in giro le abitudini dei non fotografi, chiamiamoli così, ovvero tutta quella massa di personaggi che a un certo punto si sono trovati a disposizione uno strumento atto a scattare foto, e ne hanno fatto l’uso che tutti vediamo quotidianamente.

Stavolta mi rivolgo, con meno acrimonia e scherno ma non senza ironia e vena critica, agli appassionati di fotografia, sia a quelli, che chiameremo i “Veri Appassionati”, che hanno una visione fin troppo chiara e precisa della strumentazione a disposizione, conoscono il nome di battesimo del progettista delle lenti che usano (anche se è shintoista…), hanno montato tutti gli accessori (ma proprio tutti) alla loro fotocamera, anche se sono di impaccio più che di aiuto, e girano con tremila euro di attrezzatura per cercare di emulare i Grandi Fotografi scattando alla sagra di paese… sia agli altri, gli appassionati e basta, che semplicemente approfittano di ogni occasione che gli si presenti per scattare qualche foto e provare a crescere come esperienza e capacità tecnica.

Non me ne abbiano a male, i Veri Appassionati di Fotografia, quando li incontro e li ascolto con una rassegnata indulgenza nel momento in cui mi raccontano delle caratteristiche della loro fotocamera e di quanto è migliorata rispetto alla versione precedente, e di come riescono a inviare le foto scattate mentre continuano le riprese e nel frattempo la fotocamera magari gli comunica anche la quota nonché la latitudine e longitudine (il caffè purtroppo non lo fanno ancora…); non me ne abbiano a male quando guardo altrove mentre li sento parlare dei loro obiettivi spettacolari, rigorosamente originali Canon o Nikon stabilizzati, della serie professionale, e delle caratteristiche di sfocato e magari della resa ai bordi estremi quando vediamo le foto al 100% sullo schermo del PC. Non è né invidia né disinteresse, ma, parliamoci chiaro, mi sembra di sentire un ateo che ha appena scoperto che esiste il culto della Madonna e come ci crede lui adesso non ci può credere nessuno, oppure del tipo che, troppo a lungo scapolo impenitente, si sposi e abbia un figlio quando nemmeno più ci credeva e finisce per parlare solo del suo pargolo come se fosse l’unico bambino esistente al mondo.

Fortunatamente, esistono tante altre persone al mondo, e quelle persone mi comunicano una certa dose di fiducia nell’avvenire della fotografia. Persone che vanno avanti scattando con obiettivi scassati che mettono a fuoco solo se aiutati un po’, perché non possono permettersi altro, e riescono cionondimeno a produrre delle immagini che restano impresse. Persone che non hanno bisogno di postprodurre tutto applicando vignettature e sfocature selettive, o effettacci da iPhone, per riuscire a comunicare quello che hanno visto, e che spesso si vedono sopraffatti dagli altri, I Veri Appassionati, perché questi ultimi si spacciano per Veri fotografi, hanno siti da far impallidire quello di Salgado, ma nella sostanza non fanno altro che produrre una interminabile e, se devo dirla tutta, indigeribile serie di Belle Foto.

Eh sì, le “belle foto” ritornano, sono quasi una condanna… ma ne parleremo in maniera più estesa prossimamente, quando gli ardori vacanzieri non saranno che un ricordo (fotografato in qualche modo, immagino…) lontano.

Il problema della capacità di investire in fotografia, per un appassionato, è vecchio come la fotografia stessa. Certo, molti anni fa non esistevano le fotocamere “di mezzo”: o si comprava quella con cui non si poteva interagire quasi in alcun modo, o non aveva alcun tipo di modularità, e quindi si facevano giusto le foto ricordo (e la pellicola veniva in soccorso in caso di errori grossolani), oppure si spendeva molto di più – ma in proporzione nemmeno tanto, rispetto ad ora – e si comprava una fotocamera professionale (ovvero una più o meno modulare e sicuramente con maggiori possibilità di intervento). Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora, ma non è cambiato l’approccio del consumatore. Purtroppo, e sottolineo purtroppo, se all’epoca non si avevano le giuste nozioni di base le foto sarebbero venute male anche spendendo l’equivalente di un’utilitaria. Questo perché la fotocamera non veniva in soccorso in alcun modo, anzi, più si saliva di livello, ovvero più si spendeva pensando di comprare uno strumento migliore perché “professionale”, e più la fotocamera rifiutava di collaborare, delegando quasi tutta la responsabilità al fotografo, esperto o meno che fosse.

All’epoca, ma sto parlando di meno di vent’anni fa, era tipico il caso del Vero Appassionato che spendeva l’equivalente di 4000 euro di materiale per poi fotografare in vacanza con la compatta, oppure acquistava l’ammiraglia di turno, spendendo anche di più, e usandola con un obiettivo da 100 euro che sarebbe stato appena sufficiente per l’amatore che si avvicinava da inesperto alla fotografia… Non credo che le cose nel frattempo siano cambiate di molto, semplicemente le fotocamere sono riuscite a venire incontro al pubblico permettendo, come ho già scritto in precedenza, anche al più idiota di riuscire quanto meno ad avere una foto utilizzabile.

Adesso mi rivolgo a voi, appassionati (non a quelli Veri, eh…).

Come fare per riuscire ad ottenere il meglio dalla strumentazione che abbiamo a disposizione, per quanto acciaccata e rimediata che sia? In cosa investire, eventualmente, pensando di andare in viaggio con l’idea di riuscire a tornare con delle foto ben riuscite (non scrivo “belle” per non prendermi a morsi da solo…), che magari, si spera, possano essere parte di un lavoro fotografico ragionato, e non solo una varia accozzaglia di Belle Foto da mostrare, tronfi, sui social network?

La risposta suonerà un po’ come un anti climax: quasi mi duole scriverlo, ma non esiste una spesa sufficientemente valida in attrezzatura, obiettivi, flash, cavalletti e telecomandi che possa migliorare il vostro modo di scattare fotografie, a meno che non abbiate già un’idea ben precisa di quello che state per andare a fare e come farlo.

La spesa migliore, l’accessorio migliore su cui potete contare, miei piccoli lettori appassionati e non, è un investimento in… cultura.

Non parlo di corsi di fotografia (e qui mi tiro da solo la zappa sui piedi, da docente di un corso privato, ma questo lo dico sempre anche ai miei allievi…), né di workshop o altro, che pure hanno un loro perché. La cultura di cui parlo è un insieme di esperienze che prescindono dalla fotografia, e in gran parte anche dalle arti visive in genere. E’ più utile conoscere le lingue, se si vuole fotografare bene, piuttosto che conoscere a menadito tutti gli obiettivi sfornati da un determinato produttore, perché entrare in contatto direttamente con persone di altre nazioni e continenti allarga la nostra visione più di un grandangolare. E’ importante conoscere la Storia, e anche la Geografia, per tacere di quella Astronomica, per sapere quali luoghi sono importanti e perché, e quando saranno investiti dalla luce migliore. E sicuramente è molto più utile conoscere, e aggiungo amare, la Storia dell’Arte, piuttosto che voler sviscerare le possibilità di fotoritocco di Photoshop, o di altri programmi simili, per cercare di rimediare a posteriori agli errori che, con un po’ di cultura in più, avremmo facilmente evitato.

(continua)

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Occhi neri, sguardo spento dalla vita nella polvere di chi è stato lasciato solo da tutti, vivendo in un eterno oggi, dove le bombe dei giochi politici internazionali hanno distrutto non solo le case ma anche la speranza in un domani diverso.

L’auto sfreccia tra gli stradoni grigi e la polvere, onnipresente compagna di viaggio, si alza tutta intorno l’aria che ti brucia in bocca è il risultato dello scarico dei veicoli misto ai rifiuti bruciati tra un area e l’altra. Manca qualsiasi infrastruttura essenziale. Qui dove un bambino di appena 6 anni ha dovuto vedere 3 guerre e migliaia di missili passargli sulla testa, avendo, oggi, paura anche solo delle luci delle stele in cielo, è impossibile pensare a qualsiasi forma di sviluppo.

Palazzetti grigi arrangiati alla meglio, blocchi di cemento creati da mattoncini messi lì come lego, senza forma ne anima, con centinaia di famiglie accalcate, alternate da qualche spazio vuoto ricordo dello scorso luglio di fuoco. Alternati da market ad ogni nuovo quartiere passato, I clacson e le urla fanno da Colonna Sonora.

Il caffé sale pian piano l’acqua bolle e l’odore riempie il salone, mentre veniamo accolti dai parenti come familiari, lingue diverse senza barriere, comunicando a gesti e sopratutto umanita, porte spalancate li dove di muri ce ne sono gia troppi esterni. Un posto a tavola aggiunto non manca mai, dalla cucina arrivano pentoloni in abbondanza per bis, tris e qualche amico invitato last minute, sempre benvenuto. Fornaci, griglie e pentoloni si vedono un po’ ovunque, dalle strade alle case, ricche di sapori densi di tradizione e prodotti locali, carne frutta e verdure che come la gente intorno non perdono il loro gusto eccellente nonostante tutta la polvere intorno.

La madre guardando i miei tratti del volto mediterranei, i capelli ricci e la barba, mi parla in arabo nel giro di saluti, dicendomi che ha pensato fossi di khanou younis, quartiere dell’estrema periferia, una tra le piu povere e degradate. La guardo e le sorrido, pero in fondo vorrei avere le parole nella sua lingua per spiegarle che se dimenticassi del contesto per un momento, tanto di questa terra ha proprio tantissimo simile con la mia terra madre, tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo sbagliato, tutto il grigio e l’azzurro di chi e’ lasciato solo da tutti e vive in una resistenza quotidiana.

Tra quelle polverose strade ho visto piccoli grossi miracoli di umana bellezza, stelle brillanti in una fitta notte di questo tempo sbagliato.

Sguardi senza eta anneriti e duri ma al contempo brillanti nel sorriso in un attimo di gioco, in due porte arrangiate con gli zaini tra quattro palazzoni, o tra lo spazio di un edificio caduto.

Li dove si vive un eterno ‘inshallah’, se dio vuole, o ‘poi dio ce pensa’, e ‘cose e nient’ di Eduardiana memoria, li dove tutto e’ un tirare Avanti ogni giorno, in una straordinaria forza umana di vite di ordinaria resistenza, li dove non c’e’ ne vita ne morte, li dove e’ un tirare ad arrangiarsi tra mille difficolta, senza potersi mai sedere, ma sempre correndo in salita cercando nuova forza ogni ora.

Mohameed corre tra un pallegio e l’altro, orgoglioso, dietro quel Pallone tra le rare immagini di gioco in questo posto annerito dai brutti giochi della politica internazionale.

Di Gaza oggi si potrebbe scrivere tantissimo, storie e numeri circa giochi politici che sono come mani al collo, di un popolo che vive da oltre un decennio come nella piu grande prigione all’aria aperta del mondo. Senza la liberta di muoversi, pensare, cantare, e sognare.

Vite strappate dalle proprie mani in un eterna incertezza ed emergenza, un limbo di fuoco.

Si potrebbe raccontare di un economia artificiale, oggi, senza ne vita ne morte, con i tassi di poverta e disoccupazione ovviamente tra I piu alti al mondo. di una generazione media di ventenni e trentenni che ha dimenticato la parola domani, ma sopratutto quellla speranza. Si potrebbe parlare di bimbi senza sogni che ti disegnano case con le ruote con la voglia di fuggire alle prossime bombe. Si potrebbe raccontare di una striscia di terra di angoli di grande bellezza come passegiare tra I chilometri di lungomare, blu annerito di una terra lasciata senza I minimi servizi idrici e fognari cosi come di trattamento rifiuti, di un paese in eterna emergenza dove ogni piano di sviluppo resta un sogno lontano a causa delle probizioni Israeliane vigenti sulla striscia . Si potrebbe raccontare di giornate che iniziano docciandosi con acqua salata, per poi caricare una tanica con la quale ci si lava viso e denti, e poi un altra ancora da bere, così come si ricaricano tutte le batterie possibili dei dispositivi elettronici se si e’ fortunati di essere tra le 6 ore circa in cui vi e’ energia elettrica. Così come si potrebbe raccontare di studenti universitari della mia generazione che nel caso cadano nella sfortunata giornata con le ore di energia la notte studiano usando le risorse del web di notte dormendo di giorno.

Ma tutto cio, la storia e le immagini di questo decennale conflitto ha grande spazio su giornali e libri.

Dello sguardo annerito della generazione di Mohameed che corre dietro quel Pallone, 6 anni, 3 guerre, finora, e 0 sogni, conseguenza di quell’eterno conflitto non c’e’, invece, spazio su libri ne’ alte commissioni. C’e’ una vita oltre la morte, una difficilissima vita, pero in essa tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo.

C’e’ quel Pallone di cui troppi pochi sanno, che ha tanta voglia di urlare la propria voce, di bambino cresciuto troppo presto, I propri sogni spezzati, a quel mondo dinanzi la tv e nelle piazze dietro una bandiera. Quel Pallone non ha bandiere, ma e’ quello che perde di piu in tutto cio.

L’insegnante chiede ad alcuni che hanno gia qualcosina di Inglese di scrivere cosa vorrebbero essere da grandi, Mohameed scrive ‘what I would like to be, is to be, just that’, ‘cio che vorrei essere e’ essere, solo cio’, chiede di non essere piu un numero o una bandiera ma una persona, La sua persona.

La forza di quel sorriso, la brillantezza di quello sguardo nero, in quel quartiere arrangiato, in quella partita tra la polvere, ha una luce di immensa bellezza.  Quella di chi non puo mai stancarsi, di chi vive imparando a godere della gioia di un attimo in vite di quotidiana costante resistenza. Di chi deve indurirsi ed annerirsi per tutto il nero che questo tempo gli butta addosso, di chi e’ lasciato sempre solo a correre scalzo tra strade polverose Calpestato da tutti fuori, dentro ed intorno e trova sempre una forza in piu. Al contempo in tutto cio ho tastato tutta la bellezza di questo mondo di chi nonostante tutto ti insegna il valore di un sorriso, di una mano tesa ed una porta sempre aperta , di un ballo che unisce tutti nell’attimo di un gioco, in una terra in cui un posto in piu a tavola non si nega mai ed una marenna si divide sempre.

Il caffé bolle e da una periferia all’altra, da un lato all’altro del mare penso a tutta la bellezza e la bruttezza di questo mondo. Nel grigio di quei palazzetti, la polvere di quelle strade e la luce di quel sorriso.

Piccoli eroi quotidiani fanno miracoli di luce in posti dominati dal grigio, I salti dei ragazzi che fanno parkour, i movimenti di gruppi di ballerini e quelli di attori, qualche cantante, un rapper ed il rosso di quel naso da clown e quello di quel Pallone rosso che va colorando quei mattonino, piccoli grandi eroi quotidiani.

In quegli sguardi di quest annerita generazione di bimbi e ragazzi stretti in una vita di ordinaria resistenza, in quella tazzulella e cafe sempre pronta tra mille difficolta, in quel Pallone che corre tra la polvere senza mai fermarsi, in qualche gruppo di teatranti e clown, in quei volti di scugnizzzi resistenti ci ho visto un volto della mia Napoli.

Di chi non ha niente attorno, cui viene tolto tutto, ma crea tantissimo, e sviluppa un mondo interiore immenso. Di chi ha pochissimo e da tantissimo, di chi crea colori nel grigio.

Perché in fondo come in altri contesti insegno Peppino Impastato, se non guardiamo la bellezza, a cosa serve tutto il resto, le manifestazioni, le bandiere ed i cortei, ed io ho voluto camminare per Gaza, guardando alla bellezza della vita nonostante la morte, dei colori nonostante il grigio.

L’auto sta per partire per riportarci a casa, Yousef mi urla, mi giro, si gira, ed inizia al contempo un piccolo coro in un accento mezzo arabo e partenopeo che dopo poco suona cosi ole ole ole ole diego diego, li nel cuore del campo di jabalia, con lo sguardo annerito che si accende orgoglioso mostrandomi la sua consumata maglietta del Barcelona tra polverose strade e brillanti persone.

Mentre l’auto sfreccia riportandoci a casa, ripensando ad amici che ci hanno hanno chiesto di pensare ad una canzone della nostra terra da cantare alla prossima, mi risuonano nella testa quattro strofe guardando il tramonto Gazawo dipingere di colore le grigie costruzioni del campo di Jabalia:

Jesce journo ‘ncopp’ ‘e suonne ‘e chi nun ce sta e non sente più il mare.

Peppe Iovino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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E’ inevitabile, succede SEMPRE, senza via d’uscita e senza possibilità di sfuggire, quando, conversando con qualcuno, che sia un mio allievo, un amico o un semplice conoscente, si giunge al punto in cui mi viene fatta la fatidica domanda: “che macchina fotografica mi consigli?” Se avessi avuto un euro per ogni volta che mi è stata posta non dico che sarei ricco, ma sicuramente molto, molto agiato.

“Quale macchina fotografica?” è la Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto per chi si appassiona alla fotografia. E la risposta non è, e mi vien da dire purtroppo, 42… Il bello è che non c’è mai una risposta univoca, in quanto non c’è una univocità di esigenze, sensibilità, interessi, voglie, passioni, o di luoghi e situazioni potenzialmente fotografabili, che possano essere ricondotti e ridotti a un singolo strumento. Esagerando, è un po’ come se un Miles Davis ancora al di là di intraprendere una carriera musicale venisse da me e mi chiedesse se deve suonare la tromba o il pianoforte… forse il paragone è troppo estremo, per quanto di solito agli allievi faccio un esempio più calzante: il martello. Il martello? Voi mi direte, ma che c’entra?

Ecco adesso immaginate che entrate da Leroy Merlin, avete voglia di fare del bricolage perché vi hanno detto che è divertente, è molto figo, e si fa un sacco di bella figura con gli oggetti costruiti autonomamente nel garage di casa. A quel punto vi trovate davanti una serie di attrezzi della maggior parte dei quali non avete idea della funzione, riconoscete giusto martelli, trapani e seghe, e pensate che il martello sia quello che vi sconfinfera di più per cominciare. Ce ne sono di dimensioni e pesi molto diversi, e non vi riuscite a decidere, sapete che la chiave per la vostra felicità hobbistica passa attraverso quel martello, ma…

…ma, intanto, voi non avete ancora la più pallida idea di cosa volete costruire con quel martello, e non siete in realtà nemmeno sicuri che non andreste meglio comprando una pialla, tanto per dire. Allora venite da me e mi chiedete “che martello devo comprare?”. Io vi guarderò e vi chiederò: “cosa ci devi fare? Devi attaccare un quadretto alla parete, hai bisogno di piantare un centinaio di chiodi da 10 oppure forse ti serve una mazza per lavorare la pietra? O magari hai bisogno di un martello con la testa in gomma per carrozzeria, o un martelletto per lavorare il metallo a sbalzo?”

Allora voi mi direte che vi serve un martello generico, non dovete fare cose molto specifiche, una cosa media va bene, fondamentalmente perché non avete in realtà che una vaga idea di dove volete andare a parare.

Ecco, di solito i discorsi sulle macchine fotografiche prendono questa piega. La risposta alla mia domanda “a cosa ti serve?”, nel 99,9% dei casi ha come risposta “a fare belle foto”.
Di solito a quel punto getto la spugna, rispondendo che a parità di fascia di prezzo qualsiasi cosa va bene, e che se il budget non è troppo risicato qualsiasi acquisto sarà soddisfacente. Il che è anche vero, ma non completamente esaustivo.

Se esistono tanti modelli diversi di fotocamere – tralasciando per questa volta un discorso, che sarebbe necessariamente lunghissimo, relativo ai bisogni indotti – è anche per andare incontro alle esigenze di scatto di fotografi molto diversi tra loro.
Henri Cartier-Bresson ha nobilitato una fotocamera, la Leica a telemetro (pronuncia “laica”, per chi si ostinasse a pronunciarla come è scritta), e un modo di scattare con un solo obiettivo, il 50mm (o quasi, visto che sovente usava anche la focale 35mm), che in un certo – e ben determinato – ambito del fotogiornalismo ha fatto scuola, ma una stragrande maggioranza di fotografi di altre specialità (fotografi di architettura, di still-life, di sport, eccetera) non avrebbero saputo che farsene all’epoca di una fotocamera con un mirino che, magari, non consentiva la previsualizzazione della profondità di campo, o di una messa a fuoco a breve distanza molto limitata, o ancora della lentezza dell’avanzamento della pellicola o del cambio della stessa. Sciocchezze? Affatto.

Quello che fa la differenza tra fotocamere di varie marche, o di diverse fasce di prezzo all’interno della stessa marca, spesso sono proprio certe minuzie. Il fotografo o aspirante tale, inesperto, tutt’al più curioso, spesso non sa affatto quali sono le caratteristiche che possono fare al caso suo. Globalmente una fotocamera fa le stesse cose di un’altra, ma come arriva allo stesso risultato può essere particolarmente semplice e lineare in un caso, ostico in un altro. Tanto per fare un esempio, alcuni fattori discriminanti da tenere presente saltano subito all’occhio (e al palmo) di chi si appresta a un possibile acquisto anche se completamente a digiuno di tecnica fotografica, e sono le dimensioni e il peso.
E’ inutile comprare un’ottima fotocamera che poi tenderà a passare buona parte della sua infelice esistenza chiusa in un cassetto o in una borsa a casa perché troppo pesante e ingombrante. La foto della vita andrà inevitabilmente persa, anche se abbiamo acquistato la fotocamera migliore possibile per il nostro budget, se poi quella fotocamera non l’abbiamo con noi. Certo, direte voi, in quel caso posso sempre fare affidamento sullo smartphone che avrò sicuramente sempre con me. Ma qui ritorneremmo al punto di cui sopra: non tutte le fotocamere (o smartphone che siano) sono adatte a fare tutto.

Come se ne esce? Forse non se ne esce, in effetti…
L’unica soluzione è scattare, scattare e poi ancora scattare, fino ad acquisire una buona consapevolezza sul tipo di foto che facciamo più spesso, e solo allora avremo modo di poter decidere quale strumento è più adatto ad assecondare la nostra visione, o meglio a “mettersi meno in mezzo” tra noi e le fotografie che vogliamo realizzare.

 

Gianfranco Irlanda

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