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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Amica, fidanzanta, moglie e al massimo amante… queste sono più o meno le uniche possibilità di rapporto fra un uomo e una donna che ci vengono presentate durante la nostra formazione scolastica.
Da quel momento in poi tendiamo ad avere la necessità di categorizzare i rapporti, di classificargli, di dargli un nome che possa più o meno stabilire quali sono i diritti e doveri della coppia, più si è evoluta la società, più si sono emancipati i rapporti e più siamo diventati prigionieri di migliaia di definizioni, solo facebook ce ne offre 11. Un po’ per la paura di votarsi a una persona sola un po’ per l’altisonanza di quell’impegno a vita ad “amarsi  e onorarsi vicendevolmente finchè morte non ci separi” c’è sempre di più la tendenza definirsi con altre parole come compagno o partner, ma non solo, anche a creare nuove tipologie di relazione mettendo sulla bilancia quello che dovrebbe essere puro istinto: attrazione e affinità, sentimenti e passioni devono essere misurati, pesati con il bilancino e categorizzati… la guerra mente e cuore cantata dal grande Nino è stata abbondantemente vinta dalla Mente e in rare occasioni dal cazzo.

In questo marasma di definizioni ritroviamo due realtà che mi hanno da sempre affascinato: la friendzone e la scopamicizia. Friendzone, termine contemporaneo che indica la situazione in cui un ragazzo è follemente innamorato di una ragazza ma lei, anche se lo adora, non vuole fidanzarsi ma lo considera solo un amico. Scopamicizia, due amici, ma anche semplici conoscenti, che hanno abitualmente rapporti sessuali senza avere nessun impegno.
Se ci pensiamo bene una migliore amica, quando ci fa vivere in quel limbo tremendo che è la friendzone, ci fa tirare fuori il peggio di noi. Non riusciamo mai a essere perfettamente lucidi in sua presenza, non riusciamo mai a dire quello che vorremmo veramente dire, ci comportiamo in modo diverso per piacerle ma niente, non c’è molto da fare, per quanto possiamo applicarci le cose non cambiano, con le non abbiamo grosse speranze e forse stiamo solo perdendo tempo. Al contrario la scopamicizia ci permette di essere più sfrontati, più a nostro agio, la sicurezza di portare a casa il risultato ci permette di essere più brillanti e di cercare di osare qualcosa in più, certo non sempre va bene, ma mal che vada ci abbiamo provato, alla fine sappiamo che andrà a finire come vogliamo.

Ho sempre pensato che il Napoli con il Sassuolo sostanzialmente fosse in frindzone, non si è mai espresso al meglio e quasi mai è riuscito ad avere la meglio, spesso, come l’anno scorso tutto si è risolto in una perdita di tempo… Però oggi il Napoli ha trattato il Sassuolo come una scopamica, ha osato di più, si è divertito, ha cercato la giocata perchè sapeva che comunque avrebbe portato a casa il risultato.

CattiviHamsik deve raggiungere questo record, così riuscirà a giocare a mente sgombra. Albiol ha grosse responsabilità sul goal del Sassuolo ma almeno recupera con l’assist del 3 a 1.  Il peggiore di oggi è probabilmente Chiriches, ha responsabilità su quasi tutte le (poche) occasioni create dai verdeneri.

BuoniAllan migliore in campo, c’è poco da aggiungere, ogni volta che tocca palla esclamo “che ci tiene!”  perchè solo così si rende l’idea delle tante doti del centrocampista brasiliano. Ghoulam inesauribile sulla fascia non è una novità, così come il tiro di destro, dopo un goal e un palo con quello che in teoria sarebbe il suo piede debole inizio a pensare che dovrebbe tirarci anche le punizioni. Migliore di oggi? Il San Paolo, 2 ore di cori ininterrotti, una vera bolgia che non si è ammutolita neanche dopo il momentaneo pareggio come spesso accadeva in passato.

Paolo Sindaco Russo

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Di recente il fotografo francese Georges Mérillon, in occasione dei 25 anni dalla vittoria al World Press Photo con un’immagine, premiata come foto dell’anno 1991, relativa alla morte di un uomo kosovaro ucciso dalla polizia serba, ha proposto in vendita le stampe della foto vincitrice con uno sconto del 30%. La stampa, che immagino realizzata con tutti i criteri di qualità possibili, è proposta quindi alla cifra di 175 euro, invece di 250.

Al di là del fatto che una foto possa piacere o meno, e nel caso in oggetto si tratta di una foto che non mi vergogno a definire magnifica, quasi perfetta, nella rappresentazione caravaggesca di una scena che ricorda un Compianto sul Cristo Morto, più che una scena da cronaca di guerra (penso che il premio se lo sia meritato tutto…), quello che mi dà da pensare è il fatto che una scena di dolore, di lutto, possa prestarsi a essere stampata e venduta per diventare oggetto di arredo, addirittura scontata.

Oramai da troppi anni i media, soprattutto le riviste di attualità (e quelle di documentazione antropologica e naturalistica come il National Geographic Magazine), ma in modo diverso anche la televisione, hanno inseguito un modo di rappresentare il fatto tragico in maniera sempre più perfetta, con immagini ben composte e, grazie alla bravura (ma ha senso parlare di bravura? Forse meglio mestiere) di alcuni fotografi, addirittura in modo “piacevole”, gradevole sia all’occhio dello spettatore esperto sia all’occhio del profano.

Ma che si sta comunicando quando di una scena tragica diamo una visione che per essere sdoganata su un contenitore di pubblicità, ovvero di immagini che servono a conquistare l’osservatore e indurlo all’acquisto, di immagini cioè accattivanti, deve essere accattivante a sua volta? Cosa passa, quale messaggio viene trasmesso nel momento in cui una foto di una scena di morte, di dolore, di rabbia, magari una scena raccapricciante se ci fossimo noi dentro, un momento crudele della vita di qualcuno diventa una “bella foto”? Questo problema mi assilla da anni, e non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Per anni io stesso ho lavorato come fotogiornalista, e ho sempre cercato di evitare le scene cruente, fondamentalmente perché si dà una rappresentazione ambigua, se la foto è buona, e paradossalmente si fa una comunicazione poco efficace se invece la foto è meno “bella” esteticamente. Certi miei colleghi famosi ci campano su questo, e non posso dar loro torto se hanno capito che quella è la via per farsi un nome nel campo del fotogiornalismo, ma non posso fare a meno di pensare che siano in qualche modo complici della mercificazione dei problemi di qualcuno, che sia l’abitante della periferia napoletana, il migrante che fugge da una guerra, il diseredato di turno della società opulenta.

Sia chiaro, non voglio assolutamente dire che di certe cose non bisogna parlare, anzi. Personalmente trovo una gran fregatura qualsiasi limitazione al diritto di cronaca, ma è anche vero che in certi casi lo scopo dell’operatore del settore diventa altro da quello di fare una corretta informazione. Nel caso della foto di Mérillon, è evidente che siamo in un caso limite, sia per la bellezza estrema dell’immagine sia per il fatto che venga venduta scontata. Credo che un po’ il problema sia a monte. Dovrei andare ad affondare nelle nostre radici cristiane (ma forse non solo in quelle), nelle quali troviamo un esempio emblematico in cui la rappresentazione del dolore diventa strumento di propaganda efficacissimo: parlo della rappresentazione della passione di Cristo (non a caso lo citavo prima). Il problema è che, in quel caso, la visione che abbiamo della morte di Cristo dovrebbe essere consolatoria, in quanto quello che ci viene detto della crocifissione è che essa rappresenta il sacrificio del Figlio per la remissione dei peccati del genere umano, a maggior ragione nel momento in cui sappiamo che la storia è “a lieto fine”, ovvero che alla crocifissione segue la risurrezione… Nel caso dei morti in guerra, o di camorra, o dei migranti che annegano nel Mediterraneo, purtroppo questo aspetto cade miseramente. La cristianità, specie quella controriformista, ci ha riempito gli occhi di immagini di martiri, con una predilezione per le figure iperrealiste. Questa macchina comunicativa è durata per secoli, e buona parte di quelle che noi consideriamo opere d’arte appartengono a questa categoria… Forse non è un caso, a conti fatti, che percepiamo come buono e piacevole anche un momento di dolore.
Almeno, finché il dolore è quello degli altri…

Gianfranco Irlanda

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stamattina verso le 11 un forte boato ha sconvolto il quartiere di Soccavo. Un appartamento in via Antonino Pio è esploso, forse per colpa di una bombola di gas, al momento non si hanno notizie di feriti o vittime.

 

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E’ di queste ore la notizia che un collezionista ha acquistato dal fotografo irlandese Kevin Abosch un suo scatto, un “ritratto di patata” (Potato #345, 2010), per un milione di euro. Abosch, classe ’69 (mio coetaneo, quindi…), è noto soprattutto per i suoi ritratti a soggetti umani, principalmente personaggi famosi come Johnny Depp, Bob Geldof, Aung San Suu Kyi, Steven Spielberg, Vanessa Redgrave e molti altri.

Per quanto riguarda l’idea che Abosch riesca a farsi pagare tanto (e si narra che abbia iniziato quasi da subito a chiedere cifre alte per i suoi lavori), ben venga e tanto di cappello, è ammirevole, specie confrontato allo squallido panorama italiano dei lavori creativi, immateriali, in cui bisogna sbattersi e lottare per riuscire a farsi anche solo pagare (figuriamoci a farsi pagare, come fa Abosch, centinaia di migliaia di dollari per farsi ritrarre da lui…)

Facciamo però una piccola riflessione rispetto al merito, o meglio, alla “sostanza”, se possiamo chiamarla così, delle immagini di Abosch. Su Repubblica.it il redattore usa la frase “il suo caratteristico sfondo nero” per descrivere i ritratti di Abosch. Chiunque mastichi un po’ di storia della fotografia saprà benissimo che lo sfondo nero non è un’invenzione né una innovazione del fotografo irlandese, e andando a vedere le sue immagini quello che colpisce – in negativo, purtroppo – è l’estrema banalità delle foto e delle pose. Volti che si susseguono ugualmente posizionati, centrali, con la stessa illuminazione di tre quarti laterale dall’alto, senza ombre particolari né guizzi di sorta. Se non sono fototessere è proprio per via del fondo nero, ma questo non riesce a giustificare, almeno ai miei occhi, l’idea che un fotografo venga pagato tanto per un ritratto che potrebbe fare grosso modo qualsiasi mio allievo con un minimo di attrezzatura e con il fondale apposito. Resto basito non tanto dalla presunzione del fotografo di chiedere tanto, ma dalla incapacità della committenza di rendersi conto che si sta pagando solo ed esclusivamente un nome e non una foto.

Queste sono ovviamente delle dinamiche molto note e ormai usuali nel mercato dell’arte, che purtroppo più che a un suk arabo assomiglia sempre di più a Piazza Affari, con un listino borsistico che insegue le quotazioni sui future, senza pensare al valore reale (ma ce n’è uno?) di quanto si sta effettivamente realizzando. Il “prodotto” artistico, quando viene collocato nei listini in cui i galleristi assomigliano davvero a dei broker finanziari, diventa davvero una cosa di secondo piano. Fosse questo il problema, staremmo semplicemente nella logica di mercato, un mercato senza basi reali, senza davvero più un valore di uso dell’opera, che non sia altro dal valore di scambio. Certo un discorso analogo viene fatto ogni volta che un’opera di arte contemporanea spunta prezzi assurdi, e non soltanto nel caso delle fotografie; certo con la fotografia, in quanto strumento che nasce, almeno nelle intenzioni, come qualcosa che sia facilmente atto a riprodurre in migliaia di copie quanto scattato, le conseguenze giungono all’estremo.

Mi viene in mente il discorso fatto ne Il mistero di Bellavista, relativamente a un’ipotetica opera di arte contemporanea ritrovata centinaia di anni dopo una catastrofe nucleare da un archeologo tra le macerie di una città: sarà un’opera d’arte, o un cesso scassato? Quello che però mi fa venire i brividi, e davvero tremo all’idea, è che l’estrema banalità di alcune opere (penso alla foto di Andreas Gursky che è stata detentrice del record di foto più costosa per un po’, un paesaggio insulso tra terra, il Reno e il cielo, sotto tono e dimesso, o alla foto attualmente più costosa, quella di Peter Lik di un canyon con un raggio di luce, che una testata come il Guardian ha stroncato brutalmente) che non riesce nemmeno un po’ a trasmettere l’idea che dietro ci sia un particolare, o anche solo un vago, ragionamento concettuale, venga presa a modello da tanti altri fotografi che vorrebbero seguire la stessa strada.

Guardando le immagini di Abosch una tale “assenza” è palese, ma tante volte vediamo opere di arte contemporanea che non riescono davvero a trasmettere niente, a meno che non vengano spiegate a menadito, e a volte stentano ad essere comunicative anche in quel caso. Questo, spero non si offenda chi la pensa diversamente, nella fotografia è il peggiore dei difetti. Se una foto è fatta in modo banale per sottolineare la personalità del soggetto, ben venga, ma allora tanto vale fare una vera e propria foto tessera… Quello che sospetto è che lo studio fotografico di Abosch sia un vero e proprio specchietto per le allodole, una costruzione complessa per una foto davvero insulsa, buono giusto per attirare danarosi clienti che a loro volta attireranno altri facoltosi, in un vortice virtuoso – per il fotografo, a cui ripeto va tutta la mia ammirazione – ma che rischia di diventare un risucchio deleterio per il nostro sguardo.


Gianfranco Irlanda

 

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Lo avevamo proposto qualche settimana fa, Quando il famoso Chef aveva posato per la fotografa Alessia Leporati in una serie di foto nei panni di un pastore e Marco Ferrigno, uno dei più apprezzati maestri di arte presepiale non ha perso tempo, realizzando una statuina ispirata proprio a quello scatto.

La statuina in pieno stile del ‘700 Napoletano non trascura nessun dettaglio, dai lineamenti del viso ai tatuaggi più che un pastore è un Rubio in miniatura, i tanti Fan della star di Unti e Bisunti che l’hanno ampiamente richiesta su web potranno finalmente trovarla sui banchi di San Gregorio Armeno.

Marco Ferrigno, sempre attento all’attualità, e tra i più produttivi nel trasformare in pastori i personaggi della politica, dello spettacolo, calciatori e showgirl ha subito intercettato la richiesta del pubblico ed ecco che ha accontentato il pubblico di Chef Rubio: “Con una posa così naturalmente presepiale – commenta il maestro Ferrigno – mi è sembrato inevitabile un riconoscimento a Rubio che con il suo programma ha saputo dare la giusta evidenza alla tradizione culinaria che vive proprio qui, nei vicoli del nostro centro storico di Napoli, a San Gregorio Armeno”.

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Foto di Eric Wong

Sabato 21 novembre si è giocata la partita Euro Basket Roma-Mim’s Napoli Basket scontro al vertice valevole per la 9 giornata campionato di B1.

La Mimi’s partiva in quintetto con Berti, Parrillo, Villani, Serino e Fall.Prponti via e Napoli realizzava un parziale di 0-11 grazie ai canestri di Fall,Villani e Parillo. I Capitolini reagivano con un parziale di 7-0, interrotto solo dalla tripla di Villani. Il primo quarto si chiudeva sul punteggio di 13-21 per gli ospiti. Nel secondo quarto ancora grande inizio per la squadra di coach Di Lorenzo che con un parziale di 5-19 grazie ai canestri di Serino, Parrillo e Berti portavano Napoli all’intervallo lungo sul 18-40.

Ancora ottimo inizio degli ospiti al ritorno sul Parqut con un parziale di 0-4 siglato da Villani-Giovanatto che dava il massimo vantaggio sul 18-44. L’Euro basket provava a reagire con un altro mini Break di 7-0 portando il punteggio a metà periodo sul 25-44. Ora i capitolini trovavano il canestro con più facilità e Napoli segnava dalla lunetta. Il finale di quarto però sorrideva ai colori azzurri che con i canestri di Iannone, Fall e Sabbatino si issavano sul il 34-56 all’ultimo intervallo.

Nell’ultimo periodo l’Euro Basket Roma provava a riavvicinarsi con un parziale di 13-3 portandosi sul -12 47-59, ma non bastava .Napoli vinceva 55-68 , portandosi in testa alla classifica grazie al settimo successo consecutivo. Bel successo quello di Napoli contro una squadra che ha in organico il medagliato Alex Righetti argento Olimpico con la Nazionale di Recalcati Atene 2004 e come Coach un giocatore come Davide Bonora. A fine gara dichiarazioni del presidente Balbi che si augurava di vedere il Palabarbuto pieno confidando in una risposta della città. Gas & Power Roma-Mimi’s Napoli Basket 55-68 (13-21;18-40;36-54)

Roma: Dip 8, Fanti 12, Stanic 10, Righetti 2, Staffieri 8, Birindelli 9, Romeo 3, Tomasello 3, Callara, Casale. All.Bonora

Napoli: Berti 4, Parrillo 11, Villani 15, Serino 12, Fall 5, Sabbatino 12, Giovanatto 4, Iannone 4, Spera, Martino, All.Di Lorenzo.

Claudio Gervasio

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Tra qualche giorno si inaugura la mostra degli allievi del mio corso di comunicazione fotografica, dopo un percorso più travagliato del solito. Solo una metà degli iscritti ha portato a termine il lavoro, ma questo è abbastanza usuale, sebbene sia sempre un po’ sconcertante. Quando si arriva a dover pensare, realizzare e mostrare un lavoro coerente le cose, per un fotografo, iniziano a farsi difficili. Lo sono per un professionista, figuriamoci per un allievo alle prime armi.

Fare “belle” foto è alla portata di tutti, ormai. Per foto “belle” intendo ben esposte, dritte e con un obiettivo che permetta di non dover stare a pensare troppo all’inquadratura. Poi, un passaggio in Photoshop o in Lightroom, un ritaglio e via, ecco la “bella” foto. Con le fotocamere odierne spesso non è necessario nemmeno passare per un programma apposito, basta lavorarci in macchina, e lo stesso accade con gli smartphone più evoluti. Ma per un progetto fotografico, ahimè, una bella foto ogni tanto non basta.

La cosa che spesso manca, l’elemento cardine che poi fa vacillare anche delle serie di tante “belle” foto, è l’idea portante, la struttura comunicativa che ci permetta di dire qualcosa.
Avere, in pratica, qualcosa da dire. Nel momento in cui si ha qualcosa da dire allora il più è fatto, ma troppo spesso gli allievi, abituati a indicazioni e limitazioni molto stringenti, una volta liberati da questi gioghi didattici, invece di scorrazzare liberi sentono troppo spesso ancora il bisogno di una guida, un suggerimento sulle tematiche da affrontare, oppure semplicemente si rendono conto di essere ancora confusi. Il blocco da foglio bianco è tipico in tutte le forme di creatività, ma nel caso della fotografia la cosa si accentua perché ciò che si vuole dire non trova una corrispondenza immediata nella lingua di tutti i giorni, bisogna aver maturato degli strumenti che consentano all’idea di prendere una forma visiva, e non come idioletto, ovvero non una espressione che sia così individuale da risultare inintelligibile a terzi, ma cercando di fare propri determinati schemi e determinate abitudini linguistiche che sono proprie della fotografia intesa come mezzo di comunicazione sociale. Solo una volta che si padroneggiano questi schemi ci si può permettere di reinterpretarli in una maniera personale. Ecco, giungere al progetto senza questo tipo di padronanza, o con una padronanza ancora acerba, significa avere già delle grosse difficoltà. Non starò qui a disquisire su come si acquisisca questa padronanza, è un fatto di esperienza, di abitudine alla lettura delle immagini che ci abitui a leggere e interpretare la realtà che ci circonda.

Fatto ciò, l’allieva o l’allievo dovrebbero decidere per una resa a livello formale dei loro lavori. Fin dalle prime lezioni cerco di instillare una delle poche “norme” che secondo me vanno seguite in maniera pedissequa in fotografia: una estrema coerenza formale.
Scattare dieci foto col flash e due senza, o viceversa; presentare dei lavori in una mostra di cui nove sono in bianco e nero e uno a colori; fare uso di filtri per un paio di foto su venti; scattare alcune foto con un supergrandangolare e poi piazzarci vicino tre scatti fatti col teleobiettivo; presentarsi con undici foto di ritratto e tre di paesaggio; eccetera. Tutto ciò è un male, anzi, Il Male…
Altro che il lato oscuro di Guerre Stellari, qui ci si rimette la ancora nascente reputazione e anche si inficia la possibilità che qualcuno si interessi al nostro lavoro… semplicemente perché non c’è un lavoro solo, così. Ce ne sono due o tre diversi ammucchiati insieme, e il nostro interlocutore, spettatore, o giudice di un concorso non saprà e non potrà capire dalle immagini quali contorti arabeschi mentali ci hanno portato a mettere assieme delle immagini così mischiate e incoerenti.

Se c’è qualcosa che rimpiango (ma fino a un certo punto) dei tempi in cui si scattava solo in pellicola è che le pellicole obbligavano necessariamente a seguire una certa coerenza. Si acquistavano tre o quattro rulli di quella particolare pellicola, e quindi le foto erano tutte scattate, per dire, con la Tri-X pan piuttosto che con la Velvia, e sarebbero state sviluppate tutte assieme (si spera, almeno) oppure portate tutte allo stesso laboratorio per lo sviluppo e la stampa; così facendo avremmo avuto tante foto con la stessa grana, lo stesso contrasto e soprattutto tutte a colori o tutte in bianco e nero di partenza, non come risultato di un “ah, adesso questa provo a farla in bianco e nero in Photoshop perché magari viene meglio”, e così via. L’industria stessa ci obbligava a seguire una coerenza. Ma un altro fattore determinante che pure mi fa rimpiangere la pellicola (e non fino a un certo punto) era il suo costo e l’impossibilità di sapere quello che si stava facendo riguardando le foto subito dopo lo scatto.

Se è pur vero che un professionista che lavorava in studio magari aveva la necessità lavorando con il flash di controllare le luci, dove cadevano esattamente le ombre e dove i riflessi potevano essere fastidiosi, e per questo si scattava una Polaroid di prova prima di iniziare una ripresa, all’amatore spesso questo procedimento era negato, sia per questioni di costi, sia per questioni di ingombri di attrezzatura da portare con sé.

Non poter vedere esattamente ciò che sarebbe uscito in foto obbligava a dover pensare, qualcosa che troppo spesso perdiamo nel momento in cui scattiamo una foto. Si opera troppo di istinto, lasciando fare moltissimo allo strumento, e reagendo a posteriori. Qui siamo oltre il Male, qui siamo nella zona morta dell’intelletto. Le singole foto, così come un intero progetto fotografico, devono essere necessariamente immaginate, viste prima di procedere allo scatto, per dirla alla Ansel Adams, le foto vanno previsualizzate.

Certo non è un processo facile, per riuscirci, specie quando gli strumenti fanno di tutto per indirizzarci a modo loro, è necessaria una cosa che piaceva molto anche a un altro famoso fotografo, anch’egli come Adams noto per il suo bianco e nero, ma per soggetti molto diversi: Helmut Newton. Quella cosa si chiama disciplina. Ed è la stessa cosa che permette, col metodo e con lo sforzo, non tanto facendosi guidare dall’ispirazione, di creare, e che ci consente di affrontare un foglio bianco avendo la possibilità di riuscire a riempirlo con qualcosa di interessante e di riuscito.

Gianfranco Irlanda

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Quelle foto sotto la pioggia

Il clima fin troppo piovoso di questi giorni mi induce una riflessione sul difficile rapporto tra appassionati di fotografia e maltempo. Nonostante il progresso, le tecnologie che avanzano e la possibilità di fotografare in condizioni di luce non ottimali con buoni risultati, la fotografia da parte dei più viene considerata come un qualcosa da praticare solo ed esclusivamente con il sole, o quanto meno in una bella giornata.

E’ vero, qui siamo a Napoli e non a Seattle, nota per essere una delle metropoli più piovose al mondo, ma nonostante le dicerie e i luoghi comuni, Napoli è una delle città più piovose d’Italia, con una quantità di pioggia annua in millimetri doppia rispetto a Londra, che sembrerebbe l’archetipo delle città meteorologicamente sfortunate. La grande differenza è che la quantità doppia che abbiamo qui nell’area del napoletano si concentra nella metà dei giorni, quindi abbiamo un bel po’ di acquazzoni e raramente giorni e giorni di pioggerellina leggera e persistente (per quanto anni fa, era credo il 2009, ci furono qualcosa come 60 giorni di pioggia consecutivi con giusto qualche interruzione temporanea, ma sto divagando…).

Questa premessa meteorologica serve forse a comprendere alcuni versi della canzone forse più famosa di tutto il ‘900, “’O sole mio”, che comincia con “Che bella cosa – na jurnata ‘e sole – n’aria serena – dopo una tempesta”… è un’immagine poetica, certo, ma anche una scena visivamente molto caratteristica e particolarmente tipica della nostra città. Napoli si presta molto alla rappresentazione paesaggistica non solo per la felice posizione geografica, ma anche per questa notevole fortuna climatica, la possibilità di avere luce e aria tersissime abbastanza spesso, e in particolare nelle stagioni intermedie (ma spesso anche in inverno). Quello che salta meno all’occhio è la notevole bellezza della città quando piove (“quanno chiove” andrebbe forse detto, ricordando una delle più famose canzoni di Pino Daniele).

Sin da piccolo, ho sempre avuto una memoria visiva costellata da immagini di una Napoli apparentemente “atipica”, quella bagnata dalla pioggia, e spesso se devo pensarla la immagino così. Tralasciando i problemi soliti, tombini che saltano e strade che si allagano (immagino che anche le amministrazioni pubbliche non riescano a uscire dalla visione mitica di una Napoli in cui c’è sempre il sole), quando piove, invece che stare al coperto oppure rinchiusi nelle proprie autovetture in coda tra via Tasso e via Kagoshima, o magari sotto l’androne di un palazzo perché siamo usciti senza ombrello, converrebbe accostare l’auto, o scendere per strada, e dare uno sguardo in giro per cogliere le occasioni e i momenti giusti per scattare.

Follia, direte voi. Che fare, andare in giro ad inzupparsi giusto per fare qualche foto? E magari dire addio anche alla fotocamera che andrà certamente in corto?

Niente di tutto ciò. Le fotocamere temono l’acqua, è vero, ma non in modo così drastico: se ci piove un po’ sopra basta asciugarle alla prima occasione, e poi ormai non sono rare le macchine fotografiche tropicalizzate che possono quindi essere bagnate e resistono anche alla polvere o alla sabbia (non all’immersione in acqua, eh, anche se esistono anche le compatte subacquee che servono proprio a questo). Anni fa, parliamo del 1995, seguii tutta una processione per la Via Crucis a Barile, in provincia di Potenza, sotto una fittissima e gelida pioggia frammista a nevischio. Per fotografare liberamente non avevo nemmeno l’ombrello… diciamo che, più della macchina fotografica, chi subì i danni fui io e i miei compagni: restammo per un’ora con il motore acceso e il riscaldamento al massimo per cercare di asciugarci una volta tornati all’auto; la fotocamera, un’elettronica dell’epoca, resistette tranquillamente così come l’altra fotocamera meccanica che avevo con me.

Negli anni mi sono trovato spesso a combattere con gli allievi per far loro perdere l’abitudine deleteria di considerare come giorni validi per fotografare solo quelli di sole. Le occasioni per fotografare quando piove sono molteplici, così come diventano interessanti e particolari i soggetti, sia le persone che i monumenti, ad esempio quando sono riflessi in una pozzanghera; oppure la presenza stessa degli ombrelli diventa una “variazione sul tema” della street photography dalle possibilità molto grafiche. Da non trascurare, poi, la possibilità di far uso di tempi più lenti del normale di giorno, per accentuare il mosso, senza dover stare a chiudere completamente il diaframma. Certo non si possono elencare qui tutte le potenzialità, ma converrebbe davvero mettersi qualche capo adatto, con un bel cappuccio comodo, e, fotocamera in pugno, farsi un giro sotto la pioggia.

Non dimentichiamo che quella che è stata definita come la foto del secolo, “Dietro la stazione di Saint-Lazare” (Derriere la Gare Saint-Lazare, 1928), di Henri Cartier-Bresson, rappresenta un uomo che salta da una passerella cercando di evitare una pozzanghera…

 

Gianfranco Irlanda

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Vesuvio e Città Metropolitana di Napoli dal valico di Chiunzi © Gianfranco Irlanda

Nel brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles a un certo punto c’è una frase emblematica, “di notte sogno città che non hanno mai fine”… non so se fosse un desiderio o il paventare una sensazione da incubo, ma andiamo con ordine…

Quando nel 1998 partecipai come fotografo a un progetto che faceva capo alla facoltà di architettura e che si intitolava “Ai confini della città: il recupero delle aree dismesse a est e ovest di Napoli”, mi trovai a dover decidere quasi arbitrariamente dove questi “confini” fossero collocati. Se da un lato il compito era semplice, visto che a ovest Napoli si trova a lambire il mare con la spiaggia di Coroglio e l’area industriale era costituita principalmente dall’imponente e ben nota Italsider, dall’altro lato la questione era molto più complessa.

Essendo cresciuto a Ercolano, la questione del confine di un comune rispetto a un altro per me è sempre stata una questione di attribuzione di strade, angoli, marciapiedi, numeri civici, riconoscere certi segnali, individuare delle invisibili linee tracciate arbitrariamente, ad esempio per dire se si era a San Giovanni a Teduccio, quindi a Napoli, oppure a Portici o a San Giorgio a Cremano nel momento in cui si cammina nella zona di Croce del Lagno (per chi non lo sapesse, è dove si trova il Museo Ferroviario di Pietrarsa). L’abitato che si snoda ai piedi del Vesuvio, circondandolo e stringendo il vulcano come una morsa, è a tutti gli effetti un tutt’uno, e poco si comprende delle differenze tra i vari comuni che si susseguono. Comuni, potrei dire città, ma ora come ora fa tutto parte della Città Metropolitana di Napoli, quindi ragionare sulla Città di Ercolano piuttosto che su quella di Torre del Greco diventa più una questione identitaria che altro. In effetti le differenze ci sono, spesso sono profonde, ma sono anche impalpabili e spesso incomprensibili a un casuale osservatore.

Questo capita con tante altre grandi metropoli, certo, ma solo nel napoletano abbiamo una conurbazione che sfugge alle regole e fa diventare metropoli anche altri centri urbani, in una sorta di moltiplicazione frattale in cui tutto diventa centro e tutto contemporaneamente periferia di qualcos’altro… Se ci pensiamo, in effetti forse solo a Napoli (ma una sensazione del genere, molto ma molto più lieve, l’ho avuta anche a Istanbul) abbiamo pezzi di periferia, a livello sociale ed economico, che si ritrovano ghettizzati alle spalle di pezzi del centro storico, così come possiamo trovare delle situazioni di centralità localizzata in sprazzi lontanissimi da un qualsivoglia centro definito dell’area metropolitana. Quando mi trovavo a Milano anni fa, avevo una sensazione estremamente chiara e definita di dove cominciasse, o dove finisse, a seconda di come vogliamo vederla, l’area del centro, e dove arrivasse la periferia prima che iniziasse qualcosa d’altro.
A Napoli tutto questo non succede, e lo vediamo bene se ci affacciamo dal piazzale di San Martino: anche se ci allontaniamo per decine di km dal centro storico non riusciamo mai davvero ad avere la sensazione di un limes ben definito. Troviamo quasi subito una “periferia”, se così la si può definire, ma è in realtà una fascia di rimescolamento tra un comune e quello confinante, e spesso ci si ritrova al centro di un’altra città senza che questo abbia dissipato la sensazione di essere in una periferia, in una sorta di suburbia urbanissima, dove gli edifici istituzionali, il palazzo comunale ad esempio, hanno l’aria di essere stati presi a caso tra tanti altri edifici ugualmente anonimi e dimessi. Allo stesso modo, come ritroviamo pezzi di periferia nel centro cittadino – o nei centri cittadini, se vogliamo, in questa sorta di costellazione di realtà urbane interconnesse – riusciamo a trovare pezzi di campagna un po’ ovunque, piuttosto che ritrovarla integra e continua da un certo punto in poi, e aree non ben definite ma ugualmente trascurate. C’è, forse, una sorta di democraticità nel modo in cui le zone dell’area metropolitana partenopea sono trascurate e malmesse, e anche laddove ci fosse un po’ di cura in più sarebbe, ed è, una eccezione. Per trovare una situazione di “normalità”, o quasi, bisogna giungere alle montagne, solo lì l’urbanizzazione si arresta e ricominciamo a percepire delle aree differenti, a capire dove finisce, o dove comincia, una città.

Da sociologo sono sempre stato abbastanza convinto che l’ambiente ha un’influenza notevole sugli individui e sui gruppi, e il fatto che non siamo tutti completamente abbrutiti nonostante ci ritroviamo in una situazione così caotica anche a livello urbanistico mi lascia a volte stupefatto. Sicuramente siamo molto stressati, e ancora di più viviamo una inefficienza di fondo che rende difficile mantenere degli standard elevati in tantissime cose (penso solo a quanto possa essere efficiente qualcuno sul lavoro se ci mette un’ora e mezza a fare un tratto di strada che in condizioni ideali richiede al massimo venti minuti). Lo notavo anche rispetto ai milanesi, ci potrà essere una maggiore pressione sul lavoro (ma da quello che ne so è proprio il contrario…), magari ci sono distanze da coprire elevate per un pendolare (ma i mezzi si trovano agli orari previsti…) e anche lì la tangenziale si blocca nelle ore di punta (ma almeno quella non si paga…), ma non credo di aver mai visto un milanese stressato da Milano come città. Noi forse subiamo, a volte anche senza rendercene conto, l’assurda conformazione di un territorio evolutosi praticamente senza pianificazione, composto da una miriade di amministrazioni diverse ognuna andata per la propria strada per decenni. Non so quanto potrà migliorare le cose l’istituzione della città metropolitana, ma spero che si prenda coscienza una volta e per tutte che se non si migliora radicalmente l’ambiente in cui viviamo non si potranno mai migliorare le persone; né si può pretendere che i singoli, lasciati soli a combattere contro inefficienze sedimentate, possano fare qualcosa.

Gianfranco Irlanda

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   C’era una volta una statale, un castello e la luna.

La statale in questione era la 658, il castello quello di Melfi e la luna quella solita. Certo era luna piena, ed era sorta da poco. Avevamo da non molto lasciato la cittadina per tornare al nostro alloggio, un B&B nei pressi di Lagopesole, altro luogo con un castello scenografico almeno quanto quello di Melfi, e ci eravamo appunto immessi sulla statale 658 in direzione sud. Non era molto tardi e il cielo non era ancora troppo scuro. A un tratto dando un’occhiata a sinistra eccola lì, la luna. Sbucava esattamente alle spalle del castello, illuminato sopra la collina. Magnifico, bellissimo, da fotografare, ma… ma in quel momento ero alla guida, e quella statale proprio non consente di accostarsi un momento in corsia di emergenza per provare a scattare una foto.

Quante volte vi siete trovati in una situazione simile a questa? Magari non avevate la macchina fotografica con voi, oppure si era da poco scaricata la batteria, o più semplicemente la “foto della vita” risultava in un nulla di fatto per mille altri motivi che nulla avevano a che fare con la fotografia.

L’esempio classico è dato proprio dalla luna che sorge, una difficoltà tecnica quasi insormontabile a livello di valori di esposizione, con un cielo e una terra che richiederebbero sempre e comunque tempi che farebbero diventare la luna una palla bianca informe (e per questo motivo già tanti anni fa si ricorreva spudoratamente alla esposizione multipla per rendere quanto era visibile e perfettamente percepibile a occhio nudo, come ho fatto pure io, in maniera anche più truffaldina, l’anno scorso). Molto spesso succede che, anche avendo con sé il cellulare migliore (ma il discorso vale anche per le fotocamere sofisticate, eh…) si riesce a riprodurre solo al 90% la scena che si ha davanti, e quasi sempre qualcosa non torna.
In altri casi, la difficoltà è di ben diversa natura. Qualche giorno fa si è verificato un evento eccezionale, una eclissi totale di luna con il satellite quasi al suo perigeo. Anche attrezzati per bene, c’era una differenza di esposizione tra le varie fasi dell’eclissi per cui non era affatto facile restituirle in maniera corretta. Ma la difficoltà enorme in questi casi è altra: le variabili atmosferiche in agguato. Nel mio caso sono stato fortunato, e ho potuto scattare tutte le fasi dell’eclissi (fino all’oscuramento totale, poi mi sono “sfasteriato” e sono andato a dormire, ormai alle 5 del mattino…) anche grazie al diradarsi completo delle nuvole. Qualcun altro magari non si è svegliato, oppure s’è anche premurato di mettere la sveglia e poi si è ritrovato con il cielo coperto.

Personalmente, ho una lunga e preziosa collezione di immagini mai scattate che sono, però, rimaste impresse nella memoria, e più delle altre contribuiscono alla pulsione continua a cercare di fare sempre meglio. Se non ci si fa prendere dallo sconforto, dalla frustrazione, e si riconosce l’immagine “impossibile” come qualcosa di realmente valido, quella foto, quello scatto mai nato diventa parte di un archivio della memoria che risulta utilissimo. Ormai tante foto non ci provo nemmeno più a scattarle, ben sapendo che il risultato a livello tecnico non sarebbe all’altezza delle aspettative. Ricordo ai lettori che la fotografia, in napoletano giustamente definita ‘a tale e quale, è “tale e quale” al soggetto fintanto che i limiti tecnici dello strumento non si mettono in mezzo (al di là di una miriade di altre cose), e che il nostro sguardo ha una capacità di registrazione, principalmente in ambito tonale e in condizioni complesse, quasi sempre superiore alla registrazione meccanica della fotocamera. In qualche caso l’impossibilità è stata a posteriori (foto rovinate dallo sviluppo, oppure che hanno preso luce – una ventina di rullini di ritorno dalla Sardegna ancora mi bruciano per essersi bruciati da un’infiltrazione dal dorso della macchinetta…); in altri casi, invece, le foto non si scattano perché, purtroppo, il tempo di reazione nostro combinato a quello della fotocamera diventa un impedimento insormontabile.

Di recente mi è capitato di vedere, a Ravello, una bambina che camminava su un marciapiede grigio, sotto un tunnel dalle pareti abbastanza scure, vestita di colori sgargianti e con un ombrellino arancione che agitava avanti e indietro. Sarebbe stata una foto meravigliosa, alla Bob Sacha o forse alla Franco Fontana nella serie di scatti di New York. Per come ero equipaggiato in quel momento, solo con una compatta, per quanto sofisticata, quella foto sarebbe stata al massimo “alla Ernst Haas”, una bella chiazza di colore in movimento, pittoricamente molto bella, ma non quello che avrei voluto. E comunque forse non avrei avuto il tempo tecnico. Un po’ rimpiango i tempi in cui giravo con la Kodak Instamatic pronta all’uso nella tasca del giaccone, caricata a 400 ASA e cubo flash, vagando nei corridoi dell’università occupata sentendomi più Weegee che Salgado o Cartier-Bresson, consapevole che avrei solo dovuto cacciarla dalla tasca e puntarla sul soggetto per avere una foto nel momento giusto.

Già con la prima evoluzione successiva, una fotocamera per l’epoca (si era nel 1990…) parecchio sofisticata, con autofocus a ultrasuoni e flash incorporato, tempi lenti fino a 1/3 di secondo mi sembrava di poter fare tantissimo in più, ed era vero, ma, un po’ l’obiettivo non era forse all’altezza, un po’ l’autofocus si mangiava un po’ di tempo di troppo, i risultati non erano adeguati alle attese. Facevo sì quei bei tramonti (bleah!!!) e scatti al fogliame autunnale che prima non mi venivano mai bene, oppure foto da vicino messe a fuoco come si deve (miracolo!!), ma la velocità operativa si era andata a prendere un periodo di aspettativa… C’è voluta una successiva evoluzione (la mitica Kiev A4m a telemetro acquistata a Porta Nolana dai polacchi che vendevano materiale ex sovietico nei primi anni ’90) e molte altre foto perse per riuscire a riprendere un minimo di prontezza. Di quel periodo ricordo ancora con eccezionale lucidità l’immagine di un gatto che camminava indolente tra tanti piccioni che riposavano… Lui, il gattone nero, ai piccioni non ci pensava proprio, ma essi per precauzione si aprivano a dargli spazio per poi richiudersi dopo il suo passaggio. Successe a Napoli, a via Caccavello, proprio alle spalle di castel Sant’Elmo, verso il 1991. Non ricordo per quale motivo non scattai, forse era uno dei pochi giorni che non avevo la macchina con me (dubito), oppure semplicemente l’ho presa e nel frattempo la situazione si è modificata, non so più. Comunque sia, nonostante i miei sforzi e ripetuti passaggi in loco, quella situazione non mi si è più presentata davanti. Ma sta lì, nella memoria, sonnecchiante. Aspetta solo il momento per ripresentarsi, anche in altre forme, e permettermi di riprovarci.
Ammesso che abbia portato la macchina adatta con me, e che sia carica. E con abbastanza spazio sulla scheda…

Gianfranco Irlanda

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